La Giornata Tipo

(Immagine tratta dalla pagina Facebook https://www.facebook.com/LaGiornataTipo/ )

Se seguite questo blog da illo tempore, e se vi è capitato di imbattervi nel suo “fratellino” Basket City, saprete come l’estensore delle presenti righe sia un appassionato di pallacanestro ormai di vecchia data. E se anche voi lo siete, sicuramente conoscerete il sito “La Giornata Tipo”, fondato nel 2012 da quel pazzo genio, o genio pazzo che dir si voglia, di Raffaele Ferraro. Ecco, tra le varie cose che mi ero dimenticato di dirvi in questo 2018, ce n’è una che devo davvero condividere con voi:  da qualche mese, ho iniziato a collaborare con loro, e quello che è appena stato pubblicato è il mio terzo articolo pubblicato per loro. Ecco, è necessario che recuperiate, tutto qua.

 

 

http://lagiornatatipo.it/nba-draft-right-moves-wrong-faces/ (31 gennaio 2018)

http://lagiornatatipo.it/in-un-modo-o-nellaltro-glory-days-gone-by/ (9 aprile 2018)

http://lagiornatatipo.it/dream-team-2-ovvero-come-vivere-felici-allombra-delle-leggende/ (21 settembre 2018)

Anche se non vi dovessero piacere i miei pezzi, cosa peraltro abbastanza improbabile, mettetevi comunque nei segnalibri il sito: non ve ne pentirete.

 

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Anche nei dilettanti mi fai battere il cuor…

Se ne leggono di tutti i colori, in questi giorni, e forse è normale, indubbiamente è prevedibile, siamo umani e siamo appassionati di questa maglia amaranto col cavallo rampante sul petto. Matteoni è al lavoro, Ghinelli è al lavoro, Ferretti è di nuovo presidente, e noi siamo qua col Natale a ridosso a chiederci che ne sarà dell’U.S. Arezzo. Più che un Natale sembra una Via Crucis, se mi passate la metafora religiosa. Molti lasceranno perdere, molti hanno minacciato di farlo e magari non lo faranno. Io in questi giorni non sono riuscito a scrivere niente perché ovviamente non ci resta che aspettare e vedere. Non ci resta che sperare, consapevoli che non dipende da noi che l’Arezzo lo abbiamo nel cuore per davvero. Io lo so che scritta così può sembrare una paraculata, passatemi il termine poco politically correct, ma ad Arezzo c’è gente che non ci dorme la notte, gente che sacrifica i fine settimana in famiglia, con mogli, figli, fidanzati, amici per andare a sventolare una bandiera e cantare per incitare la propria squadra, e questa gente, poca o tanta che sia – dipende a chi lo chiedete – merita rispetto, e comprensione. Per cui sì, è impossibile fare sport a livello professionistico ad Arezzo. Sì, nella vita ci sono cose più importanti. Sì, il sindaco non può occuparsi di questo perché ha altre urgenze. Sì, l’assessore allo sport non può fare niente. Sì, il mondo imprenditoriale aretino sta alla finestra (fatte salve un paio di lodevoli eccezioni). Sì, ma ancora te ce confondi?

    Già. L’Arezzo non muore. E se muore, è destinato a risorgere.

Sì, ancora me ce confondo. Sì, non è una questione di categoria. Sì, perché l’Arezzo è la squadra della mia città, e ho esultato quando Rubechini segnò al volo contro la Fortis Juventus in Coppa Italia Dilettanti così come quando il Mosca le ha risolte di classe in tempi più recenti. E in questa breve vita dell’Arezzo, che forse è finita e forse no, abbiamo visto ogni genere di cose, come sempre. “E se vieni insieme a noi, andiamo a vedere l’Arezzo, gioca bene gioca male, è la squadra del mio cuore”. Magari è finita, magari no. Magari il 30 dicembre sarà tutto magicamente risolto (io ci spero, presidente Matteoni, ci spero, sia chiaro, ma mi capirà se dopo le ultime vicissitudini sono come San Tommaso) e l’Arezzo giocherà in casa col Giana Erminio la più normale delle partite di serie C. Ma non è un’allucinazione collettiva, dannazione, non lo è. Sembra piuttosto un incubo ricorrente. Come nel 1993 siamo di nuovo sull’ANSA per i giocatori che minacciano di non scendere in campo. Come nel 2010 siamo qua con lo spettro di giocare il prossimo anno tra i dilettanti, in serie D o più probabilmente in Eccellenza. E allora lasciateci almeno il sacrosanto diritto di lamentarci, come recitava uno striscione sempre più attuale oggi: “Ma che s’avrà fatto noi de male?” Già. Che s’avrà fatto noi de male? Se esiste un dio del calcio, glielo metto per iscritto: abbiamo un sacco di crediti da riscuotere. E sarebbe davvero l’ora di passare all’incasso.

