Ma il cielo è sempre più blu?

Piccolo compendio di cose che riguardano i mondiali a cui NON parteciperemo, per calciofili che si sentono in astinenza già da ora delle notti magiche inseguendo un gol che saranno notti magiche per qualcun altro. Astenersi quelli che “eh ma tanto a me del calcio non me ne frega niente”, politici mancati, politici frustrati, registi denunciati, opinionisti sclerati, Opti Poba, varie ed eventuali.

  • Prosegue la sequenza che vede l’Italia combinare qualcosa di molto buono o molto cattivo ogni 12 anni. 1958 eliminata nelle qualificazioni, 1970 finale mondiale, 1982 campioni del mondo, 1994 finale mondiale, 2006 campioni del mondo, 2018 eliminata nelle qualificazioni. Il pensiero di aspettare il 2030 mi spaventa non poco, lo ammetto.
  • No, non è stata un’apocalisse, ovviamente, tanto è vero che domattina alle 8:30 entrerò al lavoro come sempre, e troverò le stesse situazioni che ho trovato oggi.  Nel 1997 giocammo uno spareggio per accedere ai mondiali, come oggi, ma non ricordo questi toni da fine del mondo. Forse scendemmo in campo più sereni, e infatti andò a finire che eliminammo la Russia. Gol decisivo di Gigi Casiraghi, che poi ai Mondiali non fu neanche convocato.
  • Vi prego, risparmiateci la metafora della nazionale specchio del Paese reale, risparmiateci il vostro senso di superiorità secondo cui “mentre voi guardate la nazionale i nostri politici ci stanno fregando bla bla bla”.  Limitatevi, limitiamoci alle questioni puramente sportive (sì, in Italia da ani c’è un problema con gli sport di alto livello e non riguarda solo il calcio, se non ve ne foste accorti) e al fatto che quasi mai, da noi, chi sbaglia paga. Fin lì vi seguo, oltre no.
  • Per favore, lasciamo perdere anche la favola dei troppi stranieri nei top club italiani.  Il Real Madrid ha vinto la Champions 2017 con tre spagnoli fra i titolari, contro la Juventus che aveva quattro italiani e ha poi fatto entrare anche Marchisio.  Nel 2015 il Barcellona ha vinto la Champions con quattro spagnoli in campo contro la Juventus che aveva cinque titolari italiani (e sarebbero stati sei se non avesse dovuto fare a meno di Chiellini). Il Bayern Monaco ha nella formazione tipo Rafinha, Javi Martinez, Alaba, Thiago Alcantara, Robben, Ribery, Lewandowski e almeno uno tra Tolisso, Coman, James Rodriguez e Arturo Vidal.  Devo ricordarvi che cosa hanno fatto Spagna e Germania nelle qualificazioni attuali (e negli ultimi due mondiali)?
  • Casomai, è opportuno puntare il dito sulle squadre di fascia media che prediligono giocatori stranieri tutto sommato non eccelsi a italiani di buone prospettive. Facendo qualche nome, Meret che fa la panchina alla SPAL, Saponara alla Fiorentina, Scuffet all’Udinese, Tumminello al Crotone (e questo fa abbastanza ridere), Goldaniga (e un po’ anche Berardi) al Sassuolo… Vado avanti?
  • In ogni caso, siamo in buona compagnia:  a Russia 2018 non ci saranno l’Olanda, il Galles, la Romania, il Ghana, la Costa d’Avorio, il Camerun, gli USA, il Cile, il Paraguay.  Magra consolazione, lo so. E comunque, come ha già giustamente fatto notare qualcuno, tifare Arezzo ti rende psicologicamente preparato a diverse cose.  In ogni caso, applausi per i nostri concittadini che si sono sciroppati il viaggio fino a Milano di lunedì per sostenere gli azzurri…
    adios
  • Il futuro comunque parte oggi stesso. Con l’addio alla maglia azzurra di Buffon, Barzagli, De Rossi.  Un futuro in cui magari merita un’altra chance Mario Balotelli, 26 gol in 42 partite a Nizza, assurto a nuova speranza azzurra a vent’anni e ostracizzato a 24 dopo la dannata partita di Natal e del morso di Suarez a Chiellini.  Non sarebbe male poter contare almeno per un altro po’ su Chiellini (classe ’84), Marchisio (’86), recuperare Montolivo (’85), e puntare forte su Donnarumma (’99), Verratti (’92, magari da regista arretrato e non da mezzala) e chi volete voi, purché l’anno di nascita cominci per 9, possibilmente.
  • Chi è assunto alla zecca, chi ha fatto cilecca
    Chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori
    Chi legge la mano, chi regna sovrano
    Chi suda, chi lotta, chi mangia una volta
    Chi gli manca la casa, chi vive da solo
    Chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
    Chi vive in Calabria, chi vive d’amore
    Chi ha fatto la guerra, chi prende il sessanta
    Chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro,
    Ma il cielo è sempre più blu…
  • E comunque, se non vi emozionate neanche un pochino quando gioca la Nazionale, e l’unica cosa che vi preme far notare sono i soldi che ci rimettiamo a non andare al mondiale, secondo me avete davvero il cuore un po’ di pietra.
Annunci

