Casa Del Vento – Alle Corde (2022)

La copertina della mia copia, come recapitatami brevi manu da Luca Lanzi davanti alla Feltrinelli di Arezzo

Non credo di averglielo mai detto di persona, perché boh, immagino semplicemente non ci sia mai stata l’occasione e il contesto giusto per farlo, quindi approfitto di questo post per rimediare. Ho la fortuna di conoscere di persona due dei membri della band, e di entrambi ho una grande, grandissima stima personale, che deriva da certe situazioni che ho avuto – in momenti diversi – il piacere di condividere con loro. Storie di battaglie per la tutela dei paesaggi dei miei luoghi natii, storie di difesa della Costituzione, oltre ad esser loro eternamente grato per il disco “Sessant’anni di resistenza“, un album che avrò il piacere e l’onore di condividere coi miei figli, raccontando loro che questo è stato, nei nostri territori, in un tempo tutt’altro che remoto. Questa mia predisposizione favorevole nei loro confronti, che poi è anche il motivo per cui sono stato tra i primi (credo) a sostenere la “produzione dal basso” del loro nuovo album, mi rende poco adatto a doverne parlare in termini di recensione, in quanto in tutto questo preambolo ho già fatto capire come e perché l’oggettività del giudizio sia andata a farsi benedire. E però, a salvarmi c’è un però, i miei ascolti musicali non sono solitamente proprio vicinissimi alle sensibilità della Casa, quindi se preso in mezzo tra questi due estremi ho scelto di non scegliere il silenzio e di parlarvi di questo disco è perché secondo me lo merita. E insomma vabbè, i panni del recensore oggettivo li ho già smessi, quindi vi dico solo che questi dieci pezzi – anzi, dieci round, come sottolinea la grafica dell’album – mi hanno emozionato a più riprese. Nelle lettere ai propri genitori (“Il pane e le spine”, “Raccontami ancora”), in quella al figlio (“La tua vita”), nei pezzi che strizzano l’occhio ai Mumford & Sons (“Danza del mare”) , nelle ballad rock (“Mare di mezzo”, Kenmare”), nei pezzi con più verve (“Alle corde”, “Born in the ghetto” e “Sulla tua pelle”) e in quello più nel solco del folk rock che da anni ormai risuona nella Casa del Vento (“Girotondo a Sant’Anna”).

La pagina del booklet in cui mi ha messo la firma – in penna
rossa da me fornita – non è casuale.

La verità è che sono rimasto ammirato, all’ascolto, dalla capacità di songwriting (lo so, sembro uno che ne capisce, ma la realtà è semplicemente che sono uno che ascolta parecchia musica, e ho l’ardire di saper discernere, almeno a sensazione, se una canzone è stata scritta in modo “curato” o “di getto”, se è artefatta o reale, se è scritta col cuore o con gli algoritmi). La Casa del Vento scrive e interpreta sé stessa e le sensibilità che la abitano, in maniera eccelsa. Ed ecco che anche io, figlio del rock psichedelico, risvegliato dal grunge, ipnotizzato dai Radiohead e dai Massive Attack e nuovamente ridestato dal post rock dei Mogwai e dei Giardini di Mirò, ascolto e riascolto questo album, che ho in infinitesimale parte contribuito a far nascere per la stima di cui sopra etc etc, perché le canzoni che lo compongono non sono realmente quelle che immaginavo di trovarci, ma al tempo stesso sono assolutamente pezzi “da Casa del Vento”, un gruppo di musicisti veri e persone sensibili, che ha trasmesso quel che aveva da dire in questi dieci pezzi (dieci round, pardon!) in maniera schietta, semplice, diretta, con un folk rock appena appena contaminato che a me – degli ascolti di cui poco sopra – lo rende decisamente più orecchiabile. E allora viva la Casa del Vento, che a distanza di oltre vent’anni riesce ancora a scrivere canzoni autentiche. Di questi tempi, merce rara.

#OKComputer25

OK Computer, il disco che amo di più della band che amo di più, ha compiuto 25 anni. Ho pensato di celebrarlo dedicando un post su Facebook ad ognuna delle canzoni del disco. Poiché mi sembra che l’idea sia piaciuta, li raccolgo tutti qui, “per chi l’ha visto e per chi non c’era”.