Ma il cielo è sempre più blu?

Piccolo compendio di cose che riguardano i mondiali a cui NON parteciperemo, per calciofili che si sentono in astinenza già da ora delle notti magiche inseguendo un gol che saranno notti magiche per qualcun altro. Astenersi quelli che “eh ma tanto a me del calcio non me ne frega niente”, politici mancati, politici frustrati, registi denunciati, opinionisti sclerati, Opti Poba, varie ed eventuali.

  • Prosegue la sequenza che vede l’Italia combinare qualcosa di molto buono o molto cattivo ogni 12 anni. 1958 eliminata nelle qualificazioni, 1970 finale mondiale, 1982 campioni del mondo, 1994 finale mondiale, 2006 campioni del mondo, 2018 eliminata nelle qualificazioni. Il pensiero di aspettare il 2030 mi spaventa non poco, lo ammetto.
  • No, non è stata un’apocalisse, ovviamente, tanto è vero che domattina alle 8:30 entrerò al lavoro come sempre, e troverò le stesse situazioni che ho trovato oggi.  Nel 1997 giocammo uno spareggio per accedere ai mondiali, come oggi, ma non ricordo questi toni da fine del mondo. Forse scendemmo in campo più sereni, e infatti andò a finire che eliminammo la Russia. Gol decisivo di Gigi Casiraghi, che poi ai Mondiali non fu neanche convocato.
  • Vi prego, risparmiateci la metafora della nazionale specchio del Paese reale, risparmiateci il vostro senso di superiorità secondo cui “mentre voi guardate la nazionale i nostri politici ci stanno fregando bla bla bla”.  Limitatevi, limitiamoci alle questioni puramente sportive (sì, in Italia da anni c’è un problema con gli sport di alto livello e non riguarda solo il calcio, se non ve ne foste accorti) e al fatto che quasi mai, da noi, chi sbaglia paga. Fin lì vi seguo, oltre no.
  • Per favore, lasciamo perdere anche la favola dei troppi stranieri nei top club italiani.  Il Real Madrid ha vinto la Champions 2017 con tre spagnoli fra i titolari, contro la Juventus che aveva quattro italiani e ha poi fatto entrare anche Marchisio.  Nel 2015 il Barcellona ha vinto la Champions con quattro spagnoli in campo contro la Juventus che aveva cinque titolari italiani (e sarebbero stati sei se non avesse dovuto fare a meno di Chiellini). Il Bayern Monaco ha nella formazione tipo Rafinha, Javi Martinez, Alaba, Thiago Alcantara, Robben, Ribery, Lewandowski e almeno uno tra Tolisso, Coman, James Rodriguez e Arturo Vidal.  Devo ricordarvi che cosa hanno fatto Spagna e Germania nelle qualificazioni attuali (e negli ultimi due mondiali)?
  • Casomai, è opportuno puntare il dito sulle squadre di fascia media che prediligono giocatori stranieri tutto sommato non eccelsi a italiani di buone prospettive. Facendo qualche nome, Meret che fa la panchina alla SPAL, Saponara alla Fiorentina, Scuffet all’Udinese, Tumminello al Crotone (e questo fa abbastanza ridere), Goldaniga (e un po’ anche Berardi) al Sassuolo… Vado avanti?
  • In ogni caso, siamo in buona compagnia:  a Russia 2018 non ci saranno l’Olanda, il Galles, la Romania, il Ghana, la Costa d’Avorio, il Camerun, gli USA, il Cile, il Paraguay.  Magra consolazione, lo so. E comunque, come ha già giustamente fatto notare qualcuno, tifare Arezzo ti rende psicologicamente preparato a diverse cose.  In ogni caso, applausi per i nostri concittadini che si sono sciroppati il viaggio fino a Milano di lunedì per sostenere gli azzurri…
    adios
  • Il futuro comunque parte oggi stesso. Con l’addio alla maglia azzurra di Buffon, Barzagli, De Rossi.  Un futuro in cui magari merita un’altra chance Mario Balotelli, 26 gol in 42 partite a Nizza, assurto a nuova speranza azzurra a vent’anni e ostracizzato a 24 dopo la dannata partita di Natal e del morso di Suarez a Chiellini.  Non sarebbe male poter contare almeno per un altro po’ su Chiellini (classe ’84), Marchisio (’86), recuperare Montolivo (’85), e puntare forte su Donnarumma (’99), Verratti (’92, magari da regista arretrato e non da mezzala) e chi volete voi, purché l’anno di nascita cominci per 9, possibilmente.
  • Chi è assunto alla zecca, chi ha fatto cilecca
    Chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori
    Chi legge la mano, chi regna sovrano
    Chi suda, chi lotta, chi mangia una volta
    Chi gli manca la casa, chi vive da solo
    Chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
    Chi vive in Calabria, chi vive d’amore
    Chi ha fatto la guerra, chi prende il sessanta
    Chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro,
    Ma il cielo è sempre più blu…
  • E comunque, se non vi emozionate neanche un pochino quando gioca la Nazionale, e l’unica cosa che vi preme far notare sono i soldi che ci rimettiamo a non andare al mondiale, secondo me avete davvero il cuore un po’ di pietra.