Come una mano che saluta da un treno

Adesso posso dirlo, è ufficiale & ufficializzabile: a fine mese uscirà “Come una mano che saluta da un treno – racconti a bassa definizione“, una raccolta di racconti scritti da me che verrà pubblicata dalle Edizioni Helicon di Arezzo. 180 pagine in vendita a 13 euro, con una bellissima foto di copertina di Andrea Bardelli e una altrettanto bella prefazione di Eleonora Corsi. Questo post sarà successivamente modificato e verosimilmente integrato con delle date di presentazione del libro, alle quali vi aspetto numerosi e curiosi.

Intanto, la copertina è questa:

                   Che dite, vi piace?

La citazione che dà il titolo al libro non vi verrà svelata, invece, in questa sede, ma non sarà affatto difficile da trovare su internet. Mi piacerebbe poterne parlare, così come avere un bel numero di pareri sul libro. Per ora, è solo il momento di essere, sinteticamente, felici: in fondo, vedersi pubblicare un libro è un sogno che uno si porta dentro fin da bambino.

Andare allo stadio

Io non mi dimenticherò mai che quando è nato Alessandro mi hanno regalato lo striscione “benvenuto Alessandro”. Non mi dimenticherò mai che quando se n’è andato il mio babbo lungo il viale dello stadio c’era un altro striscione che diceva “Roberto ti siamo vicini”. Non mi dimenticherò mai la camminata a piedi da Piazza S. Agostino allo stadio prima di Arezzo-Varese, come la schedatura collettiva al termine di Città di Castello-Arezzo. Non dimenticherò mai la raccolta di fondi di “agua para todos”, andata avanti per un intero campionato, così come quella per la famiglia di Daniel Gabriel, il calciatore immigrato morto di infarto a 22 anni. Lo striscione “speriamo che non ci veda Brunetta” e quello “onore a Sampei”. La serata coi miei amici di infanzia a Piccadilly Circus a cantare “Ob-la-di ob-la-da, forza Arezzo” e il coro “anche nei dilettanti mi fai battere il cuor”. Il mio amore per la maglia amaranto della mia città, che è nato anche grazie a persone che ora non ci sono più, è una di quelle cose che se uno non è pratico di stadi e di curve non si può spiegare tanto facilmente: si viene automaticamente bollati come “facinorosi”, come “esaltati” o peggio. Ci vorrebbe fin troppo tempo per spiegare, a chi non ha dimestichezza in queste storie, di come troppo spesso, in questo paese dove da sempre si fa di tutta l’erba un fascio, i tifosi siano sempre stati il “bersaglio grosso” dietro cui nascondere le magagne del momento. E allora lasciamo da parte gli spiegoni. Lasciamo da parte le motivazioni razionali, e tiriamo fuori la parte fiera di noi, quella che ci ricorda che il calcio è prima di tutto uno sport popolare, che basta un pallone, un pezzetto di prato – o anche di asfalto – e qualche amico per dar luogo a sfide avvincenti, che non c’è solo la VAR, le moviole in campo, le telecamere da mille angolazioni, ma c’è anche lo stadio della città, dove – può sembrarvi incredibile solo se ne siete al di fuori – la gente soffre, lotta, sogna, spera, condivide una passione. In un mondo che ci vorrebbe tutti replicanti, arroganti coi più deboli e zerbini coi potenti, un posto dove le persone possono essere semplicemente sé stesse, nel bene come nel male. Come diceva il più bello striscione mai esposto dai tifosi dell’Arezzo (Arezzo-Reggiana 1-0, serie C1 2003-04, diretta RaiSport, gol di Gelsi su rigore, una giubbata d’acqua che lascia stare): “Nessuna televisione potrà mai regalarvi questa emozione“. Per questo, e per mille altri motivi, domenica sera sarò allo stadio a tifare la squadra della mia città: la sola cosa che non ho ancora deciso è quale di queste sciarpe indosserò.