Un particolare della meravigliosa copertine di Stanley Donwood & Tchock (al secolo Thom Yorke)

Airbag
OK Computer me l’ha passato il mio compagno di banco del liceo, che l’aveva comprato perché aveva sentito alla radio Karma Police e gli era piaciuta. Dopo pochi ascolti, ovviamente, avevo deciso che era necessario che anch’io ne avessi una mia copia: avevo quasi diciott’anni e una voglia incredibile di distinguermi, ma al tempo stesso sentivo un indefinito bisogno di elevarmi tramite la bellezza, e quando si ha quasi diciott’anni queste due pulsioni trovano spesso sbocco nella musica. L’attacco di chitarra di Airbag, da sempre e per sempre, è per me memoria proustiana di una porta che si apre, mi dischiude un mondo fin lì sconosciuto e misterioso, ma dal quale non sono mai più uscito.

Paranoid Android
Le feste in casa negli anni 90 erano una cosa un po’ così, molto più alla buona di come immagino siano quelle di oggi. Serviva avere uno spazio abbastanza grande, divani, uno stereo, un tavolo con delle robe da mangiare, genitori consenzienti, un certo numero di persone meglio se assortite, un certo numero di bottiglie meglio se assortite, un certo numero di CD meglio se assortiti. Se anche qualcuno si accollava l’onere di predisporre quella che oggi per comodità chiameremmo playlist, in genere su audiocassetta, non era mai sufficientemente lunga per coprire la durata della festa, e allora a un certo punto potevi impossessarti del controllo dello stereo e mettere un po’ quello che ti pareva, tanto tutti chiacchieravano, mangiavano, bevevano o corteggiavano – spesso anche tutte queste cose contemporaneamente: se andava bene, potevi restare allo stereo e mettere quello che ti pareva. Se andava male, qualcuno ti insultava e si metteva al posto tuo. E insomma, non so com’è stato possibile, ma ho il ricordo distinto che durante una di queste feste, qualcuno (non io, ahimè) ha messo questa, e com’è come non è, dopo poco eravamo tutti lì a cantarla, sostituendo al continuo refrain Rain Down il cognome di uno dei presenti. Una cosa talmente surreale che subito dopo, per stemperare, qualcun altro mise i NoFx.

Ci divertivamo male, negli anni 90, probabilmente, ma questo pezzo sembra scritto ieri, o un secolo fa, o tra cent’anni. E invece era di quel tempo lì, di quando io avevo quasi diciott’anni.

Subterranean homesick alien
Quando hai quasi diciott’anni hai una conoscenza del mondo piuttosto limitata ma in un certo senso pensi di sapere tutto. Io per dire sapevo che esisteva un cantautore di nome Bob Dylan che faceva cose con la chitarra e un’armonica a bocca come quella che sapeva suonare il mio babbo, e questo Subterranean Homesick Qualcosa mi suonava stranamente familiare in un qualche angolo della memoria. Avevo pensato, leggendo la tracklist, che in questo disco avessero voluto infilare una cover, ma già dal primo ascolto mi sono reso conto che mancava l’armonica a bocca, che la mia conoscenza dell’inglese era (è) ancora da affinare, e che nella vita sarei sempre dovuto partire dal presupposto che non ci ho capito niente – nella musica, nell’inglese e in tutto ciò che mi circonda, soprattutto nelle persone. Una lezione che cerco di applicare ancora adesso, anche a costo che qualcuno pensi that I’d finally lost it completely.

Exit music (for a film)
Se c’è una cosa nella quale mi dichiaro cronicamente e irreversibilmente ignorante, questa è il cinema. Guardo pochissimi film, ci ho provato ma davvero per me è un casino: ho bisogno di silenzio, concentrazione assoluta e della giusta predisposizione d’animo. Hai detto niente. Ecco, so benissimo che QUESTO film è un po’ un cult movie per la mia generazione, ma non l’ho mai guardato per intero. Mi sono sempre fatto bastare quel you can laugh, a spineless laugh che mi scende dal collo lungo la schiena, e mi ricorda che il potere di una chitarra acustica e una bella voce trascende tutto il resto, ha una forza che può perfino essere salvifica.

