RadioConcreta

Ad Arezzo, da qualche anno esiste questo “Social Hub” che si chiama Segni Concreti (non sono sicuro di sapervi spiegare per bene tutto quello che fanno in poche parole, per cui fate prima ad aprirvi il sito e andare a vedere da soli).  Fatto sta che da poco più di un anno portano avanti un progetto, che si chiama #RadioConcreta e che prevede che per una settimana chiunque possa “candidarsi” per fare l’editor della loro pagina Facebook ed essere, da lunedì a domenica, il DJ di #RadioConcreta semplicemente postando uno o due pezzi al giorno con un breve commento sul perché si è scelta quella determinata canzone (o estratto di film, o comunque un video di qualsiasi genere).  Io sono già stato con loro per due settimane: la prima a cavallo tra 2016 e 2017, la seconda che si è appena conclusa.  Se vi va di leggere e ascoltare cosa ho postato, e magari anche di darmi un parere al riguardo, trovate tutto qui:

(26/12/2016-01/01/2017) http://www.segniconcreti.org/schiuma-musica-radioconcreta/
(29/05/2017-04/06/2017) http://www.segniconcreti.org/restiamo-aperti-radioconcreta/

Se poi volete mettere un like alla loro pagina Facebook , potete farlo tranquillamente da qui:

https://www.facebook.com/SegniConcreti/

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10 nomi da non dare alla vostra band indie…

…anche perché sono già presi.

scream

     In che senso, “sono già presi”?

Ebbene, anche se questa cosa potrà sembrarvi incredibile, non potrete chiamare la vostra band con nessuno dei nomi che seguono, perché ci ha già pensato qualcuno prima di voi. Come dite? Sono nomi raccapriccianti? Eh. Non è colpa dell’estensore di questo post.  Lungi da me voler fare un giudizio squisitamente tecnico sulla qualità della musica offerta da questi gruppi (a meno che non me lo chiediate privatamente, in qual caso potrei anche avvalermi della facoltà di non rispondere). Ma andiamo avanti, concentriamoci sui nomi, e su come vorrebbero – dovrebbero? – essere accattivanti, con effetti che a volte rasentano il (tragi-)comico.

  1. Le capre a sonagli, I cani, Iosonouncane, L’orso, Colapesce, Gatto Ciliegia contro il grande freddo.  Allo zoo… Poroporopò! Dai, ma siete seri?
  2. Management del dolore post-operatorio. Di chi?
  3. I ministri. De che?
  4. L’officina della camomilla. E lo sforzo di voler trovare un nome finto-originale a tutti i costi. ZZZzzzzzZZZZZzzzz.
  5. Thegiornalisti. Erano proprio finite le proposte, vero?
  6. Calcutta. Posto famoso per le fogne. Se voleva essere autoironia, mh.
  7. Bud Spencer Blues Explosion. Che era un nome ganzo finché eravate tra di voi.
  8. Dead cat in a bag. What?
  9. Ofeliadorme, Valentinadorme, Giuliodorme*. E chi se ne frega?
  10. Brothers in law. I cognati? Ma che davero?

Menzione d’onore per tutti i gruppi con un punto esclamativo nel nome, o quelli comunque con nomi esageratamente lunghi.  NON siete i Godspeed You! Black Emperor, e NON siete gli …And You Will Know Us by the Trail of Dead. E comunque anche i loro nomi non sono certo tra i migliori che mente umana abbia mai partorito.

*(band sciolta nel 2002.)

Sono stato a vedere i Verdena 12 anni dopo

Sono stato a vedere i Verdena 12 anni dopo l’ultima volta che li avevo visti dal vivo. Oddio, 11 e mezzo, se proprio vogliamo essere fiscali, ma la sostanza non è che cambi molto. Incidentalmente, sono stato nello stesso posto dove li avevo visti a fine 2004, anche se da allora è cambiato il nome del locale, la gestione e un sacco di altre cose, tra cui il mio stato civile e buona parte dei miei ascolti. Ma non divaghiamo, e per fare un po’ di professionismo – che ben presto abbandonerò, nel corso di questo pezzo – vi snocciolo qui di seguito la scaletta, anzi, la setlist, come usa dire oggi, del concerto, che è durato poco meno di due ore ed è iniziato puntualissimo.

