6 anni

E così il tempo continua a passare in fretta, tu continui a diventare grande e oggi è il tuo sesto compleanno, che è una cifra piccola eppure grandissima, fa quasi paura a pensarci, perché da quattro giorni hai cominciato la scuola elementare, e sono io a sentirmi piccolo, a pensare che adesso io per te vorrei delle cose.

Vorrei che tu stessi bene, innanzitutto. Vorrei che tutti i tuoi giri tra dottori, macchinari e laboratori di analisi diventino presto un lontano ricordo per te, un periodo sfumato della tua infanzia di cui pian piano dimenticherai i dettagli.

Vorrei essere all’altezza di tutto quello di cui hai bisogno:  da “quando torni a casa mi aiuti con i compiti?”, a starti vicino quando ti perderai in cose più complicate e grandi di te, a lasciarti solo quando vorrai che io tenga le distanze e comincerai a reclamare i tuoi spazi.

Vorrei che i tuoi occhi felici quando mi sdraio accanto a te per farti addormentare non si cancellino mai dalla mia mente, per portarmeli dietro quando le scarpe si faranno più pesanti, e che tu abbia la sensazione di poter contare su di me anche quando non sono steso al tuo fianco.

Vorrei non esserti mai di peso, anzi, alleviare il tuo.

Vorrei che questo 20 settembre 2017 fosse solo il primo di tanti giorni felici, perché tu, più di ogni altra persona che conosco, te li meriti, accidenti se te li meriti, perché per essere così piccolino ne hai passate di tutti i colori, e adesso sei davvero una piccola roccia.

Vorrei che questa lettera non ti sembri così tanto retorica se un giorno la rileggerai, ma so che non sarò riuscito ad evitarlo. Ma credimi se ti dico che l’ho scritta con tutto il mio cuore in mano.  Tanti auguri di buon compleanno, piccolo ometto mio. Diventi grande ad una velocità spaventosa.

Annunci

Rising Stars: Change the world, or we’ll do it for you.

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 6 maggio 2013)

Cosa succederebbe al mondo se improvvisamente un meteorite si abbattesse su una tranquilla cittadina, diciamo, dell’Illinois, instillando in tutti i bambini concepiti in quel giorno dei “poteri speciali” che li rendano in grado di fare le cose più stupefacenti?

Questa è la domanda che si pose a fine anni 90 J. Michael Straczynski (si, ho fatto il copia-incolla per il cognome), autore televisivo (forse vi è capitato di leggere il suo nome nei credits di Babylon 5, serie trasmessa in Italia da La7) e fumettistico tra i più prolifici e geniali della “nuova ondata” del comicdom USA (tra l’altro, suo è anche uno dei migliori cicli di Amazing Spider-Man della recente storia, comprendente anche la famosissima storia dedicata all’11 settembre).

Ma basta con le parentesi.  Andiamo a parlare di Rising Stars.

Dicevamo che c’è questo meteorite che si abbatte su Pederson, Illinois.  113 neonati vengono “investiti” dalla forza cosmica che il corpo celeste porta con sé, e fin dalla tenera età cominciano a manifestare poteri sovrannaturali, “Speciali”, tanto che vengono ribattezzati “gli Specials di Pederson”.  Ovviamente, il Governo americano pensa bene di metterli tutti sotto la propria ala protettrice, affidandoli al Dottor William Welles, che ne studia e ne classifica i poteri, compilando delle schede dove vengono evidenziate le caratteristiche salienti di ognuno, e anche come possano, in casi estremi, essere fermati.

Ma è un fumetto con 113 protagonisti, direte voi? In realtà non proprio, in quanto molti degli Specials hanno poteri “di poco conto”, e comunque hanno un ruolo defilato nella trama.  Insomma, per farvela breve, ad un certo punto questi Specials cominciano a cadere come mosche. I primi a lasciarci le penne sono proprio quelli che hanno poteri minori.  In corrispondenza di ognuna di queste morti, gli Specials rimasti cominciano ad avvertire un aumento del potere a loro disposizione.  Questo porta inevitabilmente i più potenti a scontrarsi tra di loro per affermare la propria supremazia.

Ora, è difficile raccontarvi un fumetto come Rising Stars senza svelarvi dettagli della trama che potrebbero sciuparvi la lettura di questo o di quell’altro episodio, quindi da qui in poi si va un po’ sulla fiducia nello scrivente.

