Intervista con Andrea Scanzi

Presso la meravigliosa cornice dell’Abbazia di San Fedele a Poppi, domenica 14 giugno, l’aretino Andrea Scanzi ha ritirato il Premio Casentino per il giornalismo 2015, in una cerimonia che ha visto premiati, tra gli altri, anche il direttore di QN Pierfrancesco De Robertis, la vicepresidente nazionale di Confindustria Antonella Mansi e il noto scrittore Marco Vichi. Un albo d’oro che diventa sempre più importante, quello del premio fondato da Carlo Emilio Gadda, Nicola Lisi e Carlo Coccioli, e giunto ormai all’edizione numero 40. Con Andrea Scanzi abbiamo parlato del Premio, ma non solo. Di politica, ma non solo. Di Andrea Scanzi, ma non solo…

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(foto di Luciano Scanzi)

 

Andrea Scanzi, un aretino che vince il Premio Casentino per il giornalismo, entrando così a far parte di un albo d’oro di grande prestigio. Che sensazione ti ha dato essere premiato quasi a casa tua?

“E’ stata una soddisfazione enorme. Per essere alla premiazione di Poppi ho fatto i salti mortali: la sera prima ero a Veroli in Ciociaria, la sera stessa sono volato a Ragusa da Firenze passando per Catania. Una mezza pazzia, ma ne è valsa la pena. Il Premio Casentino è a prescindere uno dei riconoscimenti più importanti d’Italia, ma per un aretino come me ha una valenza ancora più importante. Ho vinto molti premi, tutti davvero preziosi come il Paolo Borsellino e il Lunezia, ma questo ha ovviamente un sapore particolare. Anche per la motivazione, che insiste molto sulla mia onestà intellettuale e sul mio coraggio”.

Abbiamo apprezzato i tuoi lavori come giornalista sportivo, come analista politico, autore teatrale, intenditore di vini, cinofilo e infine come romanziere. Se tu dovessi – nei limiti del possibile – giudicarti obiettivamente, in cosa pensi di essere finora riuscito meglio?

“E’ difficile giudicarsi da soli e il mio narcisismo non arriva a tanto. Sono molto orgoglioso dei miei spettacoli teatrali, di alcune mie apparizioni televisive, della mia attività al Fatto Quotidiano e del mio romanzo. Non ho nostalgia per il mio passato da giornalista sportivo, anzi. Il vino, la musica e i cani restano grandi passioni, che coltivo con immenso piacere.

L’Italia continua a perdere posizioni nelle classifiche annuali della libertà di stampa elaborate da RSF.  Nel 2014 è scesa addirittura al 74esimo posto nel mondo, a pari punteggio con il Nicaragua e dietro a quasi tutti i Paesi della UE. Che si può fare per invertire questa pericolosa tendenza?

“Basterebbe avere più coraggio, ma in Italia troppo spesso il giornalismo – più che difendere le regole e la Costituzione – si riduce a scodinzolare di fronte al potere. Qualsiasi potere. E’ così da sempre e, se possibile, con Renzi la situazione è perfino peggiorata. Il giornalismo italiano, più che essere vittima di censura, è poi ostaggio di una terrificante autocensura. Si disinnesca da solo. Se il coraggio fosse denaro, nessuno sarebbe più povero della categoria dei giornalisti italici”.

Il tuo “La vita è un ballo fuori tempo”, presentato un po’ in tutta Italia con notevole risposta di pubblico, è un romanzo che parla di un’Italia inventata ma non troppo, di un’Italia che forse un giorno sarà così ma speriamo di no: a leggerlo ricorda certe opere di Stefano Benni. Quali sono state le tue influenze principali – se ce ne sono state – nella scrittura del tuo esordio come romanziere?

“Senz’altro c’è Stefano Benni. Come ci sono Vonnegut, Calvino, Pennac, Vazquez Montalban. Poi, qua e là, credo e spero Saramago, Orwell, Fenoglio. E’ ovvio che, soprattutto nel primo romanzo, emergono molte delle tue letture. Ed io sono un ottimo lettore. Ovviamente ho citato maestri assoluti, dinnanzi ai quali io non sono proprio nessuno. Il libro sta avendo un successo che, in tutta onestà, mi sorprende e commuove. A ogni presentazione c’è sempre una folla di persone che mi ringrazia per essere “la loro voce”. E’ come scattata un’appartenenza tra loro e me: una cosa molto bella, anzi bellissima, e al tempo stesso assai responsabilizzante. A Ragusa, quando ho visto più di 600 persone che mi aspettavano da un’ora per la presentazione del mio libro, quasi non ci credevo. Ero reduce dal Premio Casentino al mattino: proprio una giornata indimenticabile”.

Hai scritto un libro sulla generazione dei nati negli anni ’70 che si chiama “non è tempo per noi”, esponendoti al fuoco di fila di chi ti diceva che sei stato “disfattista”, “troppo cattivo”, “troppo buono”, “eh ma perché non hai incluso Tizio”, “eh ma perché hai incluso Caio”, “eh ma Sempronio?”. L’unica domanda possibile, invece, ritengo che sia questa: la generazione dei nati nei seventies è ancora in grado di guarire da quello che tu hai chiamato “Gattopardismo 2.0”?