Let down
sono arrivato a quasi 18+25 anni senza un tatuaggio, il che mi porta a pensare che potrei effettivamente chiudere a quota zero, anche se boh, chi lo sa. Ma se non ne ho fatti con l’inchiostro, ci sono alcune frasi, alcuni versi che sono impressi indelebilmente sul cuore e nella memoria. Sarà per questo che quando parte quel One day I am going to grow wings mi capita ogni volta di sentire un brivido che a volte mi fa perfino venire la pelle d’oca. Let Down è una di quelle canzoni che non sono state per me amore a primo ascolto, anche e soprattutto per la posizione nella tracklist, in mezzo tra le due canzoni più “immediate” dell’ intero album. E però, proprio perché è stato amore a secondo o terzo ascolto, è stato amore vero e duraturo.

Transport
Motorways and tramlines
Starting and then stopping
Taking off and landing
The emptiest of feelings
Disappointed people
Clinging onto bottles
And when it comes it’s so, so disappointing
Let down and hanging around.

Karma police
Il 1997 è la preistoria e io conseguentemente sono un dinosauro, me ne rendo conto mentre lo scrivo, eppure che ci crediate o meno è esistito un periodo storico, nemmeno troppo lontano se considerate che io sono qui a raccontarvelo con ancora la quasi totalità dei miei neuroni intatti, in cui le radio erano sostanzialmente esenti dal reggaeton – pensate: se un cantante italiano infilava una parola in spagnolo in una canzone era uno strappo alla regola – e in cui si potevano comporre pezzi con arrangiamenti minuziosi, usando pianoforte, chitarre, strumenti elettronici e infilando nel testo riferimenti a 1984 di George Orwell, e comunque passare nelle radio c.d. generaliste, venire prodotti da una Major, finire in classifica, semplicemente perché la canzone era bella.
Già.
Semplicemente perché la canzone era bella, e lo è ancora, di una bellezza intatta che il tempo non scalfisce.

Fitter happier
Visto che io adoro fare le cose al contrario, fitter happier non l’ho mai skippata e ho anzi sempre voluto capire a fondo cosa dicesse quella voce robotica che parlava con un unico tono su una base elettronica minimal-ma-neanche-troppo. Volevo capirlo perché intuivo che si trattasse di una critica niente affatto velata alla societa di quegli anni, anzi, alla deriva che avremmo preso da lì in avanti, a 25 anni dopo, al nostro futuro che nel frattempo è diventato il nostro presente. No bad dreams, no paranoia. Fitter happier mi ha sempre sconvolto, e per questo le sarò eternamente grato. Per avermi aiutato a realizzare che non voglio essere solo a pig in a cage on antibiotics.

Electioneering
“Genna, famme una cassetta un po’ mista, ma senza robe pallose sennò te cigno”. La richiesta veniva da un compagno di liceo, e io alla fine eseguii. Se non sbaglio, il risultato finale fu anche apprezzato (non ricordo che mi abbia cignato, non in quell’occasione almeno). Il problema è che in quei giorni io ero in fissa totale con OK Computer, e avevo deciso che ci avrei messo qualcosa preso da lì, ad ogni costo. Scelsi questa, la canzone forse più fuori contesto dell’intero album, almeno musicalmente, ma che ci stava, eccome: una scossa elettrica dopo fitter happier per prepararci a quel che sarebbe venuto dopo. Nell’album, certo, ma ancora di più nella vita.

Riot shields
Voodoo economics
It’s life, it’s life
It’s just business
Cattle prods and the I.M.F.

Climbing up the walls
Arriva un momento, nella vita di ognuno di noi, in cui scopriamo il valore dell’ascolto della musica a volume alto, ma alto per davvero. Non è uguale per tutti, e non è uguale per tutte le canzoni. Per me questo momento è arrivato con l’ascolto di questa canzone, una sera, anzi, diciamo pure tarda notte, in macchina, rientrando da una normalissima serata ad Arezzo con amici, ho alzato il volume, così, un po’ per caso, forse per sentire meglio quello che diceva il testo, forse perché semplicemente avevo un po’ di sonno, e alla fine mi si è aperto l’abisso: profondissimo, oscuro, affascinante, e il grido finale di Thom Yorke era anche il mio grido.

Avete mai avuto paura, ascoltando una canzone? Io sì, a tarda notte, tornando a casa da una serata con amici.

No surprises
La melodía di una ninna nanna. Il testo di una band di rivoluzionari. Il videoclip più disturbante di sempre. Almeno due strofe da consegnare alla storia della musica. Se nella loro carriera avessero scritto solo questo pezzo, per un’altra band sarebbe stato più che sufficiente. E invece, non è neanche la canzone più bella dell’album. Solo la più inquietante.

