Renzusconi – Andrea Scanzi

Uno – Captatio malevolentiae
Lo ammetto, non sono mai stato un grande fanatico degli “instant book” di politica e attualità. Non perché non mi interessino, anzi, ma perché capita spesso che contengano informazioni che già conoscevo, stralci di cose che avevo già letto altrove, e di quello che non sapevo ci sono cose interessanti, altre meno, altre che vengono superate dall’attualità. E comunque, tanto per contraddirmi un po’, capisco – e anzi, faccio il tifo per – la diffusione del genere: un libro è (dovrebbe essere) una forma di approfondimento rispetto ad un pezzo di giornale o online. E poiché io detesto la superficialità in tutte le sue forme ed espressioni, ben vengano i libri che approfondiscono argomenti legati all’attualità.

Detto questo,

Due – Contestualizzazione
E però il caso di Matteo Renzi è un caso del tutto particolare. Nel senso che la figura dell’ex Presidente del Consiglio è talmente stratificata, talmente – verrebbe da dire – costruita ed artefatta, da istigare esso stesso una serie pressoché infinita di riflessioni. Che per quanto mi riguarda potremmo riassumere brevissimamente in tre filoni:
PRIMO. Non mi piace farmi abbindolare dagli imbonitori che propinano slogan facili con poca sostanza sotto. La semplificazione parossistica del messaggio politico in atto in questi ultimi anni ha portato ad una cattiva politica, con l’effetto collaterale di allontanare la gente dalla politica, anziché avvicinarla, come probabilmente ci si proponeva di fare.
SECONDO. La “coda della cometa” Renzi è peggiore della testa. Non c’è peggior renziano di un renziano folgorato sulla via di Damasco dell’opportunismo politico.  Meglio un renziano della prima ora, molto meglio.
TERZO. I problemi del PD sono più ampi della sola – seppur ingombrante – presenza di Matteo Renzi. Ci sono proprio dei problemi di genesi e (conseguentemente) di gestione, che fanno sì che questo partito, che doveva essere un campo ampio di rappresentanza del “popolo” di centrosinistra, sia diventato un partito che non parla più con nessuno, se non coi dirigenti d’azienda, e che non rappresenta più nessuno, come dimostrano i dati apocalittici di calo del tesseramento, flop delle feste dell’Unità, risultati elettorali. Piazze vuote, urne vuote. Ma non è (solo) colpa di Renzi.

Ah si, dimenticavo: il paragone tra Renzi e Berlusconi, fatte salve alcune differenze non secondarie che comunque in questo libro vengono enunciate in premessa sia da Marco Travaglio che da Andrea Scanzi, ci sta tutto, perché di fatto hanno lo stesso identico modo di porsi, e spesso hanno messo in atto provvedimenti del tutto o in parte sovrapponibili. Facciamocene una ragione, e andiamo avanti.

  La copertina non è davvero niente male.

Tre – Recensione, circa
Non sono certo io a scoprire che Andrea Scanzi è una bella penna. Una bellissima penna, anzi.  E questo viene fuori anche in questo libro, ovviamente. Solo per fare UN esempio, parlando di Renzi e di Alessia Morani, riesce a fare un paragone (credibile e non strampalato) con un personaggio di un notissimo e longevissimo fumetto Bonelli, non vi dico quale, tanto lo scoprirete leggendo il libro.  E anche se magari in un suo libro si può non essere d’accordo su tutto (nella fattispecie: lo ritengo un po’ troppo duro nel suo giudizio su Matteo Bracciali, che ha perso sì il ballottaggio alle comunali di Arezzo, ma secondo me va anche detto che è l’unico ad aver fatto un lavoro mostruoso in campagna elettorale, mentre il PD quasi tutto si defilava più o meno esplicitamente, renziani inclusi), va detto che il ritratto che ci restituisce di Matteo Renzi è impietoso ma veritiero. I tratti dello “statista” di Rignano sono quelli, sono sotto gli occhi di tutti. Renzi è così: dice una cosa e ne fa un’altra, e forse proprio per questo piace ad una certa fascia d’età degli italiani, che dopo aver passato una vita a votare un partito che era all’opposizione, sono ben contenti di votare uno “che li fa vincere” (ma per fare cosa? Non importa, è secondario, poi si vedrà): la memoria non è mai stata il forte degli elettori italiani. Altrimenti non si spiegano cinquant’anni di DC e affini, più vent’anni (per ora) di Berlusconi. Renzusconi è un libro che non fa sconti, al personaggio come al lettore-elettore.  Se non vogliamo che anche quest’altro duri vent’anni, o peggio ancora cinquanta, spetta a noi. Possibilmente, non solo nelle bacheche di Facebook. Spetta a chi fa politica attiva, spetta a chi vorrebbe farla ma non si è mai deciso a metter piede in una sezione di partito, spetta a chi va a votare e ha il dovere di farlo in modo informato. Spetta ai politici restituire credibilità a loro stessi, al fine di invertire questa spirale sempre più drammatica che ha portato la maggioranza degli italiani all’astensione. Spetta a ognuno di noi (o quasi: alcuni – concordo con Scanzi – sono davvero irrecuperabili).

