Il numero 100

Arrivare a cento numeri è un traguardo importante che va celebrato a dovere. Sono a bordo di Casentino Più sin dai primissimi numeri, e insieme abbiamo fatto un bel pezzetto di strada. Esce oggi il numero 100, ci sarà un mio racconto inedito, intitolato “quattro schiacciate camaldolesi”. Prendetelo, leggetelo (leggetevi anche il resto, eh!) e fatemi sapere.

Ancora sul Fatto Quotidiano

Dopo quasi un anno di assenza, e dopo aver clamorosamente sbagliato il pronostico su Antonio Conte all’Inter, sono tornato a scrivere per I Blog del Fatto Quotidiano. Stavolta di un evento sportivo concluso. Mi trovate qui.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/14/la-virtus-bologna-vince-di-nuovo-dopo-aver-conosciuto-le-onte-piu-brucianti-della-sua-storia/6228874/

Chissà.

Chissà come avresti reagito, babbo, in questo ultimo anno strano e incredibile. Chissà – ancora di più – come sarebbe stato bello poterti dare in braccio la Emma. Forse non avresti voluto, perché come mi dicesti una volta parlando di Ale, “quando i bambini sono troppo piccini io non so mai che fare”. Ale che cresce, babbo, sai? Che adesso fa la quarta elementare, vuole sempre portare l’orologio al polso, va in monopattino con una gamba sola, è dolce e affettuoso ed educato tanto da non sembrare un bambino di questi anni, e a me si stringe il cuore quando gli parlo di te, che lo so che se ne sta dimenticando, era troppo piccolo quando te ne sei andato, ma gli viene sempre un velo di tristezza sul viso, come se sentisse qualcosa che gli è stato portato via ingiustamente, senza chiedere il suo parere, troppo presto. Non lo so che cosa avresti fatto tu in questo anno di pandemia, magari avresti fatto la vita di sempre, magari ti saresti arrabbiato, magari avresti riletto cento e cento volte i tuoi, i nostri fumetti, ne avresti voluti altri in prestito da me, ne avresti comprati alcuni doppi, chissà. E io sono qua, a chiedermi se da dove sei adesso riesci a vedere come sono belli i tuoi nipoti, adesso che sono passati sei anni e continua a non sembrarmi giusto, a sembrarmi troppo presto, a sembrarmi irreale, o forse troppo reale. Dopo sei anni, continui a mancarmi ogni giorno, continuo a pensare a tutto quello che vorrei chiederti e che non posso più fare, a tutto quello che vorrei mostrarti e che non so come fare.

2 marzo 2015 – 2 marzo 2021

Il conto non si è fermato

Oggi sarebbero stati 72 per te, e in base all’ultimo DPCM avremmo potuto festeggiarli insieme, anche se non ho capito bene se sia ancora in vigore il coprifuoco dalle 22 alle 5, vabbè. Avremmo festeggiato con una bella grigliata, qualche bicchiere di vino rosso di quello che prendevi te sopra Capolona, un caffè, un amaro del Capo, anche due. Sarebbe stata festa grande, perché invece di un solo nipote, quest’anno ce ne sarebbero stati due, uno grande abbastanza da cantarti tanti auguri a te, una piccola che forse avrebbe cercato di tirarti un po’ la barba, anche se da qualche anno la portavi un po’ più corta. Avremmo parlato della crisi di governo, della sindrome da stanchezza cronica di Casey Stoner, dell’ultimo numero di Tex, guardato distrattamente Juve-Spal di Coppa Italia in uno stadio vuoto, in questo anno così strano che a ripensarci non mi sembra vero. Non lo bevo più, l’amaro del capo, perché mi viene un nodo alla gola e mi stringe il petto il pensiero di te e di tutte le cose che non ti ho potuto raccontare, che ho chiuso il 2020 con una costola rotta e ho iniziato il 2021 facendomi le infiltrazioni al piede, ma poi alla fine la sola cosa che riesco a pensare è che se ogni anno, ogni giorno ti ricordo e ti porto con me, allora il conto non si è fermato, e oggi è il tuo compleanno come sempre, sono 72 e li festeggio con Ale, con la Emma in braccio alla Marta e con te dentro di me.
Buon compleanno, babbo. Guardaci tutti da lassù, che ce n’è un gran bisogno.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 2 persone, persone in piedi, cibo e albero di Natale

Internet. Un decalogo.