With no alarms and no surprises, please.

Lucky
C’è per tutti, la canzone che potreste ascoltare 780 volte consecutive senza mai stancarvi. Un mio amico del mare, per dire, mi aveva raccontato di aver fatto una cassetta da 46 minuti in cui c’era solo “I want it all” dei Queen. Ecco, per me questo pezzo è Lucky. Credo in effetti di averlo ascoltato per almeno 46 minuti consecutivi (anzi, sicuramente anche di più), cogliendone ogni volta una sfumatura diversa. Mi piace tutto, di questa canzone: l’attacco, il cantato nelle strofe, il ritornello, gli assoli di chitarra, il finale. Tutto. Se dovessi scegliere di poter ascoltare solo una canzone dei Radiohead per il resto dei miei giorni, non potrebbe che essere questa.

We are standing on the edge. 💙

The tourist
Ammetto di essermi chiesto un tot di volte come mai il disco non si fosse chiuso con Exit Music come ultima traccia – in fondo era perfetta già dal titolo. Ma alla fine del salmo, giusto quei 25 anni dopo, mi sono fatto una ragione di questa scelta. E l’ho capita, tutto sommato. Quell’ “Hey uomo, rallenta”, il finale dove gli strumenti tacciono uno alla volta… Il messaggio – potente e chiaro come in tutti gli altri pezzi – è questo: corriamo troppo. Non abbiamo tempo e modo di apprezzare appieno niente di quello che abbiamo intorno. Alla fine, un modo giusto, sincero e schietto di chiudere un disco che dura poco meno di un’ora ma che richiede tutta l’attenzione dell’ascoltatore, dalla prima all’ultima nota. Orecchie spalancate, cervello in funzione, cuore aperto. Chissà se oggi sarebbe possibile, consegnare ad un etichetta discografica un album del genere. Chissà, magari sì, in fondo c’è già un precedente: questo. O magari no, ché non ci sarà mai un altro OK Computer.

Sono passati 25 anni. Questo disco è ancora uno scrigno di tesori. Che bello averlo potuto vivere per così tanto tempo.

5 libri che dovreste leggere

Ok, una cosa del genere l’avevo già fatta qualche anno fa, quindi facciamo conto che sia come le Olimpiadi: ogni tot anni è ora di rifarlo, consigliando volumi diversi, magari anche con criteri diversi. Prendetelo come un post di utilità sociale: per una volta, potreste fare un regalo che non finisce a fare da sottobicchiere o a prendere la polvere in qualche angolo remoto di una casa a voi più o meno nota, cosa quest’ultima che vi rende tristi ogni volta che entrate nella casa di questi vostri amici, parenti, conoscenti e scoprite che il libro non si è mosso di un centimetro ed è più impolverato rispetto alla volta precedente in cui l’avete visto. Inoltre, come già detto la volta scorsa, se questi libri non li conoscete, potete regalarli anche a voi stessi. Stavolta stiamo un po’ più liberi rispetto ai paletti fissati, perché alla fine ho notato che tante cose che io davo per scontate, poi così scontate non erano. Cercherò di svariare un po’ sui generi letterari, insomma, ma includendo anche classici e libri recenti. Per i precisetti: la data indicata tra parentesi è quella della prima edizione italiana). Siete pronti? Partiamo.

1. Cormac McCarthy – La Strada (Einaudi, 2007)

“Ce la caveremo, vero, papà?” Un libro che ha abbattuto ogni mia resistenza, circa il genere cosiddetto post-apocalittico, un romanzo che racconta quanto profondo possa diventare il rapporto tra un padre e un figlio, una gigantesca metafora del circle of life, un libro che fa stare male e che al tempo stesso appassiona come solo le grandi storie sanno fare. Un racconto che è quanto di più vicino all’epica potremo mai trovare, in tempi cupi che sembrano quasi i nostri.

2. Douglas Adams – Guida galattica per gli autostoppisti (Mondadori, 1980)

La fantascienza. La parodia della fantascienza. L’humour britannico. Le mille influenze che questo libro ha avuto nella cultura popolare. A proposito, ve ne dico due delle mie preferite: uno dei primi software di messaggistica istantanea disponibili gratuitamente sul web si chiamava Trillian, come uno dei personaggi della Guida. Il traduttore online sviluppato da AltaVista si chiamava Babelfish, come il pesce che usano i personaggi della Guida per capirsi. Non vi ho detto perché dovreste leggere questo libro (e i successivi)? La risposta è 42.

