Alexy Bosetti, il calciatore ultrà

Alexy Bosetti è con ogni probabilità il personaggio più autenticamente anticonvenzionale del calcio europeo contemporaneo. Vero fino al midollo, in un mondo sempre più spesso plasticoso e artefatto, Bosetti è probabilmente destinato a non diventare mai “qualcuno” più per una questione identitaria che per il mero fatto tecnico.

1. Cose che attengono al rettangolo di gioco.

Il mondo del calcio transalpino comincia a mettere un occhio, anzi tutti e due, su Alexy Bosetti, nel 2012, quando il Nizza si aggiudica la prima Coupe Gambardella della sua storia grazie a 10 reti dell’attaccante nato e cresciuto nella città vecchia, e di origini italiane come una parte consistente degli abitanti del capoluogo della Costa Azzurra. Per lui, in totale, i gol nell’under 19 del Nizza saranno 37. I primi minuti in Ligue 1 a 19 anni in una gara di fine campionato contro l’Olympique Lyonnais, molto più spazio nella stagione successiva, conclusa con i suoi primi gol (2) da professionista con la maglia rossonera in partite di coppa e la convocazione per il Mondiale Under-20 di Turchia. Mondiale che poi i bleuets, che avevano in rosa anche Pogba, Kondogbia e Digne, si aggiudicano battendo in finale l’Uruguay ai rigori. In finale, Bosetti farà il suo ingresso in campo al 65esimo per poi venire a sua volta sostituito nei supplementari. Quanto basta per scriversi nella bio su Twitter “Champion du Monde U20”, e mica male, scusate, cosa avete fatto voi? Poi due stagioni nella prima squadra aiglon, 46 apparizioni in campionato e 10 gol,

(tra cui questo, al Bordeaux)

il debutto nel playoff di Europa League andato male contro l’Apollon Limassol, per le prime gare europee del Nizza dai tempi della Coppa delle Coppe 1997-98 disputata quando i rossoneri militavano in Ligue 2 e Alexy andava all’asilo. In pratica, un giocatore che è tifosissimo della propria squadra, pazzamente innamorato della propria città, che non vorrebbe giocare in nessun altro posto al mondo, ed è anche pagato per fare quello che con ogni probabilità avrebbe fatto anche gratis: a 22 anni, Bosetti ha grosso modo realizzato il suo sogno di sportivo. Ed è a questo punto che vien fuori il lato oscuro della Luna: al Nizza capita l’occasione di prendere uno nel suo ruolo, che senza nulla volergli togliere, è un tantino più forte. L’arrivo di Hatem Ben Arfa – e quello di Valère Germain, oltre alle scelte di Claude Puel, fanno capire ad Alexy che è meglio trovarsi un’altra casacca da indossare, in attesa di tempi migliori per lui. A quell’età, ovviamente, la priorità deve essere quella di giocare, possibilmente segnare, e se a Nizza non c’è spazio è bene farlo altrove. Ma Bosetti, dopo qualche presenza nel Nice II che gioca in terza serie francese, fa una mossa un po’ strana: resta in Francia, ma scende di categoria, nonostante diversi club di Ligue 1 (e anche qualcuno di Serie A, a quanto è dato sapere: in momenti diversi si è parlato di Genoa, Carpi, Sassuolo e in misura minore anche di Inter e Lazio) abbiano mostrato segni di interesse nei suoi confronti. Va al Tours di Marco Simone, un club che avrebbe anche avuto qualche ambizione di promozione ma che poi, alla prova del campo, ha ben presto dovuto abdicare a tal proposito. E si presenta con un gol niente male.


(sveglia, portiere!)

