Alexy Bosetti, il calciatore ultrà

Alexy Bosetti è con ogni probabilità il personaggio più autenticamente anticonvenzionale del calcio europeo contemporaneo. Vero fino al midollo, in un mondo sempre più spesso plasticoso e artefatto, Bosetti è probabilmente destinato a non diventare mai “qualcuno” più per una questione identitaria che per il mero fatto tecnico.

1. Cose che attengono al rettangolo di gioco.

Il mondo del calcio transalpino comincia a mettere un occhio, anzi tutti e due, su Alexy Bosetti, nel 2012, quando il Nizza si aggiudica la prima Coupe Gambardella della sua storia grazie a 10 reti dell’attaccante nato e cresciuto nella città vecchia, e di origini italiane come una parte consistente degli abitanti del capoluogo della Costa Azzurra. Per lui, in totale, i gol nell’under 19 del Nizza saranno 37. I primi minuti in Ligue 1 a 19 anni in una gara di fine campionato contro l’Olympique Lyonnais, molto più spazio nella stagione successiva, conclusa con i suoi primi gol (2) da professionista con la maglia rossonera in partite di coppa e la convocazione per il Mondiale Under-20 di Turchia. Mondiale che poi i bleuets, che avevano in rosa anche Pogba, Kondogbia e Digne, si aggiudicano battendo in finale l’Uruguay ai rigori. In finale, Bosetti farà il suo ingresso in campo al 65esimo per poi venire a sua volta sostituito nei supplementari. Quanto basta per scriversi nella bio su Twitter “Champion du Monde U20”, e mica male, scusate, cosa avete fatto voi? Poi due stagioni nella prima squadra aiglon, 46 apparizioni in campionato e 10 gol,

(tra cui questo, al Bordeaux)

il debutto nel playoff di Europa League andato male contro l’Apollon Limassol, per le prime gare europee del Nizza dai tempi della Coppa delle Coppe 1997-98 disputata quando i rossoneri militavano in Ligue 2 e Alexy andava all’asilo. In pratica, un giocatore che è tifosissimo della propria squadra, pazzamente innamorato della propria città, che non vorrebbe giocare in nessun altro posto al mondo, ed è anche pagato per fare quello che con ogni probabilità avrebbe fatto anche gratis: a 22 anni, Bosetti ha grosso modo realizzato il suo sogno di sportivo. Ed è a questo punto che vien fuori il lato oscuro della Luna: al Nizza capita l’occasione di prendere uno nel suo ruolo, che senza nulla volergli togliere, è un tantino più forte. L’arrivo di Hatem Ben Arfa – e quello di Valère Germain, oltre alle scelte di Claude Puel, fanno capire ad Alexy che è meglio trovarsi un’altra casacca da indossare, in attesa di tempi migliori per lui. A quell’età, ovviamente, la priorità deve essere quella di giocare, possibilmente segnare, e se a Nizza non c’è spazio è bene farlo altrove. Ma Bosetti, dopo qualche presenza nel Nice II che gioca in terza serie francese, fa una mossa un po’ strana: resta in Francia, ma scende di categoria, nonostante diversi club di Ligue 1 (e anche qualcuno di Serie A, a quanto è dato sapere: in momenti diversi si è parlato di Genoa, Carpi, Sassuolo e in misura minore anche di Inter e Lazio) abbiano mostrato segni di interesse nei suoi confronti. Va al Tours di Marco Simone, un club che avrebbe anche avuto qualche ambizione di promozione ma che poi, alla prova del campo, ha ben presto dovuto abdicare a tal proposito. E si presenta con un gol niente male.


(sveglia, portiere!)

