MILITARE, o delle canzoni che uscivano nel 1994

Io al militare non ci voglio andare, cosa devo dire cosa devo fare?

Il nome di Fabrizio è noto a molti degli addetti ai lavori di certo rock italiano – vorrei dire tutti, ma la realtà è che non sono abbastanza addentro a tutta questa storia e a questa scena per poter dire se sono pochi o molti. Così come lo studio IRA di Firenze è stato per un certo periodo di tempo un luogo abbastanza mitologico – vorrei dire il centro della musica rock di quel tempo, ma ancora una volta non sono abbastanza addentro etc etc. All’epoca dei fatti, Kurt Cobain era ancora vivo e vegeto, e questo, se volevi fare musica rock in un certo modo, era un fatto con cui dover fare i conti, volente o nolente. Il 1992 era stato un gran casino in generale, tra Mani Pulite/Tangentopoli, le stragi di Capaci e Via D’Amelio, John Frusciante che lascia i Red Hot Chili Peppers durante il tour, l’ascolto reiterato di Innuendo e Nevermind, addirittura qualche radio un filo più coraggiosa passava già Creep, e insomma il messaggio che gli anni ottanta avessero rotto un po’ a tutti fosse giunto il momento di marcare una netta discontinuità con gli anni ottanta passava forte e chiaro fino alle sonnacchiose città di provincia del centro Italia, in quel 1993 che mi vedeva muovere i primi passi al Liceo Scientifico di una città che da molti era vista come uno degli epicentri della musica in Italia, per quel festival musicale gratuito che diventava ogni anno più grande. Fabrizio lo conosco davvero giuro solo di vista e l’ho incontrato solo una volta di persona, credo, e anche se abbiamo qualche amico in comune su Facebook, sono assolutamente certo del fatto che lui non abbia giustamente la minima idea di chi sia io. Eppure, in quella che è una mia ricostruzione assolutamente arbitraria dei fatti, è stato coinvolto a vario titolo nella realizzazione di un disco che ha segnato l’inizio di certo rock in italiano (Terremoto, dei Litfiba, realizzato a fine 1992 e pubblicato all’inizio dell’anno successivo, preceduto dal singolo “Maudit”) e nella realizzazione del pezzo che ne ha decretato definitivamente la morte, nel 1999, nonostante i mai abbastanza lodati intenti umanitari – che poi sono il motivo per cui alla fine il cd singolo me l’ero comprato pure io.

Credo di non aver mai conosciuto nessun gruppo così ossessionato dal voler fare successo come lo erano i Negrita. Anche qui, il campione da me preso in esame sicuramente non è rappresentativo, e alla fine è anche vero che tre ragazzi che si trovano in un garage con una chitarra, un basso, una batteria e un microfono lo fanno con la voglia un giorno di suonare davanti a una folla anche più grande di quella del Modena Park di qualche anno fa, o nella peggiore delle ipotesi di essere i nuovi Verdena, ma quello che voglio dire è che sostanzialmente un’analisi di quelli che sono stati i loro primi lavori è la fotografia di una ricerca continua di suonare le cose che andavano di moda in certi giri negli anni in cui quei dischi uscivano. Il loro primo album esce a marzo del 1994 dopo che i brani erano stati di fatto registrati ad agosto 1993, a Firenze, IRA studios, Fabrizio, eccetera. “Terremoto” ha funzionato alla grande, è stato in testa alle classifiche di vendita in Italia, grazie all’attualità e all’efficacia di certi suoi passaggi testuali (“dentro i colpevoli e fuori i nomi”; “e le stragi senza nome tutte passano da Roma”) e a una forma musicale al passo coi tempi:  chitarre suonate un po’ come se fosse il Black Album ma senza esagerare, un accenno di scratch in apertura di un pezzo per strizzare l’occhio alle prime posse italiane, cantato teatrale ma più centrato rispetto alle esagerazioni istrioniche del disco precedente, è un disco che fa tagliare i ponti ai Litfiba con tutto ciò che resta della fanbase del periodo new wave, ma appunto, siamo nel 1993, c’è stato tutto il casino del grunge e di Mani Pulite/Tangentopoli e insomma, non è che potevamo stare lì indifferenti a cantare Love, love will tear us apart again così, come se niente fosse successo, stesse succedendo, stesse per succedere. Insomma, dicevamo i Negrita. Nel 1990 pubblicano un 7”, che all’epoca si chiamavano ancora 45 giri, non si chiamavano ancora Negrita ma Inudibili (giuro che si chiamavano così) e insomma, ecco, non è un debutto che ha fatto le onde. Però amano il rock e il blues in egual misura, e dal vivo funzionano, così ecco che in quell’agosto del 1993, mentre in Italia “Maudit” la si poteva sentire perfino in discoteca, a patto di arrivare a inizio serata, i Negrita e Fabrizio si chiudono in studio per registrare il loro primo, omonimo album. L’idea di massima per come me la immagino io deve essere stata quella di massimizzare l’effetto scia di “Terremoto” ma inserendo qualcos’altro nel frullatore per non farlo sembrare una copia. E allora ecco che al rock in voga in quel fatidico 1993 viene concesso di sconfinare un po’ nel blues e soprattutto di assimilare e reinterpretare la lezione di Blood Sugar Sex Magik, buttando nel calderone un tot di passaggi di funky e un tributo ai RHCP che è piuttosto chiaro fin dal primo logo della band, una donna di colore con acconciatura simil-mohicana che stringe tra i denti un peperoncino rosso al posto di un sigaro.

Il logo dei Negrita.

