Jonathan Safran Foer, o del senso dello scrivere nel terzo millennio

Tra le mie varie collaborazioni [pseudo-]giornalistiche, quella più recente è iniziata qualche settimana fa con il periodico “il Leggio” dell’associazione musicale Vox Cordis, che ha avuto l’ardita idea di affidarmi l’articolo di letteratura per il numero 2. Non potendo parlare di Proust – perché non ne so abbastanza -, non volendo parlare di autori italiani – perché sarebbe stato un esordio un po’ scontato -, la scelta è caduta su Jonathan Safran Foer e sui suoi tre libri, usciti in Italia per la casa editrice Guanda. Questo che potete leggere qua sotto è quello che ne è venuto fuori. 🙂

Ah, prima che ve ne andiate, potete trovare il PDF della rivista cliccando qui.

Jonathan Safran Foer, o del senso dello scrivere nel terzo millennio

Quando si sente gridare al “miracolo”, nel campo della letteratura contemporanea, novantanove volte su cento è bene andare con i piedi di piombo. Nel panorama letterario odierno, l’eccezione che conferma la regola è rappresentata probabilmente da Jonathan Safran Foer, giovane (è nato nel 1977) scrittore americano, laureato in una delle università più prestigiose d’America (Princeton), autore di ben tre best-sellers, di cui due scritti prima della soglia dei trent’anni. Dal primo dei tre, Ogni cosa è illuminata, è già stato tratto un film. Dal secondo, Molto forte, incredibilmente vicino, pare che il film sia in lavorazione. Il terzo, Se niente importa – Perché mangiamo gli animali, è uno dei casi letterari di quest’anno in Italia. La sua opera si distingue nel vastissimo mare della letteratura di oggi per vari motivi. In primis, per la tecnica di scrittura estremamente innovativa, evidente sia nel romanzo d’esordio sia – soprattutto – nella sua opera seconda. In secondo luogo, e forse è questo l’aspetto più importante da sottolineare quando si parla di uno scrittore, per la capacità di toccare il cuore dei propri lettori, sia pure in modo diverso, in ognuna delle sue fatiche letterarie.
Il romanzo d’esordio, da cui è stato tratto un film nel 2005 con Eugene Hutz e Elijah Wood, è ispirato dalla vicenda autobiografica dello stesso Jonathan Safran Foer, ebreo di origini europee, che nel 1999 fece un viaggio in Ucraina per fare delle ricerche sulla vita del proprio nonno. La voce narrante principale, o meglio, una delle voci narranti del libro, è Alexander Perchov (geniale l’uso di una lingua volutamente “sbagliata”, piena di errori grammaticali e di sintassi, per far capire che chi parla è una persona di madrelingua diversa da quella dell’autore), la guida di Jonathan nel suo viaggio in Ucraina. Già in questa sua prima opera, Safran Foer mette in essere i tratti che finora hanno caratterizzato la sua produzione letteraria. L’uso di più registri narrativi, a seconda di chi si trovi al centro del racconto in un determinato momento, infatti, non è solo un artificio fine a sé stesso, come si potrebbe pensare, ma è strettamente funzionale alla narrazione stessa. Nelle trame che si intrecciano, come quella del villaggio di Trachimbrod, che si snoda dal Settecento fino all’epoca nazista; quella del viaggio di Foer in Ucraina, in compagnia di Alexander e del nonno di quest’ultimo, un autista cieco (ma non troppo); e quella in cui Alexander racconta di sé stesso; possiamo ritrovare un affresco narrativo di straordinaria umanità, dove tutte le storie raccontate convergono e dove si capisce come il senso del presente sia sempre legato indissolubilmente al passato.
Nella sua opera seconda, quella che per molti autori rappresenta il vero “banco di prova”, o se preferite la prova del nove, Safran Foer riesce a fare addirittura meglio di quanto fatto in precedenza. L’idea di partenza è quella di vedere – e raccontare – la tragedia dell’11 settembre dagli occhi di un bambino di nove anni. Anzi, di un bambino di New York di nove anni che ha perso il padre nell’attentato alle Torri Gemelle. La storia di Oskar Schell è talmente toccante che si fa fatica a credere che non sia vera. E ovviamente, anche qui la tecnica di scrittura di Safran Foer è uno degli elementi che fanno la differenza, perché tra lo scrivere un romanzo con protagonista un bambino di nove anni che viaggia per tutti i distretti di New York per cercare conferme o smentite della perdita del proprio padre, e lo scriverlo in modo credibile, c’è differenza. Eccome se c’è. E la differenza sta nello scriverlo usando la prima persona, ma non limitarsi a questo. “Molto Forte, Incredibilmente Vicino” dunque è sì scritto in prima persona, ma è arricchito da foto, disegni, pagine scritte a mano e pagine piene di parole cerchiate di rosso. Perché così usava fare Oskar, quando giocava con suo padre, e così fanno effettivamente tanti bambini. Trovano una foto che li interessa, e la stampano e la incollano da qualche parte. E fanno dei collegamenti che probabilmente noi adulti non saremmo più in grado di fare. Così Oskar, ad un certo punto, si dice: “ho letto che è stata la carta a tenere acceso l’incendio nelle torri. Tutti quei