Peccato però che Simone non lo veda granché bene come punta, e che lo veda anche un po’ fuori forma fisica. Il suo periodo in maglia celeste termina con quest’unica rete e un totale di 13 presenze di cui solo 9 in campionato. Ritorno a Nizza e nuovo prestito, questa volta all’estero, ai norvegesi del Sarpsborg FC, che giocheranno pure in serie A, ma tutto sommato non hanno la fama di squadrone, visto che più o meno stabilmente veleggiano a metà classifica. Un campionato che dovrebbe essere ampiamente alla portata del talentino francese. Invece la sua esperienza a Sarpsborg parla di 2 apparizioni da subentrato in campionato per 38 minuti totali, e una presenza con un gol in coppa. Tre mesi da incubo, con un allenatore che parlava ai giocatori solo in norvegese, e ritorno nella Nizza Vecchia a gambe levate. Il Bosetti del 2012 e del 2013 era un giocatore in rampa di lancio, quello del 2016 è un calciatore da ritrovare. E ci riproverà da Nizza, dove per ora però è di nuovo confinato nella squadra B, dove ha giocato (e segnato su rigore) nella seconda di campionato. Il desiderio del giocatore, dopo l’addio di Claude Puel che a quanto pare gli rimproverava il suo scarso impegno in allenamento – non solo quello, ma poi ci arriviamo – è quello di giocarsi una chance a Nizza col nuovo allenatore Lucien Favre. Non c’è più Ben Arfa, non c’è più Germain, e non è che per ora siano stati rimpiazzati da Messi e Cristiano Ronaldo; quindi l’aspirazione di Alexy, oltre che auto-motivazionale, ha anche una sua valenza tecnica che ci può stare. Se non fosse che.

2. Tutto quello che sta fuori dal rettangolo verde, o quasi.

(Alexy Bosetti con la maglia dello sfortunato compagno di squadra Kevin Anin, paralizzato dopo un incidente stradale)

Fino a qui tutto normale, ecco. Abbiamo parlato di un calciatore che da giovane era una promessa. Dotato di buona tecnica, sufficientemente rapido, magari non proprio un Marcantonio (1,70 per 65 kg circa) ma che compensa le carenze alla voce “doti fisiche” con un buon opportunismo. Una promessa che potrebbe rivelarsi un’eterna promessa. E capirai, ce ne saranno un milione. Eppure, lo abbiamo detto in apertura del pezzo e lo ribadiamo, Bosetti è un calciatore unico o quasi nel panorama europeo. Perché Bosetti non è Ibrahimovic, che si è dichiarato “tifoso sin da bambino” di un numero incalcolabile di squadre per mera convenienza mediatica. Bosetti non è neanche semplicemente “tifoso” del Nizza, no. Alexy Bosetti è un ultrà del Nizza, ed è dannatamente fiero di esserlo. Non è il classico ragazzo “cresciuto nel vivaio della squadra della sua città”, ma è piuttosto uno che è “cresciuto in curva sud” dello Stade du Ray. I suoi numerosi tatuaggi (che gli valsero il soprannome di Tattoo man tra i compagni di nazionale under 20) raffigurano gente come Albert Spaggiari, quello della “rapina del secolo a Nizza”, Jacques Medecin, per 24 anni sindaco di Nizza, e soprattutto il teschio trafitto dal coltello simbolo della disciolta (dal Ministero degli Interni francese, per atti di violenza) Brigade Sud Nice 1985, o più semplicemente BSN. Ha un account twitter gestito in totale autonomia, senza filtri o social media manager, dove si riesce a capire qualcosa in più del personaggio: foto di partite viste dalle curve (a Milano i tifosi dell’Inter lo considerano uno di casa),

retweet di supporto ad alcuni gruppi del tifo organizzato di varie città europee, tweet in italiano (come questo, subito dopo l’attentato alla Promenade des Anglais),

passione per gli sport americani (tifa gli Charlotte Hornets e in generale segue molto la NBA). Bosetti è un appassionato di sport in generale, con una simpatia mai nascosta anche per la nazionale italiana di calcio.