Derek
Luna
Sci desertico
Loniterp
Lui gareggia
Un blu sincero
Rilievo
Dymo
Puzzle
Contro la ragione
Il tramonto degli stupidi
Colle immane (intro)
Muori delay
Un po’ esageri
Colle immane
Valvonauta
Logorrea
Nevischio

– encore –
Fluido
Don calisto
Inno del perdersi
Revolve (Melvins cover)

 Per mille motivi che sarebbe troppo lungo, tedioso e non attinente elencare qui, mi capita sempre più di rado di andare a vedere dei concerti. E spesso si tratta di concerti molto raccolti, non megaeventi. La ragguardevole eccezione a questa non-regola è stato il live dei Radiohead del 2012. Ma torniamo a noi. Per questo concerto dei Verdena avevo inoltrato la prenotazione via mail il giorno stesso dell’annuncio dell’evento. Sono arrivato in loco fate conto verso le 21:10, e mi sono messo in fila, bravo, ordinato, tra facce note e gente venuta da fuori.  Ridendo e scherzando, mi ci è voluta una mezz’ora per entrare, e nel corso di questa mezz’ora ho realizzato che erano davvero diversi anni che non facevo una fila ad un concerto.
Ok, chi se ne frega. Ok.  Torniamo a noi.
Al concerto c’era un mio collega, che si è meravigliato perché al banco ho ordinato un Negroni. Parlando con lui, gli ho detto che secondo me non avrebbero fatto pezzi vecchi. Sono stato smentito già allo spot 2 della scaletta.  E finalmente, dopo quasi 2000 battute in gran parte superflue, cominciamo a parlare del concerto in quanto tale. Forse.

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(Foto di Elisa Modesti – www.karemaski.com)

I Verdena sono grosso modo miei coetanei. Anzi, se non sbaglio, Roberta è del 1979 come me.  Ho sentito per la prima volta una loro canzone nel 1999, ed ovviamente si trattava di Valvonauta, che con mio sommo sbigottimento hanno anche suonato, al concerto di cui in teoria dovrei stare parlando. Ci ho parlato di persona nell’estate 2000, coi Verdena, nel backstage di Arezzo Wave 2000, dopo il loro soundcheck.  Ricordo che gli avevo chiesto cosa significasse il ritornello di Stenuo, e che Alberto mi rispose che non voleva dire proprio niente. Io devo aver ribattuto un “ah, ok” e finita lì.  A questo concerto – che a beneficio dei posteri ricordo essersi svolto il 24 aprile 2016 – c’era un tot di ragazzi che probabilmente ai tempi dell’uscita di Valvonauta non era neanche nata,.o al massimo aveva in corso lo svezzamento.  Le foto nella gallery mi danno ragione, in questa mia considerazione tutt’altro che secondaria.  Eppure, Valvonauta l’hanno cantata tutti.
Ma perché, tutt’altro che secondaria? Per un motivo molto semplice.  Perché il tempo che scorre inesorabile per tutti ci ha consegnato intatta e sotto gli occhi di tutti quelli che hanno voglia di vederla, una cosa bellissima: un percorso artistico originale.  I Verdena, che nel 1999 erano solo un gruppo che aveva tirato fuori un singolo con un giro di basso che ricordava un po’ quello di 1979 degli Smashing Pumpkins, diciassette anni dopo sono una band che ha sei album all’attivo (di cui due doppi), ma soprattutto sono un gruppo che ha saputo esplorare tutte o quasi le sfaccettature del rock, aggiungendo elementi ad ogni nuovo disco.  Perfino il lavoro sui testi, che possono effettivamente sembrare (anzi, magari sono) ai confini del nonsense, è diventato parte integrante della loro produzione; non penso che nessuno mi possa smentire dicendo che è una cifra stilistica del gruppo.  I testi dei Verdena non sono profondi, eppure ti costringono ad interrogarti sul loro modo di scrivere, di fare musica.  Ma la cosa che a questo punto sono giunto a realizzare è che un gruppo che ha saputo mantenere così alta l’attenzione su di sé di un certo tipo di mondo, che potremmo banalmente, semplicisticamente e riduttivamente chiamare quello del rock alternativo, o se volete la scena indie, è quanto di più vicino ad una band generazionale potremo mai avere in Italia. Perché ok, ci sono stati i Marlene Kuntz e gli Afterhours, ma in entrambi i casi ci sono stati degli scivolamenti verso il pop abbastanza preoccupanti, se considerate l’intera questione, appunto, da un punto di vista indie.  I Verdena sono forse l’unico gruppo di una certa rilevanza che tutti più o meno ascoltano dal 1999 a oggi, e contemporaneamente sono anche un gruppo per cui bisogna fare la fila per entrare.  Un caso, nella scena musicale italiana, più unico che raro, permettetemi.
Ah, già che ci siamo: sono anche un gruppo che è migliorato tantissimo, tecnicamente.  Sono dei musicisti che danno l’impressione di pretendere tantissimo da loro stessi (Alberto Ferrari in primis, ovviamente), e che oggi, nel 2016, dal vivo alzano dei muri di suono che nel 2004 non erano in grado forse neppure di concepire loro stessi.  Figuriamoci nel 2000, quando Alberto suonò ad Arezzo Wave coi sandali e i calzini bianchi, e a un certo punto si mise a litigare coi fonici, la sua chitarra e il mondo intero a metà di un pezzo.
E insomma niente, domenica sera al Karemaski c’è stato questo concerto, il locale era pieno, i Verdena hanno suonato (bene) per un’ora e cinquanta minuti, e avrebbero potuto continuare altrettanto tempo e nessuno avrebbe avuto niente da obiettare. Il locale era pieno, ma ad onor del vero era pieno prevalentemente di gente venuta da fuori Arezzo.  Il che, se poi ci pensate un po’, è la fotografia più giusta del livello che hanno raggiunto questi tre miei quasi coetanei partiti dalla provincia di Bergamo, ormai quasi vent’anni fa.