Quattro – Conclusioni
Renzusconi è un libro che si legge in un paio di serate, o anche tutto d’un fiato. Ma è soprattutto un libro che, dopo averlo letto e possibilmente interiorizzato, andrebbe messo bene in vista nella libreria di casa. E risfogliato tra qualche mese. Poi tra cinque anni. Poi tra dieci. Perché siamo TUTTI di memoria corta, come montagne di ghiaccio in un mare di navi.

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Macerie Prime – volume 1

Sì, ho preso questa copertina qua.

Io lo sapevo.  Non avrei dovuto prenderlo il primo giorno. Perché ora mi tocca aspettare SEI MESI, SEI DANNATISSIMI MESI per leggere il seguito.  Eppure non ho resistito. Comprato il giorno dell’uscita, letto la sera stessa, metabolizzato in una notte.
Non è facile spiegarvi perché mi piace Zerocalcare, e questo c’entra solo fino a un certo punto con il fatto che siate o non siate lettori abituali di fumetti.  Ci provo, comunque:  perché Zerocalcare ha il rarissimo pregio di saper trattare con leggerezza – ma non troppa – una serie di temi che riguardano un numero di persone più grande di quello che probabilmente lui stesso potrebbe pensare. Cito testualmente per la prima volta (di due) quello che dice Zero nella presentazione che fa nel suo blog: “Non è un manifesto generazionale né una dichiarazione di intenti, peraltro essendo un libro in due parti se uno non è completamente scemo si può immaginare che alcune delle cose fissate in questo primo atto possono essere rovesciate nel secondo.” Eppure, leggendolo, ho ritrovato diversi pensieri, sensazioni, situazioni, stati d’animo che sono, sono stati, saranno anche miei.  Ovvio, i protagonisti sono di Roma mentre io ho sempre vissuto nei sobborghi di Arezzo, e quindi certe cose devo magari un po’ immaginarmele (questo per dire che capisco come mai Zero rifiuti l’etichetta di “manifesto generazionale” che è una cosa grossa e che dovrebbe trascendere anche certi riferimenti culturali e storici che invece, nel libro, tracciano una linea tra chi sta “di qua” e chi sta “di là”), ma la potenza di quello che dice, e mostra, questo libro è indubbia:

Per dire, una delle cose che maggiormente mi hanno segnato, in questo libro, è il restare fedeli a sé stessi, alle proprie idee e ai propri principi.  Che è una cosa difficile, come deglutire con una serie di chiodi infilati in gola.  Ed ecco, tutta la potenza del media fumetto. Non riesco ad immaginare la stessa espressione di un concetto come quello rappresentato nella vignetta qui sopra, per efficacia e sintesi, in nessun altro modo.

Oh insomma, lo so che vi sta scendendo l’attenzione.

Quindi non ve la faccio lunga, e vi spiego perché il secondo volume esce tra sei mesi, prendendo di nuovo a prestito le parole di Zerocalcare: “È un libro in due parti, perché sennò veniva un malloppo illeggibile di 400 pagine, e invece la seconda parte esce tra sei mesi, che sono pure i sei mesi che passano all’interno della storia tra il primo e il secondo atto, così uno si vive le cose in tempo più o meno reale.” E allora ok, ho fatto bene a comprarlo il giorno stesso dell’uscita, e a leggerlo subito: cercherò di non rileggerlo, anzi, fino all’uscita della seconda parte. Magari avrò la stessa sensazione di ricordarmi di ciò di cui stavamo parlando ma NON TROPPO nel dettaglio, così come i ricordi a volte dopo sei mesi sfumano un po’ nei dettagli.  Una mossa “filologicamente corretta”, alla fine. Mancano solo sei mesi all’uscita del secondo volume. Non vedo l’ora.
“Sì, ma il libro di che parla?” Guardate qua, così ve lo spiegano bene, potete dare un’occhiata alle prime pagine, comprarvelo.