Fare domande, pretendere risposte.

Gli orti dapprima sequestrati per la presenza di diossina e poi dissequestrati, a Ripa di Olmo, pochi anni fa.   Le colonne di fumo rosa a Badia al Pino, e l’esplosione con conseguenze gravi per due lavoratori a Castelluccio.  Adesso quello che è successo a San Zeno, con numerose persone finite al pronto soccorso per sospetti di intossicazione.  Ma ogni volta ci viene ripetuto lo stesso ritornello:  è tutto ok, abbiamo controllato, non ci sono elementi di tossicità.  Ma il ricorrere continuo di questi eventi, negli ultimi anni, alla luce del raddoppio di volumi concesso ad una di queste aziende, fa emergere almeno due domande, pressanti, da non addetti ai lavori.

La prima, inevitabile: quis custodiet ipsos custodes? Ovvero, chi controlla i controllori?  ARPAT fa il suo lavoro, e fino a prova contraria quello che ci dice è vero e attendibile, ma trattandosi della salute dei cittadini, come non chiedersi:  c’è un doppio riscontro? Qualcuno che faccia delle analisi incrociate?

watchmen.jpg

La seconda, altrettanto stringente:  il territorio di Arezzo e zone limitrofe può sostenere lo stress di TRE aziende che trattano rifiuti speciali in un raggio di meno di 10 km?

Sono interrogativi da prendere terribilmente sul serio, perché non si parla di questioni di secondaria importanza:  l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i prodotti che mangiamo, non sono questioni che si possono eludere, liquidare con leggerezza, perché riguardano il presente e ancor di più il futuro.  Non è il mal di testa di oggi a preoccupare, è la falda acquifera di domani, le verdure dell’orto che arriveranno sulle nostre tavole dopodomani, l’aria che respireranno i nostri figli crescendo.  Non è più sufficiente limitarsi a dirci “state tranquilli”, non è tempo di fare facili allarmismi, è il momento di fare domande e pretendere risposte precise.  Che poi sarebbe il compito di chi fa politica ed amministra la cosa pubblica, en passant.

Andrea Scanzi – I migliori di noi

Una regola non scritta delle recensioni letterarie di romanzi contemporanei è che non bisognerebbe mai recensire libri di persone che si conoscono, soprattutto se le si sono conosciute PRIMA che diventassero scrittori.  La mia fortuna in tal senso è che non faccio recensioni letterarie stricto sensu, ragion per cui nulla mi vieta di parlare del libro del mio ex compagno di università Andrea Scanzi, “I migliori di noi”, appena uscito da Rizzoli ed ambientato nella mia nativa Arezzo.

i-migliori-di-noi-cover

Ci sono alcune cose che mi preme sottolineare di questo libro, e che esulano dalla bontà del libro stesso – che comunque mi sono letto in due giorni, quindi ha l’indubbio pregio di essere ben scritto.  La prima di queste cose è il bellissimo tributo di Arezzo che ne viene fatto:  dell’Arezzo dentro le mura della città vecchia, degli scorci poco conosciuti agli aretini stessi e ovviamente ancor meno a chi viene da fuori, del materiale umano di questa città che emerge in tutta la sua tridimensionalità.  L’aretino bubatore, dalla lingua tagliente e sempre pronto a lamentarsi, ma di animo buono, se lo si sa prendere.  La città che quando ci fai un passo dentro ti accoglie e ti strega, questa Arezzo così “inconsapevolmente bella” che gli ultimi ad accorgersene sono proprio gli aretini.
La seconda – vivaddio – è che Arezzo, la città dei “botoli ringhiosi” per dirla col Sommo Poeta, sa essere ironica ed autoironica, in modi che spesso non emergono, forse per quella sua toscanità ghibellina,  lontana anni luce dalla presunzione sottile di Firenze.  E Andrea Scanzi – non starò qui a dilungarmi nel dirvi che c’è dell’altro anche nell’autore, oltre a quello che vediamo in TV, perché ve lo diranno in millemila pezzi, tutti molto meglio di quanto saprei fare io –  è stato brillantissimo nel sintetizzarlo, in questo passaggio:

Ultimamente in questa città nascono solo cantanti stonati, ministre citrulle e giornalisti stronzi. È un bel problema.
Se continua così, Pietro Aretino andrà da San Pietro e chiederà un nuovo nome d’arte. Che so, Pietro il Biturgense.