Peccato però che Simone non lo veda granché bene come punta, e che lo veda anche un po’ fuori forma fisica. Il suo periodo in maglia celeste termina con quest’unica rete e un totale di 13 presenze di cui solo 9 in campionato. Ritorno a Nizza e nuovo prestito, questa volta all’estero, ai norvegesi del Sarpsborg FC, che giocheranno pure in serie A, ma tutto sommato non hanno la fama di squadrone, visto che più o meno stabilmente veleggiano a metà classifica. Un campionato che dovrebbe essere ampiamente alla portata del talentino francese. Invece la sua esperienza a Sarpsborg parla di 2 apparizioni da subentrato in campionato per 38 minuti totali, e una presenza con un gol in coppa. Tre mesi da incubo, con un allenatore che parlava ai giocatori solo in norvegese, e ritorno nella Nizza Vecchia a gambe levate. Il Bosetti del 2012 e del 2013 era un giocatore in rampa di lancio, quello del 2016 è un calciatore da ritrovare. E ci riproverà da Nizza, dove per ora però è di nuovo confinato nella squadra B, dove ha giocato (e segnato su rigore) nella seconda di campionato. Il desiderio del giocatore, dopo l’addio di Claude Puel che a quanto pare gli rimproverava il suo scarso impegno in allenamento – non solo quello, ma poi ci arriviamo – è quello di giocarsi una chance a Nizza col nuovo allenatore Lucien Favre. Non c’è più Ben Arfa, non c’è più Germain, e non è che per ora siano stati rimpiazzati da Messi e Cristiano Ronaldo; quindi l’aspirazione di Alexy, oltre che auto-motivazionale, ha anche una sua valenza tecnica che ci può stare. Se non fosse che.

2. Tutto quello che sta fuori dal rettangolo verde, o quasi.

(Alexy Bosetti con la maglia dello sfortunato compagno di squadra Kevin Anin, paralizzato dopo un incidente stradale)

Fino a qui tutto normale, ecco. Abbiamo parlato di un calciatore che da giovane era una promessa. Dotato di buona tecnica, sufficientemente rapido, magari non proprio un Marcantonio (1,70 per 65 kg circa) ma che compensa le carenze alla voce “doti fisiche” con un buon opportunismo. Una promessa che potrebbe rivelarsi un’eterna promessa. E capirai, ce ne saranno un milione. Eppure, lo abbiamo detto in apertura del pezzo e lo ribadiamo, Bosetti è un calciatore unico o quasi nel panorama europeo. Perché Bosetti non è Ibrahimovic, che si è dichiarato “tifoso sin da bambino” di un numero incalcolabile di squadre per mera convenienza mediatica. Bosetti non è neanche semplicemente “tifoso” del Nizza, no. Alexy Bosetti è un ultrà del Nizza, ed è dannatamente fiero di esserlo. Non è il classico ragazzo “cresciuto nel vivaio della squadra della sua città”, ma è piuttosto uno che è “cresciuto in curva sud” dello Stade du Ray. I suoi numerosi tatuaggi (che gli valsero il soprannome di Tattoo man tra i compagni di nazionale under 20) raffigurano gente come Albert Spaggiari, quello della “rapina del secolo a Nizza”, Jacques Medecin, per 24 anni sindaco di Nizza, e soprattutto il teschio trafitto dal coltello simbolo della disciolta (dal Ministero degli Interni francese, per atti di violenza) Brigade Sud Nice 1985, o più semplicemente BSN. Ha un account twitter gestito in totale autonomia, senza filtri o social media manager, dove si riesce a capire qualcosa in più del personaggio: foto di partite viste dalle curve (a Milano i tifosi dell’Inter lo considerano uno di casa),

retweet di supporto ad alcuni gruppi del tifo organizzato di varie città europee, tweet in italiano (come questo, subito dopo l’attentato alla Promenade des Anglais),

passione per gli sport americani (tifa gli Charlotte Hornets e in generale segue molto la NBA). Bosetti è un appassionato di sport in generale, con una simpatia mai nascosta anche per la nazionale italiana di calcio.