Ed è proprio per questo suo essere “vero fino in fondo” che gli ultras del Nizza lo amano incondizionatamente – ricambiati – e il resto delle curve di Francia, tranne qualche eccezione, lo odia. Ed il fatto di essere un antieroe, un po’ come certi personaggi dei fumetti Bonelli, fa sì che con lui non ci possano essere mezze misure. I tifosi del Bordeaux lo chiamano “la pute de la BSN”, quelli dell’Olympique Marseilles gli cantano “J’ai niqué ta mère”, entrambe espressioni francesi che non ci dovrebbe essere troppo bisogno di tradurre, diciamo non del genere che potreste trovare nel Galateo di Monsignor Giovanni Della Casa. E se è vero, come è solito dire LeBron James, che haters gonna hate, e che i cori contro fatti dalle tifoserie avversarie hanno spesso l’effetto contrario di esaltare il calciatore che ne viene fatto oggetto, soprattutto se si tratta di un ultrà, il punto vero è che questo suo modo di essere, a Bosetti, alla fine del salmo sta portando forse più rogne che benefici. Perché Bosetti, dovunque vada e qualunque cosa faccia, è ormai, in primo luogo, il “calciatore ultrà” ancor prima che l’attaccante campione del mondo under 20. Ovvio che lui se la sia cercata e voluta fino in fondo, ma l’esistenza stessa di un calciatore come Alexy ci obbliga tutti ad interrogarci su quanto sia profonda la nostra conoscenza del mondo del tifo organizzato. Perché di lui, il suo ex allenatore, in una conferenza stampa, ha sentito in un certo senso il bisogno di dire che ecco, tutto sommato, anche un po’ meno di identità andava bene uguale. Perché si è beccato una squalifica di una giornata per aver esultato sollevando la manica per mostrare un tatuaggio ai tifosi dell’OM dopo un gol in Coppa nella pazza partita OM-Nizza 4-5. Perché gli sono state attribuite simpatie di destra, per via di un’esultanza che ricordava la quenelle, il saluto nazista al contrario, e che però non lo era – ma in realtà, almeno stando al suo account Twitter, non viene palesata alcuna opinione politica, anzi, rispetto ad alcuni giocatori noti per le loro simpatie politiche e per questo idoli delle loro curve (tipo Di Canio o Lucarelli, per capirsi), siamo davvero su un altro pianeta. Perché quando Puel gli ha fatto capire che per lui a Nizza ci sarebbe stata tanta panchina e tanta tribuna, lui, pur di non dover affrontare Le Gym da avversario, ha pensato che fosse meglio scendere di categoria. Perché quando parla di “mentalità ultrà”, Bosetti fa una considerazione giustissima, e che trascende l’opinione che ognuno può avere in merito: molta della gente che parla di ultras, di mondo delle curve, di mali e di soluzioni, spesso, non ha una vera conoscenza della questione, e quindi parla di cose che non sa, o comunque che conosce solo in parte. Non dovrebbe esserci vergogna ad ammetterlo, questo ci dice Bosetti, non è che ci si può intendere di ogni cosa. Eppure, nella zona grigia in cui il calcio si incontra con la politica, questo calciatorino del ’93 pieno di tatuaggi, di cui almeno un paio riconducibili a criminali veri o presunti, che tutto sommato non è Messi e non è Griezmann, alla fine è un personaggio un po’ scomodo. Per cui ok, vuoi fare il calciatore ultrà? Liberissimo di farlo, ma non aspettarti una mano da nessuno, o quasi.

3. Torniamo in campo, va’.

(ecco come te la vinco al 94esimo. Rientrare dal fuorigioco chi?)