Il tributo poi si spinge così in là che nel videoclip del primo singolo estratto dal disco, “Cambio”, suonano completamente nudi come era solita fare la band californiana al tempo. Non c’è Flea, non c’è Anthony Kiedis, ci sono tanti, troppi ascolti dei Rolling Stones, e alla fine quello che ne viene fuori è tutto tranne che il Blood Sugar Sex Magik italiano, per fortuna nostra e dei Negrita.

Al lettore di oggi potrà sembrare strano o anacronistico come un telefono a gettoni, eppure vi giuro che in quegli anni ferveva un certo dibattito sull’opportunità o meno di mantenere la leva obbligatoria in Italia, dibattito che ancora oggi, a distanza di un quarto di secolo, potremmo riassumere agilmente nei due poli opposti “ma perché mai dovrei dare un anno della mia vita allo Stato, per prepararmi ad una guerra che spero proprio non ci sarà mai?” versus “glielo darei io un anno di militare, vedi come tornano a casa con la schiena dritta” (questa seconda, con minime varianti, ancora molto in voga). Ovviamente si tratta di due posizioni così lampantemente inconciliabili che, appunto, non si sono mai incontrate, e siccome il ragionamento in prospettiva della classe politica era stato “i vecchi moriranno e i giovani si ricorderanno che ho permesso loro di sfangare questa cosa del militare e mi ameranno per sempre, inconsciamente”, a un certo punto si è deciso che i giovani italiani non dovevano più avere a che fare con questa faccenda della leva obbligatoria, anzi, del militare. Si metta a verbale, per la cronaca, che lo scrivente è stato riformato.

Non so bene quanto peso abbiano avuto nel dibattito i cantanti che in quel momento si schierarono, immagino un po’ per amore e un po’ per calcolo, contro la leva militare obbligatoria, in modo più o meno aperto e più o meno bislacco. Tendenzialmente direi “nessuno”, e tutto sommato è anche giusto così, dai: vi immaginate un governo che si fa influenzare nelle proprie scelte politiche da quello che dice un cantante in una canzone? Certo, da un lato la faccenda avrebbe un suo fascino suggestivo, dall’altro sarebbe una specie di incubo. Non so neanche chi avesse cominciato, ma in quegli anni si passò dal goffo Jovanotti di “Asso”, quando ancora nei testi  gli scappava qualche parolaccia, a degli ispirati Litfiba (“trasforma il tuo fucile in un gesto più civile” è un verso che quasi ti permette di scordare tutto quello che è successo da “regina di cuori” in poi, a meno che non ti parta uno qualsiasi di quei pezzi mentre stai scrivendo un post e hai lasciato attiva la riproduzione casuale di YouTube). Insomma, il filone “facciamo una canzone contro la leva obbligatoria” funzionava, e i Negrita ci si buttarono a pesce, ma non con l’insulsa marcetta de “la storia di uno, di uno regolare, che poi l’hanno mandato a fare il militare”, né col rock riflessivo di “un anno è un secolo, 365 croci, e la tua privazione mi taglia la testa”: la loro idea, in questo pezzo più che in altri, è di fornire una sorta di “Give it away” nostrana, con ovviamente la connotazione impegnata che nel periodo 1992-94 era un po’ un obbligo del rock, finché non sono arrivati gli Interno17, i Marlene Kuntz, gli Afterhours, e la musica c.d. impegnata si è spostata sulle vie del folk sulle quali, permettetemi, mi astengo dal formulare qualsiasi giudizio che non sia orale e successivo a due Negroni e/o tre Gin Tonic.

Ho sentito parlare coscientemente per la prima volta dei Negrita in un giornale studentesco che veniva diffuso nelle scuole di tutta la città e che si chiamava “La Testata”, che tutti prendevamo per la parte relativa agli strafalcioni dei professori e in pochi si prendevano la briga di leggere per intero, e insomma io ogni tanto mi leggevo gli articoli che c’erano, e mi ricordo che c’era questa tizia che scrisse che quando sentiva suonare i Negrita gli si accendeva qualcosa dentro, insomma, ci siamo capiti. Cioè, io lo sapevo che c’era questo gruppo di cui il cantante era mio compaesano, e ogni tanto lo vedevo anche al bar della piazza del paesino, ma c’era voluta la recensione su “La Testata” di una tizia di cui non ricordo assolutamente il nome per farmi fare 2+2.

