La Giornata Tipo

(Immagine tratta dalla pagina Facebook https://www.facebook.com/LaGiornataTipo/ )

Se seguite questo blog da illo tempore, e se vi è capitato di imbattervi nel suo “fratellino” Basket City, saprete come l’estensore delle presenti righe sia un appassionato di pallacanestro ormai di vecchia data. E se anche voi lo siete, sicuramente conoscerete il sito “La Giornata Tipo”, fondato nel 2012 da quel pazzo genio, o genio pazzo che dir si voglia, di Raffaele Ferraro. Ecco, tra le varie cose che mi ero dimenticato di dirvi in questo 2018, ce n’è una che devo davvero condividere con voi:  da qualche mese, ho iniziato a collaborare con loro, e quello che è appena stato pubblicato è il mio terzo articolo pubblicato per loro. Ecco, è necessario che recuperiate, tutto qua.

 

 

http://lagiornatatipo.it/nba-draft-right-moves-wrong-faces/ (31 gennaio 2018)

http://lagiornatatipo.it/in-un-modo-o-nellaltro-glory-days-gone-by/ (9 aprile 2018)

http://lagiornatatipo.it/dream-team-2-ovvero-come-vivere-felici-allombra-delle-leggende/ (21 settembre 2018)

Anche se non vi dovessero piacere i miei pezzi, cosa peraltro abbastanza improbabile, mettetevi comunque nei segnalibri il sito: non ve ne pentirete.

 

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Le piazze di Licio Nencetti

(Pubblicato originariamente sullo “Stradario dei Personaggi illustri del Casentino”, Edizioni AGC, estate 2018)

STRADARIO

“Mia cara mamma, io penso sempre a te e mi duole tanto saperti dolente per me, non dubitare per me perché io sono sempre il solito figlio di tanti anni or sono e vorrò sempre bene a mia madre e non vivo che per lei. […] Mamma cerca di curarti, svagati, prega per me affinché tutto finisca presto. […] Perdonami mamma  ma questo era il mio destino. […] devi pensare che tuo figlio è lontano perché vuol dare una Patria ai figli che domani nasceranno, e dargli una Patria che ci sia la pace e la giustizia.” (Lettera di Licio Nencetti alla madre, 2 dicembre 1943)

Licio Nencetti nasce a Lucignano il 31 marzo del 1926, figlio di Silvio e Rita Aguzzi.  Che di lui scrive nel suo diario:

“il mio caro Licio, che da dodici anni, dalla morte del padre, la sua vita fu solo lavoro e umiliazione, mortificazione… povero figlio mio insieme alla sua mamma quanta umiliazione subiva… Io sola posso dire cosa faceva questa creatura, vedevo che cercava ogni modo per sollevarsi, che studiava un guadagno più importante per risollevarsi, mandava i suoi disegni aiutato dal direttore, ma nulla valevano, erano accettati, ma poi mandavano al Comune a chiedere di chi era figlio, si rispondeva che il padre era un socialista e così lettera morta;  avvilito, boicottato, chissà cosa nacque in lui, cosa si proponeva davanti a tanta sventura?”