Andare allo stadio

Io non mi dimenticherò mai che quando è nato Alessandro mi hanno regalato lo striscione “benvenuto Alessandro”. Non mi dimenticherò mai che quando se n’è andato il mio babbo lungo il viale dello stadio c’era un altro striscione che diceva “Roberto ti siamo vicini”. Non mi dimenticherò mai la camminata a piedi da Piazza S. Agostino allo stadio prima di Arezzo-Varese, come la schedatura collettiva al termine di Città di Castello-Arezzo. Non dimenticherò mai la raccolta di fondi di “agua para todos”, andata avanti per un intero campionato, così come quella per la famiglia di Daniel Gabriel, il calciatore immigrato morto di infarto a 22 anni. Lo striscione “speriamo che non ci veda Brunetta” e quello “onore a Sampei”. La serata coi miei amici di infanzia a Piccadilly Circus a cantare “Ob-la-di ob-la-da, forza Arezzo” e il coro “anche nei dilettanti mi fai battere il cuor”. Il mio amore per la maglia amaranto della mia città, che è nato anche grazie a persone che ora non ci sono più, è una di quelle cose che se uno non è pratico di stadi e di curve non si può spiegare tanto facilmente: si viene automaticamente bollati come “facinorosi”, come “esaltati” o peggio. Ci vorrebbe fin troppo tempo per spiegare, a chi non ha dimestichezza in queste storie, di come troppo spesso, in questo paese dove da sempre si fa di tutta l’erba un fascio, i tifosi siano sempre stati il “bersaglio grosso” dietro cui nascondere le magagne del momento. E allora lasciamo da parte gli spiegoni. Lasciamo da parte le motivazioni razionali, e tiriamo fuori la parte fiera di noi, quella che ci ricorda che il calcio è prima di tutto uno sport popolare, che basta un pallone, un pezzetto di prato – o anche di asfalto – e qualche amico per dar luogo a sfide avvincenti, che non c’è solo la VAR, le moviole in campo, le telecamere da mille angolazioni, ma c’è anche lo stadio della città, dove – può sembrarvi incredibile solo se ne siete al di fuori – la gente soffre, lotta, sogna, spera, condivide una passione. In un mondo che ci vorrebbe tutti replicanti, arroganti coi più deboli e zerbini coi potenti, un posto dove le persone possono essere semplicemente sé stesse, nel bene come nel male. Come diceva il più bello striscione mai esposto dai tifosi dell’Arezzo (Arezzo-Reggiana 1-0, serie C1 2003-04, diretta RaiSport, gol di Gelsi su rigore, una giubbata d’acqua che lascia stare): “Nessuna televisione potrà mai regalarvi questa emozione“. Per questo, e per mille altri motivi, domenica sera sarò allo stadio a tifare la squadra della mia città: la sola cosa che non ho ancora deciso è quale di queste sciarpe indosserò.