Un disastro chiamato amore

Lo ammetto: io, così come i miei 3 o 4 affezionatissimi lettori, mai avrei – avremmo – pensato di poter parlare di un romanzo come “un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli.  Eppure, per quelle strane coincidenze che nella vita talvolta accadono, i nostri percorsi si sono incrociati per vie traverse, ed ecco che questo mi ha portato alla lettura di questo libro.  Lettura avvenuta nel corso di un volo che mi stava portando in Australia, peraltro – questa segnatevela, perché dopo ci torniamo – e soprattutto risultata più piacevole e scorrevole di quello che avrei potuto pensare. E qui è dove ammetto che partivo prevenuto sul genere “romanzo rosa”. E invece “un disastro chiamato amore” è un libro che mi ha ricordato come nella vita bisognerebbe esserlo il meno possibile, prevenuti.

Ecco, la copertina non mi è piaciuta granché, ma sono dettagli.

Ecco, la copertina non mi è piaciuta granché, ma sono dettagli…

“Un disastro chiamato amore” è un romanzo piacevole, una lettura che intrattiene tenendoti sulla corda senza mai annoiarti – e ti paresse poco. La parte più interessante del libro – per chi scrive – è la caratterizzazione del personaggio principale.  Vivienne Vuloir, italo-francese che da Parigi deve trasferirsi in Liguria per scrivere una biografia su commissione, è veramente un disastro ambulante, e le gag che la vedono protagonista sono divertenti, ma non quanto le sue innumerevoli ansie e il suo modo “contorto” e molto femminile di pensare a tutto quello che le capita.  Una tra tutte – e torniamo alla voce “coincidenze” la paura di volare:  senza voler troppo rivelare della trama, per non rovinare il piacere della lettura, ad un certo punto della storia Vivienne deve decidere se prendere o meno un volo che la porterebbe in Australia.  Ecco, questa parte del libro l’ho letta a bordo di un aereo diretto a Melbourne!  Vivienne è vera, tridimensionale, rompicoglioni, impacciata e pertanto fa simpatia, anche a me che credo di essere il più atipico dei lettori di romanzi rosa che possiate immaginare. Io non lo so se Chiara Giacobelli si è ispirata a sé stessa per tratteggiare il personaggio, non la conosco così bene, ma per quel poco che la conosco immagino di si, che ci abbia messo dentro un po’ di sé. Il risultato è ok. Il solo appunto che mi sento di fare è che le figure maschili del libro, tranne ovviamente il protagonista maschile, Alex Lennyster, non sono altrettanto ben tratteggiate:  non che la trama ne risenta, però devo qui prendere le difese della categoria e dire che gli uomini sono altrettanto ricchi di sfaccettature caratteriali, spesso e volentieri.

Comunque, questo libro ha avuto per me un indubbio merito: mi ha aiutato a superare una sorta di “blocco mentale” che avevo nei confronti del genere letterario in sé.  Fino alla lettura di questo libro, ecco, direi che mi sarei potuto definire uno del tipo “non ho niente contro chi li legge, però…”, mentre invece adesso potrei tranquillamente definirmi come appartenente alla scuola di pensiero del “perché no? Mica si possono leggere solo cose impegnate nella vita!”

[…e dopo quest’ultima frase, corro a comprarmi l’ultimo libro di Noam Chomsky, così, tanto per fare pace col me stesso precedente!]

Scherzi a parte, “Un disastro chiamato amore” è stato una lettura davvero gradevole. Uno di quei libri che potreste tranquillamente far trovare sotto l’albero ad una vostra amica, fidanzata, moglie, mamma. Che vi ringrazierebbe del regalo. E poi vi chiederebbe: “ma quando esce il prossimo?”