 

La copertina del sesto volume dell’edizione italiana, tratta dal numero 17 della serie USA.

 

Dopo diversi avvenimenti cruenti e luttuosi (che non vi sto a spiegare, come da frase precedente), gli Specials realizzano che con i loro poteri hanno la possibilità concreta di creare un mondo migliore, di cambiare tutto quello che non va nel mondo odierno.  E quando dico tutto intendo proprio tutto-tutto.  E, dannazione, cominciano a farlo davvero.  Perché capiscono che niente di quello che gli è capitato è successo per caso, e quindi non possono perdere questa opportunità che gli è stata offerta. Fino a quando non si rifarà vivo il meteorite… Rising Stars è un gran fumetto, in definitiva, con ogni probabilità uno dei più sottovalutati e misconosciuti degli ultimi anni, anche se va detto che a questa sottovalutazione hanno contribuito anche le vicende editoriali negli USA (la pubblicazione della serie venne sospesa per quasi due anni a causa di una disputa tra autore ed editore sulla vendita dei diritti cinematografici, anni diventati addirittura quattro in Italia), che hanno fatto sì che molti dei fan della prima ora si siano un po’ persi per strada.  Però è una miniserie che ha dei dialoghi fantastici – uno dei marchi di fabbrica di Stracz, non cala mai di ritmo, è ben disegnata, ha un finale dannatamente coerente con l’inizio e con lo sviluppo della storia.  Oltre ai 24 episodi della serie regolare, originariamente raccolti in sette volumetti usciti in Italia tra il 2000 e il 2006 per Panini Comics (e poi ripubblicati in tre volumi da libreria), esistono tre miniserie spin-off (“Bright”, “Voices of the dead” e “untouchable”) pubblicate successivamente e che aggiungono altri elementi “collaterali” all’arco narrativo principale.

Una serie che è in un certo senso l’ideale “proseguimento” delle ben più celebri e celebrate “Watchmen” e “Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro”, all’interno di quella corrente nota come “revisionismo supereroistico”, dove si realizzano opere tese a “portare all’estremo” l’umanizzazione della figura del supereroe.  Se in “Watchmen” venivano esplorati i lati più oscuri e inconfessabili dei supertizi, se nel “ritorno del cavaliere oscuro” il confronto è con l’impietoso scorrere del tempo, in “Rising Stars” si risponde alla domanda “cosa succederebbe se questi supertizi, un giorno, piovessero dal cielo e ce li ritrovassimo nel mondo reale?”  E la risposta, in un certo senso, è quella che ogni lettore vorrebbe sentirsi dare, sia pure in un modo mai banale e scontato.

Si vocifera che sia in preparazione una mega-raccoltona in volume di tutta la serie:  non posso che consigliarvi di non lasciarvela sfuggire.  O, in alternativa, se proprio non riuscite ad aspettare, di procurarvi una delle edizioni esistenti.  Per quanto mi riguarda, sarei felicissimo se finalmente riuscissero a farne un film, se non altro perché invoglierebbe un sacco di gente a recuperare il fumetto.

EDIT: la mega-raccoltona in volume è poi effettivamente stata realizzata, ANCHE SE raccoglie solo la serie principale e non gli spin-off. Per il film invece, ancora non so niente. Spes ultima dea.

Fare domande, pretendere risposte.

Gli orti dapprima sequestrati per la presenza di diossina e poi dissequestrati, a Ripa di Olmo, pochi anni fa.   Le colonne di fumo rosa a Badia al Pino, e l’esplosione con conseguenze gravi per due lavoratori a Castelluccio.  Adesso quello che è successo a San Zeno, con numerose persone finite al pronto soccorso per sospetti di intossicazione.  Ma ogni volta ci viene ripetuto lo stesso ritornello:  è tutto ok, abbiamo controllato, non ci sono elementi di tossicità.  Ma il ricorrere continuo di questi eventi, negli ultimi anni, alla luce del raddoppio di volumi concesso ad una di queste aziende, fa emergere almeno due domande, pressanti, da non addetti ai lavori.

