Una cosa divertente (a cui ho partecipato)

Io non lo so se gli ebook collettivi vanno di moda in questo 2018, ma penso di sì. O almeno, vanno di moda nel 2018 che mi riguarda. E fin qui, direte voi. Fatto sta che dopo quello dedicato a Mellon Collie and the Infinite Sadness che è partito da qui, stavolta mi sono ritrovato nell’inedita (per me) veste di semplice partecipante all’antologia ideata da Manq, che anziché spiegarvela io direttamente vi invito ad aprire questo link. 13 raccontini (anzi, 12+1, come dice la copertina della raccolta), che hanno come filo conduttore i momenti epici dei concerti.

La (bellissima) copertina dell’antologia, opera di Gozer Visions

Ora, io credo che quello che ha fatto Giuseppe sia un lavoro che merita tutta la vostra attenzione, e non solo: merita quel tipo di diffusione che è tipo “oh amico, ma lo sai che ho trovato un ebook che parla di episodi epici successi a dei concerti, e vale davvero la pena che tu lo legga, visto che è anche gratis?” (per citare Elio e le Storie Tese, “un applauso per la parola GRATIS”).

Dove lo trovate? Sul blog di Manq al post che vi ho linkato prima, ovviamente. O se siete di fretta, qui.

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Imparare dalle frane.

Oggi è il 17 ottobre e sono quattro anni esatti dal giorno in cui ho imparato delle cose. Quel genere di cose che non ti si staccano più di dosso. Parole, sostanzialmente. Del genere che prima non ne conosci il significato, e tutto a un tratto ti cadono addosso come massi in una frana. Fenomeni necrotico-colliquativi. Parenchima. Lesione eteroplastica. Nodulazione solida. Secondarismi. Linfoadenomegalia. Noduli centrolobulari. Bronchioiectasie. Fenomeni flogistici. E come in una frana, non hai il tempo di renderti conto di quello che sta succedendo. Solo dopo, realizzi che queste parole ti stanno insegnando, nel modo più brutale possibile, che ci sono battaglie che nella vita davvero non si possono vincere. E che non c’è un “modo giusto” di sapere che una persona cara se ne andrà a 65, forse 66 anni, nel dolore e nell’impotenza. Si cerca di tenere insieme i cocci, dopo la frana, e dopo quattro anni si hanno ancora le dita macchiate di colla e il cuore in affanno, come se ne mancasse un pezzo, come se ancora faticasse ad accettare che una persona che ti ha accompagnato per tutto il tuo cammino, fino alla frana, ti dica semplicemente “da ora in poi dovrai cavartela senza di me”. Come nei fumetti e senza un lieto fine.

I massi sono alle spalle, l’aria è piena di polvere che si deposita tutto intorno, togliendo luce e brillantezza dalle cose.  Dopo quattro anni, la pioggia ne ha lavata via una parte, ma ancora qualcosa resta sulla pelle, sui pori e nelle vie respiratorie, a far grattare la gola come un pezzo di cibo che va di traverso.  E non sono lacrime, quelle che vedete negli occhi, no.  È  solo un granello di polvere che resta negli occhi, o un po’ di cibo andato di traverso che fa tossire e riempie gli occhi di umori.  Strofiniamoci le nocche sulle palpebre, asciughiamoci le gocce che colano sulle guance, infiliamoci gli auricolari nelle orecchie, tiriamo su la zip del giubbotto anche se ancora non fa freddo, anche se questo autunno assomiglia solo alla coda di un’estate come tante altre, mettiamo un piede davanti all’altro, riprendiamo a camminare. Non che ci sia molto altro da fare, a dire il vero.

Quando ti ho sognato eri una goccia
in un oceano di gomma
credo in te come tu credevi in me?
un fiore d’oppio in porcellana e roccia
Beh almeno tu sei vero
anche se sei solo pensiero

Scrivere [a sproposito]

L’altro giorno è arrivato in azienda un CV dove, nella descrizione delle attività lavorative, abbiamo trovato questa perla:

Insegnamento c/o proprio domicilio della lingua inglese a studenti di scuole superiori di ogni ordine e grado fine al superamento dei deficit formativi, e a studenti universitari per il superamento delle specifiche idoneità linguistiche.

