Renzusconi – Andrea Scanzi

Uno – Captatio malevolentiae
Lo ammetto, non sono mai stato un grande fanatico degli “instant book” di politica e attualità. Non perché non mi interessino, anzi, ma perché capita spesso che contengano informazioni che già conoscevo, stralci di cose che avevo già letto altrove, e di quello che non sapevo ci sono cose interessanti, altre meno, altre che vengono superate dall’attualità. E comunque, tanto per contraddirmi un po’, capisco – e anzi, faccio il tifo per – la diffusione del genere: un libro è (dovrebbe essere) una forma di approfondimento rispetto ad un pezzo di giornale o online. E poiché io detesto la superficialità in tutte le sue forme ed espressioni, ben vengano i libri che approfondiscono argomenti legati all’attualità.

Detto questo,

Due – Contestualizzazione
E però il caso di Matteo Renzi è un caso del tutto particolare. Nel senso che la figura dell’ex Presidente del Consiglio è talmente stratificata, talmente – verrebbe da dire – costruita ed artefatta, da istigare esso stesso una serie pressoché infinita di riflessioni. Che per quanto mi riguarda potremmo riassumere brevissimamente in tre filoni:
PRIMO. Non mi piace farmi abbindolare dagli imbonitori che propinano slogan facili con poca sostanza sotto. La semplificazione parossistica del messaggio politico in atto in questi ultimi anni ha portato ad una cattiva politica, con l’effetto collaterale di allontanare la gente dalla politica, anziché avvicinarla, come probabilmente ci si proponeva di fare.
SECONDO. La “coda della cometa” Renzi è peggiore della testa. Non c’è peggior renziano di un renziano folgorato sulla via di Damasco dell’opportunismo politico.  Meglio un renziano della prima ora, molto meglio.
TERZO. I problemi del PD sono più ampi della sola – seppur ingombrante – presenza di Matteo Renzi. Ci sono proprio dei problemi di genesi e (conseguentemente) di gestione, che fanno sì che questo partito, che doveva essere un campo ampio di rappresentanza del “popolo” di centrosinistra, sia diventato un partito che non parla più con nessuno, se non coi dirigenti d’azienda, e che non rappresenta più nessuno, come dimostrano i dati apocalittici di calo del tesseramento, flop delle feste dell’Unità, risultati elettorali. Piazze vuote, urne vuote. Ma non è (solo) colpa di Renzi.

Ah si, dimenticavo: il paragone tra Renzi e Berlusconi, fatte salve alcune differenze non secondarie che comunque in questo libro vengono enunciate in premessa sia da Marco Travaglio che da Andrea Scanzi, ci sta tutto, perché di fatto hanno lo stesso identico modo di porsi, e spesso hanno messo in atto provvedimenti del tutto o in parte sovrapponibili. Facciamocene una ragione, e andiamo avanti.

  La copertina non è davvero niente male.

Tre – Recensione, circa
Non sono certo io a scoprire che Andrea Scanzi è una bella penna. Una bellissima penna, anzi.  E questo viene fuori anche in questo libro, ovviamente. Solo per fare UN esempio, parlando di Renzi e di Alessia Morani, riesce a fare un paragone (credibile e non strampalato) con un personaggio di un notissimo e longevissimo fumetto Bonelli, non vi dico quale, tanto lo scoprirete leggendo il libro.  E anche se magari in un suo libro si può non essere d’accordo su tutto (nella fattispecie: lo ritengo un po’ troppo duro nel suo giudizio su Matteo Bracciali, che ha perso sì il ballottaggio alle comunali di Arezzo, ma secondo me va anche detto che è l’unico ad aver fatto un lavoro mostruoso in campagna elettorale, mentre il PD quasi tutto si defilava più o meno esplicitamente, renziani inclusi), va detto che il ritratto che ci restituisce di Matteo Renzi è impietoso ma veritiero. I tratti dello “statista” di Rignano sono quelli, sono sotto gli occhi di tutti. Renzi è così: dice una cosa e ne fa un’altra, e forse proprio per questo piace ad una certa fascia d’età degli italiani, che dopo aver passato una vita a votare un partito che era all’opposizione, sono ben contenti di votare uno “che li fa vincere” (ma per fare cosa? Non importa, è secondario, poi si vedrà): la memoria non è mai stata il forte degli elettori italiani. Altrimenti non si spiegano cinquant’anni di DC e affini, più vent’anni (per ora) di Berlusconi. Renzusconi è un libro che non fa sconti, al personaggio come al lettore-elettore.  Se non vogliamo che anche quest’altro duri vent’anni, o peggio ancora cinquanta, spetta a noi. Possibilmente, non solo nelle bacheche di Facebook. Spetta a chi fa politica attiva, spetta a chi vorrebbe farla ma non si è mai deciso a metter piede in una sezione di partito, spetta a chi va a votare e ha il dovere di farlo in modo informato. Spetta ai politici restituire credibilità a loro stessi, al fine di invertire questa spirale sempre più drammatica che ha portato la maggioranza degli italiani all’astensione. Spetta a ognuno di noi (o quasi: alcuni – concordo con Scanzi – sono davvero irrecuperabili).

