6 anni

E così il tempo continua a passare in fretta, tu continui a diventare grande e oggi è il tuo sesto compleanno, che è una cifra piccola eppure grandissima, fa quasi paura a pensarci, perché da quattro giorni hai cominciato la scuola elementare, e sono io a sentirmi piccolo, a pensare che adesso io per te vorrei delle cose.

Vorrei che tu stessi bene, innanzitutto. Vorrei che tutti i tuoi giri tra dottori, macchinari e laboratori di analisi diventino presto un lontano ricordo per te, un periodo sfumato della tua infanzia di cui pian piano dimenticherai i dettagli.

Vorrei essere all’altezza di tutto quello di cui hai bisogno:  da “quando torni a casa mi aiuti con i compiti?”, a starti vicino quando ti perderai in cose più complicate e grandi di te, a lasciarti solo quando vorrai che io tenga le distanze e comincerai a reclamare i tuoi spazi.

Vorrei che i tuoi occhi felici quando mi sdraio accanto a te per farti addormentare non si cancellino mai dalla mia mente, per portarmeli dietro quando le scarpe si faranno più pesanti, e che tu abbia la sensazione di poter contare su di me anche quando non sono steso al tuo fianco.

Vorrei non esserti mai di peso, anzi, alleviare il tuo.

Vorrei che questo 20 settembre 2017 fosse solo il primo di tanti giorni felici, perché tu, più di ogni altra persona che conosco, te li meriti, accidenti se te li meriti, perché per essere così piccolino ne hai passate di tutti i colori, e adesso sei davvero una piccola roccia.

Vorrei che questa lettera non ti sembri così tanto retorica se un giorno la rileggerai, ma so che non sarò riuscito ad evitarlo. Ma credimi se ti dico che l’ho scritta con tutto il mio cuore in mano.  Tanti auguri di buon compleanno, piccolo ometto mio. Diventi grande ad una velocità spaventosa.

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Watchmen: quis custodiet ipsos custodes?

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 4 luglio 2013)

[INCIPIT IRONICO] Giusto perché in questa rubrica non ci siamo cimentati, finora, con dei mostri sacri del fumetto, ritenevo doveroso affrontare un argomento, o meglio, una miniserie, che ha lasciato un certo segno nel mondo dei Comics USA, diciamo un segnettino[FINE INCIPIT IRONICO]:  Watchmen, dodici albi a firma Alan Moore per i testi e Dave Gibbons per i disegni, usciti tra il settembre 1986 e l’ottobre 1987 per la DC Comics.

La copertina dell’edizione in volume di Watchmen della DC Comics.

Se il nome non vi suona nuovo, si, è perché nel 2009 ne è stata realizzata una trasposizione cinematografica, opera di Zack Snyder, lo stesso di “300” e de “L’uomo d’acciaio”, del quale – anche se è stato cambiato il finale – vi consigliamo caldamente la visione DOPO aver letto il fumetto, e rigorosamente in versione “ultimate cut”:  dura un po’ di più, ma ci sono anche “i racconti del vascello nero”, fumetto nel fumetto che… ok, ok, la smetto di aprire parentesi e vado con ordine.

Per capire l’importanza di Watchmen nel mondo del fumetto mondiale, basterebbe dire che è la prima a venire citata, quando si parla di “revisionismo supereroistico”, ovvero quella serie di opere che ha preso di peso i supereroi del fumetto USA (e, con un vero e proprio “effetto domino” , quelli di tutto il mondo), e li ha trascinati nel fango.  Non è azzardato dire che esiste un mondo del fumetto PRIMA di Watchmen e un mondo del fumetto DOPO Watchmen:  quello che c’era prima era un mondo dove esistevano, sì, i “supereroi con superproblemi”, creati da “Smiling” Stan Lee già nei primi anni ’60, ma in cui tutto era sempre e comunque destinato a finire bene ( tranne alcune eccezioni, delle quali forse la più notevole è la morte di Gwen Stacy, fidanzata dell’Uomo Ragno); quello che c’è stato dopo l’opera di Moore e Gibbons è un mondo dove i supereroi erano e sono, finalmente, figli del proprio tempo, hanno problemi di rapporti interpersonali, vivono i problemi legati al proprio mondo (nel caso di Watchmen, un mondo in piena Guerra Fredda), commettono errori irreparabili, sono, insomma, anche e soprattutto autentici, molto più di quanto non si fosse visto fino a quel momento.