Ah già, non ve l’ho ancora detto:  il libro ha una sorta di “finale aperto”, diciamo una porta a vetri attraverso la quale si vedono spiragli di un seguito che immagino sia più che un pensiero nella mente dell’autrice. Buona lettura, allora.  In attesa di sapere che altro ci sarà in serbo per Vivienne…

Acqua piena di acqua

La copertina di "Acqua piena di acqua"

La copertina di “Acqua piena di acqua”

Parlare di un romanzo come “Acqua piena di acqua” senza fare cenno all’intreccio narrativo in esso contenuto, per non rivelare nulla – o comunque il meno possibile – a chi ancora non lo avesse letto, è impresa non di poco conto, perché evidentemente è proprio nel dipanarsi delle vicende delle tre generazioni di donne che ne sono protagoniste che si può realizzare come quello che si ha tra le mani è un libro che racconta una storia che è sì inventata, ma che contiene pochi, pochissimi elementi romanzeschi in senso stretto.  Così, per parlarne, è necessario fare ricorso a metafore “acquatiche”, certi, così facendo, di non tradire l’idea originaria che sta alla base di questo testo.

“Acqua piena di acqua” è un libro che come un gorgo trascina sott’acqua, che a tratti fa desiderare ossigeno in modo quasi smanioso, che non fa sconti, pur senza bisogno di mostrare troppo, in netta controtendenza con una parte consistente della narrativa contemporanea dove molto è sacrificato sull’altare dello sbattere in faccia al lettore la realtà nuda e cruda.  Un libro che è un po’ come il mare, che a nuotarci stando a galla si arriva a vedere solo fino ai propri piedi, grosso modo, e che quando le profondità diventano più grandi ed estese, diventa cupo, e obbliga il lettore a prendere un respiro ed immergersi, se vuol vedere cosa c’è sotto.  Ma proprio come un gorgo, alla fine, restituisce tutto alla superficie, facendola ritornare piatta, calma, così da poter vedere chiaramente cosa si è salvato e cosa invece ha subito danni.  Questa concezione dell’acqua come fonte di vita e al tempo stesso come forza impetuosa e inarrestabile che tutto travolge ritorna spesso nel libro, sia nei continui richiami all’”acqua piena di acqua tinta di pece”, sia nelle infinite situazioni della vita in cui tutti noi, prima o poi, in un modo o nell’altro “siamo acqua”.  Dalla chiacchiera di paese, che come un rivolo d’acqua può scavare pazientemente anche la roccia più solida, ai cambiamenti che quotidianamente avvengono nella vita di ognuno, che come un sassolino gettato in uno stagno creano cerchi concentrici sempre più ampi che non sembrano fermarsi mai. E ancora, come un gorgo è la narrazione, che parte da un centro e poi vorticosamente se ne allontana, ma sempre con moto circolare e sempre con un centro ben definito, ben preciso, che è un centro sia narrativo – nel senso dell’evento attorno a cui tutto ruota, la morte di Letizia – sia emotivo:  perché “Acqua piena di acqua” ha una forza, soprattutto, nel presentare in maniera sempre convincente i pensieri delle tre donne che ne sono protagoniste.  Letizia, Anna, Ludovica sono tutte e tre donne costrette a fare i conti con il fiume degli eventi, e a realizzare che a volte ci si può anche far trasportare dalla corrente, ma che altre volte invece è necessario nuotare per non finire dove non si vorrebbe.

“Acqua piena di acqua” è un romanzo in cui molte situazioni e personaggi sono stereotipate, eppure questo in un certo senso ne costituisce la sua forza.  Il paesino di “provincia cronica”, come cantavano qualche anno fa i Baustelle, che dell’autrice peraltro sono conterranei.  Il sorgere dei primi condomini, che in tanti andarono ad abitare svuotando i centri storici.  La gente che “dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”, per dirla con un altro cantante, quel Fabrizio De André che si meriterebbe anche lui un posto nella Storia della Letteratura, ma questa è un’altra storia.  Le donne tormentate e compresse tra il ruolo di angeli del focolare e il desiderio legittimo di affermare la propria identità.  Gli uomini che spesso, semplicemente, non si accorgono di quello che accade alle loro compagne e mogli, perché troppo concentrati su sé stessi, sul lavoro, genericamente “assenti”.  Tutti tratti che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento italiano:  alzi la mano chi non ha avuto modo di avere esperienza diretta con nessuna delle situazioni sopra descritte.  È un libro pubblicato nel 2016 anche se non lo sembra, e anche questo è un punto di forza.  Per lo stile, innanzitutto:  ricercato e molto classico ma senza autocompiacimenti.  Per il rifuggire da qualsivoglia “soluzione facile”:  non c’è alcuna volontà, in questo testo, di rassicurare il lettore che tutto andrà bene, ma non c’è neanche la frenesia tipica dell’oggi di anticipare che tutto andrà male.  Per l’ambientazione, infine:  un paesino della provincia italiana che potremmo spostare più a nord o più a sud senza che la sostanza cambi poi di molto; in un periodo storico di trasformazioni societarie profondissime, ma che in questo romanzo restano sempre – giustamente – ai margini, perché non funzionali alla narrazione.  “Acqua piena di acqua” un libro un po’ fuori dagli schemi rispetto al romanzo contemporaneo, scritto e narrato da una voce femminile senza però risultare poco comprensibile, o astruso, ad un lettore uomo.  Perché la mente umana, maschile o femminile poco importa, è come il mare:  per riuscire a vedere un po’ più a fondo, l’unico modo possibile è accettare di immergersi sotto la superficie.  Fate un respiro profondo, immergetevi nella lettura.   Sott’acqua ci sono dei pesci che vale davvero la pena di vedere più da vicino.