La prima, inevitabile: quis custodiet ipsos custodes? Ovvero, chi controlla i controllori?  ARPAT fa il suo lavoro, e fino a prova contraria quello che ci dice è vero e attendibile, ma trattandosi della salute dei cittadini, come non chiedersi:  c’è un doppio riscontro? Qualcuno che faccia delle analisi incrociate?

watchmen.jpg

La seconda, altrettanto stringente:  il territorio di Arezzo e zone limitrofe può sostenere lo stress di TRE aziende che trattano rifiuti speciali in un raggio di meno di 10 km?

Sono interrogativi da prendere terribilmente sul serio, perché non si parla di questioni di secondaria importanza:  l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i prodotti che mangiamo, non sono questioni che si possono eludere, liquidare con leggerezza, perché riguardano il presente e ancor di più il futuro.  Non è il mal di testa di oggi a preoccupare, è la falda acquifera di domani, le verdure dell’orto che arriveranno sulle nostre tavole dopodomani, l’aria che respireranno i nostri figli crescendo.  Non è più sufficiente limitarsi a dirci “state tranquilli”, non è tempo di fare facili allarmismi, è il momento di fare domande e pretendere risposte precise.  Che poi sarebbe il compito di chi fa politica ed amministra la cosa pubblica, en passant.

RadioConcreta

Ad Arezzo, da qualche anno esiste questo “Social Hub” che si chiama Segni Concreti (non sono sicuro di sapervi spiegare per bene tutto quello che fanno in poche parole, per cui fate prima ad aprirvi il sito e andare a vedere da soli).  Fatto sta che da poco più di un anno portano avanti un progetto, che si chiama #RadioConcreta e che prevede che per una settimana chiunque possa “candidarsi” per fare l’editor della loro pagina Facebook ed essere, da lunedì a domenica, il DJ di #RadioConcreta semplicemente postando uno o due pezzi al giorno con un breve commento sul perché si è scelta quella determinata canzone (o estratto di film, o comunque un video di qualsiasi genere).  Io sono già stato con loro per due settimane: la prima a cavallo tra 2016 e 2017, la seconda che si è appena conclusa.  Se vi va di leggere e ascoltare cosa ho postato, e magari anche di darmi un parere al riguardo, trovate tutto qui:

(26/12/2016-01/01/2017) http://www.segniconcreti.org/schiuma-musica-radioconcreta/
(29/05/2017-04/06/2017) http://www.segniconcreti.org/restiamo-aperti-radioconcreta/

Se poi volete mettere un like alla loro pagina Facebook , potete farlo tranquillamente da qui:

https://www.facebook.com/SegniConcreti/

Lucky

HEROES

“Ale, ma chi sono questi personaggi sulla tua maglietta?”
“Capitan America, Iron Man, Thor e Spider-Man”
“Bravo Ale, sei molto preparato sui supereroi!”
“Babbo, Spider-Man è un supereroe, come te?”

Ok. Fucilatemi adesso, non credo che potrò mai più essere più autenticamente felice di così.

Kimota!

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 23 aprile 2014)

C’è stato un tempo in cui non esisteva il revisionismo supereroistico, quella corrente autoriale di cui abbiamo già accennato brevemente in un pezzo dei mesi scorsi.  Questo tempo è durato fino al 1982, cioè fino a quando Alan Moore decise di riportare in auge il personaggio creato originariamente nel 1953 da Mick Anglo con il nome di Marvelman.

      Il Marvelman creato da Mick Anglo nel 1953 era un po così.

Per un periodo di tempo abbastanza lungo, in Italia su Miracleman cè stata più letteratura scritta che albi pubblicati, per questioni di diritti talmente lunghe, complicate e tediose che non è il caso di riportare qui:  se proprio siete curiosi, cliccando qui vi farete unidea abbastanza attendibile di quelle che sono state le peripezie editoriali legate al personaggio.  Ai fini di quanto dobbiamo dirvi in questa sede, ovvero che Miracleman è un fumetto che va letto in tutti i modi, vi basti sapere che due mostri sacri del fumetto contemporaneo come Todd McFarlane e Neil Gaiman si sono scornati per anni per vie legali al fine di poter detenere i diritti del personaggio.  Per dare una vaga idea di quanto importante sia Miracleman nella storia del fumetto mondiale contemporaneo, vi basti sapere che non è affatto azzardato né improprio affermare che cè un mondo del fumetto supereroistico prima di Miracleman e un mondo del fumetto supereroistico dopo Miracleman.  Ci rendiamo conto che sembra una frase fatta, una di quelle cose che si dicono sempre in questi casi, ma cè un metodo infallibile per scoprirlo:  in questi giorni, è uscito per i tizi di Panini Comics il primo numero di quella che auspicabilmente sarà ledizione italiana integrale delle avventure di Micky Moran, per giunta a un prezzo di lancio di 1,99 eurini.  Il consiglio che ci sembra il caso di darvi, è di prendere il numero 1, e almeno anche i successivi tre o quattro.  Sono fumetti che sono stati pubblicati una ventina danni fa, ma non hanno perso neanche un briciolo del loro smalto.  Basta leggersi il primo numero per capire che quello che si ha fra le mani è un pezzo di storia dei comics.