Butterfly effect

(Scritto ascoltando Massive Attack – Ritual Spirit EP. Tempo stimato di lettura 1’45”)

Io c’è stato un tempo in cui pensavo che ancora ci potesse essere una logica nel calcio. Si fa una squadra, se fa un buon campionato se ne conferma una parte e si integra con elementi adatti alla categoria e al tipo di gioco che si vuol proporre; se fa un brutto campionato si cerca di salvare quel che c’è di buono e ci si mette mano in modo più sostanziale, se è il caso si cambia la guida tecnica. C’è stato un tempo in cui pensavo che non si può promettere la luna se in realtà non si ha un razzo per arrivarci, anche perché ho sempre cercato di non essere quello che guarda il dito mentre il saggio indica la luna.
Poi ho scoperto che c’è un microcosmo in cui sembra che niente di tutto quello che è stato scritto sopra sia vero o valido, e che questo microcosmo si trova in Italia, e più precisamente ad Arezzo. Da più di quindici anni, ormai, assistiamo a rivoluzioni in serie, valzer di allenatori che a vederne confermato uno per due stagioni è considerata un’anomalia, giocatori buoni che andavano trattenuti e venivano lasciati andare, e altri balordi che invece venivano tenuti, chissà perché. E questo stato di cose, questo panta rei permanente era indipendente dalla categoria, dalla presidenza, dalle aspettative della piazza, dagli obiettivi dichiarati, dai budget.
E allora faccio fatica, io, oggi, a metà aprile 2016, a credere che nel calcio ci sia una logica, soprattutto ad Arezzo – ma magari, mi piace pensare, non solo ad Arezzo. Perché tutto quello che succede mi sembra frutto del caos, della teoria del butterfly effect: niente che segua schemi sensati, nessuna volontà di imparare dagli errori fatti in precedenza. Concetti come pianificazione a lungo termine, comunicazione, chiarezza di intenti, tutta roba astratta. Una squadra in balia delle onde e del vento, senza timoniere né timone, senza vele né scafo: quello che mi meraviglia ancora, anzi, sempre di più, è come sia possibile che ad Arezzo ci sia ancora il calcio, come – soprattutto – possano esserci quei mille malati per i colori amaranto, quelli che si emozionano a sentire “quando c’è allo stadio la partita, l’aretino scorda il saracino…”, quelli che hanno i lucciconi quando vedono la rovesciata di Menchino Neri, o Corrado Pilleddu che a Pistoia litiga con l’usciere per far entrare Lauro Minghelli insieme alla squadra.

male
E infine penso che tutto sommato, questi mille meriterebbero un po’ più di rispetto, da chi incidentalmente si trova alla guida della società e da chi scende in campo, perché si può fare tutto nella vita, ma non bisognerebbe mai dimenticare che quei mille hanno pagato il biglietto, per venire a sostenere i loro colori. Mentre scrivo queste righe è il 17 aprile, e questo vorrà pur dire qualcosa. “Ma che s’avrà fatto noi de male?” così c’era scritto in uno striscione esposto non tantissimo tempo fa. Forse non dovremmo chiederlo a noi stessi, forse è tutto frutto del caos, forse è solo un bizzarro esperimento che un giorno avrà fine. Speriamo che almeno il finale sia buono, perché per ora della trama ci si capisce poco o niente.

Guardate troppe serie TV

Nel piccolissimo spaccato del mondo calcistico aretino, succedono anche cose di questo genere.  Succede – se non avete voglia di andare ad aprirvi il link – che un calciatore, figlio del vicepresidente di una squadra di calcio di serie C, minacci un giornalista, cercando perfino il contatto fisico, perché a suo modo di vedere, troppo duro nel giudizio tecnico nei suoi confronti.

