Come una mano che saluta da un treno (del Casentino)

E così, dopo qualche mese di silenzio, sono tornato a presentare “Come una mano che saluta da un treno“, questa volta nella bellissima cornice del Caffè Le Stanze di Poppi (AR), in compagnia di Silvia Frunzi. Un posto bellissimo, in uno dei borghi più belli d’Italia. Aria fresca, mondiali appena finiti (a proposito, complimenti alla Francia, e chiudiamola qui), gente cordiale, attenta e curiosa. Mi piace un sacco fare presentazioni di libri, come questa:

E a voi non piacerebbe invitarmi a farne una dalle vostre parti? Io ci sono se vi va!

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Scrivere [a sproposito]

L’altro giorno è arrivato in azienda un CV dove, nella descrizione delle attività lavorative, abbiamo trovato questa perla:

Insegnamento c/o proprio domicilio della lingua inglese a studenti di scuole superiori di ogni ordine e grado fine al superamento dei deficit formativi, e a studenti universitari per il superamento delle specifiche idoneità linguistiche.

Datore di lavoro: Me Medesima.

Tutto questo per dire che fa lezioni private a studenti, quelle che da noi si chiamano “ripetizioni”. Non ho potuto fare a meno di pensare a questo passo del grande Gaetano Savatteri:

“Cosa stai cucinando?”
“Filatura di grano duro in trafila di bronzo con datterini pelati a vivo, cipolla bianca di Castrofilippo appassita in olio extravergine con spremitura a freddo, all’aroma di basilico della mia grasta.  E poi, ascolta bene, rossi di gallina ruspante di terra su letto d’albume bianco rassodato a bassa temperatura in succo d’olive Nocellara.”
“Minchia, cose di lusso. E che vuol dire?”.
“Spaghetti col sugo di pomodoro e uova fritte”.
“Sei il solito cretino”.

“Peppe, la cucina è come la letteratura: il contenuto non conta, conta come si racconta”.

 

Happy birthday Damon Albarn

Stimolato da questo articolo de Il Post https://www.ilpost.it/2018/03/23/playlist-blur-damon-albarn/ , mi sento in dovere di dire la mia sul neo-cinquantenne Damon Albarn (che tra l’altro, sia detto per inciso, magari ci arrivassi io ai 50 come lui!), e così ho buttato giù di getto i miei 13 pezzi sui quali ha messo lo zampino, come autore o co-autore, e che secondo me vale la pena ascoltare. Senza troppe spiegazioni aggiuntive. Fidatevi e basta, insomma.

1. Sing

2. For tomorrow

3. Chemical world

4. End of a century

5. To the end

6. The Universal

7. Song 2

8. Coffee + TV

9. Caramel

10. Out of time

11. My terracotta heart

12. Feel Good Inc.

13. History Song

Ma il cielo è sempre più blu?

Piccolo compendio di cose che riguardano i mondiali a cui NON parteciperemo, per calciofili che si sentono in astinenza già da ora delle notti magiche inseguendo un gol che saranno notti magiche per qualcun altro. Astenersi quelli che “eh ma tanto a me del calcio non me ne frega niente”, politici mancati, politici frustrati, registi denunciati, opinionisti sclerati, Opti Poba, varie ed eventuali.