Licio Nencetti a dodici anni perde il padre per mano dei fascisti. E non è ancora maggiorenne – quindi non soggetto agli obblighi di leva della Repubblica Sociale Italiana – quando nel 1943 decide, come si diceva una volta, di “darsi alla macchia”.  Ed è nel territorio del Comune di Capolona, precisamente in Località Il Rocolo, nella zona tra Ponina e Baciano, che assieme ai suoi compagni di lotta decide di dar vita alla banda partigiana nota con il nome di “La Teppa”, detta anche, per la rapidità con cui si spostava nei vari luoghi del Casentino, “La Volante”.  Oggi è considerato da tutti come uno degli eroi della Resistenza in Casentino, al punto che ancora ai giorni nostri il nome Licio ha una certa diffusione nella nostra vallata:  anche i suoi compagni della brigata “La Teppa” hanno chiamato i loro primogeniti maschi col suo nome, ma non solo loro.  Viene catturato da un reparto di duecento soldati tedeschi che lo aspettavano in Pratomagno, nei pressi del Passo della Crocina il 23 maggio del 1944, a seguito di una soffiata sulla quale esistono ancora oggi diverse versioni:  i suoi compagni d’armi avevano individuato tre delatori, a detta loro responsabili di aver informato i fascisti sul percorso che avrebbe seguito Licio per andare ad incontrare Aligi Balducci, comandante partigiano noto come “il Potente”.  Portato in carcere a Poppi, dove viene torturato, a lungo e invano, per estorcergli i nomi dei partigiani casentinesi, è infine fucilato davanti alla chiesa di Talla il 26 maggio del 1944.  Nella raffica di mitra che lo falcia rimane ucciso anche il giovane manovale Marcello Baldi, non ancora quindicenne, colpito da un proiettile vagante.  Licio, di cui tutti dicevano che era tanto determinato e deciso in battaglia quanto buono e generoso con la gente comune, avrebbe potuto avere salva la vita se avesse accettato di collaborare, di fare qualche nome, di svelare qualche nascondiglio: “se dici qualche nome dei comandanti partigiani e dove si trovano, sei salvo”, gli venne proposto.  Ma Licio affrontò la prigionia e il plotone di esecuzione con una dignità tale da impressionare perfino i soldati nemici, che all’ordine di fare fuoco si trovarono ad avere un attimo di esitazione.  Fu così il comandante del plotone fascista a dare la morte a Licio, sparandogli in faccia da distanza ravvicinata, e solo dopo partì la scarica di mitra che colpì il già defunto Nencetti e il giovane Baldi.  Ancora ai giorni nostri non è chiaro come mai l’esecuzione abbia avuto luogo proprio a Talla, in quella piazza che oggi porta il suo nome, anche se è facile immaginare che sia stata scelta proprio per la sua vicinanza coi luoghi dove i partigiani erano soliti rifugiarsi.  Nencetti fu sempre artefice di una strategia di guerriglia fatta di azioni “mordi e fuggi”:  inizialmente insofferente per l’inazione a cui erano costretti i partigiani disarmati, fu poi uno dei comandanti che più di ogni altro ponderava le conseguenze delle azioni della brigata sulla popolazione del luogo.  Una strategia che andò avanti per diversi mesi, fino a quel maledetto 13 aprile del 1944, fino alle stragi di Partina e Vallucciole.  A Licio Nencetti, Medaglia d’oro al valor militare, sono state dedicate numerose poesie e canti popolari, e nel 2004 il gruppo folk-rock La Casa Del Vento gli ha dedicato la canzone “il comandante Licio”, inserita nell’album “Sessant’anni di resistenza” realizzato in collaborazione con la Comunità montana del Casentino.

Alla memoria di Licio Nencetti sono intitolate diverse strade in Casentino, e non una ma ben due piazze.  La prima è quella di Talla, antistante alla chiesa di San Niccolò, edificata nel 1644 e davanti alla quale Licio venne fucilato.  Una piazza ampia e molto curata, in un certo senso costituisce un po’ il “cuore pulsante” del paese, per la sua posizione centrale per chi arriva da Capolona e da Rassina, per i grandi alberi e le panchine che da sempre, insieme alla Chiesa e agli esercizi commerciali, ne fanno un punto di ritrovo per i tallesi.

Talla

La seconda invece si trova nella parte nord di Capolona, a pochi metri dalla Stazione di Subbiano dove – sempre dai fascisti – vennero fucilati i partigiani Vasco Lastrucci ed Ezio Zavagli, poco meno di due mesi prima della morte di Nencetti.  È una piazza che costituisce uno “slargo” del Viale Dante, utilizzata prevalentemente come parcheggio anche se a fianco ci sono dei giardini pubblici che la separano dalla vicina via Salvo D’Acquisto.  Si trova in quella zona che solo gli abitanti del luogo sanno definire con esattezza:  è infatti nella porzione del paese che si trova nel Comune di Capolona ma nella parrocchia di Subbiano.