Eppure la sensazione che Bosetti sia un giocatore vero c’è. Perché alcuni dei suoi gol sono stati davvero di pregevole fattura. Perché a dispetto del fisico, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Perché quando gioca non lesina mai impegno e abnegazione. Perché fa spogliatoio. Perché di calciatori banali ne abbiamo fin troppi. Perché non vinci così tanto nelle giovanili, da protagonista, per caso. Perché è uno che ha lottato per realizzare un sogno, giocare e segnare con la maglia della squadra del cuore, e ci è riuscito. Perché alla fine saper giocare a calcio non è una cosa che si disimpara a 23 anni. Intanto, Alexy ha dimostrato grande umiltà nel chiedere di potersi giocare le sue chances a Nizza, come faceva quando sia lui che l’altro golden baby rossonero Neal Maupay, anche lui costretto a scendere di categoria per trovare spazio dopo una stagione a St. Etienne, sembravano destinati ad un radioso avvenire. Favre lo ha schierato in qualche amichevole, poi lo ha girato alla squadra B. Bosetti si è adattato, ha fatto quello che gli è stato chiesto, è tornato in campo con quella maglia che per lui, fuor di retorica, è una seconda pelle. Consapevole che il calcio professionistico è uno sport che non conosce pietà o riconoscenza, Bosetti continuerà a provarci. E se un giorno decidesse di tentare la sorte al di qua di Mentone, sicuramente varrebbe la pena di andarlo a vedere.

(Articolo pubblicato originariamente su Crampi Sportivi il 31 agosto 2016)

Poppi Basket: mezzo secolo di storia sotto canestro.

“Cronistoria di una passione: la pallacanestro”. Si intitola così l’annuario dattiloscritte che raccoglie il resoconto delle prime stagioni del Poppi Basket, che inizia nel 1970 “con la costruzione del campo sito in località Bramasole” e la costituzione del Basket Club Poppi. A Poppi, in realtà, l’incontro con la pallacanestro era avvenuto già un paio d’anni prima, su iniziativa del professore liceale Cesare Betti, che aveva iniziato ad insegnare questa pratica sportiva ai suoi alunni. L’amore per la palla a spicchi prese subito piede a Poppi, ed è una fiamma che non ha mai smesso di ardere da allora. Come ci raccontano, con giustificato orgoglio, Massimiliano Pancini e il presidente Stefano Risaliti. “Il numero di affiliazione FIP è lo 001878, ed è lo stesso dal 1970. Questo fa di noi una delle società cestistiche più longeve della Toscana, perché i nostri 50 anni sono continuativi, non ci sono mai stati fallimenti o altro.” La squadra fa il suo esordio nel campionato di prima divisione 1970-71, con dieci sconfitte in altrettante partite, ma la passione non si affievolisce. Il 15 aprile 1973 arriva la prima, storica vittoria del B.C. Poppi: 56-47 contro Sansepolcro. ScanImage001“Oggi, oltre al settore giovanile che è la cosa per noi più importante in assoluto, abbiamo la prima squadra che milita nel campionato di prima divisione e una squadra nel campionato UISP, nata dalla fusione con il Basket Casentino. C’è basket per tutte le età, a Poppi, dai 4 ai 60 anni!” Ci dice il presidente. Il Basket Club Poppi ha interrotto la propria attività agonistica – volontariamente – solo nel 1992, quando scomparve a soli 36 anni Renato Bindi, a cui oggi è intitolato il palazzetto dello sport. Un palazzetto la cui costruzione è iniziata nel 1989 e terminata nel 1990, anno in cui venne inaugurato.

Palazzetto che è un po’ gioie e dolori dell’attuale società del B.C. Poppi, giusto, presidente Risaliti?

Purtroppo il palazzetto oggi come oggi presenta tutta una serie di problematiche che ci danno non pochi pensieri, soprattutto in ottica futura. Quando è stato costruito, infatti, il comune di Poppi era classificato come “non sismico”, ma coi recenti adeguamenti normativi (quelli successivi al crollo della scuola di San Giuliano in Puglia) tutti gli edifici devono rispondere a standard antisismici ben precisi. Pertanto, il palazzetto è oggi non in regola con tali normative e necessiterà di adeguamenti strutturali, che verranno effettuati, a meno di cambi di programma dell’ultimo momento, a partire da giugno del 2020. Questo ci mette un bel po’ in difficoltà, perché non sono molte le strutture in grado di ospitare questo tipo di attività sportiva nei dintorni, e francamente vorremmo evitare di spostarci troppo per non perdere la nostra base di praticanti. Se il palazzetto, come sembra, resterà chiuso per la prossima stagione sportiva, stiamo valutando di spostarci a Strada o a Soci, in modo da ridurre il più possibile gli spostamenti per i nostri tesserati. Poi certo, i problemi sono anche altri…

Cioè?