Quattro – Conclusioni
Renzusconi è un libro che si legge in un paio di serate, o anche tutto d’un fiato. Ma è soprattutto un libro che, dopo averlo letto e possibilmente interiorizzato, andrebbe messo bene in vista nella libreria di casa. E risfogliato tra qualche mese. Poi tra cinque anni. Poi tra dieci. Perché siamo TUTTI di memoria corta, come montagne di ghiaccio in un mare di navi.

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Macerie Prime – volume 1

Sì, ho preso questa copertina qua.

Io lo sapevo.  Non avrei dovuto prenderlo il primo giorno. Perché ora mi tocca aspettare SEI MESI, SEI DANNATISSIMI MESI per leggere il seguito.  Eppure non ho resistito. Comprato il giorno dell’uscita, letto la sera stessa, metabolizzato in una notte.
Non è facile spiegarvi perché mi piace Zerocalcare, e questo c’entra solo fino a un certo punto con il fatto che siate o non siate lettori abituali di fumetti.  Ci provo, comunque:  perché Zerocalcare ha il rarissimo pregio di saper trattare con leggerezza – ma non troppa – una serie di temi che riguardano un numero di persone più grande di quello che probabilmente lui stesso potrebbe pensare. Cito testualmente per la prima volta (di due) quello che dice Zero nella presentazione che fa nel suo blog: “Non è un manifesto generazionale né una dichiarazione di intenti, peraltro essendo un libro in due parti se uno non è completamente scemo si può immaginare che alcune delle cose fissate in questo primo atto possono essere rovesciate nel secondo.” Eppure, leggendolo, ho ritrovato diversi pensieri, sensazioni, situazioni, stati d’animo che sono, sono stati, saranno anche miei.  Ovvio, i protagonisti sono di Roma mentre io ho sempre vissuto nei sobborghi di Arezzo, e quindi certe cose devo magari un po’ immaginarmele (questo per dire che capisco come mai Zero rifiuti l’etichetta di “manifesto generazionale” che è una cosa grossa e che dovrebbe trascendere anche certi riferimenti culturali e storici che invece, nel libro, tracciano una linea tra chi sta “di qua” e chi sta “di là”), ma la potenza di quello che dice, e mostra, questo libro è indubbia:

Per dire, una delle cose che maggiormente mi hanno segnato, in questo libro, è il restare fedeli a sé stessi, alle proprie idee e ai propri principi.  Che è una cosa difficile, come deglutire con una serie di chiodi infilati in gola.  Ed ecco, tutta la potenza del media fumetto. Non riesco ad immaginare la stessa espressione di un concetto come quello rappresentato nella vignetta qui sopra, per efficacia e sintesi, in nessun altro modo.

Oh insomma, lo so che vi sta scendendo l’attenzione.

Quindi non ve la faccio lunga, e vi spiego perché il secondo volume esce tra sei mesi, prendendo di nuovo a prestito le parole di Zerocalcare: “È un libro in due parti, perché sennò veniva un malloppo illeggibile di 400 pagine, e invece la seconda parte esce tra sei mesi, che sono pure i sei mesi che passano all’interno della storia tra il primo e il secondo atto, così uno si vive le cose in tempo più o meno reale.” E allora ok, ho fatto bene a comprarlo il giorno stesso dell’uscita, e a leggerlo subito: cercherò di non rileggerlo, anzi, fino all’uscita della seconda parte. Magari avrò la stessa sensazione di ricordarmi di ciò di cui stavamo parlando ma NON TROPPO nel dettaglio, così come i ricordi a volte dopo sei mesi sfumano un po’ nei dettagli.  Una mossa “filologicamente corretta”, alla fine. Mancano solo sei mesi all’uscita del secondo volume. Non vedo l’ora.
“Sì, ma il libro di che parla?” Guardate qua, così ve lo spiegano bene, potete dare un’occhiata alle prime pagine, comprarvelo.