Cinzia Della Ciana, Acqua piena di acqua”, 2016, Effigi Edizioni, 192 pp., Euro 14,00.

Sono stato a vedere i Verdena 12 anni dopo

Sono stato a vedere i Verdena 12 anni dopo l’ultima volta che li avevo visti dal vivo. Oddio, 11 e mezzo, se proprio vogliamo essere fiscali, ma la sostanza non è che cambi molto. Incidentalmente, sono stato nello stesso posto dove li avevo visti a fine 2004, anche se da allora è cambiato il nome del locale, la gestione e un sacco di altre cose, tra cui il mio stato civile e buona parte dei miei ascolti. Ma non divaghiamo, e per fare un po’ di professionismo – che ben presto abbandonerò, nel corso di questo pezzo – vi snocciolo qui di seguito la scaletta, anzi, la setlist, come usa dire oggi, del concerto, che è durato poco meno di due ore ed è iniziato puntualissimo.

Derek
Luna
Sci desertico
Loniterp
Lui gareggia
Un blu sincero
Rilievo
Dymo
Puzzle
Contro la ragione
Il tramonto degli stupidi
Colle immane (intro)
Muori delay
Un po’ esageri
Colle immane
Valvonauta
Logorrea
Nevischio

– encore –
Fluido
Don calisto
Inno del perdersi
Revolve (Melvins cover)

 Per mille motivi che sarebbe troppo lungo, tedioso e non attinente elencare qui, mi capita sempre più di rado di andare a vedere dei concerti. E spesso si tratta di concerti molto raccolti, non megaeventi. La ragguardevole eccezione a questa non-regola è stato il live dei Radiohead del 2012. Ma torniamo a noi. Per questo concerto dei Verdena avevo inoltrato la prenotazione via mail il giorno stesso dell’annuncio dell’evento. Sono arrivato in loco fate conto verso le 21:10, e mi sono messo in fila, bravo, ordinato, tra facce note e gente venuta da fuori.  Ridendo e scherzando, mi ci è voluta una mezz’ora per entrare, e nel corso di questa mezz’ora ho realizzato che erano davvero diversi anni che non facevo una fila ad un concerto.
Ok, chi se ne frega. Ok.  Torniamo a noi.
Al concerto c’era un mio collega, che si è meravigliato perché al banco ho ordinato un Negroni. Parlando con lui, gli ho detto che secondo me non avrebbero fatto pezzi vecchi. Sono stato smentito già allo spot 2 della scaletta.  E finalmente, dopo quasi 2000 battute in gran parte superflue, cominciamo a parlare del concerto in quanto tale. Forse.

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(Foto di Elisa Modesti – www.karemaski.com)