Nota a margine:  appena finito il concerto, il DJ set è cominciato con Zero degli Smashing Pumpkins.  My reflection, dirty mirror, there’s no connection to myself. Proprio quegli Smashing Pumpkins di cui, frettolosamente, nel 1999 appiccicammo ai Verdena l’etichetta di emuli italiani. Ma all’epoca avevamo vent’anni, sia noi che loro, ed eravamo sicurament più ingenui. Avevamo internet col 56k, e un pezzo come questo, per commentare un concerto, non avrebbe avuto senso scriverlo.  Vedi te come cambia alla svelta il mondo.

Un ebook tributo per Mellon Collie

Lo so, il ventennale di Mellon Collie and the Infinite Sadness era il 24 di ottobre dell’anno scorso. E vabbè, all’epoca l’idea non m’era venuta. Ci ho pensato oggi e più ci penso più mi sembra una cosa carina: realizzare un ebook tributo (da distribuire gratuitamente) per uno dei dischi simbolo di una generazione. E in breve, l’idea è questa: una raccolta di 28 racconti di 28 autori diversi, a tema “Mellon Collie and the Infinite Sadness”. Racconti che abbiano come titolo i 28 pezzi del disco, che siano essenzialmente pezzi di vita legati a una canzone di quel disco, oppure totalmente inventati, ma che abbiano all’interno un riferimento alla canzone che gli dà il titolo. Non ci sono limiti di lunghezza, però sarebbe carino se riuscissimo a realizzarlo in tempi ragionevoli, diciamo quindi che la scadenza per presentare il racconto potrebbe essere fissata al 30 settembre.

Che ne dite? Vi interessa partecipare? O conoscete qualcuno a cui potrebbe interessare? Se la risposta è sì, mandatemi una mail, lasciate un commento a questo post, o contattatemi su twitter, qui.

Il quinquennio 1994-1998

Il quinquennio 1994-1998 è quello dei miei anni di liceo. È il periodo di cui Jeff Buckley diceva, ovviamente volendo essere provocatorio,

Sixties are bullshit. Seventies, almost big big bullshit. Eighties… I don’t even need to tell you; except for the Smiths, maybe… Get out of it… shit’s happening now; it’s all about now; now now now. Bigger, faster, sweatier, skinnier, whiter, blacker, Gracer.

Ed è anche quello in cui sono usciti questi dischi (in rigoroso ordine sparso).