Ma il cielo è sempre più blu?

Piccolo compendio di cose che riguardano i mondiali a cui NON parteciperemo, per calciofili che si sentono in astinenza già da ora delle notti magiche inseguendo un gol che saranno notti magiche per qualcun altro. Astenersi quelli che “eh ma tanto a me del calcio non me ne frega niente”, politici mancati, politici frustrati, registi denunciati, opinionisti sclerati, Opti Poba, varie ed eventuali.

  • Prosegue la sequenza che vede l’Italia combinare qualcosa di molto buono o molto cattivo ogni 12 anni. 1958 eliminata nelle qualificazioni, 1970 finale mondiale, 1982 campioni del mondo, 1994 finale mondiale, 2006 campioni del mondo, 2018 eliminata nelle qualificazioni. Il pensiero di aspettare il 2030 mi spaventa non poco, lo ammetto.
  • No, non è stata un’apocalisse, ovviamente, tanto è vero che domattina alle 8:30 entrerò al lavoro come sempre, e troverò le stesse situazioni che ho trovato oggi.  Nel 1997 giocammo uno spareggio per accedere ai mondiali, come oggi, ma non ricordo questi toni da fine del mondo. Forse scendemmo in campo più sereni, e infatti andò a finire che eliminammo la Russia. Gol decisivo di Gigi Casiraghi, che poi ai Mondiali non fu neanche convocato.
  • Vi prego, risparmiateci la metafora della nazionale specchio del Paese reale, risparmiateci il vostro senso di superiorità secondo cui “mentre voi guardate la nazionale i nostri politici ci stanno fregando bla bla bla”.  Limitatevi, limitiamoci alle questioni puramente sportive (sì, in Italia da ani c’è un problema con gli sport di alto livello e non riguarda solo il calcio, se non ve ne foste accorti) e al fatto che quasi mai, da noi, chi sbaglia paga. Fin lì vi seguo, oltre no.
  • Per favore, lasciamo perdere anche la favola dei troppi stranieri nei top club italiani.  Il Real Madrid ha vinto la Champions 2017 con tre spagnoli fra i titolari, contro la Juventus che aveva quattro italiani e ha poi fatto entrare anche Marchisio.  Nel 2015 il Barcellona ha vinto la Champions con quattro spagnoli in campo contro la Juventus che aveva cinque titolari italiani (e sarebbero stati sei se non avesse dovuto fare a meno di Chiellini). Il Bayern Monaco ha nella formazione tipo Rafinha, Javi Martinez, Alaba, Thiago Alcantara, Robben, Ribery, Lewandowski e almeno uno tra Tolisso, Coman, James Rodriguez e Arturo Vidal.  Devo ricordarvi che cosa hanno fatto Spagna e Germania nelle qualificazioni attuali (e negli ultimi due mondiali)?
  • Casomai, è opportuno puntare il dito sulle squadre di fascia media che prediligono giocatori stranieri tutto sommato non eccelsi a italiani di buone prospettive. Facendo qualche nome, Meret che fa la panchina alla SPAL, Saponara alla Fiorentina, Scuffet all’Udinese, Tumminello al Crotone (e questo fa abbastanza ridere), Goldaniga (e un po’ anche Berardi) al Sassuolo… Vado avanti?
  • In ogni caso, siamo in buona compagnia:  a Russia 2018 non ci saranno l’Olanda, il Galles, la Romania, il Ghana, la Costa d’Avorio, il Camerun, gli USA, il Cile, il Paraguay.  Magra consolazione, lo so. E comunque, come ha già giustamente fatto notare qualcuno, tifare Arezzo ti rende psicologicamente preparato a diverse cose.  In ogni caso, applausi per i nostri concittadini che si sono sciroppati il viaggio fino a Milano di lunedì per sostenere gli azzurri…
    adios
  • Il futuro comunque parte oggi stesso. Con l’addio alla maglia azzurra di Buffon, Barzagli, De Rossi.  Un futuro in cui magari merita un’altra chance Mario Balotelli, 26 gol in 42 partite a Nizza, assurto a nuova speranza azzurra a vent’anni e ostracizzato a 24 dopo la dannata partita di Natal e del morso di Suarez a Chiellini.  Non sarebbe male poter contare almeno per un altro po’ su Chiellini (classe ’84), Marchisio (’86), recuperare Montolivo (’85), e puntare forte su Donnarumma (’99), Verratti (’92, magari da regista arretrato e non da mezzala) e chi volete voi, purché l’anno di nascita cominci per 9, possibilmente.
  • Chi è assunto alla zecca, chi ha fatto cilecca
    Chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori
    Chi legge la mano, chi regna sovrano
    Chi suda, chi lotta, chi mangia una volta
    Chi gli manca la casa, chi vive da solo
    Chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
    Chi vive in Calabria, chi vive d’amore
    Chi ha fatto la guerra, chi prende il sessanta
    Chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro,
    Ma il cielo è sempre più blu…
  • E comunque, se non vi emozionate neanche un pochino quando gioca la Nazionale, e l’unica cosa che vi preme far notare sono i soldi che ci rimettiamo a non andare al mondiale, secondo me avete davvero il cuore un po’ di pietra.