Il fatto che il palazzetto sia in promiscuità d’uso, cioè al mattino sia a disposizione delle scuole e di pomeriggio delle società sportive (quindi principalmente del basket) fa sì che questa sia una struttura molto utilizzata, con tutto quello che ne consegue in termini di usura della stessa. Tutte le squadre del basket, più tre scuole superiori: numericamente, si può dire che il palazzetto sia sempre pieno. Una volta qui c’era un custode, adesso non c’è più neanche quello. Le scuole fanno del loro meglio per lasciare tutto pulito e in ordine, ma si sa come sono i ragazzi… Per questo speriamo che la chiusura del palazzetto possa diventare un’opportunità per realizzare qualcosa di ulteriore da affiancare al già esistente. Un po’ come hanno fatto ad Arezzo accanto al palasport Le Caselle, con una tensostruttura, realizzabile con un intervento economico tutto sommato contenuto, in modo da poter avere due alternative per la pratica sportiva nel nostro territorio. Magari proprio nella zona dove c’era il vecchio campetto da basket.

Purtroppo in questi ultimi anni le risorse economiche sono un problema, per le amministrazioni pubbliche ma ancor di più per le società sportive…

Noi ogni anno spendiamo diversi soldi per fare in modo che tutto nel palazzetto sia in ordine, a cominciare dagli spogliatoi nei quali investiamo almeno mille euro l’anno. Ovvio che gli sponsor aiutano, così come le quote che versano i ragazzi, ma non di rado noi dirigenti ci siamo frugati in tasca, tutto in nome della passione che abbiamo per questo sport. Certo, l’impegno dà i suoi frutti, ma non è facile, un po’ perché il calcio fagocita tanto del (poco) denaro disponibile per le società sportive, oltre ad avere di gran lunga un numero più elevato di tesserati e quindi di famiglie che ci gravitano intorno, ma a volte mi viene da pensare che anche negli anni della serie C, a fine anni novanta, forse avremmo potuto investire meglio i soldi che allora avevamo a disposizione…

In che modo, per esempio?

L’esempio più lampante di questo discorso è questo: Poppi è una società che ha ormai 50 anni di storia, eppure a Poppi non abbiamo né un allenatore provvisto di patentino né un arbitro. In tanti ci hanno provato, negli anni, ma tutti si sono fermati al primo livello. Certo, abbiamo avuto la fortuna di avere con noi Dritan Meli, che nel suo Paese di origine, l’Albania, ha giocato per la nazionale di basket partecipando anche ai giochi del Mediterraneo, e adesso abbiamo anche Paolo Bruschi che gli dà una mano, ma sono sicuro che avremmo potuto costruire meglio. Paradossalmente, facciamo molto di più oggi, con progetti nelle scuole, collaborazioni di vario genere con la SBA Arezzo, la fusione con il Basket Casentino della UISP, la realizzazione e l’installazione di un canestro nella zona delle case popolari…

Quanto è importante per voi far conoscere questo sport ai ragazzi, in particolare ai giovanissimi?

È assolutamente fondamentale, per questo facciamo tutte le cose che ho appena elencato. Il basket prolifera bene dove ha radici profonde, penso ad esempio a piazze storiche per il nostro basket come Bologna, Varese, Milano e Cantù, o ancor di più alla Grecia. Giannis Antetokounmpo ha vinto il premio come miglior giocatore della NBA e viene da lì: dovunque tu vada c’è un campetto: avere più spazi a disposizione è la chiave per fare emergere nuovi talenti, o in generale per invogliare i ragazzi al basket. Perché poi c’è una cosa importante da dire: il tasso di abbandono, una volta che i ragazzi hanno cominciato, è solitamente molto basso. Il difficile è convincere un ragazzo a venire, a provare, soprattutto all’inizio: quando ce l’hai fatta, poi, rimangono quasi tutti. Noi oggi abbiamo circa 60 ragazzi nel settore giovanile, e per incentivare i ragazzi a venire a provare non gli faremo pagare niente fino a gennaio. Anche dopo, abbiamo cercato di mantenere le quote il più contenute possibile: 30 euro mensili per i ragazzi fino a 12 anni, poi 35 fino ai 18.