  • Prosegue la sequenza che vede l’Italia combinare qualcosa di molto buono o molto cattivo ogni 12 anni. 1958 eliminata nelle qualificazioni, 1970 finale mondiale, 1982 campioni del mondo, 1994 finale mondiale, 2006 campioni del mondo, 2018 eliminata nelle qualificazioni. Il pensiero di aspettare il 2030 mi spaventa non poco, lo ammetto.
  • No, non è stata un’apocalisse, ovviamente, tanto è vero che domattina alle 8:30 entrerò al lavoro come sempre, e troverò le stesse situazioni che ho trovato oggi.  Nel 1997 giocammo uno spareggio per accedere ai mondiali, come oggi, ma non ricordo questi toni da fine del mondo. Forse scendemmo in campo più sereni, e infatti andò a finire che eliminammo la Russia. Gol decisivo di Gigi Casiraghi, che poi ai Mondiali non fu neanche convocato.
  • Vi prego, risparmiateci la metafora della nazionale specchio del Paese reale, risparmiateci il vostro senso di superiorità secondo cui “mentre voi guardate la nazionale i nostri politici ci stanno fregando bla bla bla”.  Limitatevi, limitiamoci alle questioni puramente sportive (sì, in Italia da anni c’è un problema con gli sport di alto livello e non riguarda solo il calcio, se non ve ne foste accorti) e al fatto che quasi mai, da noi, chi sbaglia paga. Fin lì vi seguo, oltre no.
  • Per favore, lasciamo perdere anche la favola dei troppi stranieri nei top club italiani.  Il Real Madrid ha vinto la Champions 2017 con tre spagnoli fra i titolari, contro la Juventus che aveva quattro italiani e ha poi fatto entrare anche Marchisio.  Nel 2015 il Barcellona ha vinto la Champions con quattro spagnoli in campo contro la Juventus che aveva cinque titolari italiani (e sarebbero stati sei se non avesse dovuto fare a meno di Chiellini). Il Bayern Monaco ha nella formazione tipo Rafinha, Javi Martinez, Alaba, Thiago Alcantara, Robben, Ribery, Lewandowski e almeno uno tra Tolisso, Coman, James Rodriguez e Arturo Vidal.  Devo ricordarvi che cosa hanno fatto Spagna e Germania nelle qualificazioni attuali (e negli ultimi due mondiali)?
  • Casomai, è opportuno puntare il dito sulle squadre di fascia media che prediligono giocatori stranieri tutto sommato non eccelsi a italiani di buone prospettive. Facendo qualche nome, Meret che fa la panchina alla SPAL, Saponara alla Fiorentina, Scuffet all’Udinese, Tumminello al Crotone (e questo fa abbastanza ridere), Goldaniga (e un po’ anche Berardi) al Sassuolo… Vado avanti?
  • In ogni caso, siamo in buona compagnia:  a Russia 2018 non ci saranno l’Olanda, il Galles, la Romania, il Ghana, la Costa d’Avorio, il Camerun, gli USA, il Cile, il Paraguay.  Magra consolazione, lo so. E comunque, come ha già giustamente fatto notare qualcuno, tifare Arezzo ti rende psicologicamente preparato a diverse cose.  In ogni caso, applausi per i nostri concittadini che si sono sciroppati il viaggio fino a Milano di lunedì per sostenere gli azzurri…
    adios
  • Il futuro comunque parte oggi stesso. Con l’addio alla maglia azzurra di Buffon, Barzagli, De Rossi.  Un futuro in cui magari merita un’altra chance Mario Balotelli, 26 gol in 42 partite a Nizza, assurto a nuova speranza azzurra a vent’anni e ostracizzato a 24 dopo la dannata partita di Natal e del morso di Suarez a Chiellini.  Non sarebbe male poter contare almeno per un altro po’ su Chiellini (classe ’84), Marchisio (’86), recuperare Montolivo (’85), e puntare forte su Donnarumma (’99), Verratti (’92, magari da regista arretrato e non da mezzala) e chi volete voi, purché l’anno di nascita cominci per 9, possibilmente.
  • Chi è assunto alla zecca, chi ha fatto cilecca
    Chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori
    Chi legge la mano, chi regna sovrano
    Chi suda, chi lotta, chi mangia una volta
    Chi gli manca la casa, chi vive da solo
    Chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
    Chi vive in Calabria, chi vive d’amore
    Chi ha fatto la guerra, chi prende il sessanta
    Chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro,
    Ma il cielo è sempre più blu…
  • E comunque, se non vi emozionate neanche un pochino quando gioca la Nazionale, e l’unica cosa che vi preme far notare sono i soldi che ci rimettiamo a non andare al mondiale, secondo me avete davvero il cuore un po’ di pietra.

Come una mano che saluta da un treno

Adesso posso dirlo, è ufficiale & ufficializzabile: a fine mese uscirà “Come una mano che saluta da un treno – racconti a bassa definizione“, una raccolta di racconti scritti da me che verrà pubblicata dalle Edizioni Helicon di Arezzo. 180 pagine in vendita a 13 euro, con una bellissima foto di copertina di Andrea Bardelli e una altrettanto bella prefazione di Eleonora Corsi. Questo post sarà successivamente modificato e verosimilmente integrato con delle date di presentazione del libro, alle quali vi aspetto numerosi e curiosi.

Intanto, la copertina è questa:

                   Che dite, vi piace?

La citazione che dà il titolo al libro non vi verrà svelata, invece, in questa sede, ma non sarà affatto difficile da trovare su internet. Mi piacerebbe poterne parlare, così come avere un bel numero di pareri sul libro. Per ora, è solo il momento di essere, sinteticamente, felici: in fondo, vedersi pubblicare un libro è un sogno che uno si porta dentro fin da bambino.