Come una mano che saluta da un treno

Adesso posso dirlo, è ufficiale & ufficializzabile: a fine mese uscirà “Come una mano che saluta da un treno – racconti a bassa definizione“, una raccolta di racconti scritti da me che verrà pubblicata dalle Edizioni Helicon di Arezzo. 180 pagine in vendita a 13 euro, con una bellissima foto di copertina di Andrea Bardelli e una altrettanto bella prefazione di Eleonora Corsi. Questo post sarà successivamente modificato e verosimilmente integrato con delle date di presentazione del libro, alle quali vi aspetto numerosi e curiosi.

Intanto, la copertina è questa:

                   Che dite, vi piace?

La citazione che dà il titolo al libro non vi verrà svelata, invece, in questa sede, ma non sarà affatto difficile da trovare su internet. Mi piacerebbe poterne parlare, così come avere un bel numero di pareri sul libro. Per ora, è solo il momento di essere, sinteticamente, felici: in fondo, vedersi pubblicare un libro è un sogno che uno si porta dentro fin da bambino.

Andare allo stadio

Io non mi dimenticherò mai che quando è nato Alessandro mi hanno regalato lo striscione “benvenuto Alessandro”. Non mi dimenticherò mai che quando se n’è andato il mio babbo lungo il viale dello stadio c’era un altro striscione che diceva “Roberto ti siamo vicini”. Non mi dimenticherò mai la camminata a piedi da Piazza S. Agostino allo stadio prima di Arezzo-Varese, come la schedatura collettiva al termine di Città di Castello-Arezzo. Non dimenticherò mai la raccolta di fondi di “agua para todos”, andata avanti per un intero campionato, così come quella per la famiglia di Daniel Gabriel, il calciatore immigrato morto di infarto a 22 anni. Lo striscione “speriamo che non ci veda Brunetta” e quello “onore a Sampei”. La serata coi miei amici di infanzia a Piccadilly Circus a cantare “Ob-la-di ob-la-da, forza Arezzo” e il coro “anche nei dilettanti mi fai battere il cuor”. Il mio amore per la maglia amaranto della mia città, che è nato anche grazie a persone che ora non ci sono più, è una di quelle cose che se uno non è pratico di stadi e di curve non si può spiegare tanto facilmente: si viene automaticamente bollati come “facinorosi”, come “esaltati” o peggio. Ci vorrebbe fin troppo tempo per spiegare, a chi non ha dimestichezza in queste storie, di come troppo spesso, in questo paese dove da sempre si fa di tutta l’erba un fascio, i tifosi siano sempre stati il “bersaglio grosso” dietro cui nascondere le magagne del momento. E allora lasciamo da parte gli spiegoni. Lasciamo da parte le motivazioni razionali, e tiriamo fuori la parte fiera di noi, quella che ci ricorda che il calcio è prima di tutto uno sport popolare, che basta un pallone, un pezzetto di prato – o anche di asfalto – e qualche amico per dar luogo a sfide avvincenti, che non c’è solo la VAR, le moviole in campo, le telecamere da mille angolazioni, ma c’è anche lo stadio della città, dove – può sembrarvi incredibile solo se ne siete al di fuori – la gente soffre, lotta, sogna, spera, condivide una passione. In un mondo che ci vorrebbe tutti replicanti, arroganti coi più deboli e zerbini coi potenti, un posto dove le persone possono essere semplicemente sé stesse, nel bene come nel male. Come diceva il più bello striscione mai esposto dai tifosi dell’Arezzo (Arezzo-Reggiana 1-0, serie C1 2003-04, diretta RaiSport, gol di Gelsi su rigore, una giubbata d’acqua che lascia stare): “Nessuna televisione potrà mai regalarvi questa emozione“. Per questo, e per mille altri motivi, domenica sera sarò allo stadio a tifare la squadra della mia città: la sola cosa che non ho ancora deciso è quale di queste sciarpe indosserò.