I Verdena sono grosso modo miei coetanei. Anzi, se non sbaglio, Roberta è del 1979 come me.  Ho sentito per la prima volta una loro canzone nel 1999, ed ovviamente si trattava di Valvonauta, che con mio sommo sbigottimento hanno anche suonato, al concerto di cui in teoria dovrei stare parlando. Ci ho parlato di persona nell’estate 2000, coi Verdena, nel backstage di Arezzo Wave 2000, dopo il loro soundcheck.  Ricordo che gli avevo chiesto cosa significasse il ritornello di Stenuo, e che Alberto mi rispose che non voleva dire proprio niente. Io devo aver ribattuto un “ah, ok” e finita lì.  A questo concerto – che a beneficio dei posteri ricordo essersi svolto il 24 aprile 2016 – c’era un tot di ragazzi che probabilmente ai tempi dell’uscita di Valvonauta non era neanche nata,.o al massimo aveva in corso lo svezzamento.  Le foto nella gallery mi danno ragione, in questa mia considerazione tutt’altro che secondaria.  Eppure, Valvonauta l’hanno cantata tutti.
Ma perché, tutt’altro che secondaria? Per un motivo molto semplice.  Perché il tempo che scorre inesorabile per tutti ci ha consegnato intatta e sotto gli occhi di tutti quelli che hanno voglia di vederla, una cosa bellissima: un percorso artistico originale.  I Verdena, che nel 1999 erano solo un gruppo che aveva tirato fuori un singolo con un giro di basso che ricordava un po’ quello di 1979 degli Smashing Pumpkins, diciassette anni dopo sono una band che ha sei album all’attivo (di cui due doppi), ma soprattutto sono un gruppo che ha saputo esplorare tutte o quasi le sfaccettature del rock, aggiungendo elementi ad ogni nuovo disco.  Perfino il lavoro sui testi, che possono effettivamente sembrare (anzi, magari sono) ai confini del nonsense, è diventato parte integrante della loro produzione; non penso che nessuno mi possa smentire dicendo che è una cifra stilistica del gruppo.  I testi dei Verdena non sono profondi, eppure ti costringono ad interrogarti sul loro modo di scrivere, di fare musica.  Ma la cosa che a questo punto sono giunto a realizzare è che un gruppo che ha saputo mantenere così alta l’attenzione su di sé di un certo tipo di mondo, che potremmo banalmente, semplicisticamente e riduttivamente chiamare quello del rock alternativo, o se volete la scena indie, è quanto di più vicino ad una band generazionale potremo mai avere in Italia. Perché ok, ci sono stati i Marlene Kuntz e gli Afterhours, ma in entrambi i casi ci sono stati degli scivolamenti verso il pop abbastanza preoccupanti, se considerate l’intera questione, appunto, da un punto di vista indie.  I Verdena sono forse l’unico gruppo di una certa rilevanza che tutti più o meno ascoltano dal 1999 a oggi, e contemporaneamente sono anche un gruppo per cui bisogna fare la fila per entrare.  Un caso, nella scena musicale italiana, più unico che raro, permettetemi.
Ah, già che ci siamo: sono anche un gruppo che è migliorato tantissimo, tecnicamente.  Sono dei musicisti che danno l’impressione di pretendere tantissimo da loro stessi (Alberto Ferrari in primis, ovviamente), e che oggi, nel 2016, dal vivo alzano dei muri di suono che nel 2004 non erano in grado forse neppure di concepire loro stessi.  Figuriamoci nel 2000, quando Alberto suonò ad Arezzo Wave coi sandali e i calzini bianchi, e a un certo punto si mise a litigare coi fonici, la sua chitarra e il mondo intero a metà di un pezzo.
E insomma niente, domenica sera al Karemaski c’è stato questo concerto, il locale era pieno, i Verdena hanno suonato (bene) per un’ora e cinquanta minuti, e avrebbero potuto continuare altrettanto tempo e nessuno avrebbe avuto niente da obiettare. Il locale era pieno, ma ad onor del vero era pieno prevalentemente di gente venuta da fuori Arezzo.  Il che, se poi ci pensate un po’, è la fotografia più giusta del livello che hanno raggiunto questi tre miei quasi coetanei partiti dalla provincia di Bergamo, ormai quasi vent’anni fa.

Nota a margine:  appena finito il concerto, il DJ set è cominciato con Zero degli Smashing Pumpkins.  My reflection, dirty mirror, there’s no connection to myself. Proprio quegli Smashing Pumpkins di cui, frettolosamente, nel 1999 appiccicammo ai Verdena l’etichetta di emuli italiani. Ma all’epoca avevamo vent’anni, sia noi che loro, ed eravamo sicurament più ingenui. Avevamo internet col 56k, e un pezzo come questo, per commentare un concerto, non avrebbe avuto senso scriverlo.  Vedi te come cambia alla svelta il mondo.

Libri che dovreste regalare per Natale

Questo post, ovviamente non richiesto, contiene una mia personalissima lista di 10 libri che fareste bene a regalare – e se non li avete letti, a regalarvi. Libri di cui magari avete già sentito parlare, o avete visto in libreria, ma che non vi siete mai decisi a comprare. Ecco, se siete passati di qui e un minimo vi fidate di me, decidetevi e comprateli.

Nota per il fruitore: sono volutamente esclusi dalla lista libri degli ultimi cinque anni e classici fondamentali, perché sui primi non credo ci sia bisogno di consigli (tutto il mondo ne parla) e sui secondi non basterebbe una lista di 100 libri, altro che 10.