CAPOLONA

Il Casentino… come non lo avevate mai visto!

(Articolo uscito su Casentino Più di primavera 2018)

Tra film (famosi e meno noti) ambientati nella nostra vallata, film che lo citano pur senza mostrarlo, e capolavori della letteratura italiana che ne parlano, il Casentino ha acquisito un suo “posticino al sole” che forse sarebbe il caso di provare a far fruttare in qualche modo…

Valeria: “Guardi, le avevo ritagliato l’articolo sulle antiche leggende del Casentino!”
Mascetti: “Ah interessante! Ma lei se la blinda la supercazzola prematurata, come se fosse anche un po’ di Casentino, che perdura anche come cappotto, vede… M’importa sega!”

Uno dei più celebri scambi di battute di “Amici miei Atto III” sintetizza – purtroppo – in modo lapidario l’interesse che ingiustamente il Casentino riesce a suscitare in chi non ci vive, non lo conosce, non ha un qualche interesse specifico verso questa nostra bellissima vallata. Tralasciando l’accenno al cappotto, forse involontario e forse no, purtroppo dobbiamo ammetterlo:  il turista, quando pensa alla Toscana, difficilmente pensa al Casentino come mèta del proprio viaggio, così come difficilmente pensa ad Arezzo. E dire che in tanti hanno fatto cenno, più o meno direttamente, al Casentino e ai suoi borghi, in opere letterarie così come nei film.  Mostrandolo, oppure parlandone, in ogni caso facendo sì che i suoi luoghi venissero in qualche modo veicolati.  Come nella versione per grande schermo de “La Locandiera”, adattamento del testo teatrale di Carlo Goldoni realizzato nel 1980 dal regista Paolo Cavara, con un cast di tutto rispetto (vi bastano Adriano Celentano, Claudia Mori, Paolo Villaggio e Milena Vukotic?): alla fine del film, uno dei protagonisti esclama “Io ho una villa in quel di Poppi, tra poderi e pioppi”.

Senza dimenticare, ovviamente, il travolgente successo de “Il Ciclone”, il film di Leonardo Pieraccioni campione d’incassi della stagione 1996/97 girato tra Laterina, Poppi e soprattutto Stia.  Solo questo film meriterebbe una riflessione a parte:  se è vero infatti che Pieraccioni non è mai molto interessato a valorizzare i luoghi in cui vengono girati i suoi film, preferendo sempre e comunque una Toscana “indefinita” e comunque sempre molto “fiorentina” – diversamente da quanto fece per esempio Roberto Benigni con il suo “La vita è bella”, dove l’ambientazione “Arezzo, 1943” è chiara fin da subito – è altrettanto vero che l’onda lunga del successo del film non è mai stata cavalcata come avrebbe potuto.  Adesso in Casentino faremo tutti il tifo perché il film di Andrej Konchalovsky, “Il Peccato – una visione”, sulla vita di Michelangelo Buonarroti, possa rendere nota ai più l’esistenza di un luogo meraviglioso com’è il Castello di Poppi. In cui vennero anche ambientate le prime scene del film “Una vergine per il principe” di Pasquale Festa Campanile, con Vittorio Gassman, Virna Lisi e Philippe Leroy, correva l’anno 1965.  Ma non nel solo cinema risuona il nome del Casentino.  Già nel 1914 Dino Campana diede alle stampe la sua opera più famosa, i Canti orfici, di cui un’intera sezione è intitolata “La Verna”, di cui un passaggio merita di essere riportato per intero:

Ho sostato nelle case di Campigna. Son sceso per interminabili valli selvose e deserte con improvvisi sfondi di un paesaggio promesso, un castello isolato e lontano: e al fine Stia, bianca elegante tra il verde, melodiosa di castelli sereni: il primo saluto della vita felice del paese nuovo: la poesia toscana ancor viva nella piazza sonante di voci tranquille, vegliata dal castello antico: le signore ai balconi poggiate il puro profilo languidamente nella sera: l’ora di grazia della giornata, di riposo e di oblio.