Ok, fine della parte celebrativa.  Fate finta che lunica cosa che ci fosse scritta sopra sia è appena uscito il numero 1 di Miracleman. Decontestualizzate, decomprimete, lasciate stare le beghe legali e la storia del fumetto americano, accantonate il revisionismo supereroistico, il prima, il durante e il dopo.  Fate un respiro profondo. Continuate a leggere.

[Passaggio alla prima persona singolare] Facciamo finta che uno entri in edicola o in fumetteria e veda che cè questo numero 1 negli scaffali.  Riuscite a dirmi un solo motivo per cui uno dovrebbe perdersi un fumetto che ha avuto tra i propri autori Alan Moore (quello di V per Vendetta, di Watchmen e di un sacco di altre cose fighe, anche se ultimamente è entrato anche lui nel sempre meno esclusivo club di quelli che sputano nel piatto in cui hanno mangiato per decenni), Neil Gaiman (che potreste aver sentito dire per Sandman, o per alcuni suoi notevoli romanzi tipo Stardust, American Gods, Nessun dove e I ragazzi di Anansi), Alan Davis (uno che ha disegnato Batman e praticamente tutti i personaggi della Marvel, dagli X-Men agli Avengers, da Capitan America a Iron Man) e Barry Windsor-Smith (uno che ha vinto una quantità imprecisata di premi per i suoi lavori sul fumetto di Conan, che ha realizzato una delle storie di Wolverine più belle di sempre e che dal 2008 è nella Hall of Fame del fumetto mondiale)? No, non riuscite a dirmelo, perché non cè. Punto.  Anzi, faccio una cosa che di solito non si fa, in una recensione:  cito quello che ha detto un altro recensore, perché avrei voluto dirlo io ma sono arrivato dopo.  Se dovete troncare qualche testata per rientrare nelle spese, fatelo, se necessario smettete anche di fumare (è la cosa più inutile del mondo), o di sfondarvi il fegato in aperitivi quotidiani dove tanto, ormai a parte il conto da pagare, o la promessa di una cirrosi epatica, non rimediate molto altro. Insomma tagliate qualcosa di superfluo nella vostra vita, perchè finalmente, arriva in Italia, qualcosa di fondamentale [Fine dell’uso della prima persona singolare]

Tutto questo, senza avervi anticipato nulla della storia, o se preferite unespressione più alla moda senza fare alcuno spoiler sulla trama. Che sostanzialmente si dipana attorno ad un tema:  che succederebbe se un supereroe si trovasse calato davvero nel mondo reale?  Il tipo di operazione letteraria che avevano tentato le major americane (i supereroi con superproblemi), senza però riuscire a portarla a compimento, viene qui realizzata appieno. Retrospettivamente, la grandezza di MM è tutta qui, nel prendere gli elementi di ingenuità tipici del fumetto dei supereroi (per attivare i propri superpoteri, Micky Moran deve pronunciare la parola segreta che è la chiave armonica delluniverso, ossia Kimota!, che altro non è che Atomic letta al contrario, con la K al posto della C per non alterarne la pronuncia) e fargli avere un brusco risveglio, come quando da bambini si realizza che le cose che immaginiamo di poter fare non riusciremo mai a farle davvero.  Ed è stato il primo a riuscirci senza se e senza ma, a portare il tema a compimento senza aver paura delle conseguenze.  In poche parole, Miracleman di Alan Moore è il compagno di classe più grande che rivela per primo al mondo del fumetto che Babbo Natale non esiste. Direi che basta questo per capire che non è davvero il caso di perderselo.