Su Watchmen sono stati versati tanti di quei fiumi d’inchiostro che è praticamente impossibile aggiungere qualcosa che non sia già stato detto, così in questa sede è d’uopo limitarsi a dare qualche motivazione per cui, ecco, dal modesto punto di vista dello scrivente, non si può proprio fare a meno di leggere questo fumetto.  In primo luogo, perché ci sono tanti di quei riferimenti culturali, artistici, storici e psicologici che ad ogni rilettura è possibile trovare qualcosa di nuovo.  Qualche esempio? Uno dei protagonisti del fumetto si chiama Rorshach, e la maschera è fatta a macchie che cambiano continuamente.  Se avete avuto un’infanzia appena appena problematica, o se avete fatto un minimo di studi di psicologia, sicuramente sapete cosa sono le Macchie di Rorshach.  Per tutti gli altri, cliccate qui.  Inoltre, nel corso delle storie ci sono molteplici riferimenti ai nodi gordiani, riferimenti a William Blake, Salvador Dalì, William Burroughs, Bob Dylan, Iggy Pop, teorie del complotto e tutta una serie di altri riferimenti tali da far sembrare Eyes Wide Shut un episodio dei Barbapapà.  Scherzi a parte, Watchmen è un’opera oltremodo complessa, che ancora non abbiamo probabilmente finito di sviscerare, e  che non ci meraviglieremmo di vedere studiata nelle scuole, in un futuro neanche troppo lontano, per il suo innegabile valore artistico e letterario, e per questa sua “stratificazione”, che ha costituito un punto di riferimento per tutto il fumetto che è venuto dopo, una milestone se ce n’è mai stata una.  Oltre al valore indubbio ed intrinseco di quanto prodotto da Moore (che, come accadde anche con V per Vendetta, non ha accettato di far pubblicare il proprio nome nei titoli di testa del film, che risulta pertanto “based on the comic book novel by Dave Gibbons”), insomma, c’è un valore aggiunto:  senza Watchmen, non avremmo probabilmente avuto titoli come Sandman, Batman – il ritorno del cavaliere oscuro, Rising Stars (di cui abbiamo già parlato in questa rubrica) e buona parte delle storie con cui sono stati attualizzati anche i supereroi “tradizionali”, da Superman a Capitan America all’Uomo Ragno.

“E la trama?” direte voi. “E il fumetto nel fumetto?”

La spilla che viene rinvenuta accanto al cadavere di Edward Blake, “il Comico”.

Bene, fate conto di trovarvi in un 1985 “alternativo-ma-non-troppo”, dove gli USA hanno vinto la Guerra del Vietnam, e sono ad un passo da una guerra nucleare con l’Unione Sovietica (come testimonia anche “l’orologio dell’apocalisse”, più volte mostrato nel corso del fumetto), Edward Blake, un tempo noto come “il Comico”, viene trovato morto.  Rorshach (si, quello con la maschera a macchie) indaga sulla vicenda, coinvolgendo tutti i suoi vecchi compagni attualmente a riposo, dei quali solo uno realmente dotato di super poteri (il Dottor Manhattan, che però non ha più in sé la minima traccia di umanità) e uno (Ozymandias) noto per essere l’uomo più intelligente del mondo.  C’è di mezzo una cospirazione, che in nome di un bene superiore potrebbe portare a diverse morti.  C’è poi la trama “parallela” dei Racconti del Vascello Nero, un omaggio neanche troppo velato ai fumetti della EC Comics degli anni 50 (quelli di Zio Tibia e di Tales From The Crypt, per intendersi), che mostra un uomo divorato dalla propria paranoia, un contraltare che rende ancor più angosciante il dipanarsi della storia principale.

Un fumetto, insomma, di non semplicissima fruizione, che richiede grande attenzione nella lettura, ma che rappresenta una lettura assolutamente imprescindibile per semplici lettori, aspiranti autori, amanti delle belle cose da leggere.  Un fumetto talmente bello che anche il film, pur togliendo diverse cose e cambiando il finale in chiave di “spettacolarizzazione”, riesce comunque a fare la sua figura.