6 anni

E così il tempo continua a passare in fretta, tu continui a diventare grande e oggi è il tuo sesto compleanno, che è una cifra piccola eppure grandissima, fa quasi paura a pensarci, perché da quattro giorni hai cominciato la scuola elementare, e sono io a sentirmi piccolo, a pensare che adesso io per te vorrei delle cose.

Vorrei che tu stessi bene, innanzitutto. Vorrei che tutti i tuoi giri tra dottori, macchinari e laboratori di analisi diventino presto un lontano ricordo per te, un periodo sfumato della tua infanzia di cui pian piano dimenticherai i dettagli.

Vorrei essere all’altezza di tutto quello di cui hai bisogno:  da “quando torni a casa mi aiuti con i compiti?”, a starti vicino quando ti perderai in cose più complicate e grandi di te, a lasciarti solo quando vorrai che io tenga le distanze e comincerai a reclamare i tuoi spazi.

Vorrei che i tuoi occhi felici quando mi sdraio accanto a te per farti addormentare non si cancellino mai dalla mia mente, per portarmeli dietro quando le scarpe si faranno più pesanti, e che tu abbia la sensazione di poter contare su di me anche quando non sono steso al tuo fianco.

Vorrei non esserti mai di peso, anzi, alleviare il tuo.

Vorrei che questo 20 settembre 2017 fosse solo il primo di tanti giorni felici, perché tu, più di ogni altra persona che conosco, te li meriti, accidenti se te li meriti, perché per essere così piccolino ne hai passate di tutti i colori, e adesso sei davvero una piccola roccia.

Vorrei che questa lettera non ti sembri così tanto retorica se un giorno la rileggerai, ma so che non sarò riuscito ad evitarlo. Ma credimi se ti dico che l’ho scritta con tutto il mio cuore in mano.  Tanti auguri di buon compleanno, piccolo ometto mio. Diventi grande ad una velocità spaventosa.

Watchmen: quis custodiet ipsos custodes?

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 4 luglio 2013)

[INCIPIT IRONICO] Giusto perché in questa rubrica non ci siamo cimentati, finora, con dei mostri sacri del fumetto, ritenevo doveroso affrontare un argomento, o meglio, una miniserie, che ha lasciato un certo segno nel mondo dei Comics USA, diciamo un segnettino[FINE INCIPIT IRONICO]:  Watchmen, dodici albi a firma Alan Moore per i testi e Dave Gibbons per i disegni, usciti tra il settembre 1986 e l’ottobre 1987 per la DC Comics.

La copertina dell’edizione in volume di Watchmen della DC Comics.

Se il nome non vi suona nuovo, si, è perché nel 2009 ne è stata realizzata una trasposizione cinematografica, opera di Zack Snyder, lo stesso di “300” e de “L’uomo d’acciaio”, del quale – anche se è stato cambiato il finale – vi consigliamo caldamente la visione DOPO aver letto il fumetto, e rigorosamente in versione “ultimate cut”:  dura un po’ di più, ma ci sono anche “i racconti del vascello nero”, fumetto nel fumetto che… ok, ok, la smetto di aprire parentesi e vado con ordine.

Per capire l’importanza di Watchmen nel mondo del fumetto mondiale, basterebbe dire che è la prima a venire citata, quando si parla di “revisionismo supereroistico”, ovvero quella serie di opere che ha preso di peso i supereroi del fumetto USA (e, con un vero e proprio “effetto domino” , quelli di tutto il mondo), e li ha trascinati nel fango.  Non è azzardato dire che esiste un mondo del fumetto PRIMA di Watchmen e un mondo del fumetto DOPO Watchmen:  quello che c’era prima era un mondo dove esistevano, sì, i “supereroi con superproblemi”, creati da “Smiling” Stan Lee già nei primi anni ’60, ma in cui tutto era sempre e comunque destinato a finire bene ( tranne alcune eccezioni, delle quali forse la più notevole è la morte di Gwen Stacy, fidanzata dell’Uomo Ragno); quello che c’è stato dopo l’opera di Moore e Gibbons è un mondo dove i supereroi erano e sono, finalmente, figli del proprio tempo, hanno problemi di rapporti interpersonali, vivono i problemi legati al proprio mondo (nel caso di Watchmen, un mondo in piena Guerra Fredda), commettono errori irreparabili, sono, insomma, anche e soprattutto autentici, molto più di quanto non si fosse visto fino a quel momento.

