Dalla A di Agrigento alla Z di Zibaldone…

…come da tradizione, un anno di Arezzo Calcio dalla A alla Z. (articolo pubblicato su Amaranto Magazine il 3 giugno 2014)

A come Agrigento. La stagione 2013-2014 si è chiusa con una sconfitta ai quarti di finale dei playoff nazionali, a 1100 e rotti chilometri da casa. Mica male, se si considera che eravamo in serie D.
B come Bomber. L’attacco dell’Arezzo era dato dagli addetti ai lavori come potenzialmente da 70 gol, tra Essoussi, Invernizzi, Martinez, Cubillos e Dieme. E invece a conti fatti una delle cose che è mancata maggiormente agli amaranto è stata proprio la presenza di un bomber.
C come Coppa Italia Dilettanti. Non sarà la Champions League ma era comunque un trofeo che ci si sarebbe potuti mettere in bacheca. E invece niente da fare anche lì, la corsa dell’Arezzo si ferma ancora una volta alle semifinali.
D come Direttore Sportivo. Abbiamo detto tutto, si?
E come Estremo difensore. Scarpelli ha vinto il Cavallino d’oro come miglior giocatore della stagione, ultimo di una serie che vede diversi nomi illustri tra i numeri 1. Il che obbliga l’Arezzo a una valutazione: il prossimo anno si andrà ancora con lui o si cercherà un ’94 per il gioco degli under?
F come Fattore campo. Gli amaranto, in 17 partite al Comunale, hanno messo insieme 11 punti in meno della Pistoiese, chiudendo il campionato con 13 lunghezze di distacco dagli arancioni di mister Morgia. Dove si è deciso il campionato, se non ad Arezzo e a Pistoia?
G come Gioco. Inteso come bel gioco. Ad inizio anno, si è capito subito che l’Arezzo non era spumeggiante come il miglior Barcellona di Guardiola o il miglior Manchester di Ferguson. Magari la verità era anche altrove, resta il fatto che se in novanta minuti crei solo due palle gol, ci sta che qualche partita tu non la vinca.
H come hanno vinto quell’altri (ancora una volta). Su dieci campionati disputati dall’Arezzo in serie D, solo una volta il cavallo rampante ha tagliato il traguardo per primo. Quello che riuscì alla banda di Cosmi, Minghelli, Di Loreto, Battistini e compagnia, per ora, non è riuscito a nessun altro.
I come Iacovone. Taranto, stadio Iacovone. L’Arezzo ha saputo vincere una partita, valida per gli ottavi di finale dei playoff nazionali di serie D, davanti a ottomila persone. Si, avete letto bene: ottomila persone. E tutti a spellarsi le mani in applausi, a evocare la suggestiva cornice di pubblico e via discorrendo. Poi magari un giorno qualcuno ci spiegherà perché per anni si è fatto di tutto per svuotare gli stadi.
L come Lega Pro Unica. O Serie C, chiamatela come vi pare. Ovvero l’obiettivo stagionale dell’Arezzo, mancato non proprio per un soffio. Se i gironi – come è probabile che sia – saranno organizzati geograficamente, saranno diverse le toscane nel raggruppamento B. Quante di preciso, non è ancora dato saperlo.
M come moduli. Quest’anno l’Arezzo più o meno li ha provati tutti, tranne quello che sanno fare anche i pivelli, il 4-4-2, proposto solo una volta e poi archiviato fino all’avvento di Cardinali. Nel tourbillon tattico che ne è seguito, in molti sono naufragati. Non è facile andare per la strada giusta, se i punti di riferimento cambiano continuamente.
N come Non venite a giocare ad Arezzo (se non siete motivati). Un appello rivolto a tutti i potenziali futuri giocatori amaranto, e a quelli che ci sono e che non sanno se partire o restare. Si dice che Ciccio Graziani, prima di prendere un giocatore, gli chiedesse “Tu quante volte mangi al giorno?” e che se il malcapitato di turno osava rispondere “due”, l’allora presidente gli diceva “troppe, per uno che vuol giocare ad Arezzo!”. Non per i rimborsi spese, che comunque non erano altissimi: il senso del discorso era che ad Arezzo si viene se si ha fame di giocare a calcio e far bene. Altrimenti è meglio non venire.
O come Ovvietà. Quando si dice che il posto dell’Arezzo non è la serie D, si dice un’ovvietà. Eppure, da quattro anni a questa parte è qui che ci tocca stare. Quando si dice che l’Arezzo aveva una rosa all’altezza di vincere il campionato, si dice un’altra ovvietà. Eppure, al netto delle ovvietà, è il campo da calcio, domenica dopo domenica, il posto dove si vincono o si perdono i campionati.
P come Pareggite. Ogni volta che l’Arezzo avrebbe potuto riaprire il campionato con una vittoria, è arrivato un pareggio. Nei primi cinque scontri diretti contro le prime della classe, per cinque volte gli amaranto si sono divisi equamente la posta con l’avversario, prima della sconfitta contro il Foligno, peraltro tutto sommato abbastanza inutile. Su diciassette gare casalinghe, l’Arezzo ne ha impattate otto. Quando le X pesano come macigni.
Q come Quinquennio. Quello passato dalla Pistoiese tra i Dilettanti (due anni in Eccellenza e tre in serie D) prima di risalire nei professionisti. Quello che – al netto di quanto potrebbe succedere in estate – ci passerà l’Arezzo.
R come rigori. A inizio stagione ce ne davano abbastanza spesso, e quasi tutti ineccepibili. Con il corso dell’anno, poi, si sono fatti sempre più sporadici. Su questa questione ogni versione possibile ha lo stesso valore. Tuttavia è un dato di fatto, e in quanto tale lo riportiamo.
S come serie positiva. L’Arezzo di Cosmi in serie D mise insieme 22 risultati utili consecutivi. Quello di quest’anno, tra la gestione di Mezzanotti e quella di Chiappini, ha fatto persino meglio. Solo che in questa striscia, gli amaranto non ne hanno mai vinte più di tre di fila. Di quella sequela di partite senza perdere, a posteriori ci resta solo la sensazione che si sia trattato di una lunga serie di risultati inutili consecutivi.
T come Tifosi. Dai quasi milleseicento abbonamenti staccati ai trenta valorosi che hanno seguito la nostra squadra a Taranto e ad Agrigento. L’Arezzo non è mai stato solo, un applauso ai tifosi amaranto è il minimo che si possa fare.
U come Under, o se preferite fuoriquota. Resta opinione di chi scrive che non sono questi giocatori a farti vincere o perdere un campionato. Per cui ok, alcuni di loro non saranno stati dei fulmini di guerra (anche se tra i più positivi di questo campionato, tre erano under), ma anche beccarli continuamente a un certo punto era pratica priva di senso.
V come Valzer. Dei portieri, dei moduli, della posizione in campo di alcuni giocatori, degli allenatori. E intanto siamo sempre qua, in serie D, aspettando di sapere dove faremo il prossimo giro di valzer, con quali altre compagne di ballo e con quale direttore d’orchestra.
Z come Zibaldone. È da inizio anno che pensavamo a cosa scrivere in questo pezzo. Diciamo che quel pomeriggio in Sant’Agostino avevamo in mente uno zibaldone tutto diverso. Così è se vi pare.

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