Andare allo stadio

Io non mi dimenticherò mai che quando è nato Alessandro mi hanno regalato lo striscione “benvenuto Alessandro”. Non mi dimenticherò mai che quando se n’è andato il mio babbo lungo il viale dello stadio c’era un altro striscione che diceva “Roberto ti siamo vicini”. Non mi dimenticherò mai la camminata a piedi da Piazza S. Agostino allo stadio prima di Arezzo-Varese, come la schedatura collettiva al termine di Città di Castello-Arezzo. Non dimenticherò mai la raccolta di fondi di “agua para todos”, andata avanti per un intero campionato, così come quella per la famiglia di Daniel Gabriel, il calciatore immigrato morto di infarto a 22 anni. Lo striscione “speriamo che non ci veda Brunetta” e quello “onore a Sampei”. La serata coi miei amici di infanzia a Piccadilly Circus a cantare “Ob-la-di ob-la-da, forza Arezzo” e il coro “anche nei dilettanti mi fai battere il cuor”. Il mio amore per la maglia amaranto della mia città, che è nato anche grazie a persone che ora non ci sono più, è una di quelle cose che se uno non è pratico di stadi e di curve non si può spiegare tanto facilmente: si viene automaticamente bollati come “facinorosi”, come “esaltati” o peggio. Ci vorrebbe fin troppo tempo per spiegare, a chi non ha dimestichezza in queste storie, di come troppo spesso, in questo paese dove da sempre si fa di tutta l’erba un fascio, i tifosi siano sempre stati il “bersaglio grosso” dietro cui nascondere le magagne del momento. E allora lasciamo da parte gli spiegoni. Lasciamo da parte le motivazioni razionali, e tiriamo fuori la parte fiera di noi, quella che ci ricorda che il calcio è prima di tutto uno sport popolare, che basta un pallone, un pezzetto di prato – o anche di asfalto – e qualche amico per dar luogo a sfide avvincenti, che non c’è solo la VAR, le moviole in campo, le telecamere da mille angolazioni, ma c’è anche lo stadio della città, dove – può sembrarvi incredibile solo se ne siete al di fuori – la gente soffre, lotta, sogna, spera, condivide una passione. In un mondo che ci vorrebbe tutti replicanti, arroganti coi più deboli e zerbini coi potenti, un posto dove le persone possono essere semplicemente sé stesse, nel bene come nel male. Come diceva il più bello striscione mai esposto dai tifosi dell’Arezzo (Arezzo-Reggiana 1-0, serie C1 2003-04, diretta RaiSport, gol di Gelsi su rigore, una giubbata d’acqua che lascia stare): “Nessuna televisione potrà mai regalarvi questa emozione“. Per questo, e per mille altri motivi, domenica sera sarò allo stadio a tifare la squadra della mia città: la sola cosa che non ho ancora deciso è quale di queste sciarpe indosserò.

6 anni

E così il tempo continua a passare in fretta, tu continui a diventare grande e oggi è il tuo sesto compleanno, che è una cifra piccola eppure grandissima, fa quasi paura a pensarci, perché da quattro giorni hai cominciato la scuola elementare, e sono io a sentirmi piccolo, a pensare che adesso io per te vorrei delle cose.

Vorrei che tu stessi bene, innanzitutto. Vorrei che tutti i tuoi giri tra dottori, macchinari e laboratori di analisi diventino presto un lontano ricordo per te, un periodo sfumato della tua infanzia di cui pian piano dimenticherai i dettagli.

Vorrei essere all’altezza di tutto quello di cui hai bisogno:  da “quando torni a casa mi aiuti con i compiti?”, a starti vicino quando ti perderai in cose più complicate e grandi di te, a lasciarti solo quando vorrai che io tenga le distanze e comincerai a reclamare i tuoi spazi.

Vorrei che i tuoi occhi felici quando mi sdraio accanto a te per farti addormentare non si cancellino mai dalla mia mente, per portarmeli dietro quando le scarpe si faranno più pesanti, e che tu abbia la sensazione di poter contare su di me anche quando non sono steso al tuo fianco.

Vorrei non esserti mai di peso, anzi, alleviare il tuo.

Vorrei che questo 20 settembre 2017 fosse solo il primo di tanti giorni felici, perché tu, più di ogni altra persona che conosco, te li meriti, accidenti se te li meriti, perché per essere così piccolino ne hai passate di tutti i colori, e adesso sei davvero una piccola roccia.

Vorrei che questa lettera non ti sembri così tanto retorica se un giorno la rileggerai, ma so che non sarò riuscito ad evitarlo. Ma credimi se ti dico che l’ho scritta con tutto il mio cuore in mano.  Tanti auguri di buon compleanno, piccolo ometto mio. Diventi grande ad una velocità spaventosa.