1994
Dummy (Portishead), No Need To Argue (The Cranberries), Korn (Korn), Definitely Maybe (Oasis), Parklife (Blur), Monster (R.E.M.), MTV Unplugged in NY (Nirvana), Grace (Jeff Buckley), Dookie (Green Day), Protection (Massive Attack), Casa Babylon (Mano Negra)

1995
The Bends (Radiohead), Maxinquaye (Tricky), The Great Escape (Blur), What’s the story Morning Glory (Oasis), Mellon Collie and the Infinite Sadnes (Smashing Pumpkins)

1996
Evil Empire (Rage Against The Machine), Stoosh (Skunk Anansie)

1997
OK Computer (Radiohead), The fat of the land (The Prodigy), Blur (Blur), Portishead (Portishead), Attack of the grey lantern (Mansun)

1998
In the aeroplane over the sea (Neutral Milk Hotel), Mezzanine (Massive Attack), Moon Safari (Air), Adore (Smashing Pumpkins), System of a down (System of a down), Version 2.0 (Garbage), Sketches For My Sweetheart The Drunk (Jeff Buckley), Six (Mansun), Clandestino (Manu Chao), Bring it on (Gomez), Big Calm (Morcheeba), Follow the leader (Korn)

Tutto questo senza citare gli italiani. I Casino Royale, i CSI, Vinicio Capossela, gli Afterhours, i Marlene Kuntz, i Massimo Volume e tutti quelli di cui mi sto dimenticando.

Ora, alla fine di questo listone, la domanda è una sola: c’è, secondo voi, lo stesso fermento musicale anche oggi? Lo stesso livello di qualità? La mia risposta, ovviamente, è no:  questi (e molti altri) dischi, sono pezzi di storia della musica, legati ad un periodo particolare della mia vita, per cui tendo a considerarli – semplificando, e a rischio di non essere oggettivo – superiori a quello che sento oggi. Una risposta più articolata e più “oggettiva”, temo, la sapremo soltanto tra 20 anni o giù di lì, quando qualcuno che è stato al liceo tra il 2011 e il 2015 scriverà un post come questo…

Cinque canzoni che dal vivo rendono in modo incredibile

Sono sempre stato un sostenitore delle versioni da studio della musica.  Questo probabilmente fa di me un purista, me ne rendo conto. Ma il fatto è che ok, i live sono trascinanti e tutto quello che volete, ma una canzone live, per essere fatta bene, deve essere – dico una banalità, ma solo fino ad un certo punto – eseguita da musicisti VERAMENTE in gamba.  Viceversa, le canzoni dal vivo risultano spesso “carenti” in qualcosa, soprattutto se uno conosce bene le versioni da studio. Fortunatamente, a quanto da me sopra esposto, esistono delle eccezioni notevoli. Ve ne elenco alcune che secondo me meritano.

1. Pink Floyd – Set the controls for the heart of the sun (live at Pompeii)

(ok, tecnicamente questo è un live fino ad un certo punto, nel senso che non è stata suonata davanti ad un pubblico. Ma il fatto che sia in presa diretta, registrata così come è stata suonata, insieme alla suggestione offerta dalle immagini, ne fa uno di quei pezzi che rendono tantissimo “live”.)

2. Jeff Buckley – What will you say (live in Chicago)

(Vabbè’, Jeff Buckley… serve aggiungere altro?)

3. Queen – Bohemian Rhapsody (live at Wembley)

(sebbene tagliata rispetto alla versione studio, sfido chiunque a rimanere indifferente alla performance vocale di Freddie Mercury in questa esibizione.)

4. Radiohead – Creep (live at South Park, Oxford)

C’è solo l’audio ma è più che sufficiente per rendere l’idea. E dire che non è che ritenga i Radiohead dei “mostri sacri” dei live, pur adorandoli.)

5. Sigur Ros – Popplagið (Untitled #8) (live from dove vi pare a voi)

(Nella mia umile opinione di profano, i Sigur Ros sono il gruppo più “bravo” che mi sia mai capitato di vedere dal vivo, perché in grado di fare delle esecuzioni praticamente perfette dal punto di vista del suono, e al tempo stesso di non risultare troppo freddi. Il finale di questa canzone dice tutto.)