ScanImage002

E per festeggiare i 50 anni cosa farete?

In 50 anni ne sono successe tante: la serie C a fine anni 90, la vittoria del campionato cadetti 2002, i nostri giocatori che si affermano in categorie superiori: penso a Vitellozzi e Bachini, e a Luca e Matteo Bini, solo per fare qualche nome ma ce ne sarebbero altri. Segno che qualcosa di buono è stato fatto. Per festeggiare il mezzo secolo di storia, organizzeremo qualcosa con tutti loro a fine maggio. Sarà una festa della società, ma soprattutto una festa di questo meraviglioso sport che è il basket.

 

(Articolo uscito originariamente su Casentino Più numero 94)

5 aprile 1994 – 5 aprile 2020

Il giorno che abbiamo saputo che Kurt Cobain si era tolto la vita, il mio mondo era un posto parecchio più semplice di com’è adesso. Non c’erano grandi alternative, il mondo si divideva in chi ascoltava musica pop e chi ascoltava musica rock. Poi le cose hanno cominciato a farsi un po’ più complicate, ma in quel 5 aprile 1994 io avevo 14 anni e mezzo, facevo la prima Liceo Scientifico e ancora non c’erano tanti sottoinsiemi. Io non avevo ancora deciso da che parte stare, facevo un po’ di qua e un po’ di là, e quando si sparse la voce della notizia della morte di Cobain ricordo distintamente le facce di ragazzi e ragazze della mia età, ma soprattutto di quelli più grandi: erano le facce di chi aveva perso un amico, un fratello, un amore sognato. Questa reazione così forte mi incuriosì a tal punto che in un certo senso fu per me necessario capire meglio. All’epoca il mio punto di riferimento musicale erano i Pink Floyd, che avevo scoperto partendo dai Queen grazie a quello che in quel periodo era il fidanzato di una mia cugina. Per me non poteva esserci niente di meglio di loro, e sostanzialmente non avevo neppure troppo interesse a chi usava microfono, chitarra, basso e batteria per cantare rabbie che non capivo, visto che peraltro nel 1994 avevo anche un inglese piuttosto limitato. C’era il rock impegnato, è vero, e c’erano stati “Terremoto” e il primo dei Negrita, che per un quattordicenne di Arezzo era un orizzonte vicinissimo e irraggiungibile. La mia canzone rock preferita di quegli anni era Maudit perché diceva che le stragi senza nome tutte passano da Roma, e il fatto che iniziasse con quello scratch faceva sì che in certe discoteche la passassero dopo le canzoni dance commerciali dell’epoca, senza vergogna, incasinando notevolmente tutti i miei punti di riferimento relativi agli insiemi in cui si divideva il mondo. È bastato il primo ascolto, Smells like teen spirit come tutti, per capire, anzi, per sentire dentro, che la rabbia che gridava Kurt Cobain era la stessa che sentivo io dentro.

Adesso che sono padre, penso a come abbia fatto Kurt a lasciare la piccola Frances Bean, lo penso tanto da quando ho letto la sua ultima lettera, e alla fine capisco: le anime come lui hanno semplicemente un modo diverso di vedere il mondo, hanno occhi diversi. Altrimenti non potrebbero scrivere musica in quel modo. Lo scorso anno ho letto tre libri che a un certo punto parlavano di Kurt Cobain, uno dietro l’altro, senza saperlo, senza pianificarlo, e il lascito che ho dei Nirvana è che quel primo ascolto mi fece capire subito da che parte stare, da lì in poi, e che questa sensazione di mancanza che sentivo dentro da allora e che sento ancora oggi mi avrebbe accompagnato per tutti i miei giorni a venire, e non solo a me, anche adesso che ho qualche capello bianco e di sera, dopo cena, mi infilo gli auricolari e mi riascolto Kurt che grida nel microfono A DENIAL, A DENIAL, A DENIAL, A DENIAL.