Datore di lavoro: Me Medesima.

Tutto questo per dire che fa lezioni private a studenti, quelle che da noi si chiamano “ripetizioni”. Non ho potuto fare a meno di pensare a questo passo del grande Gaetano Savatteri:

“Cosa stai cucinando?”
“Filatura di grano duro in trafila di bronzo con datterini pelati a vivo, cipolla bianca di Castrofilippo appassita in olio extravergine con spremitura a freddo, all’aroma di basilico della mia grasta.  E poi, ascolta bene, rossi di gallina ruspante di terra su letto d’albume bianco rassodato a bassa temperatura in succo d’olive Nocellara.”
“Minchia, cose di lusso. E che vuol dire?”.
“Spaghetti col sugo di pomodoro e uova fritte”.
“Sei il solito cretino”.

“Peppe, la cucina è come la letteratura: il contenuto non conta, conta come si racconta”.

 

6 anni

E così il tempo continua a passare in fretta, tu continui a diventare grande e oggi è il tuo sesto compleanno, che è una cifra piccola eppure grandissima, fa quasi paura a pensarci, perché da quattro giorni hai cominciato la scuola elementare, e sono io a sentirmi piccolo, a pensare che adesso io per te vorrei delle cose.

Vorrei che tu stessi bene, innanzitutto. Vorrei che tutti i tuoi giri tra dottori, macchinari e laboratori di analisi diventino presto un lontano ricordo per te, un periodo sfumato della tua infanzia di cui pian piano dimenticherai i dettagli.

Vorrei essere all’altezza di tutto quello di cui hai bisogno:  da “quando torni a casa mi aiuti con i compiti?”, a starti vicino quando ti perderai in cose più complicate e grandi di te, a lasciarti solo quando vorrai che io tenga le distanze e comincerai a reclamare i tuoi spazi.

Vorrei che i tuoi occhi felici quando mi sdraio accanto a te per farti addormentare non si cancellino mai dalla mia mente, per portarmeli dietro quando le scarpe si faranno più pesanti, e che tu abbia la sensazione di poter contare su di me anche quando non sono steso al tuo fianco.

Vorrei non esserti mai di peso, anzi, alleviare il tuo.

Vorrei che questo 20 settembre 2017 fosse solo il primo di tanti giorni felici, perché tu, più di ogni altra persona che conosco, te li meriti, accidenti se te li meriti, perché per essere così piccolino ne hai passate di tutti i colori, e adesso sei davvero una piccola roccia.

Vorrei che questa lettera non ti sembri così tanto retorica se un giorno la rileggerai, ma so che non sarò riuscito ad evitarlo. Ma credimi se ti dico che l’ho scritta con tutto il mio cuore in mano.  Tanti auguri di buon compleanno, piccolo ometto mio. Diventi grande ad una velocità spaventosa.

Sono stato a vedere i Verdena 12 anni dopo

Sono stato a vedere i Verdena 12 anni dopo l’ultima volta che li avevo visti dal vivo. Oddio, 11 e mezzo, se proprio vogliamo essere fiscali, ma la sostanza non è che cambi molto. Incidentalmente, sono stato nello stesso posto dove li avevo visti a fine 2004, anche se da allora è cambiato il nome del locale, la gestione e un sacco di altre cose, tra cui il mio stato civile e buona parte dei miei ascolti. Ma non divaghiamo, e per fare un po’ di professionismo – che ben presto abbandonerò, nel corso di questo pezzo – vi snocciolo qui di seguito la scaletta, anzi, la setlist, come usa dire oggi, del concerto, che è durato poco meno di due ore ed è iniziato puntualissimo.