Insomma, la scelta di opporsi alla leva obbligatoria in genere paga, dicevamo, e a quel tempo, come per buona parte della loro carriera finché li ho seguiti, prima sotto il palco ai concerti e poi distrattamente ma con l’affetto che si riserva ad uno dei tuoi concittadini che in un modo o nell’altro ce l’hanno fatta.  E allora ecco i Negrita, una band rock con la fedina penale pulita, che confezionano questi tre minuti e trentanove dove tutto sembra essere al posto giusto. Già, sembra. Perché poi quando viene scelto il primo singolo per promuovere il disco, non si sceglie questo pezzo dal ritornello che ti entra nella testa dal primo ascolto, no, si va per la più tradizionale – musicalmente parlando – “Cambio”. Eppure cavolo, davvero funzionava tutto in “Militare”, dalla sezione ritmica, a certi passaggi del testo ben riusciti (“ragazzi che si sparano o che vengono ammazzati, altri escono sfatti o impazziti”), ad un ritornello che era impossibile non imparare, nella sua essenzialità:  io al militare non ci voglio andare, cosa devo dire cosa devo fare. Una roba talmente ben studiata che perfino i miei amici del mare, nell’estate dei miei quindici anni, mentre in campeggio aspettavamo di andare in spiaggia, ogni tanto sovrappensiero canticchiavano “io al militare non ci voglio andare…”. Durò poco, i Red Hot Chili Peppers con l’avvento di Dave Navarro erano diventati una cosa completamente diversa, i Radiohead iniziavano un cammino ventennale di catarsi da ”Creep”, Kurt Cobain aveva deciso che per lui poteva bastare così, ai fasti di Tangentopoli/Mani Pulite era seguita la fase del Nuovo Miracolo Italiano, qualcuno già ascoltava dischi hip hop in italiano, e insomma, cambiato lo scenario cambiata la musica. I Negrita fecero uscire dapprima un mini-album di sei tracce in cui cercarono di far evolvere il discorso intrapreso con il primo disco, salvo poi dare un taglio netto con un sound che non interessava più a nessuno per virare verso un rock molto più – boh – radiofonico, abbandonare Firenze, gli IRA Studios, i Red Hot Chili Peppers eccetera eccetera – ricordo distintamente che al primo ascolto di “XXX” la prima domanda che mi feci fu “ma non c’è più Pau a cantare?”, tanto era pulito il timbro di voce, irriconoscibile rispetto a quello così caratteristico e graffiante dei primi due album, ma va bene così, Aldo Giovanni e Giacomo si accorgono di loro, prendono una loro canzone per inserirla nel film che diventò uno dei più grandi successi di botteghino del 1998 e conseguentemente li lanciano nell’Olimpo dove erano sempre voluti arrivare grazie ad uno dei pezzi più convenzionali che abbiano mai scritto. Fa abbastanza scuola il fatto che il loro disco per certi versi musicalmente più significativo e compiuto sia stato composto in un momento storico e artistico in cui non avevano assolutamente nulla da dimostrare a nessuno, “Radio Zombie”, che infatti vende forse la metà delle copie di “XXX” e li porta successivamente a dare alle stampe un loro Greatest Hits I integrato da qualche inedito – memorabile la battuta di un mio amico fraterno e compagno d’università alla scoperta che il singolo nuovo si chiamasse “My Way”: “cioè, hai fatto una canzone tipo sei anni fa che si chiamava A modo mio, ma t’accorgi?” e a tornare rapidamente sui propri passi, ossia la reiterazione di un rock sempre meno hard, o blues, o funky, e sempre più – boh – radiofonico, che va avanti con alterne fortune ancora oggi, che se mi metto a fare i conti scopro che è passato più di un quarto di secolo e ancora sulla scena politica c’è Berlusconi, imperterrito e inamovibile. Ora, mi rendo conto che la mia può sembrare una critica in qualche modo feroce o pungente alla band, ma la verità è che semplicemente le mie orecchie e le loro note hanno preso strade diverse – si cresce, si cambiano gusti, mi è capitato con gli U2 vuoi che non potesse capitarmi coi Negrita? – ma comunque con la coda dell’occhio sto attento a quello che fanno, sperando in cuor mio che un giorno o l’altro Pau torni a guidare la sua Volvo Polar e a cantare con quella voce graffiante che aveva a inizio carriera, li guardo con l’affetto con cui si guarda ad una fidanzata dei tempi del liceo, sperando che tutto gli vada bene anche se consapevoli che quello che gli capita non è più affar nostro. Che poi io, nell’estate del 1995, quella successiva a quando si svolsero i fatti narrati, andavo ancora al mare nello stesso posto e dichiaravo, fieramente e a petto in fuori, di essere concittadino dei Negrita – di chi? – dai, di quelli di “io al militare non ci voglio andare, cosa devo dire cosa devo fare”, la cantavi sempre l’anno scorso. No, boh, non la conosco, magari ti sbagli con qualcun altro. Va beh, per me faranno strada, ne riparleremo tra qualche anno, sai, vengono dalla mia città. Dai, stavolta tocca a te, caccia cinquecento lire per il Juke-Box, cosa mettiamo? No dai, se metti ancora gli 883 non te li do i soldi, li metti coi tuoi, che poi anche loro, da quando se n’è andato Repetto, io boh.

Bisogna saper perdere.

Ho avuto a che fare con Giorgio Barbareschi per la prima volta durante la stesura della Guida NBA de La Giornata Tipo 2019-2020. Dopo pochi giorni, ricordo che mise un video su Facebook in cui schiacciava a canestro in totale scioltezza, e la didascalia era una cosa del tipo “beh, non me la cavo male per avere 42 anni”. Ho rosicato molto. Superato l’impatto iniziale, ne ho avuto l’impressione di una persona molto alla mano, meticoloso, competente e al tempo stesso rilassato. Ho saputo solo dopo del suo passato da sportivo professionista. Vi dico com’è il tipo di impressione che mi sono fatto di lui perché è proprio per questo che penso che sia adattissimo ad aver scritto un libro sulle sconfitte sportive. In parole povere, direi che è perché quando si è praticato uno sport ad alto livello come ha fatto lui, si riesce a ponderare in modo diverso vittoria e sconfitta. E questa selezione di storie, dove l’ovvio trait d’union è che si racconta un avvenimento sportivo dal lato di chi ha perso, ci consegna soprattutto quello che splende, “on the dark side of the moon”. Perdere ma farlo a testa alta, perdere perché è l’unica cosa possibile, perdere per intervento esterno, perdere per il braccino, perdere per l’arbitraggio, perdere perché le troppe vittorie hanno dato alla testa, perdere perché tutti si aspettano che tu vinca. Ci sono sconfitte di ogni tipo, nello sport (che come spesso accade è anche metafora della vita), ma da ognuna di queste sconfitte possiamo trarre insegnamento: come sportivi, e quindi come persone. Il tutto raccontato con uno stile fluido, che ci narra il dramma interiore dello sportivo senza scadere in inutili esercizi di retorica: la cosa più difficile di questo libro, alla prova dei fatti, è quella riuscita meglio. Devo essere onesto: le scelte mi trovano d’accordo in nove casi su dieci, con la ragguardevole eccezione dell’ultimo capitolo, riguardante il calcio. Ma non perché la storia raccontata da Giorgio non sia affascinante, anzi, al contrario. Lo è in un modo che trascende la sconfitta e la vittoria, però. Il calcio è ingiusto, profondamente ingiusto, forse è uno degli sport più ingiusti, dove si può dominare per tutta la partita e venire puniti da un episodio, e allora le “sconfitte più brucianti” che mi vengono in mente sono altre: il Bayern Monaco che perde la Champions League dopo essere stato in vantaggio per 1-0 fino al novantesimo, il Milan che si fa rimontare da 3-0 a 3-3 per perdere ai rigori; l’Italia che perde gli Europei del 2000 al golden gol. Ma il bello di un libro come questo, alla fine, è anche pensare a quali storie ci sarebbe piaciuto leggere, o raccontare.