1. Jonathan Safran Foer – Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, 2005)

In breve, un libro che non può lasciarvi indifferenti. E che se vi lascerà indifferenti, beh, mi fa dubitare della vostra capacità di definirvi esseri umani, o anche solo animali a sangue caldo. Una storia sul rapporto tra un figlio di 10 anni e il proprio padre, il mondo che lo circonda, gli affetti. Una storia inventata talmente bene da farti pensare che da qualche parte nel multiverso deve essere successa realmente.

2. Pino Cacucci – Le balene lo sanno (Feltrinelli, 2009)

Pino Cacucci è uno dei miei scrittori italiani preferiti, sia perché con i suoi libri di viaggi ti fa venire una voglia matta di girare il mondo, sia perché quando si cimenta con la narrazione “pura” è comunque abilissimo a creare storie interessanti e ricche di pathos. “Le balene lo sanno” è un libro che racconta di un viaggio nella Baja California, la penisola più lunga del mondo. Ma è un libro scritto talmente bene da sembrare un romanzo – anzi, magari lo è.

3. Enrico Brizzi – Lennon Guevara Bugatti (Comix 1997, poi Mondadori)

C’è stato un tempo in cui Enrico Brizzi era quanto di più vicino ad uno scrittore “generazionale” la mia generazione abbia mai avuto. Brizzi ha avuto un periodo di completa, totale follia creativa, che potremmo situare temporalmente nel quinquennio 1998-2003: Lennon Guevara Bugatti rappresenta il punto più alto di questa sua fase. Un libro essenziale, al punto di essere il più difficile da trovare di questo autore.

4. Mark Haddon – Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte (Einaudi, 2003)

Un altro libro sul rapporto tra padre e figlio, e va beh, c’è conflitto di interessi, fucilatemi. Eppure è uno dei pochi libri scritti negli anni 2000 che se non li avete letti mi viene da mettermi le mani nei capelli, per voi, perché non sapete cosa vi state perdendo. Un libro a cui ripenso in continuazione, per la semplicità dell’intreccio unita alla profondità dei personaggi che lo popolano. Uno di quei libri che vorrei tanto aver scritto io.

5. Osvaldo Soriano – La resa del leone (Einaudi, 1986)

Esiste un Osvaldo Soriano che tutti conosciamo e conoscete, quello di Triste, Solitario y Final e dei libri di raccolte di racconti a sfondo sportivo. Poi esiste un altro Soriano, che non è il caso di definire “minore”, perché è quello in cui lo scrittore sudamericano dà pienamente sfogo alla sua fantasia. La resa del leone è un intreccio di fatti veri e travolgenti invenzioni, che ha un solo difetto: finisce troppo alla svelta.

6. Tommaso Landolfi – La pietra lunare (Adelphi, 1939)

Un libro come non ce ne sono altri nel pur vasto panorama letterario nazionale. Sono consapevole che detto così suoni ESTREMAMENTE riduttivo.  Un libro che pagina dopo pagina muta, da spaccato della vita di provincia ad uno scenario surreale, quasi infernale. Scritto nel 1939, secondo gente che ne capisce più di me, contiene numerosi richiami alla situazione sociale e politica dell’Italia di quegli anni, in cui si doveva tra l’altro scrivere sotto censura.

7. Frédéric Beigbeder – Lire 26.900 (Feltrinelli, 2000)

Octave è un pubblicitario, e parlando della sua professione ci spiega che “nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.” Un romanzo a tratti inquietante perché spinge a riflettere su quanto profondamente – e purtroppo irreversibilmente, temo – la pubblicità sia arrivata ad influenzare le nostre vite. Un libro scritto per farsi licenziare, un pugno allo stomaco e una scossa alla testa.

8. Art Spiegelman – Maus (Einaudi, 1980)

Questo è un libro a fumetti. E incidentalmente, è uno dei libri più belli e toccanti che vi capiterà mai di leggere nella vostra vita. Un libro che parla di nazismo e campi di concentramento, di sopravvivenza e tentativo di rinascita, del mondo che era prima e che dopo non è stato più. Se il sistema scolastico italiano avesse un minimo di coraggio, questo libro dovrebbe essere nei programmi di storia da anni.