Dalla vita di Campana e della sua relazione con la poetessa Sibilla Aleramo è stato tratto un film, diretto da Michele Placido, con Stefano Accorsi, Laura Morante ed Alessandro Haber, “un viaggio chiamato amore”. La buttiamo lì:  oltre agli itinerari francescani, perché non ricostruire gli itinerari che Dino Campana seguì nel suo viaggio da Marradi a La Verna e ritorno? Un “cammino letterario” che, proprio per la sua unicità, farebbe parlare di sé e del Casentino.  E se non bastasse Campana, ancora un po’ a ritroso nel tempo troviamo Gabriele D’Annunzio, che nella sua poesia “I Tributarii”, contenuta nella raccolta “Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi” ci regala questi meravigliosi versi:

Chi loderà il Bisenzio
sì caro a quell’antico
favolatore ornato
che lodò la bellezza
della donna perfetta?

E chi la Pescia e l’Era?
E chi la Pesa e l’Elsa?
Chi la Greve e la Sieve?
e i rivi freddi e molli
del Casentino giù pe’ verdi colli?
[…]
Cade la sera. Nasce
la luna dalla Verna
cruda, roseo nimbo
di tal ch’effonde pace
senza parole dire.
Pace hanno tutti i gioghi.
Si fa più dolce il lungo
dorso del Pratomagno
come se blandimento
d’amica man l’induca a sopor lento.

Ma prima di tutti c’era stato Lui, Dante Alighieri, il Sommo Poeta, che proprio nel testo più famoso dell’intera storia della Letteratura Italiana, più volte cita il Casentino.  Non sempre teneramente, a dire il vero:

Li ruscelletti che de’ verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non
indarno;
chè l’immagine lor vie più m’asciuga
che ‘l male ond’io nel volto mi
discarno. 

(Non è un caso se anche D’Annunzio parla di “rivi freddi e molli”: è evidente come volesse citare proprio Dante). Il Casentino ritorna poi nel canto XIV del Purgatorio, dove a proposito dell’Arno il Poeta ci dice:

Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
[…]
Tra brutti porci, più degni di galle
che d’altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.

Il Casentino insomma non è solo una vallata come tante altre: è immagine che riempie gli occhi e parola che scalda il cuore e la mente.  A tutti noi saperlo raccontare ancora, di nuovo, perché chi non lo conosce oggi possa avere la fortuna di poterlo incontrare domani.

27 consigli da un marzo… libresco!

Ispirato da un’iniziativa proposta da Francesca Crescentini sul suo blog, ho stilato una lista di libri per un marzo all’insegna della lettura. Le foto sono tutte su Instagram, insieme a molte altre, in alcuni casi anche più interessanti delle mie.

1. La mia copertina preferita: “Dellamorte Dellamore” di Tiziano Sclavi (disegno di Angelo Stano).

2. Un caposaldo della mia infanzia: “Il richiamo della foresta” di Jack London.

3. Ho amato il libro, pur detestando tutti i personaggi: “Limonov” di Emmanuel Carrère.

4. Un libro che ho sentito il bisogno di possedere in almeno due edizioni: “Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams

5. Un saggio curioso: “A passo di gambero” di Umberto Eco

6. “Era bello anche il film”: “Shining” di Stephen King

7. Un’ossessione adolescenziale: “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi

8. Il libro più strano della mia biblioteca: “L’era di Sinatra” di David Ohle

9. Un regalo azzeccato: “La polvere del Messico” di Pino Cacucci

10. Una graphic novel: “Midnight Nation” di J.M. Straczynski & Gary Frank

11. Il “classico” del cuore: “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust

12. Una distopia di rara potenza: “Watchmen” di Alan Moore e Dave Gibbons

13. Un libro che parla di libri: “Le storie di Arturo Bandini” di John Fante

14. Un libro che leggerei con una certa vergogna in tram:  “Girls” di Nic Kelman

15. Un favoloso polpettone: “Il fuoco amico dei ricordi” di Alessandro Piperno

16. Un libro estenuante: “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert M. Pirsig

17. Un libro pop-up: “10 piccoli pinguini” di Fromental/Jolivet

18. Una bella pagina: “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini

19. Una raccolta di racconti: “Racconti del mistero, del terrore, dell’impossibile, d’incubo” di Edgar Allan Poe

20. Un libro autografato: “I migliori di noi” di Andrea Scanzi

21. Un degno rappresentante della mia collana preferita: “La confraternita dell’uva” di John Fante

22. Ah, l’amore: “La schiuma dei giorni” di Boris Vian

23. Un coffee-table che mi fa sentire molto alla moda: “Steve McCurry – Magnum La Storia Le Immagini”

24. Un libro spaventoso (anche solo a tratti): “Le notti di Salem” di Stephen King

25. Un libro che mi fa ridere (anche in pubblico): “La fabbrica delle stelle” di Gaetano Savatteri

26. “Signora mia, quanto ho pianto”: “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer

27. Un libro che vorrei aver scritto, invece sto su Instagram: “Triste, solitario y final” di Osvaldo Soriano

La Pieve di Santa Maria Maddalena a Sietina

(Articolo uscito originariamente su “Casentino da scoprire 2”, guida turistica della vallata a cura di Casentino Più)

Poco distante dalle rive dell’Arno, tra le frazioni di Castelluccio e Poggio al Pino nel comune di Capolona, si erge un edificio dalla storia ormai millenaria:  la Pieve di Santa Maria Maddalena a Sietina.  Le prime notizie storiche su questo edificio risalgono infatti all’anno 1022.  Come molti altri edifici sacri di questo periodo, la Pieve sorge sulla sponda destra del fiume, lungo la strada che da Arezzo portava in Casentino ed era infatti nota come “via delle pievi”:  dopo quella di Sietina, infatti, si trovano la Pieve di San Martino Sopr’Arno (sempre nel territorio del Comune di Capolona) e numerose altre, fino alla più “nota”, la Pieve di Romena.

                   La facciata della Pieve (foto tratta da http://www.sietina.it)

Come molte pievi romaniche, l’architettura dell’edificio sacro è insieme essenziale ed estremamente suggestiva: l’interno diviso in tre navate divise da pilastri a sezione rettangolare presenta affreschi risalenti al secolo XIV e XV, tra i quali vale la pena ricordare la Madonna sul trono con Bambino, raffigurata su uno dei pilastri e dallo stile che richiama chiaramente quello di Piero della Francesca nella Leggenda della Vera Croce, e la vetrata raffigurante la Maddalena, risalente al XVI secolo ed attribuita all’artista francese Marcillat, noto per aver realizzato anche le vetrate del Duomo di Arezzo.  La famiglia Bacci, il cui stemma (una testa di leone ruggente con tre stelle dorate su fondo blu) è raffigurato sopra al portone di ingresso alla Pieve, risulta essere stata la committente della maggior parte delle opere che si trovano all’interno dell’edificio, così come della celeberrima “Leggenda della Vera Croce” ad opera di Piero della Francesca che si trova all’interno della Chiesa di San Francesco ad Arezzo.  Inoltre, sono di pregevole fattura le raffigurazioni di San Biagio Vescovo e di San Benedetto, realizzata in omaggio alla vicina Badia di Campoleone, complesso benedettino di grande importanza (a cui Capolona deve ancora oggi il suo nome, dal latino Campus Leonis), che venne distrutto nel 1527 dall’esercito imperiale guidato da Carlo di Borbone.  In un ciclo di affreschi trecenteschi sulla parete destra della navata centrale, sono riconoscibili tre figure di santi: San Pietro (raffigurato con le chiavi in mano), San Lorenzo (riconoscibile perché ha ai suoi piedi una graticola, dove fu poi arso vivo) e Santo Stefano (che ha in mano un sasso, a ricordo della sua lapidazione giovanile).  Sull’altro lato della navata centrale, troviamo invece una raffigurazione di San Cristoforo e una di San Bernardino da Siena, una delle prime successive alla sua canonizzazione avvenuta nel 1450:  questo potrebbe in parte stupire, essendo San Bernardino un francescano, ma la sua vicinanza “geografica” al territorio in cui sorge la Pieve lascia pensare che possa essere entrato in contatto con la famiglia Bacci, poiché figura molto “in vista” (dopo San Francesco e Sant’Antonio da Padova, è probabilmente il santo francescano più noto e rappresentato).  Molto particolare è il dipinto rappresentato sotto una delle arcate, ovvero la SS. Trinità “trilobata”:  il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono infatti rappresentati con lo stesso volto, uno visto frontalmente e gli altri due di profilo.  Questo tipo di rappresentazione pittorica non è facile da trovare perché ai tempi della controriforma della Chiesa Cattolica venne bandita, pertanto questa che si trova a Sietina è una delle poche ad essersi salvata dalla cancellazione, avvenuta invece in molti altri edifici.  Molto belli sono infine, nei pressi del portone principale, la raffigurazione di Santa Caterina d’Alessandria (collocata proprio sopra al portone stesso) e il Battesimo di Cristo, posto sopra alla navata sinistra dell’edificio, ma di epoca decisamente più recente rispetto agli affreschi.