3. Gaetano Savatteri – La fabbrica delle stelle (Sellerio, 2016)

Il fantastico duo Saverio Lamanna – Peppe Piccionello nasce nelle “antologie in giallo” della Sellerio. Il successo – meritato – è poi andato ben oltre le aspettative della Sellerio stessa, che decide prima di affidare alla penna del giornalista-scrittore Savatteri un romanzo, poi un altro, poi il tutto finisce nelle mani dei produttori di serie TV ed ecco che nasce “Màkari”, serie di successo tratta dalle storie dello scombinato duo. Acume, critica sociale, un mix tra leggerezza e momenti più profondi, con un delitto a fare da sfondo. Il mix funziona, e questo libro è forse uno dei più riusciti (sicuramente uno dei più sottovalutati) libri gialli italiani degli ultimi anni.

4. Georges Simenon – Pietr il lettone (Mondadori, Adelphi, 1933)

Noto anche col titolo di Pietro il lettone o Maigret e il lettone, recentemente ripubblicato nel primo dei “balenotteri” Adelphi che raccolgono tutta la sterminata produzione del giallista belga, intitolato “I Maigret 1”, è il primo capitolo (di 75!) della lunghissima saga del commissario Jules Amédée François Maigret. Una lettura agile, piacevole, che presenta tutte le caratteristiche tipiche della produzione di Simenon – come presentare un’umanità inquieta e sempre protesa alla ricerca di un qualcosa di indefinito – e introduce un personaggio destinato ad entrare nella storia della Letteratura.

5. Jean-Michel Guenassia – Il club degli incorreggibili ottimisti (Salani, 2010)

Lo so, il numero di pagine (circa 700) può spaventare. Ma la storia è coinvolgente, con continui riferimenti alla Storia (si parla di guerra fredda, di conflitto franco-algerino) e la presenza di personaggi storico-letterari realmente esistiti (su tutti Jean-Paul Sartre). Gli incorreggibili ottimisti sono quelli che credono che un altro mondo, nel 1959, sia ancora possibile, anzi, sia l’unica soluzione ai mali della società contemporanea. Avete presente quando si dice “conoscere il passato per capire il presente”? Ecco, è un po’ quello che ci suggerisce Guenassia, con una scrittura gradevole, che strappa al lettore più di un sorriso.

Anche i mostri si innamorano

La copertina del libro in tutto il suo splendore

Lo so, sembra strano anche a me, ma evidentemente io e Michele Borgogni, amico e autore indie (aiuto: non so se gli piace farsi chiamare così… vabbè, ormai è andata!) in coppia in qualche modo funzioniamo, visto che ancora una volta ci siamo trovati a presentare un suo libro, stavolta in un luogo molto caro a entrambi, il Circolo Aurora di Piazza Sant’Agostino ad Arezzo. L’occasione, stavolta, era la sua nuova raccolta di racconti, intitolata “Anche i mostri si innamorano” e pubblicata dalla Dark Abyss Edizioni con una copertina abbastanza inquietante, e quindi in linea coi testi contenuti nel libro stesso. La serata è stata piacevole, come sempre per me quando c’è da chiacchierare di libri in buona compagnia, e mi ha finalmente disvelato uno dei Segreti dell’Esistenza: il Liquore Strega è buono per davvero! Ma torniamo a noi: parlare di libri con un autore è sempre, per mille motivi che sarebbe qui inutile eviscerare od elencare, una cosa difficile, tranne quando l’autore non te la rende facile. Con Michele, fortunatamente, questo è il caso. Le chiacchierate libresche con lui riescono bene e piacevolmente, non vedo l’ora di farne altre!

Qui è dove Michele mi stava spiegando che alle presentazioni sarebbe più professionale bere solo acqua. (Foto di Francesco Alpini)

Come dite? Non ho detto nulla del libro? Ah, è vero. La sinossi, prima di tutto: frugando nella letteratura, nella mitologia, nella cinematografia, Michele Borgogni saccheggia il mondo dei mostri e ce li offre in undici racconti che provengono da ogni parte del mondo e da ogni tempo. Da Godzilla a Bigfoot, passando fra gli zombie e la terribile lamia, dal Giappone all’antica Grecia, l’autore colleziona undici storie, unite dal filo sottile dell’ironia. Divertente, originale, irriverente e, a volte, blasfemo, questa antologia racchiude una carrellata di mostri come non si sono mai visti, né letti.