La Colt come strumento di risoluzione delle controversie. Far West, ca. 1850

La Colt come strumento di risoluzione delle controversie. Far West, ca. 1850

Si noti che stiamo parlando di uno che non è esattamente John Terry, eh, visto che faceva la panchina in Serie D chiunque fosse l’allenatore, ha fatto qualche presenza in Coppa Italia, e conseguentemente fa la panchina ora, in serie C. Uno di cui il suo allenatore ha detto, più o meno, “in rosa abbiamo tre difensori centrali, poi c’è Coso” (non faccio nomi, ma il mister fece nome e cognome), un po’ come dire che questo tanto è inamovibile e quindi bisogna regolarsi di conseguenza. Uno che è riuscito a rimediare un cartellino rosso – con conseguente squalifica – mentre stava facendo riscaldamento.  Uno che nell’undici titolare non ci finisce neanche quando si è a corto di uomini nel ruolo, piuttosto si cambia modulo. Per dire.
Queste cose succedono, e magari tutto sommato per qualcuno possono anche sembrare normali, o accettabili, e ci si divide tra chi è solidale con il giornalista minacciato (me compreso, sia chiaro) e chi magari non dice niente perché oh, tutto sommato, sempre a parlar male di ‘sto qua, ci sta che gli siano saltati i nervi, in fondo è un ragazzo (che a giugno compirà 25 anni, sia detto per completezza) e allora stiamo zitti, non prendiamo posizione. Dimenticando che stiamo parlando di uno sportivo professionista, almeno formalmente, quindi uno che è pagato per giocare a calcio e farsi giudicare da chi di calcio scrive.
Meno di due anni fa, quella stessa dirigenza che guidava e guida l’Arezzo, parlava di “accanimento contro l’Arezzo Calcio” da parte di alcuni giornalisti locali, tra cui – in modo magari meno marcato di altri – anche il sottoscritto. E tuttavia, la domanda che affiora, oggi come allora, è sempre la stessa: ma sapete almeno di cosa state parlando?
Io in realtà penso un’altra cosa, che badate bene, trascende dal torto e dalla ragione del caso singolo. Penso che la gente al giorno d’oggi guardi un po’ troppe serie TV dove si è avvezzi a farsi giustizia da soli, dove gli animi suggestionabili sono – appunto – suggestionati dall’idea che farsi giustizia da soli è figo, è l’unica cosa da fare, perché nessuno ti difenderà mai se non ci pensi da solo, perché la scala dei valori ognuno se la costruisce da solo. Per cui, se sei un politico disonesto e io ti dò del ladro, tu mi quereli, anche se ho le prove per dimostrare quel che scrivo. Se sei un musicista che sforna un disco mediocre, o uno scrittore che pubblica un libro brutto, sono io che lo recensisco che non ho capito, sono troppo limitato, e bla bla bla. Se sei un calciatore scarso e io scrivo che – cito testualmente –

E’ ovviamente rimasto in rosa De Martino, che continua a occupare un posto over in maniera incomprensibile dal punto di vista tecnico. Nonostante le liste bloccate, nonostante i 5 minuti che gli ha concesso l’allenatore in cinque mesi, nonostante la prospettiva di non giocare mai, nessuno in società si è sognato di chiudere questa incresciosa parentesi che ormai è aperta da quattro stagioni. Il padre vicepresidente, incurante di una situazione che metterebbe in imbarazzo perfino il più sfacciato dei dirigenti, è sempre saldo al suo posto, siede alla destra di Ferretti in tribuna e non rende conto a nessuno. Cambiano gli allenatori, cambiano gli uomini mercato e i direttori generali, ma che ci sia Bonafede, Diomede, Pagni, Ciardullo o Gemmi, chi tocca De Martino muore. E il difensore over ci dicono che tanto non serve. Più che un deficit tecnico, che pure c’è, si tratta di un clamoroso sfregio all’immagine della società. Ma nessuno, pare, se ne rende conto.

Ecco, allora è anche solo lontanamente concepibile che tu mi minacci di aspettarmi sotto casa, cerchi di aggredirmi e cose del genere. Io penso che stiate diventando tutti matti, poi fate voi. Andrà a finire che ve la racconterete da voi, vedremo quanto siete bravi e quanto riuscirete a far credere alla gente che Leo Messi, tutto sommato, è uno che al massimo potrebbe giocare nel Montevarchi.  Nel caso specifico, ho solo un’aggiunta da fare, perdonatemi – da tifoso e non da giornalista. Quando io ho iniziato a segnarmi i risultati delle partite dell’Arezzo sugli album delle figurine Panini, Coso, lì, non era neanche nato. E io continuerò a seguire le sorti degli amaranto anche quando Coso avrà smesso di giocare a calcio, e quando l’attuale proprietà avrà ceduto le sue quote, disinteressandosi completamente delle sorti del cavallo rampante.  Magari questo vorrà pur dire qualcosa, vedete voi.

EDIT del 09/02/2016: QUI e QUI ci sono le due prese di posizione dell’US Arezzo in merito alla vicenda. Meglio tardi che mai.