La mia ormai ventennale esperienza nel campo dell’internet mi ha insegnato quanto segue:

1 – Se vi sentite in dovere di fare un post sull’argomento di tendenza del giorno solo per dire che non sapete di cosa si stia parlando (i.e. le scarpe della Lidl), non passerete per fighi ma per quelli che volevano fare gli originaloni a tutti i costi e non ci sono riusciti. Basta cercare su Google, eh. Oppure, alternativa sorprendente, non postare affatto.
2 – Non abusate dei post dove proponete soluzioni semplici a problemi complessi. Ogni tanto ci può stare che il trending topic del giorno incroci le vostre competenze, e allora potete dare un parere di una qualche autorevolezza. Ma il fatto che vi intendiate di ogni cosa, so che vi ferisce leggerlo, toglie credibilità, ergo autorevolezza, al vostro parere.
3 – Che poi, anche dei campi dove ne capite, un profilo basso non è quasi mai una scelta sbagliata. Se siete il D.S. della Marrapollese, il vostro parere sul gioco di Allegri non vale necessariamente quanto quello di Paratici. Nel dubbio, siate autoironici.
4 – Molto spesso, usare i termini coniati dalla TV vi qualifica. Come incompetenti, però. Tanto per fare un esempio, le regioni italiane non hanno i “governatori” tipo gli stati degli USA, ma i presidenti della giunta regionale. Ma è solo per dire la prima cosa che mi viene in mente.
5 – “Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai idea”, diceva J.R.Lowell. Ed è vero, ma non abusatene. E soprattutto, non fate mille giri per cercare di intercettare l’opinione più popolare, che alla fine la gente se ne accorge e non vi prende più sul serio.
6 – Non abusate neppure di termini e modus operandi dei blastatori seriali: troverete sempre uno che ne capisce dieci volte più di voi di come funzionano queste robe, e li saranno guai.
7 – Se sentite dire, verificate. Se copiate, citate la fonte.
8 – In generale, tutto ciò che scrivete, resta. E può essere usato contro di voi alla prima occasione.
9 – Sempre in generale, rileggersi prima di cliccare su “pubblica” non è mai una cattiva idea: in questo post c’erano tre refusi, poi eliminati prima di metterlo online.
9bis – Non vale dare la colpa al correttore. Ho detto “rileggetevi!”, che diamine.
10 – nel 99,9% dei casi, il vostro post che a voi sembra “centrato” e “corrosivo” non lo è. Più spesso leggo post di cui posso dire “confusionario” e “rancoroso”. In questi casi, sicuramente non leggerò i vostri post successivi.

Se avete letto tutti i punti di questo decalogo, non ringraziatemi, ma fatene tesoro: su internet, la figuraccia è sempre dietro l’angolo, e quel che è peggio (per voi) è che è potenzialmente planetaria.

Emma.

Emma, come sei bella. Lo giuro con tutto me stesso, non avrei potuto immaginarti bella come sei in realtà. Vederti nascere è stata un’emozione della stessa intensità e insieme completamente diversa rispetto a quella della nascita del tuo fratellone. Tutto quello che c’è stato in questi nove anni ci ha portati al giorno del tuo arrivo – persone completamente diverse da come eravamo nel 2011 – con un nodo alla gola, un insieme di tensioni alla bocca dello stomaco, sarà il 2020, sarà l’età, sarà che sei una gioia che non credevo che la vita mi avrebbe più concesso, sarà che quando ti ho tenuta in braccio eri così piccola, non pesavi niente, eppure avevi quegli occhi così belli che solo a ripensarci mi commuovo ancora, a questo parto strano, a questi giorni in ospedale senza nessuno intorno, a questa vita che ci aspetta fatta di gel per le mani e mascherine, di distanze precauzionali e videochiamate, a questa sensazione che andrà tutto bene adesso che ci sei tu, Emma, che ti ha mandata la mia nonna, volata in cielo su una stella poco prima che tu venissi concepita, lei che era diventata bisnonna per ben sei volte ma aveva avuto solo pronipoti maschi, tutti e sei, e allora ha deciso che era giunto il momento di farsi da parte e regalarci te, che non conoscerai il nonno Giorgio e che mi hai aiutato a rimettere tutto nella giusta prospettiva. Mi sono commosso tanto, quando sei arrivata, perché non avevo mai potuto vederti nelle ecografie se non all’inizio del percorso di gravidanza, dovevo affidarmi ai racconti della mamma che mi diceva che crescevi e che lei stava bene: per questo quando sei nata mi sono sciolto come neve al sole. Perché ho trattenuto il respiro dall’inizio del lockdown alle 17:20 del 28 agosto