Diciamocelo: di tanto in tanto, piace a tutti leggersi un po’ di sana narrativa horror. O almeno, a me piace. Ma le letture fatte in questo libro non sono dei “semplici” horror, per quanto gli strizzino l’occhio continuamente. È una letteratura più contaminata, ricca di citazioni, ironica e autoironica. Leggetelo, e che voi siate mostri o meno, vi innamorerete.

Ah, e se dopo averlo letto vi fosse venuta voglia di leggere qualcos’altro di suo, qua c’è una nostra chiacchierata attorno ad un suo libro.

A.S.D. FALTERONA RUN: IL BELLO STA NEL DISLIVELLO!

(Pubblicato originariamente sul numero 99 di Casentino Più, autunno 2021)

È una bella giornata di fine estate, l’ideale per fare un po’ di sport all’aria aperta: le giornate sono lunghe e non fa più quel caldo terrificante che a tratti rendeva faticoso fare qualsiasi cosa. Per i boschi, poi, deve essere ancora più fresco. E invece Simone Maccari e Leonardo Picchi accettano di incontrarmi per una chiacchierata, in un bar coi tavolini all’aperto, probabilmente rinunciando all’allenamento quotidiano, e non me lo fanno pesare, anzi: mi offrono pure uno spritz! Quando si dice che un’intervista parte subito col piede giusto… Loro sono tra i soci più attivi della A.S.D. G. S. Avis Pratovecchio Falterona Run, un gruppo nato in anni molto recenti, con un intento ben preciso, ma che poi è diventato molto di più.

Cominciamo proprio da qui: come e perché nasce la Pratovecchio Falterona Run…

Il gruppo è nato tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 per uno scopo ben preciso: salvare il Trail del Falterona da una probabile quanto inauspicabile fine. La società sportiva che lo aveva organizzato negli anni precedenti, infatti, aveva deciso che per loro poteva bastare così, che non avrebbero proseguito con l’evento negli anni a venire. Noi a questa gara e a questo territorio però ci siamo legati in modo profondo, e non potevamo accettare che un evento sportivo così bello scomparisse dal calendario. Così ci siamo guardati in faccia, ci siamo contati e abbiamo detto: ci proviamo a organizzarlo con le nostre forze, e con l’appoggio delle realtà del territorio? Ci siamo detti di sì, e da lì siamo partiti.

Da lì siete partiti, e però non vi siete limitati “solo” all’organizzazione di questa gara.

Come in tutti i piccoli paesi, le cose funzionano se tutti riescono a remare nella stessa direzione per farle funzionare.  Per l’organizzazione del Trail del Falterona, che comunque è una gara che richiama centinaia di persone e ha costi – per noi – abbastanza elevati, riceviamo l’aiuto di tutti. Dell’Avis, in primo luogo, che ci ha accolti nel proprio gruppo sportivo permettendoci di fatto di nascere come associazione sportiva, ma anche del Comune di Pratovecchio Stia, dell’Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, di attività commerciali che ci sostengono materialmente o che ci sponsorizzano, ma anche di privati cittadini che ci danno una mano in tutti i modi. Noi sentiamo il dovere di ricambiare quanto ci viene dato: ad esempio, a inizio settembre siamo stati a dare una mano alla preparazione e alla realizzazione della “Straccabike”. Ma è solo un esempio, ce ne potrebbero essere altri.

Appena nati, vi siete subito trovati a fare i conti con la pandemia di Covid-19: non deve essere stato semplicissimo…

È stata dura per tutti e lo è ancora oggi. Le gare amatoriali hanno una marea di limitazioni che purtroppo fanno sì che molti iscritti rinuncino anche all’ultimo momento. Mentre una volta la variabile che poteva incidere sul tasso di presenze ad una gara poteva essere essenzialmente il meteo, oggi purtroppo entrano in gioco anche altri fattori. Sempre per rimanere alla Straccabike, ad esempio, il numero dei partecipanti è stato sicuramente buono, ma gli iscritti erano tanti di più di quelli che si sono effettivamente presentati. Per uno sport come il trail, poi, questa cosa probabilmente si sente più che per altre tipologie di attività.