Zagor: più che un fumetto, uno scrigno di tesori (letterari)

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 21 settembre 2013)

A modesto parere di chi scrive, la distinzione tra Letteratura e fumetto è sempre stata piuttosto artificiosa, visto che in entrambi i casi a fare la differenza è il saper raccontare bene (o meno bene) una storia.  Non a caso, infatti, i “generi letterari” sono spesso facilmente sovrapponibili a quelli fumettistici.  Si parla di fumetti – tanto per citare alcuni generi noti ai più – “Noir”, “Fantascientifici”, “Horror” e “Avventurosi” allo stesso modo in cui si parlerebbe di romanzi dei medesimi generi.  Così, la longevità di una testata fumettistica è spesso legata in maniera indissolubile alla sua capacità di saper interpretare (e, laddove necessario, reinventare) le regole del proprio genere letterario “di riferimento”.  In uno dei pezzi passati di questa rubrica, abbiamo parlato di Tex, che potremmo definire il fumetto western per antonomasia, capace di sopravvivere all’evolversi dei gusti e al succedersi delle stagioni solo con minimi accorgimenti.  In questo senso, invece, Zagor, che con Tex condivide la casa editrice (e l’ultracinquantennale storia editoriale) è l’eccezione che conferma la regola.

La storica copertina de La foresta degli agguati, primo                                         numero di Zagor

Zagor, infatti, non ha un genere letterario a cui fare “rigidamente” riferimento:  potremmo definirlo un fumetto di genere “avventuroso”, ma sarebbe riduttivo, viste le innumerevoli escursioni nell’horror, nel giallo, nel western (sia pure un western molto contaminato e per certi versi ante litteram).  Zagor ha piuttosto un minimo comune denominatore, che è quello che è stato brillantemente sintetizzato da Moreno Burattini, curatore della testata che dal 1961 è ininterrottamente presente nelle edicole italiane: il Sense of wonderZagor è un personaggio dalle potenzialità narrative praticamente sconfinate:  nelle sue storie possiamo trovarlo in compagnia di trappers o a lottare contro dei vampiri, alleato dei Mohawk del suo fratello di sangue Tonka o di fronte ad una minaccia aliena, possiamo trovarlo a fronteggiare le ambizioni di una compagnia ferroviaria senza scrupoli o imbarcato in una nave che lo porta in Islanda, o in Africa, o, come nel caso delle storie attualmente in corso di pubblicazione nell’albo mensile, in una lunga trasferta che tocca tutto il centro e il Sud America.  La sua capanna nelle paludi di Darkwood, infatti, è spesso solo la base di partenza per avventure che di volta in volta lo vedono affrontare variopinte minacce, sempre in compagnia del fidato pard Cico, messicano dall’appetito insaziabile, creato come spalla comica ma evolutosi poi in un personaggio in grado di affiancare Patrick Wilding (questo il vero nome di Zagor) in tutte le sue peripezie.

Negli anni, hanno firmato le avventure di Za-Gor-Te-Nay autori del calibro di Sergio Bonelli (che di Zagor è stato il creatore con lo pseudonimo di Guido Nolitta, insieme a Gallieno Ferri che dal 1961 ad oggi ha firmato tutte le copertine degli albi dello Spirito con la scure), G. L. Bonelli (papà di Sergio, e soprattutto papà di Tex), Mauro Boselli, Tiziano Sclavi, Moreno Burattini, Marcello Toninelli.  E sempre a modesto parere di chi scrive, non è certo sacrilego affermare che oggi come oggi Zagor è, per il livello qualitativo delle storie prodotte e dei disegnatori che si alternano sul personaggio, il miglior fumetto che ogni mese esce da Casa Bonelli, nonché uno dei più “vitali”, come dimostrano anche le ripetute proroghe alla Collezione Storica a Colori pubblicata in collaborazione con Repubblica.  Di Zagor, a cui il cantautore Graziano Romani ha dedicato un concept album intitolato King of Darkwood, di Sergio Bonelli, dello stato di salute della testata (e del fumetto italiano) e di progetti per il futuro, abbiamo parlato proprio con Moreno Burattini.  Questo è quello che ci ha detto.