9. Stefano Benni – La compagnia dei celestini (Feltrinelli, 1992)

Un libro che tratta di calcio e di infanzia, di sfide memorabili e di un’Italia parodiata ma neanche troppo, surreale ma neanche troppo, un libro in cui è facile identificarsi anche se racconta una storia completamente inventata, o forse proprio per questo.  Dotato di una grande leggerezza, e proprio per questo in grado di farci riflettere, sul nostro Paese ma ancor di più su noi stessi, che da bambini ci sforziamo di diventare adulti, chissà perché.

10. Boris Vian – La schiuma dei giorni (Marcos y Marcos, 1947)

No, qui non vi dico una parola in più. Fidatevi, compratelo e basta.

Barzin – Something I have not done is following me

La copertina dell'edizione italiana del libro di Barzin

La copertina dell’edizione italiana del libro di Barzin

L’inesorabile scorrere del tempo, a me figlio degli anni ’90, ricorda innanzitutto che in questi anni “dieci”, che mi fa impressione anche solo scriverlo – mia nonna era “del dieci”, ma del secolo scorso – è cambiato in modo irreversibile il modo di fruire l’arte.  E così capita che grazie ad una segnalazione in un social network io, figlio degli anni ’90 di cui sopra, in cui si conosceva un nuovo musicista grazie a un amico o un compagno di classe che ti passava la cassetta, abbia potuto scoprire qualche nuovo artista, in un panorama musicale che si estende a perdita d’occhio e che proprio grazie all’infinita ampiezza dell’internet si conosce sempre e solo in parte. Una conoscenza per approssimazione, che però deve obbligatoriamente bastare a noi stessi, ai nostri ascolti, alla nostra “fame d’arte”. Ed è stato grazie alle segnalazioni di cui sopra che sono venuto a conoscenza, lo scorso anno, di Barzin Hosseini-Rad, cantautore canadese autore del bellissimo To live alone in that long summer, un disco che se non ci fosse stato internet probabilmente non avrei mai conosciuto.  Peraltro, è il quarto della sua carriera di musicista, e se vi piace quello che avete sentito cliccando sul link di due righe fa, gli altri tre dischi suoi sono Barzin (2005), My life in rooms (2006) e Notes to an Absent Lover (2009). Ma non è di questo che volevo parlare, anzi, il preambolo è durato fin troppo.

Barzin ha anche scritto un libro di poesie, Qualcosa che non ho fatto mi sta seguendo. Ed è di questo che vengo, finalmente, a parlarvi. Il libro, che in originale si intitola Something I have not done is following me, è uscito in Canada nel 2013 ed è stato pubblicato nel 2015 in Italia dalla Ghost Records and Publishing, la stessa etichetta che ha distribuito il suo ultimo album.  Devo dire la verità:  di solito sono sempre un po’ scettico nei confronti dei libri scritti da musicisti, anche se spesso mi è capitato di dovermi ricredere.  Questo è uno di quei casi.  La poesia di Barzin Hosseini-Rad è per certi versi la prosecuzione naturale del suo lavoro di cantautore. In uno dei suoi componimenti più belli, Barzin si rivolge a Leonard Cohen, con queste parole:

Mi sono rivolto a te stanotte
perché ho troppe domande,
e tu sei il santo della perdita e dell’abbandono.

La poesia di Barzin è intimista, proprio come la sua musica.  Ma non avendo i “limiti” imposti dalla forma-canzone, si esprime più liberamente, a volte in lunghe elegie e a volte in brevi flash, sempre fortemente legata al vissuto dell’artista anche quando tenta di elevarsi. Un messaggio estremamente realistico anche nell’astrazione, una poetica ancorata al giorno d’oggi. Per dirla di nuovo con le parole dell’autore,

La bellezza così vicina da poterla sfiorare
ma sempre irraggiungibile.

Un libro che merita una lettura, indipendentemente dalla conoscenza del Barzin cantautore, insomma. L’edizione italiana, prodotta in 200 copie numerate con traduzione e cura editoriale di Fabrizio Coppola, è stampata con il formato del testo a fronte. Il lavoro di traduzione è molto buono, e permette anche a chi non ha un inglese perfetto di poter fruire al meglio sia delle poesie sia della “cifra stilistica” di Barzin Hosseini-Rad. Una lettura agile e insieme molto profonda, da rileggere più di una volta per poter apprezzarne al meglio le sfumature. La scoperta dell’artista Barzin, insomma, è stata per me la riprova che non tutto l’internet viene per nuocere. Dategli una possibilità anche voi, il libro lo trovate a questo link.