Spieghiamo meglio questo punto: perché?

Innanzitutto va detta una cosa: nel trail come quello del Falterona o tanti altri analoghi, ci sono un tot di atleti, non tantissimi, che si iscrivono e gareggiano per vincere. Poi ce ne sono moltissimi altri, la stragrande maggioranza, che si iscrivono perché la gara la fanno con sé stessi e perché vogliono vivere l’esperienza nella sua totalità. Una gara di Trail è bella se ti puoi fermare a vedere gli scorci, se la ristorazione durante il percorso è buona, se all’arrivo puoi fare una bella doccia calda e mangiare insieme a tutti gli altri con cui hai condiviso questa esperienza. Ecco, il limite maggiore dallo scoppio della pandemia a oggi, è stato – dopo il fattore di rischio, ovviamente – proprio questo: come fai a organizzare un trail dove alla fine non puoi consentire agli atleti (o presunti tali: si tratta di eventi aperti a tutti) di farsi una doccia e di poter partecipare a un “pasta party” a fine gara? Molti, alla fine, si scoraggiano e decidono di non gareggiare. È un dato di fatto, e possiamo solo sperare di lasciarcelo alle spalle il più presto possibile.

Ad oggi, quante persone fanno parte dell’associazione sportiva?

Tra tesserati e “simpatizzanti”, siamo oltre 50 persone, e questo fa di noi una società numericamente importante. Tramite noi si può ottenere la tessera Fidal, abbiamo una convenzione con un centro medico a Poppi per le visite medico-sportive, per massaggi e fisioterapie. Cerchiamo di tenere il costo delle tessere il più basso possibile, come sanno i nostri iscritti, e una regola che ci siamo imposti fin dal primo giorno è che non esistono differenze tra i soci, siano essi fondatori, parte del direttivo, con incarichi o senza.

E cosa bolle in pentola, per il 2022?

Ovviamente l’orizzonte primario è quello di ricominciare con il Trail del Falterona, ne abbiamo una voglia matta e non vediamo l’ora! Non possiamo ancora confermare la data ufficiale perché ne dovremo individuare una che non sia in concomitanza con altre cose, ma ce la faremo. L’idea sarebbe quella di proporre tre percorsi, rispettivamente di 10, 30 e 50 km circa. Poi vorremmo organizzare alcune altre cose: una nuova edizione della “Tra pievi e castelli”, con partenza e arrivo dalla Pieve di Romena, e magari rifare qualche iniziativa con le scuole, come abbiamo già fatto al Canto alla Rana, con una corsa non competitiva per i ragazzi della quarta e quinta elementare, dove all’arrivo abbiamo distribuito a tutti una medaglia e una colazione con pane e Nutella! Dobbiamo farci trovare preparati al ricambio generazionale: quando abbiamo cominciato noi, le gare di trail le vincevano i quarantenni, oggi a vincere sono ragazzi che hanno vent’anni. Scherzi a parte, a dire il vero, ci piacerebbe tanto anche fare una cosa veramente da pazzi: una 100 miglia, come ne fanno già da altre parti…

Un momento: 100 miglia, cioè 160 chilometri?

Esatto! Ma nel trail running, che è una disciplina profondamente diversa dalle gare podistiche su strada, ad esempio, più la gara è lunga e più diventa un “viaggio” vero e proprio. Serve una grande preparazione mentale, analogamente a quella fisica, per intraprendere un trail del genere. Serve la voglia di superare dislivello, macinare chilometri, resistere senza pensare a nulla che non sia l’immersione nella natura. Sintetizzando, si può dire che la gara podistica sia più adatta a chi si sente un tipo “competitivo”, mentre il trail è per chi si sente un amante della natura. Pensa che il regolamento delle gare di trail prevede che, se non si aiuta un avversario . anche se forse sarebbe più giusto chiamarlo “compagno di viaggio” – in difficoltà, si possa perfino essere squalificati.

Dove vi può incontrare, una persona che voglia avvicinarsi al trail e in generale alle vostre iniziative?

Noi ci troviamo praticamente ogni domenica mattina al Bar Arcobaleno in piazza a Pratovecchio, e da lì partiamo per una camminata che può essere più o meno lunga a seconda delle circostanze. Abbiamo la fortuna di avere intorno a noi un territorio meraviglioso, e una bella passeggiata, o magari una Trail run, è un modo per conoscerlo ancora meglio!