Una delle particolarità più importanti di questo edificio sacro è che appare più basso dall’esterno, anche se risulta essere stato ripavimentato più volte, a quanto pare a causa di una falda acquifera abbastanza vicina alla superficie che ha causato numerose infiltrazioni di umidità negli anni. Il campanile che si vede dalla facciata esterna è invece stato aggiunto in seguito.  Attorno alla Pieve stessa esiste un piccolo insediamento rurale, costituito da una villa padronale e due case rurali.  Il toponimo “Sietina” risulta essere di origine etrusca ed essere stato già in passato luogo di culto dedicato a Saturno.  La collocazione geografica della Pieve risulta essere particolarmente interessante, perché si trova sia lungo la già citata “via delle pievi” che attraversa tutto il Casentino, che nelle vicinanze delle strade consolari Cassia Vetus e Flaminia Minor.  Attualmente si può passare da Pieve a Sietina percorrendo il sentiero 47 del CAI, inserito nel percorso della cosiddetta Via Romena Germanica.

COME RAGGIUNGERE PIEVE A SIETINA

Pieve a Sietina dista circa 7 km dalla sede del Comune di Capolona. Occorre prendere le indicazioni stradali per San Martino Sopr’Arno, proseguire per la Strada Provinciale dello Spicchio e poco dopo aver superato il bivio per Poggio al Pino si troverà un bivio sulla sinistra, con un cartello marrone che indica Pieve a Sietina.

INFO UTILI

L’Associazione Pieve a Sietina, che si occupa di tutelare e valorizzare il sito, è contattabile ai seguenti indirizzi:

http://www.sietina.it/

https://www.facebook.com/AssociazionePieveASietina

Per visitare la pieve, è opportuno contattare uno dei seguenti numeri telefonici:
335-1835218
328-5642276
339-5438549

Anche nei dilettanti mi fai battere il cuor…

Se ne leggono di tutti i colori, in questi giorni, e forse è normale, indubbiamente è prevedibile, siamo umani e siamo appassionati di questa maglia amaranto col cavallo rampante sul petto. Matteoni è al lavoro, Ghinelli è al lavoro, Ferretti è di nuovo presidente, e noi siamo qua col Natale a ridosso a chiederci che ne sarà dell’U.S. Arezzo. Più che un Natale sembra una Via Crucis, se mi passate la metafora religiosa. Molti lasceranno perdere, molti hanno minacciato di farlo e magari non lo faranno. Io in questi giorni non sono riuscito a scrivere niente perché ovviamente non ci resta che aspettare e vedere. Non ci resta che sperare, consapevoli che non dipende da noi che l’Arezzo lo abbiamo nel cuore per davvero. Io lo so che scritta così può sembrare una paraculata, passatemi il termine poco politically correct, ma ad Arezzo c’è gente che non ci dorme la notte, gente che sacrifica i fine settimana in famiglia, con mogli, figli, fidanzati, amici per andare a sventolare una bandiera e cantare per incitare la propria squadra, e questa gente, poca o tanta che sia – dipende a chi lo chiedete – merita rispetto, e comprensione. Per cui sì, è impossibile fare sport a livello professionistico ad Arezzo. Sì, nella vita ci sono cose più importanti. Sì, il sindaco non può occuparsi di questo perché ha altre urgenze. Sì, l’assessore allo sport non può fare niente. Sì, il mondo imprenditoriale aretino sta alla finestra (fatte salve un paio di lodevoli eccezioni). Sì, ma ancora te ce confondi?