 1. Za-gor-te-nay, lo Spirito con la scure, è un personaggio che dimostra ancora uneccezionale vitalità a dispetto dei suoi 52 anni di storia editoriale. Quanta parte del merito va allintuizione iniziale che ha portato alla nascita del personaggio, e quanta invece allabilità dei grandi autori che negli anni si sono avvicendati nella realizzazione delle storie del personaggio?

 Guido Nolitta e Gallieno Ferri, nel 1961, ebbero sicuramente una grande intuizione: quella di creare un personaggio che fosse trasversale ai generi, che potesse venire contaminato da qualunque suggestione, partendo però da una ambientazione di base realistica e soprattutto “rassicurante” per i lettori dell’epoca, abituati ai fumetti western e a vedere al cinema film con indiani e cowboy. Ma giusto per spostare il tiro rispetto ai tradizionali scenari del West, Zagor venne collocato non nel Sud Ovest ma nel Nord Est, non nella seconda metà dell’Ottocento, ma nella prima. Eroe della frontiera, sì, ma della Vecchia Frontiera: qualcosa di più esotico, dunque. Una scelta che preludeva appunto a tutta una serie di impreviste variazioni su tema e tutta la gamma delle contaminazioni possibili in cui il western e l’avventura si intrecciavano con il fantasy, l’horror, la fantascienza, il racconto storico, il giallo, l’umorismo. È chiaro che un personaggio così pronto a cambiar casacca restando però fedele, nello stesso tempo, alla sua impostazione di fondo, ha nel DNA la capacità di resistere al passaggio delle stagioni e adeguarsi ai tempi che cambiano. Tuttavia, non saremmo arrivati a cinquantadue anni di ininterrotto successo se le premesse iniziali non fossero state ben comprese e ben interpretate da una pattuglia di altri autori, sceneggiatori e disegnatori, che nel corso dei decenni hanno raccolto l’eredità dei creatori. In questo, io e tutti gli altri che siamo stati chiamati a questo difficile compito, siamo stati aiutati fino a 2011 dalla presenza di Sergio Bonelli rimasto al nostro fianco a indicare la rotta e di Gallieno Ferri che è ancora oggi tra noi con le mani saldamente sul timone.

 2. Tu sei da qualche tempo il curatore, nonché uno degli autori più prolifici, di un personaggio che è stato ideato e scritto per anni da Sergio Bonelli in persona. Quanto ti è stato utile poter lavorare fianco a fianco con lui (e con Gallieno Ferri, creatore grafico del personaggio e copertinista da oltre cinquantanni), e quanto senti oggi la responsabilità di questo ruolo?

 Alla responsabilità preferisco non pensare per non sentirmene schiacciato. Prima di essere un autore, io di Zagor sono un lettore, e lo sono da tempo immemorabile. Non faccio il mio lavoro come se si trattasse di svolgere un compito qualunque ma come se fosse una missione. So che intere schiere di zagoriani si aspettano da me l’impossibile, dato che vorrebbero rivivere la “magia” della loro infanzia, ma non potendo far tornare tutti giovani, cerco di non far invecchiare il personaggio. Sergio Bonelli mi ha scelto personalmente venticinque anni fa e mi ha confermato la sua fiducia fino al momento della sua scomparsa, che ha lasciato in me un grande vuoto. Non c’è stato un giorno in redazione in cui non mi sia confrontato con lui. Gallieno Ferri è un uomo di straordinaria umanità, per me un secondo padre. Incredibilmente lo sento spesso ringraziarmi, in pubblico e in privato, per quello che instancabilmente cerco di fare per Zagor, quando sono io che devo tutto a lui e a Nolitta.

3. Oltre allalbo mensile, attualmente escono ogni anno due Maxi Zagor, uno speciale, uno Zagorone, un Color Zagor, un Almanacco dellAvventura, più gli albi (settimanali) della Collezione Storica a Colori, le ristampe (bimestrali) degli speciali dedicati a Cico, e le numerose pubblicazioni a cura dei fan. Una vitalità incredibile, e in aumento costante: cè dellaltro che bolle in pentola, sul fronte editoriale?