Che ne dici, Giorgio: ci possiamo aspettare in un prossimo futuro un “Bisogna saper perdere – volume 2”?

Emma.

Emma, come sei bella. Lo giuro con tutto me stesso, non avrei potuto immaginarti bella come sei in realtà. Vederti nascere è stata un’emozione della stessa intensità e insieme completamente diversa rispetto a quella della nascita del tuo fratellone. Tutto quello che c’è stato in questi nove anni ci ha portati al giorno del tuo arrivo – persone completamente diverse da come eravamo nel 2011 – con un nodo alla gola, un insieme di tensioni alla bocca dello stomaco, sarà il 2020, sarà l’età, sarà che sei una gioia che non credevo che la vita mi avrebbe più concesso, sarà che quando ti ho tenuta in braccio eri così piccola, non pesavi niente, eppure avevi quegli occhi così belli che solo a ripensarci mi commuovo ancora, a questo parto strano, a questi giorni in ospedale senza nessuno intorno, a questa vita che ci aspetta fatta di gel per le mani e mascherine, di distanze precauzionali e videochiamate, a questa sensazione che andrà tutto bene adesso che ci sei tu, Emma, che ti ha mandata la mia nonna, volata in cielo su una stella poco prima che tu venissi concepita, lei che era diventata bisnonna per ben sei volte ma aveva avuto solo pronipoti maschi, tutti e sei, e allora ha deciso che era giunto il momento di farsi da parte e regalarci te, che non conoscerai il nonno Giorgio e che mi hai aiutato a rimettere tutto nella giusta prospettiva. Mi sono commosso tanto, quando sei arrivata, perché non avevo mai potuto vederti nelle ecografie se non all’inizio del percorso di gravidanza, dovevo affidarmi ai racconti della mamma che mi diceva che crescevi e che lei stava bene: per questo quando sei nata mi sono sciolto come neve al sole. Perché ho trattenuto il respiro dall’inizio del lockdown alle 17:20 del 28 agosto

E allora benvenuta, Emma. La vita, con te, non sarà mai più la stessa, ma sarà sicuramente meglio di prima.

Un patto per orizzonti migliori

La questione è semplice, ed è inutile girarci troppo intorno. Ho deciso di candidarmi alle prossime elezioni comunali di Arezzo, e di farlo con Daniele Farsetti per la lista “Patto Civico per Arezzo“. L’ho reso pubblico, spiegando brevemente le ragioni della mia candidatura, con questo post su Facebook, in cui condividevo questo articolo di Arezzo Notizie. Chi mi conosce, sa che la passione per la politica non è una cosa nuova. Per chi invece non mi conosce, anche questo blog è uno strumento dove, più che raccontare me stesso, vorrei ascoltare cosa avete da dire.

Alexy Bosetti, il calciatore ultrà

Alexy Bosetti è con ogni probabilità il personaggio più autenticamente anticonvenzionale del calcio europeo contemporaneo. Vero fino al midollo, in un mondo sempre più spesso plasticoso e artefatto, Bosetti è probabilmente destinato a non diventare mai “qualcuno” più per una questione identitaria che per il mero fatto tecnico.

1. Cose che attengono al rettangolo di gioco.

Il mondo del calcio transalpino comincia a mettere un occhio, anzi tutti e due, su Alexy Bosetti, nel 2012, quando il Nizza si aggiudica la prima Coupe Gambardella della sua storia grazie a 10 reti dell’attaccante nato e cresciuto nella città vecchia, e di origini italiane come una parte consistente degli abitanti del capoluogo della Costa Azzurra. Per lui, in totale, i gol nell’under 19 del Nizza saranno 37. I primi minuti in Ligue 1 a 19 anni in una gara di fine campionato contro l’Olympique Lyonnais, molto più spazio nella stagione successiva, conclusa con i suoi primi gol (2) da professionista con la maglia rossonera in partite di coppa e la convocazione per il Mondiale Under-20 di Turchia. Mondiale che poi i bleuets, che avevano in rosa anche Pogba, Kondogbia e Digne, si aggiudicano battendo in finale l’Uruguay ai rigori. In finale, Bosetti farà il suo ingresso in campo al 65esimo per poi venire a sua volta sostituito nei supplementari. Quanto basta per scriversi nella bio su Twitter “Champion du Monde U20”, e mica male, scusate, cosa avete fatto voi? Poi due stagioni nella prima squadra aiglon, 46 apparizioni in campionato e 10 gol,