    Già. L’Arezzo non muore. E se muore, è destinato a risorgere.

Sì, ancora me ce confondo. Sì, non è una questione di categoria. Sì, perché l’Arezzo è la squadra della mia città, e ho esultato quando Rubechini segnò al volo contro la Fortis Juventus in Coppa Italia Dilettanti così come quando il Mosca le ha risolte di classe in tempi più recenti. E in questa breve vita dell’Arezzo, che forse è finita e forse no, abbiamo visto ogni genere di cose, come sempre. “E se vieni insieme a noi, andiamo a vedere l’Arezzo, gioca bene gioca male, è la squadra del mio cuore”. Magari è finita, magari no. Magari il 30 dicembre sarà tutto magicamente risolto (io ci spero, presidente Matteoni, ci spero, sia chiaro, ma mi capirà se dopo le ultime vicissitudini sono come San Tommaso) e l’Arezzo giocherà in casa col Giana Erminio la più normale delle partite di serie C. Ma non è un’allucinazione collettiva, dannazione, non lo è. Sembra piuttosto un incubo ricorrente. Come nel 1993 siamo di nuovo sull’ANSA per i giocatori che minacciano di non scendere in campo. Come nel 2010 siamo qua con lo spettro di giocare il prossimo anno tra i dilettanti, in serie D o più probabilmente in Eccellenza. E allora lasciateci almeno il sacrosanto diritto di lamentarci, come recitava uno striscione sempre più attuale oggi: “Ma che s’avrà fatto noi de male?” Già. Che s’avrà fatto noi de male? Se esiste un dio del calcio, glielo metto per iscritto: abbiamo un sacco di crediti da riscuotere. E sarebbe davvero l’ora di passare all’incasso.

Renzusconi – Andrea Scanzi

Uno – Captatio malevolentiae
Lo ammetto, non sono mai stato un grande fanatico degli “instant book” di politica e attualità. Non perché non mi interessino, anzi, ma perché capita spesso che contengano informazioni che già conoscevo, stralci di cose che avevo già letto altrove, e di quello che non sapevo ci sono cose interessanti, altre meno, altre che vengono superate dall’attualità. E comunque, tanto per contraddirmi un po’, capisco – e anzi, faccio il tifo per – la diffusione del genere: un libro è (dovrebbe essere) una forma di approfondimento rispetto ad un pezzo di giornale o online. E poiché io detesto la superficialità in tutte le sue forme ed espressioni, ben vengano i libri che approfondiscono argomenti legati all’attualità.