E allora benvenuta, Emma. La vita, con te, non sarà mai più la stessa, ma sarà sicuramente meglio di prima.

5 aprile 1994 – 5 aprile 2020

Il giorno che abbiamo saputo che Kurt Cobain si era tolto la vita, il mio mondo era un posto parecchio più semplice di com’è adesso. Non c’erano grandi alternative, il mondo si divideva in chi ascoltava musica pop e chi ascoltava musica rock. Poi le cose hanno cominciato a farsi un po’ più complicate, ma in quel 5 aprile 1994 io avevo 14 anni e mezzo, facevo la prima Liceo Scientifico e ancora non c’erano tanti sottoinsiemi. Io non avevo ancora deciso da che parte stare, facevo un po’ di qua e un po’ di là, e quando si sparse la voce della notizia della morte di Cobain ricordo distintamente le facce di ragazzi e ragazze della mia età, ma soprattutto di quelli più grandi: erano le facce di chi aveva perso un amico, un fratello, un amore sognato. Questa reazione così forte mi incuriosì a tal punto che in un certo senso fu per me necessario capire meglio. All’epoca il mio punto di riferimento musicale erano i Pink Floyd, che avevo scoperto partendo dai Queen grazie a quello che in quel periodo era il fidanzato di una mia cugina. Per me non poteva esserci niente di meglio di loro, e sostanzialmente non avevo neppure troppo interesse a chi usava microfono, chitarra, basso e batteria per cantare rabbie che non capivo, visto che peraltro nel 1994 avevo anche un inglese piuttosto limitato. C’era il rock impegnato, è vero, e c’erano stati “Terremoto” e il primo dei Negrita, che per un quattordicenne di Arezzo era un orizzonte vicinissimo e irraggiungibile. La mia canzone rock preferita di quegli anni era Maudit perché diceva che le stragi senza nome tutte passano da Roma, e il fatto che iniziasse con quello scratch faceva sì che in certe discoteche la passassero dopo le canzoni dance commerciali dell’epoca, senza vergogna, incasinando notevolmente tutti i miei punti di riferimento relativi agli insiemi in cui si divideva il mondo. È bastato il primo ascolto, Smells like teen spirit come tutti, per capire, anzi, per sentire dentro, che la rabbia che gridava Kurt Cobain era la stessa che sentivo io dentro.

Adesso che sono padre, penso a come abbia fatto Kurt a lasciare la piccola Frances Bean, lo penso tanto da quando ho letto la sua ultima lettera, e alla fine capisco: le anime come lui hanno semplicemente un modo diverso di vedere il mondo, hanno occhi diversi. Altrimenti non potrebbero scrivere musica in quel modo. Lo scorso anno ho letto tre libri che a un certo punto parlavano di Kurt Cobain, uno dietro l’altro, senza saperlo, senza pianificarlo, e il lascito che ho dei Nirvana è che quel primo ascolto mi fece capire subito da che parte stare, da lì in poi, e che questa sensazione di mancanza che sentivo dentro da allora e che sento ancora oggi mi avrebbe accompagnato per tutti i miei giorni a venire, e non solo a me, anche adesso che ho qualche capello bianco e di sera, dopo cena, mi infilo gli auricolari e mi riascolto Kurt che grida nel microfono A DENIAL, A DENIAL, A DENIAL, A DENIAL.