Underdog

Arrivi e partenze. Non è fatta così, la vita di tutti noi? Era il 30 ottobre del 2015, dopo un tot di anni di scrittura sportiva più o meno locale e più o meno autoprodotta. Mi sono proposto a Crampi Sportivi su suggerimento di una persona che conosceva me e conosceva loro. Ero nel bel mezzo di un momento personale piuttosto complicato, e vedere il mio pezzo andare online mi riempì di orgoglio e soddisfazione, per cui a questa persona ancora oggi sono grato. Da Crampi sono arrivate altre collaborazioni, più altisonanti ma per le quali non riesco ad utilizzare l’aggettivo “importanti”, anche se indubbiamente gli ho dedicato tempo, energie e ne ho avuto in cambio tante soddisfazioni. Non posso e non voglio dimenticarmi che tutto il mio percorso di scrittura sportiva di questi ultimi sei anni è partito da qui, da Crampi Sportivi, che è un po’ come me: ha avuto le sue vicissitudini, ma è sempre in piedi, ed è per questo che “Underdog”, di cui ho avuto l’onore di scrivere un capitolo, è in un certo senso un punto di arrivo. Ma qui mi vengono ancora una volta in soccorso i miei ascolti musicali: “ogni stop è solo un altro start, la vita non si ferma, the future”. Vedere questo libro (grazie, Battaglia Edizioni, dal vivo è magnifico!), toccarlo con mano, leggere il mio nome stampato lì sopra, insieme ai nomi di altre persone che mi onoro di poter chiamare amici e compagni di viaggio ancora prima che colleghi di scrittura, mi riconcilia, ancora una volta, con giorni complessi e intensi. La scrittura, come la lettura, a volte può perfino salvarti.
Lunga vita, Crampi. Io ci sarò, da domani ancora più di oggi. 

Non tutto il male. Cronache della terra inabitabile.

Io vorrei che tutti leggessero “Non tutto il male” di Andrea Cassini, edito da Effequ, perché sento il bisogno di confrontarmi con altri su questo libro. Vorrei che lo leggessero tutti perché io un libro come questo mi sa che non l’ho mai letto, ma non so se sia il libro o se sono io, come lettore, ad avere orizzonti limitati. Vorrei che lo leggesse qualcuno che non conosce l’autore, che non ci ha mai parlato, che non ci ha mai avuto a che fare, che non ha mai letto nulla di suo (come avete fatto?). Vorrei che chi lo ha letto mi scrivesse e mi dicesse che ne pensa di Zero, del Cartografo, della ragazza in bianco e della ragazza in nero, se anche secondo lui i fantasmi sono simili agli stand di JoJo, se ha capito chi era il cantante che si esibisce nelle gallerie della metropolitana, se è riuscito a farsi un’idea di che fine farà la città costruita sull’albero. Vorrei che chi lo ha letto mi dicesse che sì, è vero quello che sto per dirvi, e cioè che è un libro che nel bene o nel male non lascia indifferenti, che scava dentro, che parla di un mondo fantastico eppure così simile al nostro presente da lasciarci così, a pensare se è così che sta andando, che andrà, se davvero non riusciremo ad evitare che

Sopra un enorme albero è edificata una città. Ora l’albero è malato, per guarirlo è stato dato alle fiamme dal governo, che alimenta superstizioni e incoraggia sacrifici umani. La città vive al centro di un perenne incendio, e per le strade sono comparsi dei fantasmi: ciascuno si lega a un essere umano, assumendo la forma dei suoi traumi e sentimenti repressi. Più l’albero brucia per guarire, più la disperazione si propaga in città. Solo Zero non ha un fantasma ad accompagnarlo. Lui, che gestisce un redditizio forum online per i sempre più numerosi aspiranti suicidi, attraverso il suo lavoro scoprirà qualcosa che lega i fantasmi alla città e alle fiamme, e ricostruendo gli enigmi che compaiono nei suoi sogni si andrà immergendo, per volontà o per forza, in una missione che cela il significato di tutta la propria esistenza.
In una straordinaria metafora del rapporto malato tra uomo e natura, 
Non tutto il male ondeggia tra incubo e sogno, realtà e menzogna, per condurci al centro dell’epoca che stiamo attraverso una storia fantastica.