(tra cui questo, al Bordeaux)

il debutto nel playoff di Europa League andato male contro l’Apollon Limassol, per le prime gare europee del Nizza dai tempi della Coppa delle Coppe 1997-98 disputata quando i rossoneri militavano in Ligue 2 e Alexy andava all’asilo. In pratica, un giocatore che è tifosissimo della propria squadra, pazzamente innamorato della propria città, che non vorrebbe giocare in nessun altro posto al mondo, ed è anche pagato per fare quello che con ogni probabilità avrebbe fatto anche gratis: a 22 anni, Bosetti ha grosso modo realizzato il suo sogno di sportivo. Ed è a questo punto che vien fuori il lato oscuro della Luna: al Nizza capita l’occasione di prendere uno nel suo ruolo, che senza nulla volergli togliere, è un tantino più forte. L’arrivo di Hatem Ben Arfa – e quello di Valère Germain, oltre alle scelte di Claude Puel, fanno capire ad Alexy che è meglio trovarsi un’altra casacca da indossare, in attesa di tempi migliori per lui. A quell’età, ovviamente, la priorità deve essere quella di giocare, possibilmente segnare, e se a Nizza non c’è spazio è bene farlo altrove. Ma Bosetti, dopo qualche presenza nel Nice II che gioca in terza serie francese, fa una mossa un po’ strana: resta in Francia, ma scende di categoria, nonostante diversi club di Ligue 1 (e anche qualcuno di Serie A, a quanto è dato sapere: in momenti diversi si è parlato di Genoa, Carpi, Sassuolo e in misura minore anche di Inter e Lazio) abbiano mostrato segni di interesse nei suoi confronti. Va al Tours di Marco Simone, un club che avrebbe anche avuto qualche ambizione di promozione ma che poi, alla prova del campo, ha ben presto dovuto abdicare a tal proposito. E si presenta con un gol niente male.


(sveglia, portiere!)

Peccato però che Simone non lo veda granché bene come punta, e che lo veda anche un po’ fuori forma fisica. Il suo periodo in maglia celeste termina con quest’unica rete e un totale di 13 presenze di cui solo 9 in campionato. Ritorno a Nizza e nuovo prestito, questa volta all’estero, ai norvegesi del Sarpsborg FC, che giocheranno pure in serie A, ma tutto sommato non hanno la fama di squadrone, visto che più o meno stabilmente veleggiano a metà classifica. Un campionato che dovrebbe essere ampiamente alla portata del talentino francese. Invece la sua esperienza a Sarpsborg parla di 2 apparizioni da subentrato in campionato per 38 minuti totali, e una presenza con un gol in coppa. Tre mesi da incubo, con un allenatore che parlava ai giocatori solo in norvegese, e ritorno nella Nizza Vecchia a gambe levate. Il Bosetti del 2012 e del 2013 era un giocatore in rampa di lancio, quello del 2016 è un calciatore da ritrovare. E ci riproverà da Nizza, dove per ora però è di nuovo confinato nella squadra B, dove ha giocato (e segnato su rigore) nella seconda di campionato. Il desiderio del giocatore, dopo l’addio di Claude Puel che a quanto pare gli rimproverava il suo scarso impegno in allenamento – non solo quello, ma poi ci arriviamo – è quello di giocarsi una chance a Nizza col nuovo allenatore Lucien Favre. Non c’è più Ben Arfa, non c’è più Germain, e non è che per ora siano stati rimpiazzati da Messi e Cristiano Ronaldo; quindi l’aspirazione di Alexy, oltre che auto-motivazionale, ha anche una sua valenza tecnica che ci può stare. Se non fosse che.

2. Tutto quello che sta fuori dal rettangolo verde, o quasi.

(Alexy Bosetti con la maglia dello sfortunato compagno di squadra Kevin Anin, paralizzato dopo un incidente stradale)

Fino a qui tutto normale, ecco. Abbiamo parlato di un calciatore che da giovane era una promessa. Dotato di buona tecnica, sufficientemente rapido, magari non proprio un Marcantonio (1,70 per 65 kg circa) ma che compensa le carenze alla voce “doti fisiche” con un buon opportunismo. Una promessa che potrebbe rivelarsi un’eterna promessa. E capirai, ce ne saranno un milione. Eppure, lo abbiamo detto in apertura del pezzo e lo ribadiamo, Bosetti è un calciatore unico o quasi nel panorama europeo. Perché Bosetti non è Ibrahimovic, che si è dichiarato “tifoso sin da bambino” di un numero incalcolabile di squadre per mera convenienza mediatica. Bosetti non è neanche semplicemente “tifoso” del Nizza, no. Alexy Bosetti è un ultrà del Nizza, ed è dannatamente fiero di esserlo. Non è il classico ragazzo “cresciuto nel vivaio della squadra della sua città”, ma è piuttosto uno che è “cresciuto in curva sud” dello Stade du Ray. I suoi numerosi tatuaggi (che gli valsero il soprannome di Tattoo man tra i compagni di nazionale under 20) raffigurano gente come Albert Spaggiari, quello della “rapina del secolo a Nizza”, Jacques Medecin, per 24 anni sindaco di Nizza, e soprattutto il teschio trafitto dal coltello simbolo della disciolta (dal Ministero degli Interni francese, per atti di violenza) Brigade Sud Nice 1985, o più semplicemente BSN. Ha un account twitter gestito in totale autonomia, senza filtri o social media manager, dove si riesce a capire qualcosa in più del personaggio: foto di partite viste dalle curve (a Milano i tifosi dell’Inter lo considerano uno di casa),

retweet di supporto ad alcuni gruppi del tifo organizzato di varie città europee, tweet in italiano (come questo, subito dopo l’attentato alla Promenade des Anglais),

passione per gli sport americani (tifa gli Charlotte Hornets e in generale segue molto la NBA). Bosetti è un appassionato di sport in generale, con una simpatia mai nascosta anche per la nazionale italiana di calcio.