“Quel libro, peraltro molto fortunato, mi ha trasformato in una sorta di oracolo della mia generazione. Le persone, ogni giorno, mi chiedono sempre perché la mia generazione ha fatto questo e non ha fatto quello, come se io conoscessi ogni risposta. Io però non sono né un oracolo né un santone, e poi ogni generazione contiene tutto e il suo contrario. Nel 1970, lo stesso anno, sono nati Paolo Sorrentino e Angelino Alfano: tutto e niente, insomma. Alla mia generazione imputo due colpe: avere sopportato vent’anni l’anomalia enorme berlusconiana e, quando è andata al potere, reiterare quello stesso berlusconismo. Ecco perché parlo di gattopardismo 2.0: Renzi non è un rinnovatore ma un restauratore. E’ una generazione ricchissima di talenti, ma che politicamente ha anzitutto partorito questa classe politica renziana caricaturale. Mi permetto umilmente di ribadire che, se devo scegliere un nato nei Settanta tra i politici attuali, a Renzi e alla Moretti preferisco di gran lunga Civati o Di Battista. Io come milioni di italiani. Se poi questo fa di me un disfattista e un gufo, pazienza”.

(foto di Luciano Scanzi)

(foto di Luciano Scanzi)

Cosa diresti ad un ragazzo che ha la metà dei tuoi anni e che volesse, oggi, lavorare nel giornalismo in Italia?

“Gli direi che sta per intraprendere un viaggio bellissimo ma difficilissimo. Persino più di 20 anni fa, quando ho cominciato io. La Rete ha aiutato e al tempo stesso complicato tutto. Il cartaceo sta morendo e il web non paga quasi mai. Di fronte a un aspirante giornalista c’è un mondo perlopiù ignoto. Nessuno sa come andrà a finire. Non ho consigli da dare. Senz’altro servirà tanto talento, tanta abnegazione. E tanta fortuna. Se è il vostro sogno provateci. E non arrendetevi alle prime difficoltà”.

Volevo fare un’intervista dove non ci fossero domande troppo politiche, ma questa è l’ultima e non posso esimermi dal farla:  cosa è andato storto nelle elezioni comunali ad Arezzo, secondo te?

“Non ricordo suicidi paragonabili a quelli del Pd aretino. E’ stato scelto un candidato improponibile, a cui non darei in mano neanche un aquilone. Figuriamoci una città per nulla facile come Arezzo. L’arroganza di Renzi e della Boschi, dopo la sbornia alle Europee, è arrivata a livelli tali per cui chiunque, secondo loro, avrebbe vinto facile ad Arezzo. Ma proprio chiunque. Persino Matteo Bracciali. Questa supponenza, e questa totale mancanza di preparazione e credibilità, sono state giustamente punite. E’ successo in Liguria, in Veneto e più ancora ad Arezzo. Chiunque sarebbe stato più votabile di Bracciali, anche un fagiolo zolfino. Non ce l’ho con tutto il Pd, anzi capisco benissimo chi su scala regionale ha scelto Rossi. Bracciali, però, è davvero l’espressione perfetta del renzismo impalpabile: in confronto Nardella è Togliatti. Nulla contro di lui personalmente, ma sta alla politica come la Binetti al porno. Al tempo delle elezioni avevo ancora la residenza a Cortona e dunque non ho votato per le Comunali di Arezzo, ma conosco tanti – ma tanti – elettori grillini o della sinistra radicale che al ballottaggio sono rimasti a casa. O addirittura hanno votato Ghinelli. Non avrebbero votato Bracciali neanche sotto tortura. Ecco il vero e unico miracolo di Renzi: è diventato così insopportabile che un elettore di sinistra, pur di non votare lui o un suo droide, si sposta addirittura a destra. Che dire? Un trionfo”.

(Articolo pubblicato su Casentino Più n. 77, Autunno 2015)

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10 cose da vedere ad Arezzo

Recuperando le cose scritte qua e là nel 2015, credo che questa mia carrellata meriti la vostra attenzione. Dieci tweet, ognuno per segnalare una cosa della mia città che merita di essere vista, con l’hashtag #10ThingsToBeSeenInArezzo ad identificarli tutti. Ecco, all’epoca questa mia idea fu apprezzata dai miei (non troppi) lettori, ma credo che la si potrebbe rilanciare, perché ognuno di noi, credo, ha le “sue” 10 cose da vedere nella propria città.

https://twitter.com/hashtag/10ThingsToBeSeenInArezzo?src=hash

1) Piazza Vasari, meglio conosciuta come Piazza Grande

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2) Cattedrale dei Santi Pietro e Donato.

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3) Piazza San Domenico

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4) Crocifisso di San Domenico, Cimabue.

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5) Anfiteatro romano

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6) Fortezza Medicea

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7) Chiesa di Santa Maria della Pieve

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8) Piazza della Libertà e Palazzo Cavallo

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9) Basilica di San Francesco e Affreschi della Leggenda della Vera Croce

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10) Giostra del Saracino

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Un po’ di cifre ganze del 2015 de La Schiuma dei blog

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 13.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 5 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.