We don’t have any real friends

Avevo detto che non l’avrei più fatto. E invece l’ho fatto di nuovo. Con la bellissima copertina di Fabrizio Napolitano, la intro di Max Donghi e la prefazione di Francesco Farabegoli è uscito oggi We don’t have any real friends – a tribute to The Bends. un ebook collettivo che celebra i 25 anni dall’uscita di The Bends. Lo trovate nella sezione che Idioteque.it, il più grande sito italiano dedicato ai Radiohead, gli ha riservato, cliccando qui. Parola magica: è GRATIS.

Come sempre, pareri, opinioni, osservazioni etc etc sono graditi e ben accetti. Buone letture, e approfittatene per ascoltare o riascoltare il disco.

Ventotto Metri

“Ventotto metri” è un pezzo importante di me, del mio cuore, delle mie passioni sportive. Adesso, nella sua stesura definitiva, ha trovato la sua casa, pubblicato in ebook da BradipoLibri. Lo trovate, a 2,99 euro, qui:

https://www.amazon.it/Ventotto-metri-Storie-sotto-canestro-ebook/dp/B0859MVD86/ref=zg_bs_1345095031_2?_encoding=UTF8&psc=1&refRID=2KYV0SBCQK518G9Y44ZJ

La copertina è questa.

ventottometri-cover

La bellissima foto di Andrea Bardelli è comunque all’interno del libro. Se siete tra i pochi temerari ad aver comprato il cartaceo autopubblicato cinque anni fa, non è lo stesso libro: ci sono quattro testi inediti, di cui uno piuttosto lunghetto, più una bellissima postfazione di Davide Piasentini. Adesso a voi l’ultima parola.

Mamba Forever.

Kobe Bryant è uno dei miei miti adolescenziali. Un giocatore pressoché mio coetaneo, che ho ammirato tanto per i risultati ottenuti sul campo che per la sua attitudine.

Kobe Bryant se n’è andato in un elicottero precipitato insieme alla figlia Gianna e ad altre  sette persone. L’assurdità della sua morte mi ha ricordato ancora una volta quanto le nostre vite, davvero e fuor di retorica, siano appese a un filo.

Quello che è stato per me Kobe Bryant, ho provato a raccontarlo qui.

 

Overtime Stories

             Foto di copertina di Andrea Bardelli

Alea iacta est. Le #OvertimeStories sono state caricate sul server, disponibili per poter essere acquistate. Adesso quindi possiamo anche dirvi il perché. L’ebook costerà 2,99 euro. Il 30% del prezzo di copertina andrà alla piattaforma dove sarà venduto, il 70% alla Fondazione Ospedale Pediatrico Meyer, di cui vedete il logo sulla copertina. Grazie anche a Flavio Tranquillo che ci ha scritto la prefazione e a Luca Mazzella che si è occupato della postfazione, a tutti i fotografi che hanno impreziosito i testi, e soprattutto grazie a ognuno di voi che comprerà l’eBook. Doppio grazie se ci farete sapere se vi è piaciuto.

Se avete un ebook reader, sapete quello che dovete fare. Se non ce l’avete, potete comunque scaricarvi l’app Amazon Kindle e leggervelo da tablet o cellulare. Il vostro acquisto scalderà i cuori di noi che ci abbiamo lavorato e ancora di più contribuirà a regalare sorrisi a dei bambini che ne hanno un bisogno che è impossibile anche da spiegare. Spargere la voce, poi, è perfino gratis, per cui vedete un po’ voi. Il link per l’acquisto è questo.
https://www.amazon.it/…/…/ref=cm_sw_r_cp_apa_i_xzP9Db28Q6ETV

(In ordine sparso, questo eBook è figlio di Andrea CassiniLeandro NesiDavide PiasentiniSimone SeveriFlavio TranquilloLuca MazzellaAndrea Bardelli e di tutti gli autori delle foto interne che qui non riesco a taggare, perdonatemi.