Ed è proprio per questo suo essere “vero fino in fondo” che gli ultras del Nizza lo amano incondizionatamente – ricambiati – e il resto delle curve di Francia, tranne qualche eccezione, lo odia. Ed il fatto di essere un antieroe, un po’ come certi personaggi dei fumetti Bonelli, fa sì che con lui non ci possano essere mezze misure. I tifosi del Bordeaux lo chiamano “la pute de la BSN”, quelli dell’Olympique Marseilles gli cantano “J’ai niqué ta mère”, entrambe espressioni francesi che non ci dovrebbe essere troppo bisogno di tradurre, diciamo non del genere che potreste trovare nel Galateo di Monsignor Giovanni Della Casa. E se è vero, come è solito dire LeBron James, che haters gonna hate, e che i cori contro fatti dalle tifoserie avversarie hanno spesso l’effetto contrario di esaltare il calciatore che ne viene fatto oggetto, soprattutto se si tratta di un ultrà, il punto vero è che questo suo modo di essere, a Bosetti, alla fine del salmo sta portando forse più rogne che benefici. Perché Bosetti, dovunque vada e qualunque cosa faccia, è ormai, in primo luogo, il “calciatore ultrà” ancor prima che l’attaccante campione del mondo under 20. Ovvio che lui se la sia cercata e voluta fino in fondo, ma l’esistenza stessa di un calciatore come Alexy ci obbliga tutti ad interrogarci su quanto sia profonda la nostra conoscenza del mondo del tifo organizzato. Perché di lui, il suo ex allenatore, in una conferenza stampa, ha sentito in un certo senso il bisogno di dire che ecco, tutto sommato, anche un po’ meno di identità andava bene uguale. Perché si è beccato una squalifica di una giornata per aver esultato sollevando la manica per mostrare un tatuaggio ai tifosi dell’OM dopo un gol in Coppa nella pazza partita OM-Nizza 4-5. Perché gli sono state attribuite simpatie di destra, per via di un’esultanza che ricordava la quenelle, il saluto nazista al contrario, e che però non lo era – ma in realtà, almeno stando al suo account Twitter, non viene palesata alcuna opinione politica, anzi, rispetto ad alcuni giocatori noti per le loro simpatie politiche e per questo idoli delle loro curve (tipo Di Canio o Lucarelli, per capirsi), siamo davvero su un altro pianeta. Perché quando Puel gli ha fatto capire che per lui a Nizza ci sarebbe stata tanta panchina e tanta tribuna, lui, pur di non dover affrontare Le Gym da avversario, ha pensato che fosse meglio scendere di categoria. Perché quando parla di “mentalità ultrà”, Bosetti fa una considerazione giustissima, e che trascende l’opinione che ognuno può avere in merito: molta della gente che parla di ultras, di mondo delle curve, di mali e di soluzioni, spesso, non ha una vera conoscenza della questione, e quindi parla di cose che non sa, o comunque che conosce solo in parte. Non dovrebbe esserci vergogna ad ammetterlo, questo ci dice Bosetti, non è che ci si può intendere di ogni cosa. Eppure, nella zona grigia in cui il calcio si incontra con la politica, questo calciatorino del ’93 pieno di tatuaggi, di cui almeno un paio riconducibili a criminali veri o presunti, che tutto sommato non è Messi e non è Griezmann, alla fine è un personaggio un po’ scomodo. Per cui ok, vuoi fare il calciatore ultrà? Liberissimo di farlo, ma non aspettarti una mano da nessuno, o quasi.

3. Torniamo in campo, va’.

(ecco come te la vinco al 94esimo. Rientrare dal fuorigioco chi?)

Eppure la sensazione che Bosetti sia un giocatore vero c’è. Perché alcuni dei suoi gol sono stati davvero di pregevole fattura. Perché a dispetto del fisico, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Perché quando gioca non lesina mai impegno e abnegazione. Perché fa spogliatoio. Perché di calciatori banali ne abbiamo fin troppi. Perché non vinci così tanto nelle giovanili, da protagonista, per caso. Perché è uno che ha lottato per realizzare un sogno, giocare e segnare con la maglia della squadra del cuore, e ci è riuscito. Perché alla fine saper giocare a calcio non è una cosa che si disimpara a 23 anni. Intanto, Alexy ha dimostrato grande umiltà nel chiedere di potersi giocare le sue chances a Nizza, come faceva quando sia lui che l’altro golden baby rossonero Neal Maupay, anche lui costretto a scendere di categoria per trovare spazio dopo una stagione a St. Etienne, sembravano destinati ad un radioso avvenire. Favre lo ha schierato in qualche amichevole, poi lo ha girato alla squadra B. Bosetti si è adattato, ha fatto quello che gli è stato chiesto, è tornato in campo con quella maglia che per lui, fuor di retorica, è una seconda pelle. Consapevole che il calcio professionistico è uno sport che non conosce pietà o riconoscenza, Bosetti continuerà a provarci. E se un giorno decidesse di tentare la sorte al di qua di Mentone, sicuramente varrebbe la pena di andarlo a vedere.

(Articolo pubblicato originariamente su Crampi Sportivi il 31 agosto 2016)

Poppi Basket: mezzo secolo di storia sotto canestro.