Ecco, questo passaggio sintetizza Arezzo nella sua essenza, non solo “timida anche quando è sabato sera”, ma anche critica feroce verso l’interno tanto quanto verso l’esterno, qualità non da poco e spesso non sottolineata da chicchessia. In un mondo in cui tutti hanno la verità in tasca, saper essere autocritici è un pregio troppo spesso sottovalutato.

Ora, il romanzo si legge bene perché la trama ha una sua linearità e uno sviluppo che non mira a sorprendere il lettore con colpi di scena continui, ma a tenerlo agganciato al dipanarsi della storia, fino al [SPOILER, ma non troppo] finale aperto [/SPOILER] tramite il racconto di una storia di amicizia persa e poi ritrovata, dei perché e dei percome, che sono sensazioni che hanno una sua universalità tale per cui potremmo benissimo prendere il romanzo di peso e spostarlo, che so, da Arezzo a Udine o ad Ancona (tanto per dire due città italiane dello stesso ordine di grandezza) e tante cose sarebbero rimaste le stesse.  Non tutte, ovviamente, perchè gli anconetani e gli udinesi non sono gli aretini.  I rapporti di amicizia che si perdono e si riagganciano a distanza di anni sono uno dei temi più trattati nella storia del romanzo europeo, potrei fare tanti di quei nomi da fare una lista comunque lacunosa, per cui ne faccio uno solo e accontentatevi: “Le Braci” di Sándor Márai.  Ovviamente lì c’è un registro molto più tragico, mentre qui siamo in un ambito più scanzonato:  Andrea Scanzi, per scrivere questo libro, ha detto di essersi ispirato a Marco Malvaldi, e se ne trovano indubbiamente le tracce (nei dialoghi tra i personaggi anziani e quelli più giovani, ma anche nell’occhio sempre ironico del narratore verso gli usi e i costumi dell’Italia di oggi), così come nel precedente (“La vita è un ballo fuori tempo”, se non lo conoscete, recuperatevelo e leggetevi anche quello, male non vi fa, anzi) c’erano dei rimandi in termini di linguaggio che solleticavano il miglior Stefano Benni.  Ma evidentemente fin qui non sono stato convincente nello spiegarvi perché dovreste leggervi questo libro, me ne rendo conto.  Sintetizziamo.
C’è Arezzo, abbiamo detto. Ci sono una schiera di tipi umani. C’è una storia di amici che si perdono e si ritrovano. E poi? Poi c’è Andrea Scanzi, che nel bene o nel male è una delle penne più pungenti che abbiamo oggi in Italia, ma c’è in un modo per certi versi inedito.  L’Andrea Scanzi narratore, pur senza rinunciare ad essere ironico nel modo che da sempre lo contraddistingue, mostra in questo caso un’indulgenza che in altri suoi scritti, per motivi che dovrebbero sembrarvi ovvi, non ha. Ah, e c’è la musica, come sempre, come in tutto quello di cui scrive Scanzi, anche quando magari ad una prima occhiata non ce ne accorgiamo.

Non c’è solo una città di provincia, insomma, seppur sia un protagonista ingombrante in questo racconto. C’è una storia che mischia provincia e caratteri universali, musica pop e prog-rock, scorci da cartolina e scene di vita odierna, ironia e sentimenti, uno ieri analogico che resiste fieramente ad un oggi digitale.  Forse vi sembra poco.  Non lo è, credetemi.

Un’ultima cosa, se siete arrivati a leggere fin qui e siete aretini: quasi tutti i comprimari del libro sono ispirati più o meno liberamente a persone realmente esistenti.  Alcune hanno il loro vero nome, altre si capiscono bene, per altre ancora ci vuole uno sforzo in più.  Ma all’occhio del sottoscritto, questo è un pregio:  non tutto può essere svelato, la bellezza di un’opera letteraria è anche (soprattutto?) in quello che NON è scritto a chiare lettere. E in ogni caso, se vi capita di incontrarlo al Tuscanative, potete sempre chiederglielo di persona.

Ah, per quanto riguarda la trama, e un resoconto della serata di presentazione – 350 persone presenti, da Arezzo e non solo, non so se rendo l’idea, andate qui, ché l’autore del pezzo è anche un personaggio del libro, per cui scrive “da dentro” ed è indubbiamente più bravo – e lineare – di me.  E comunque, ve l’avevo detto già all’inizio, che questa non era una recensione.