Derek
Luna
Sci desertico
Loniterp
Lui gareggia
Un blu sincero
Rilievo
Dymo
Puzzle
Contro la ragione
Il tramonto degli stupidi
Colle immane (intro)
Muori delay
Un po’ esageri
Colle immane
Valvonauta
Logorrea
Nevischio

– encore –
Fluido
Don calisto
Inno del perdersi
Revolve (Melvins cover)

 Per mille motivi che sarebbe troppo lungo, tedioso e non attinente elencare qui, mi capita sempre più di rado di andare a vedere dei concerti. E spesso si tratta di concerti molto raccolti, non megaeventi. La ragguardevole eccezione a questa non-regola è stato il live dei Radiohead del 2012. Ma torniamo a noi. Per questo concerto dei Verdena avevo inoltrato la prenotazione via mail il giorno stesso dell’annuncio dell’evento. Sono arrivato in loco fate conto verso le 21:10, e mi sono messo in fila, bravo, ordinato, tra facce note e gente venuta da fuori.  Ridendo e scherzando, mi ci è voluta una mezz’ora per entrare, e nel corso di questa mezz’ora ho realizzato che erano davvero diversi anni che non facevo una fila ad un concerto.
Ok, chi se ne frega. Ok.  Torniamo a noi.
Al concerto c’era un mio collega, che si è meravigliato perché al banco ho ordinato un Negroni. Parlando con lui, gli ho detto che secondo me non avrebbero fatto pezzi vecchi. Sono stato smentito già allo spot 2 della scaletta.  E finalmente, dopo quasi 2000 battute in gran parte superflue, cominciamo a parlare del concerto in quanto tale. Forse.

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(Foto di Elisa Modesti – www.karemaski.com)

I Verdena sono grosso modo miei coetanei. Anzi, se non sbaglio, Roberta è del 1979 come me.  Ho sentito per la prima volta una loro canzone nel 1999, ed ovviamente si trattava di Valvonauta, che con mio sommo sbigottimento hanno anche suonato, al concerto di cui in teoria dovrei stare parlando. Ci ho parlato di persona nell’estate 2000, coi Verdena, nel backstage di Arezzo Wave 2000, dopo il loro soundcheck.  Ricordo che gli avevo chiesto cosa significasse il ritornello di Stenuo, e che Alberto mi rispose che non voleva dire proprio niente. Io devo aver ribattuto un “ah, ok” e finita lì.  A questo concerto – che a beneficio dei posteri ricordo essersi svolto il 24 aprile 2016 – c’era un tot di ragazzi che probabilmente ai tempi dell’uscita di Valvonauta non era neanche nata,.o al massimo aveva in corso lo svezzamento.  Le foto nella gallery mi danno ragione, in questa mia considerazione tutt’altro che secondaria.  Eppure, Valvonauta l’hanno cantata tutti.
Ma perché, tutt’altro che secondaria? Per un motivo molto semplice.  Perché il tempo che scorre inesorabile per tutti ci ha consegnato intatta e sotto gli occhi di tutti quelli che hanno voglia di vederla, una cosa bellissima: un percorso artistico originale.  I Verdena, che nel 1999 erano solo un gruppo che aveva tirato fuori un singolo con un giro di basso che ricordava un po’ quello di 1979 degli Smashing Pumpkins, diciassette anni dopo sono una band che ha sei album all’attivo (di cui due doppi), ma soprattutto sono un gruppo che ha saputo esplorare tutte o quasi le sfaccettature del rock, aggiungendo elementi ad ogni nuovo disco.  Perfino il lavoro sui testi, che possono effettivamente sembrare (anzi, magari sono) ai confini del nonsense, è diventato parte integrante della loro produzione; non penso che nessuno mi possa smentire dicendo che è una cifra stilistica del gruppo.  I testi dei Verdena non sono profondi, eppure ti costringono ad interrogarti sul loro modo di scrivere, di fare musica.  Ma la cosa che a questo punto sono giunto a realizzare è che un gruppo che ha saputo mantenere così alta l’attenzione su di sé di un certo tipo di mondo, che potremmo banalmente, semplicisticamente e riduttivamente chiamare quello del rock alternativo, o se volete la scena indie, è quanto di più vicino ad una band generazionale potremo mai avere in Italia. Perché ok, ci sono stati i Marlene Kuntz e gli Afterhours, ma in entrambi i casi ci sono stati degli scivolamenti verso il pop abbastanza preoccupanti, se considerate l’intera questione, appunto, da un punto di vista indie.  I Verdena sono forse l’unico gruppo di una certa rilevanza che tutti più o meno ascoltano dal 1999 a oggi, e contemporaneamente sono anche un gruppo per cui bisogna fare la fila per entrare.  Un caso, nella scena musicale italiana, più unico che raro, permettetemi.
Ah, già che ci siamo: sono anche un gruppo che è migliorato tantissimo, tecnicamente.  Sono dei musicisti che danno l’impressione di pretendere tantissimo da loro stessi (Alberto Ferrari in primis, ovviamente), e che oggi, nel 2016, dal vivo alzano dei muri di suono che nel 2004 non erano in grado forse neppure di concepire loro stessi.  Figuriamoci nel 2000, quando Alberto suonò ad Arezzo Wave coi sandali e i calzini bianchi, e a un certo punto si mise a litigare coi fonici, la sua chitarra e il mondo intero a metà di un pezzo.
E insomma niente, domenica sera al Karemaski c’è stato questo concerto, il locale era pieno, i Verdena hanno suonato (bene) per un’ora e cinquanta minuti, e avrebbero potuto continuare altrettanto tempo e nessuno avrebbe avuto niente da obiettare. Il locale era pieno, ma ad onor del vero era pieno prevalentemente di gente venuta da fuori Arezzo.  Il che, se poi ci pensate un po’, è la fotografia più giusta del livello che hanno raggiunto questi tre miei quasi coetanei partiti dalla provincia di Bergamo, ormai quasi vent’anni fa.