“Cronistoria di una passione: la pallacanestro”. Si intitola così l’annuario dattiloscritte che raccoglie il resoconto delle prime stagioni del Poppi Basket, che inizia nel 1970 “con la costruzione del campo sito in località Bramasole” e la costituzione del Basket Club Poppi. A Poppi, in realtà, l’incontro con la pallacanestro era avvenuto già un paio d’anni prima, su iniziativa del professore liceale Cesare Betti, che aveva iniziato ad insegnare questa pratica sportiva ai suoi alunni. L’amore per la palla a spicchi prese subito piede a Poppi, ed è una fiamma che non ha mai smesso di ardere da allora. Come ci raccontano, con giustificato orgoglio, Massimiliano Pancini e il presidente Stefano Risaliti. “Il numero di affiliazione FIP è lo 001878, ed è lo stesso dal 1970. Questo fa di noi una delle società cestistiche più longeve della Toscana, perché i nostri 50 anni sono continuativi, non ci sono mai stati fallimenti o altro.” La squadra fa il suo esordio nel campionato di prima divisione 1970-71, con dieci sconfitte in altrettante partite, ma la passione non si affievolisce. Il 15 aprile 1973 arriva la prima, storica vittoria del B.C. Poppi: 56-47 contro Sansepolcro. ScanImage001“Oggi, oltre al settore giovanile che è la cosa per noi più importante in assoluto, abbiamo la prima squadra che milita nel campionato di prima divisione e una squadra nel campionato UISP, nata dalla fusione con il Basket Casentino. C’è basket per tutte le età, a Poppi, dai 4 ai 60 anni!” Ci dice il presidente. Il Basket Club Poppi ha interrotto la propria attività agonistica – volontariamente – solo nel 1992, quando scomparve a soli 36 anni Renato Bindi, a cui oggi è intitolato il palazzetto dello sport. Un palazzetto la cui costruzione è iniziata nel 1989 e terminata nel 1990, anno in cui venne inaugurato.

Palazzetto che è un po’ gioie e dolori dell’attuale società del B.C. Poppi, giusto, presidente Risaliti?

Purtroppo il palazzetto oggi come oggi presenta tutta una serie di problematiche che ci danno non pochi pensieri, soprattutto in ottica futura. Quando è stato costruito, infatti, il comune di Poppi era classificato come “non sismico”, ma coi recenti adeguamenti normativi (quelli successivi al crollo della scuola di San Giuliano in Puglia) tutti gli edifici devono rispondere a standard antisismici ben precisi. Pertanto, il palazzetto è oggi non in regola con tali normative e necessiterà di adeguamenti strutturali, che verranno effettuati, a meno di cambi di programma dell’ultimo momento, a partire da giugno del 2020. Questo ci mette un bel po’ in difficoltà, perché non sono molte le strutture in grado di ospitare questo tipo di attività sportiva nei dintorni, e francamente vorremmo evitare di spostarci troppo per non perdere la nostra base di praticanti. Se il palazzetto, come sembra, resterà chiuso per la prossima stagione sportiva, stiamo valutando di spostarci a Strada o a Soci, in modo da ridurre il più possibile gli spostamenti per i nostri tesserati. Poi certo, i problemi sono anche altri…

Cioè?

Il fatto che il palazzetto sia in promiscuità d’uso, cioè al mattino sia a disposizione delle scuole e di pomeriggio delle società sportive (quindi principalmente del basket) fa sì che questa sia una struttura molto utilizzata, con tutto quello che ne consegue in termini di usura della stessa. Tutte le squadre del basket, più tre scuole superiori: numericamente, si può dire che il palazzetto sia sempre pieno. Una volta qui c’era un custode, adesso non c’è più neanche quello. Le scuole fanno del loro meglio per lasciare tutto pulito e in ordine, ma si sa come sono i ragazzi… Per questo speriamo che la chiusura del palazzetto possa diventare un’opportunità per realizzare qualcosa di ulteriore da affiancare al già esistente. Un po’ come hanno fatto ad Arezzo accanto al palasport Le Caselle, con una tensostruttura, realizzabile con un intervento economico tutto sommato contenuto, in modo da poter avere due alternative per la pratica sportiva nel nostro territorio. Magari proprio nella zona dove c’era il vecchio campetto da basket.

Purtroppo in questi ultimi anni le risorse economiche sono un problema, per le amministrazioni pubbliche ma ancor di più per le società sportive…

Noi ogni anno spendiamo diversi soldi per fare in modo che tutto nel palazzetto sia in ordine, a cominciare dagli spogliatoi nei quali investiamo almeno mille euro l’anno. Ovvio che gli sponsor aiutano, così come le quote che versano i ragazzi, ma non di rado noi dirigenti ci siamo frugati in tasca, tutto in nome della passione che abbiamo per questo sport. Certo, l’impegno dà i suoi frutti, ma non è facile, un po’ perché il calcio fagocita tanto del (poco) denaro disponibile per le società sportive, oltre ad avere di gran lunga un numero più elevato di tesserati e quindi di famiglie che ci gravitano intorno, ma a volte mi viene da pensare che anche negli anni della serie C, a fine anni novanta, forse avremmo potuto investire meglio i soldi che allora avevamo a disposizione…

In che modo, per esempio?

L’esempio più lampante di questo discorso è questo: Poppi è una società che ha ormai 50 anni di storia, eppure a Poppi non abbiamo né un allenatore provvisto di patentino né un arbitro. In tanti ci hanno provato, negli anni, ma tutti si sono fermati al primo livello. Certo, abbiamo avuto la fortuna di avere con noi Dritan Meli, che nel suo Paese di origine, l’Albania, ha giocato per la nazionale di basket partecipando anche ai giochi del Mediterraneo, e adesso abbiamo anche Paolo Bruschi che gli dà una mano, ma sono sicuro che avremmo potuto costruire meglio. Paradossalmente, facciamo molto di più oggi, con progetti nelle scuole, collaborazioni di vario genere con la SBA Arezzo, la fusione con il Basket Casentino della UISP, la realizzazione e l’installazione di un canestro nella zona delle case popolari…

Quanto è importante per voi far conoscere questo sport ai ragazzi, in particolare ai giovanissimi?