Su Watchmen sono stati versati tanti di quei fiumi d’inchiostro che è praticamente impossibile aggiungere qualcosa che non sia già stato detto, così in questa sede è d’uopo limitarsi a dare qualche motivazione per cui, ecco, dal modesto punto di vista dello scrivente, non si può proprio fare a meno di leggere questo fumetto.  In primo luogo, perché ci sono tanti di quei riferimenti culturali, artistici, storici e psicologici che ad ogni rilettura è possibile trovare qualcosa di nuovo.  Qualche esempio? Uno dei protagonisti del fumetto si chiama Rorshach, e la maschera è fatta a macchie che cambiano continuamente.  Se avete avuto un’infanzia appena appena problematica, o se avete fatto un minimo di studi di psicologia, sicuramente sapete cosa sono le Macchie di Rorshach.  Per tutti gli altri, cliccate qui.  Inoltre, nel corso delle storie ci sono molteplici riferimenti ai nodi gordiani, riferimenti a William Blake, Salvador Dalì, William Burroughs, Bob Dylan, Iggy Pop, teorie del complotto e tutta una serie di altri riferimenti tali da far sembrare Eyes Wide Shut un episodio dei Barbapapà.  Scherzi a parte, Watchmen è un’opera oltremodo complessa, che ancora non abbiamo probabilmente finito di sviscerare, e  che non ci meraviglieremmo di vedere studiata nelle scuole, in un futuro neanche troppo lontano, per il suo innegabile valore artistico e letterario, e per questa sua “stratificazione”, che ha costituito un punto di riferimento per tutto il fumetto che è venuto dopo, una milestone se ce n’è mai stata una.  Oltre al valore indubbio ed intrinseco di quanto prodotto da Moore (che, come accadde anche con V per Vendetta, non ha accettato di far pubblicare il proprio nome nei titoli di testa del film, che risulta pertanto “based on the comic book novel by Dave Gibbons”), insomma, c’è un valore aggiunto:  senza Watchmen, non avremmo probabilmente avuto titoli come Sandman, Batman – il ritorno del cavaliere oscuro, Rising Stars (di cui abbiamo già parlato in questa rubrica) e buona parte delle storie con cui sono stati attualizzati anche i supereroi “tradizionali”, da Superman a Capitan America all’Uomo Ragno.

“E la trama?” direte voi. “E il fumetto nel fumetto?”

La spilla che viene rinvenuta accanto al cadavere di Edward Blake, “il Comico”.

Bene, fate conto di trovarvi in un 1985 “alternativo-ma-non-troppo”, dove gli USA hanno vinto la Guerra del Vietnam, e sono ad un passo da una guerra nucleare con l’Unione Sovietica (come testimonia anche “l’orologio dell’apocalisse”, più volte mostrato nel corso del fumetto), Edward Blake, un tempo noto come “il Comico”, viene trovato morto.  Rorshach (si, quello con la maschera a macchie) indaga sulla vicenda, coinvolgendo tutti i suoi vecchi compagni attualmente a riposo, dei quali solo uno realmente dotato di super poteri (il Dottor Manhattan, che però non ha più in sé la minima traccia di umanità) e uno (Ozymandias) noto per essere l’uomo più intelligente del mondo.  C’è di mezzo una cospirazione, che in nome di un bene superiore potrebbe portare a diverse morti.  C’è poi la trama “parallela” dei Racconti del Vascello Nero, un omaggio neanche troppo velato ai fumetti della EC Comics degli anni 50 (quelli di Zio Tibia e di Tales From The Crypt, per intendersi), che mostra un uomo divorato dalla propria paranoia, un contraltare che rende ancor più angosciante il dipanarsi della storia principale.

Un fumetto, insomma, di non semplicissima fruizione, che richiede grande attenzione nella lettura, ma che rappresenta una lettura assolutamente imprescindibile per semplici lettori, aspiranti autori, amanti delle belle cose da leggere.  Un fumetto talmente bello che anche il film, pur togliendo diverse cose e cambiando il finale in chiave di “spettacolarizzazione”, riesce comunque a fare la sua figura.