Detto questo,

Due – Contestualizzazione
E però il caso di Matteo Renzi è un caso del tutto particolare. Nel senso che la figura dell’ex Presidente del Consiglio è talmente stratificata, talmente – verrebbe da dire – costruita ed artefatta, da istigare esso stesso una serie pressoché infinita di riflessioni. Che per quanto mi riguarda potremmo riassumere brevissimamente in tre filoni:
PRIMO. Non mi piace farmi abbindolare dagli imbonitori che propinano slogan facili con poca sostanza sotto. La semplificazione parossistica del messaggio politico in atto in questi ultimi anni ha portato ad una cattiva politica, con l’effetto collaterale di allontanare la gente dalla politica, anziché avvicinarla, come probabilmente ci si proponeva di fare.
SECONDO. La “coda della cometa” Renzi è peggiore della testa. Non c’è peggior renziano di un renziano folgorato sulla via di Damasco dell’opportunismo politico.  Meglio un renziano della prima ora, molto meglio.
TERZO. I problemi del PD sono più ampi della sola – seppur ingombrante – presenza di Matteo Renzi. Ci sono proprio dei problemi di genesi e (conseguentemente) di gestione, che fanno sì che questo partito, che doveva essere un campo ampio di rappresentanza del “popolo” di centrosinistra, sia diventato un partito che non parla più con nessuno, se non coi dirigenti d’azienda, e che non rappresenta più nessuno, come dimostrano i dati apocalittici di calo del tesseramento, flop delle feste dell’Unità, risultati elettorali. Piazze vuote, urne vuote. Ma non è (solo) colpa di Renzi.

Ah si, dimenticavo: il paragone tra Renzi e Berlusconi, fatte salve alcune differenze non secondarie che comunque in questo libro vengono enunciate in premessa sia da Marco Travaglio che da Andrea Scanzi, ci sta tutto, perché di fatto hanno lo stesso identico modo di porsi, e spesso hanno messo in atto provvedimenti del tutto o in parte sovrapponibili. Facciamocene una ragione, e andiamo avanti.

  La copertina non è davvero niente male.

Tre – Recensione, circa
Non sono certo io a scoprire che Andrea Scanzi è una bella penna. Una bellissima penna, anzi.  E questo viene fuori anche in questo libro, ovviamente. Solo per fare UN esempio, parlando di Renzi e di Alessia Morani, riesce a fare un paragone (credibile e non strampalato) con un personaggio di un notissimo e longevissimo fumetto Bonelli, non vi dico quale, tanto lo scoprirete leggendo il libro.  E anche se magari in un suo libro si può non essere d’accordo su tutto (nella fattispecie: lo ritengo un po’ troppo duro nel suo giudizio su Matteo Bracciali, che ha perso sì il ballottaggio alle comunali di Arezzo, ma secondo me va anche detto che è l’unico ad aver fatto un lavoro mostruoso in campagna elettorale, mentre il PD quasi tutto si defilava più o meno esplicitamente, renziani inclusi), va detto che il ritratto che ci restituisce di Matteo Renzi è impietoso ma veritiero. I tratti dello “statista” di Rignano sono quelli, sono sotto gli occhi di tutti. Renzi è così: dice una cosa e ne fa un’altra, e forse proprio per questo piace ad una certa fascia d’età degli italiani, che dopo aver passato una vita a votare un partito che era all’opposizione, sono ben contenti di votare uno “che li fa vincere” (ma per fare cosa? Non importa, è secondario, poi si vedrà): la memoria non è mai stata il forte degli elettori italiani. Altrimenti non si spiegano cinquant’anni di DC e affini, più vent’anni (per ora) di Berlusconi. Renzusconi è un libro che non fa sconti, al personaggio come al lettore-elettore.  Se non vogliamo che anche quest’altro duri vent’anni, o peggio ancora cinquanta, spetta a noi. Possibilmente, non solo nelle bacheche di Facebook. Spetta a chi fa politica attiva, spetta a chi vorrebbe farla ma non si è mai deciso a metter piede in una sezione di partito, spetta a chi va a votare e ha il dovere di farlo in modo informato. Spetta ai politici restituire credibilità a loro stessi, al fine di invertire questa spirale sempre più drammatica che ha portato la maggioranza degli italiani all’astensione. Spetta a ognuno di noi (o quasi: alcuni – concordo con Scanzi – sono davvero irrecuperabili).

Quattro – Conclusioni
Renzusconi è un libro che si legge in un paio di serate, o anche tutto d’un fiato. Ma è soprattutto un libro che, dopo averlo letto e possibilmente interiorizzato, andrebbe messo bene in vista nella libreria di casa. E risfogliato tra qualche mese. Poi tra cinque anni. Poi tra dieci. Perché siamo TUTTI di memoria corta, come montagne di ghiaccio in un mare di navi.