Nota a margine:  appena finito il concerto, il DJ set è cominciato con Zero degli Smashing Pumpkins.  My reflection, dirty mirror, there’s no connection to myself. Proprio quegli Smashing Pumpkins di cui, frettolosamente, nel 1999 appiccicammo ai Verdena l’etichetta di emuli italiani. Ma all’epoca avevamo vent’anni, sia noi che loro, ed eravamo sicurament più ingenui. Avevamo internet col 56k, e un pezzo come questo, per commentare un concerto, non avrebbe avuto senso scriverlo.  Vedi te come cambia alla svelta il mondo.

Un ebook tributo per Mellon Collie

Lo so, il ventennale di Mellon Collie and the Infinite Sadness era il 24 di ottobre dell’anno scorso. E vabbè, all’epoca l’idea non m’era venuta. Ci ho pensato oggi e più ci penso più mi sembra una cosa carina: realizzare un ebook tributo (da distribuire gratuitamente) per uno dei dischi simbolo di una generazione. E in breve, l’idea è questa: una raccolta di 28 racconti di 28 autori diversi, a tema “Mellon Collie and the Infinite Sadness”. Racconti che abbiano come titolo i 28 pezzi del disco, che siano essenzialmente pezzi di vita legati a una canzone di quel disco, oppure totalmente inventati, ma che abbiano all’interno un riferimento alla canzone che gli dà il titolo. Non ci sono limiti di lunghezza, però sarebbe carino se riuscissimo a realizzarlo in tempi ragionevoli, diciamo quindi che la scadenza per presentare il racconto potrebbe essere fissata al 30 settembre.

Che ne dite? Vi interessa partecipare? O conoscete qualcuno a cui potrebbe interessare? Se la risposta è sì, mandatemi una mail, lasciate un commento a questo post, o contattatemi su twitter, qui.

Ventotto metri.

ventotto

E dopo tanti anni di scritture cestistiche, più o meno riuscite, più o meno divertenti, era giunto il momento di mettere un punto.

Questo punto ha preso forma cartacea.

“Ventotto metri” è una raccolta di racconti, non tanto un libro “di basket” o “sul basket”, quanto piuttosto un libro che parla “attraverso il basket”. Una rassegna di momenti di vita, tutti in qualche modo legati alla palla a spicchi, uno spaccato di un tragitto di vita, e insieme una dichiarazione d’amore per questo sport.

Potete leggervi le prime pagine, ed eventualmente acquistarne una copia, semplicemente cliccando qui:

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1122022

Impressioni, pareri, dubbi et similia saranno, come sempre, ben accetti, e possono essere inviati all’indirizzo mail basketcity07@gmail.com o nei commenti in calce a questo post.