 L’Almanacco dell’Avventura, in realtà, è stato sostituito dal Color Zagor. Circa il resto, l’incredibile non è la vitalità dello Spirito con la Scure ma il fatto che venga dimostrata in un contesto di gravissima crisi dell’editoria italiana, non soltanto a fumetti. Noi teniamo duro, come dimostra il succedersi degli “allunghi” della Collezione Storica a Colori di Repubblica, una collana che avrebbe dovuto contare trenta volumi e che si appresta a superare i cento, nonostante i chiari di luna. Sul fronte editoriale si prepara il n° 600, che sarà seguito dal tanto atteso ritorno di Hellingen. A Lucca Comics 2013 saranno presentati il volume “Zavor” (parodia in chiave “deformed” di Daniela Zaccagnino ed Elena Mirulla), edizioni Cronaca di Topolinia, e il saggio “L’arte di Ferri”, scritto da Graziano Romani, edito da Panini.

                           La copertina del numero 24 della Collezione Storica a Colori, Il passato di Zagor

 4. Sempre in tema di vitalità del personaggio, parlaci un po di Noi, Zagor, film documentario realizzato da Riccardo Jacopino nelle sale il 22 e 23 ottobre

 Si tratta di un film distribuito in oltre cento sale cinematografiche di tutta Italia, dopo due anni di lavorazione. Di “Noi, Zagor il regista Riccardo Jacopino aveva presentato alcuni spezzoni già in occasione di Lucca Comics & Games dello scorso autunno. Si tratta di un entusiasmante viaggio “dietro le quinte”, in mezzo agli autori e ai loro collaboratori, fra le scrivanie e i tavoli da disegno di chi lavora quotidianamente, da oltre cinquant’anni, alla realizzazione delle storie dello Spirito con la Scure. Ma è anche un reportage su tutto l’universo di emozioni che anima il pubblico zagoriano, soprattutto quello della folta schiera di appassionati che popola i raduni dei fan così come gli incontri durante le fiere del fumetto, ma anche quello che colleziona gli albi e va a caccia dei numeri più rari. Zagor non è soltanto un fumetto, è un universo: Jacopino lo descrive come mai nessun altro prima, dopo aver seguito per mesi, con la sua cinepresa e i suoi microfoni, comics convention in Italia e all’estero, filmato sceneggiatori e disegnatori nelle loro case, realizzato decine di interviste, tra cui quella, fondamentale, a Gallieno Ferri, il creatore grafico del personaggio. Il tutto, confezionato in 70 minuti di film il cui titolo, “Noi, Zagor”, è davvero il più efficace possibile. Le sale saranno distribuite in tutta Italia, ma l’elenco esatto con gli orari delle proiezioni verrà reso noto una decina di giorni prima dell’evento e lo potrete consultare visitando il sito della nostra casa editrice o quello di Microcinema, che distribuisce l’opera, all’indirizzo www.microcinema.eu. Dopo il passaggio al cinema, il documentario uscirà anche in DVD, anche se ci vorranno alcuni mesi di pazienza, ma nel frattempo, molto probabilmente, sarà possibile vederlo in TV.

 5. Un grande personaggio a fumetti è connotato anche in relazione ai comprimari che lo affiancano e ai nemici che si trova a dover affrontare di volta in volta. Luniverso zagoriano, in questo senso, è indubbiamente uno dei più ricchi del panorama fumettistico italiano. Ma al Burattini autore chiediamo: quale comprimario è più difficile da gestire? E qual è il villain su cui ti piacerebbe scrivere una storia, un giorno?

 Sulla ricchezza del microcosmo zagoriano si potrebbero scrivere delle enciclopedie. Del resto, tutto l’apparato critico che introduce i volumi della Collezione Storica di Repubblica se venisse raccolto in un unico saggio formerebbe un tomo pesantissimo. Non ho difficoltà con nessun comprimario nolittiano, essendo io cresciuto a pane e Nolitta; casomai avrei qualche remora, dubbio o perplessità dovendo gestire uno dei personaggi ideati e inseriti nella serie da altri autori, come per esempio Tim Cuorepuro o il pellerossa “contrario” Heyoka di Boselli. Circa i villain, sogno di poter riprendere in mano, un giorno, Supermike. Riportandolo alle caratteristiche iniziali.

 6. Ultima, doverosa domanda. Poiché questo pezzo sarà letto soprattutto da persone che NON sono lettori di Zagor, come facciamo a spiegargli cosa si perdono?

Si potrebbe cominciare con il proporre la domanda: ci sarà pure un motivo se da cinquantadue anni Zagor continua a uscire in edicola e oggi siamo qui a parlarne, o no?