Ricapitoliamo novembre.

Come sempre, questo blog sembra “dormiente” mentre invece le mie energie e le mie velleità di scrittura se ne vanno in mille direzioni. Tipo che ho recensito due libri, qui e qui. O che è uscito un mio profilo su Gianmarco Pozzecco, uno dei miei idoli sportivi di gioventù, realizzato per Overtime – Storie a Spicchi in collaborazione con Legabasket. Pozzecco che poi ha commentato il mio articolo (questa parte della storia ve la racconto qui). Inoltre ho partecipato ad un concorso letterario di cui sapremo l’esito tra una ventina di giorni,  ho coordinato assieme ad Andrea Cassini un progetto letterario a scopo benefico che vedrà la luce a metà dicembre e di cui vi parlerò più diffusamente in seguito, ci sono in preparazione due pezzi su due altri grossi personaggi cestistici, uno del presente e uno del passato (uscita prevista per entrambi: inizio dicembre), un ebook tributo su The Bends che forse uscirà – se mai uscirà, dipende da tutte le parti coinvolte – il 13 marzo 2020, e infine un mio quarto libro, che stavolta nelle intenzioni sarebbe un romanzo, anche questo previsto per fine 2020.

Ah, ora che ci penso: quasi quasi faccio un post su altri 10 libri che dovreste regalare per Natale, in pratica un sequel di questo, che ne dite?

Insomma, come sempre tanta carne al fuoco, restate con le antenne dritte.

TYPEW

25 anni

Il 10 agosto del 1994 io compivo 15 anni.

Dummy, dei Portishead. Pubblicato il 22 agosto.
Grace, di Jeff Buckley. Pubblicato il 23 agosto.
Definitely Maybe, degli Oasis. Pubblicato il 29 agosto.
My Iron Lung, dei Radiohead. Pubblicato il 26 settembre.
Protection, dei Massive Attack. Pubblicato il 26 settembre.
Monster, dei R.E.M. Pubblicato il 27 settembre.
No need to argue, dei Cranberries. Pubblicato il 3 ottobre.
MTV Unplugged in New York, dei Nirvana. Pubblicato il 1 novembre.
Vitalogy, dei Pearl Jam. Pubblicato il 22 novembre.

E poi Dookie, Parklife, Superunknown, Weezer, usciti prima del mio compleanno. Non è solo perché ero più giovane, è proprio che il 1994 era davvero un bellissimo anno per avere 15 anni e tanto tempo per ascoltare musica.

I ragazzi della Terza C


…e domattina si ricomincia, un nuovo anno scolastico prende il via. Tu inizierai la terza elementare, stasera ti sei voluto addormentare abbracciato al mio braccio sinistro, e io sono qui, con questo piede “zoppo e malato”, come lo chiami tu, che cerco di non farmi venire una botta di nostalgia per la bellissima estate che abbiamo trascorso, l’estate de “L’isola dei tesoro” e di “Robin Hood”, della nuotata allo scoglio dello stellino e al vecchio relitto, della bicicletta e dei canestri di sinistro, dei pesci spada alla griglia e dei cornetti vuoti. E allora ho apparecchiato per la colazione di domattina, ti ho messo la tazza di Snoopy e il muffin al cioccolato, ché tu diventi grande così in fretta che è bellissimo e spaventoso al tempo stesso, guardarti così piccolo eppure così forte, e io sono sicuro che non amerò mai nessuno come sto amando te, adesso, mentre metto sulla tavola il barattolo dello zucchero che tu non vorrai, prima di venire a controllare se è tutto ok con le coperte, se non hai troppo caldo, se non hai troppo freddo, se fai buoni sogni, la notte prima del primo giorno di scuola.