È assolutamente fondamentale, per questo facciamo tutte le cose che ho appena elencato. Il basket prolifera bene dove ha radici profonde, penso ad esempio a piazze storiche per il nostro basket come Bologna, Varese, Milano e Cantù, o ancor di più alla Grecia. Giannis Antetokounmpo ha vinto il premio come miglior giocatore della NBA e viene da lì: dovunque tu vada c’è un campetto: avere più spazi a disposizione è la chiave per fare emergere nuovi talenti, o in generale per invogliare i ragazzi al basket. Perché poi c’è una cosa importante da dire: il tasso di abbandono, una volta che i ragazzi hanno cominciato, è solitamente molto basso. Il difficile è convincere un ragazzo a venire, a provare, soprattutto all’inizio: quando ce l’hai fatta, poi, rimangono quasi tutti. Noi oggi abbiamo circa 60 ragazzi nel settore giovanile, e per incentivare i ragazzi a venire a provare non gli faremo pagare niente fino a gennaio. Anche dopo, abbiamo cercato di mantenere le quote il più contenute possibile: 30 euro mensili per i ragazzi fino a 12 anni, poi 35 fino ai 18.

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E per festeggiare i 50 anni cosa farete?

In 50 anni ne sono successe tante: la serie C a fine anni 90, la vittoria del campionato cadetti 2002, i nostri giocatori che si affermano in categorie superiori: penso a Vitellozzi e Bachini, e a Luca e Matteo Bini, solo per fare qualche nome ma ce ne sarebbero altri. Segno che qualcosa di buono è stato fatto. Per festeggiare il mezzo secolo di storia, organizzeremo qualcosa con tutti loro a fine maggio. Sarà una festa della società, ma soprattutto una festa di questo meraviglioso sport che è il basket.

 

(Articolo uscito originariamente su Casentino Più numero 94)

5 aprile 1994 – 5 aprile 2020

Il giorno che abbiamo saputo che Kurt Cobain si era tolto la vita, il mio mondo era un posto parecchio più semplice di com’è adesso. Non c’erano grandi alternative, il mondo si divideva in chi ascoltava musica pop e chi ascoltava musica rock. Poi le cose hanno cominciato a farsi un po’ più complicate, ma in quel 5 aprile 1994 io avevo 14 anni e mezzo, facevo la prima Liceo Scientifico e ancora non c’erano tanti sottoinsiemi. Io non avevo ancora deciso da che parte stare, facevo un po’ di qua e un po’ di là, e quando si sparse la voce della notizia della morte di Cobain ricordo distintamente le facce di ragazzi e ragazze della mia età, ma soprattutto di quelli più grandi: erano le facce di chi aveva perso un amico, un fratello, un amore sognato. Questa reazione così forte mi incuriosì a tal punto che in un certo senso fu per me necessario capire meglio. All’epoca il mio punto di riferimento musicale erano i Pink Floyd, che avevo scoperto partendo dai Queen grazie a quello che in quel periodo era il fidanzato di una mia cugina. Per me non poteva esserci niente di meglio di loro, e sostanzialmente non avevo neppure troppo interesse a chi usava microfono, chitarra, basso e batteria per cantare rabbie che non capivo, visto che peraltro nel 1994 avevo anche un inglese piuttosto limitato. C’era il rock impegnato, è vero, e c’erano stati “Terremoto” e il primo dei Negrita, che per un quattordicenne di Arezzo era un orizzonte vicinissimo e irraggiungibile. La mia canzone rock preferita di quegli anni era Maudit perché diceva che le stragi senza nome tutte passano da Roma, e il fatto che iniziasse con quello scratch faceva sì che in certe discoteche la passassero dopo le canzoni dance commerciali dell’epoca, senza vergogna, incasinando notevolmente tutti i miei punti di riferimento relativi agli insiemi in cui si divideva il mondo. È bastato il primo ascolto, Smells like teen spirit come tutti, per capire, anzi, per sentire dentro, che la rabbia che gridava Kurt Cobain era la stessa che sentivo io dentro.

Adesso che sono padre, penso a come abbia fatto Kurt a lasciare la piccola Frances Bean, lo penso tanto da quando ho letto la sua ultima lettera, e alla fine capisco: le anime come lui hanno semplicemente un modo diverso di vedere il mondo, hanno occhi diversi. Altrimenti non potrebbero scrivere musica in quel modo. Lo scorso anno ho letto tre libri che a un certo punto parlavano di Kurt Cobain, uno dietro l’altro, senza saperlo, senza pianificarlo, e il lascito che ho dei Nirvana è che quel primo ascolto mi fece capire subito da che parte stare, da lì in poi, e che questa sensazione di mancanza che sentivo dentro da allora e che sento ancora oggi mi avrebbe accompagnato per tutti i miei giorni a venire, e non solo a me, anche adesso che ho qualche capello bianco e di sera, dopo cena, mi infilo gli auricolari e mi riascolto Kurt che grida nel microfono A DENIAL, A DENIAL, A DENIAL, A DENIAL.

We don’t have any real friends

Avevo detto che non l’avrei più fatto. E invece l’ho fatto di nuovo. Con la bellissima copertina di Fabrizio Napolitano, la intro di Max Donghi e la prefazione di Francesco Farabegoli è uscito oggi We don’t have any real friends – a tribute to The Bends. un ebook collettivo che celebra i 25 anni dall’uscita di The Bends. Lo trovate nella sezione che Idioteque.it, il più grande sito italiano dedicato ai Radiohead, gli ha riservato, cliccando qui. Parola magica: è GRATIS.

Come sempre, pareri, opinioni, osservazioni etc etc sono graditi e ben accetti. Buone letture, e approfittatene per ascoltare o riascoltare il disco.