quaderni, .le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle e-mail, le foto dei figli, i libri, i dollari nei portafogli, e i documenti negli archivi… erano combustibile. Forse se vivessimo in una società senza carta, come un sacco di scienziati dicono che un giorno succederà, papà sarebbe ancora vivo.” Ed è proprio grazie a questa scrittura, paradossalmente quasi “infantile”; che il personaggio di Oskar prende vita, diventa “tridimensionale”. Replicando in un certo senso l’operazione tentata dal nostro Roberto Benigni con il mai abbastanza celebrato “La vita è bella”, Safran Foer ci racconta il dramma dell’11 settembre dal punto di vista di un bambino, che cerca quasi di trasformare una tragedia immensa com’è quella della perdita di un padre, in una caccia al tesoro che si svolge in tutta New York. Come viene giustamente fatto notare anche nel retro di copertina dell’edizione italiana del libro, Oskar Schell fa quello che farebbe un qualsiasi bambino: “per non soccombere sotto il peso del dolore si aggrappa alle proprie risorse, cerca conforto nella fantasia e nella curiosità”.
Per il terzo libro, invece, il giovane scrittore americano abbandona i terreni della narrativa (ma non del tutto) e si inoltra in quelli della saggistica. Lo scopo dell’autore, anche stavolta come nelle prime due opere, è quello di smuovere la coscienza del lettore, invitandolo a riflettere da un punto di vista diverso dal proprio. Presentato erroneamente come un manifesto del vegetarianesimo, “Se niente importa” è invece molto più di questo. Prima di tutto è un libro di gradevole lettura, a riprova del fatto che quando una persona sa scrivere, è in grado di farlo bene quale che sia l’argomento trattato. In secondo luogo, e questo è forse l’aspetto più importante da citare riguardo questo libro, è uno scritto che non ha la pretesa di far cambiare idea a nessuno, e questo è forse il motivo per cui riesce ancor meglio ad arrivare dritto al cuore e allo stomaco dei propri lettori. Il punto cardine della trattazione di questo libro, infatti, non è rappresentato dalla domanda “è giusto o non è giusto mangiare carne?”, quanto piuttosto da quella “è giusto o non è giusto trattare in modo così disumano gli animali che mangiamo?” Una volta vista da questa prospettiva, infatti, la questione può portare a conclusioni differenti (ad esempio, diventare vegetariani o non diventarlo) ma allo stesso tempo rispettabili, dal punto di vista di Safran Foer. È importante notare due cose, riguardo questo libro. La prima è che ovviamente, essendo l’autore dichiaratamente vegetariano, questo potrebbe avere in qualche modo influenzato le sue ricerche, indirizzandole ovviamente verso riscontri che avvalorino le sue teorie piuttosto che smentirle. A questo si può rispondere in vari modi, il più ovvio dei quali è che questo principio vale praticamente per tutta la saggistica. Ma non solo. Safran Foer, infatti, pone il problema da un punto di vista strettamente etico. Ci spinge cioè a domandarci in primo luogo perché le diete dei paesi occidentali (soprattutto, ovviamente, degli USA) siano diventate negli ultimi anni basate quasi esclusivamente sulla carne. Di conseguenza, in secondo luogo, ci obbliga a riflettere su come siano costretti a vivere e come muoiano gli animali che noi mangiamo. Questo è il punto sul quale Safran Foer ci invita a riflettere, portando a sostegno un bel po’ di dati, che confermano come siano in forte aumento negli ultimi anni le allergie e le intolleranze alimentari nei bambini, e come ad esempio le condizioni di vita di un animale in un allevamento intensivo siano talmente brutali che le stesse grandi industrie di macellazione della carne siano piuttosto restie a mostrare al pubblico quello che avviene all’interno dei propri allevamenti. Questo libro ha fatto parlare molto di sé proprio per questo motivo, perché cioè solleva un velo mostrandoci cose che tutti sappiamo ma che nessuno vuole approfondire, forse proprio per paura delle conseguenze che la conoscenza dei fatti porta sempre con sé.
Originalità, dicevamo all’inizio di questo pezzo, e lo ribadiamo anche in chiusura. Originalità anche nel trattare un tema eticamente controverso come quello del mangiare animali, quando ad esempio in apertura l’autore si domanda perché sia accettabile, nella nostra cultura, mangiare un coniglio e ci faccia rabbrividire l’idea di mangiare un cane o un gatto (e Foer non conosceva la vicenda nostrana di Beppe Bigazzi!). Ma un’originalità mai fine a sé stessa, sempre funzionale alla narrazione, sempre in grado di colpire il lettore nella mente, nel cuore e nello stomaco.
Dunque Safran Foer, a trentatré anni e con tre best-seller all’attivo, risponde con la sua produzione ad una delle questioni più spinose della storia della Letteratura, indipendentemente da quale sarà il posto che in futuro gli verrà riservato. La Letteratura, nel terzo millennio, è ancora in grado di innovarsi e di dire qualcosa di nuovo? Grazie anche a Jonathan Safran Foer, sappiamo che la risposta a questa domanda è sì.

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