Ed è proprio per questo suo essere “vero fino in fondo” che gli ultras del Nizza lo amano incondizionatamente – ricambiati – e il resto delle curve di Francia, tranne qualche eccezione, lo odia. Ed il fatto di essere un antieroe, un po’ come certi personaggi dei fumetti Bonelli, fa sì che con lui non ci possano essere mezze misure. I tifosi del Bordeaux lo chiamano “la pute de la BSN”, quelli dell’Olympique Marseilles gli cantano “J’ai niqué ta mère”, entrambe espressioni francesi che non ci dovrebbe essere troppo bisogno di tradurre, diciamo non del genere che potreste trovare nel Galateo di Monsignor Giovanni Della Casa. E se è vero, come è solito dire LeBron James, che haters gonna hate, e che i cori contro fatti dalle tifoserie avversarie hanno spesso l’effetto contrario di esaltare il calciatore che ne viene fatto oggetto, soprattutto se si tratta di un ultrà, il punto vero è che questo suo modo di essere, a Bosetti, alla fine del salmo sta portando forse più rogne che benefici. Perché Bosetti, dovunque vada e qualunque cosa faccia, è ormai, in primo luogo, il “calciatore ultrà” ancor prima che l’attaccante campione del mondo under 20. Ovvio che lui se la sia cercata e voluta fino in fondo, ma l’esistenza stessa di un calciatore come Alexy ci obbliga tutti ad interrogarci su quanto sia profonda la nostra conoscenza del mondo del tifo organizzato. Perché di lui, il suo ex allenatore, in una conferenza stampa, ha sentito in un certo senso il bisogno di dire che ecco, tutto sommato, anche un po’ meno di identità andava bene uguale. Perché si è beccato una squalifica di una giornata per aver esultato sollevando la manica per mostrare un tatuaggio ai tifosi dell’OM dopo un gol in Coppa nella pazza partita OM-Nizza 4-5. Perché gli sono state attribuite simpatie di destra, per via di un’esultanza che ricordava la quenelle, il saluto nazista al contrario, e che però non lo era – ma in realtà, almeno stando al suo account Twitter, non viene palesata alcuna opinione politica, anzi, rispetto ad alcuni giocatori noti per le loro simpatie politiche e per questo idoli delle loro curve (tipo Di Canio o Lucarelli, per capirsi), siamo davvero su un altro pianeta. Perché quando Puel gli ha fatto capire che per lui a Nizza ci sarebbe stata tanta panchina e tanta tribuna, lui, pur di non dover affrontare Le Gym da avversario, ha pensato che fosse meglio scendere di categoria. Perché quando parla di “mentalità ultrà”, Bosetti fa una considerazione giustissima, e che trascende l’opinione che ognuno può avere in merito: molta della gente che parla di ultras, di mondo delle curve, di mali e di soluzioni, spesso, non ha una vera conoscenza della questione, e quindi parla di cose che non sa, o comunque che conosce solo in parte. Non dovrebbe esserci vergogna ad ammetterlo, questo ci dice Bosetti, non è che ci si può intendere di ogni cosa. Eppure, nella zona grigia in cui il calcio si incontra con la politica, questo calciatorino del ’93 pieno di tatuaggi, di cui almeno un paio riconducibili a criminali veri o presunti, che tutto sommato non è Messi e non è Griezmann, alla fine è un personaggio un po’ scomodo. Per cui ok, vuoi fare il calciatore ultrà? Liberissimo di farlo, ma non aspettarti una mano da nessuno, o quasi.

3. Torniamo in campo, va’.

(ecco come te la vinco al 94esimo. Rientrare dal fuorigioco chi?)

Eppure la sensazione che Bosetti sia un giocatore vero c’è. Perché alcuni dei suoi gol sono stati davvero di pregevole fattura. Perché a dispetto del fisico, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Perché quando gioca non lesina mai impegno e abnegazione. Perché fa spogliatoio. Perché di calciatori banali ne abbiamo fin troppi. Perché non vinci così tanto nelle giovanili, da protagonista, per caso. Perché è uno che ha lottato per realizzare un sogno, giocare e segnare con la maglia della squadra del cuore, e ci è riuscito. Perché alla fine saper giocare a calcio non è una cosa che si disimpara a 23 anni. Intanto, Alexy ha dimostrato grande umiltà nel chiedere di potersi giocare le sue chances a Nizza, come faceva quando sia lui che l’altro golden baby rossonero Neal Maupay, anche lui costretto a scendere di categoria per trovare spazio dopo una stagione a St. Etienne, sembravano destinati ad un radioso avvenire. Favre lo ha schierato in qualche amichevole, poi lo ha girato alla squadra B. Bosetti si è adattato, ha fatto quello che gli è stato chiesto, è tornato in campo con quella maglia che per lui, fuor di retorica, è una seconda pelle. Consapevole che il calcio professionistico è uno sport che non conosce pietà o riconoscenza, Bosetti continuerà a provarci. E se un giorno decidesse di tentare la sorte al di qua di Mentone, sicuramente varrebbe la pena di andarlo a vedere.

(Articolo pubblicato originariamente su Crampi Sportivi il 31 agosto 2016)

Poppi Basket: mezzo secolo di storia sotto canestro.

“Cronistoria di una passione: la pallacanestro”. Si intitola così l’annuario dattiloscritte che raccoglie il resoconto delle prime stagioni del Poppi Basket, che inizia nel 1970 “con la costruzione del campo sito in località Bramasole” e la costituzione del Basket Club Poppi. A Poppi, in realtà, l’incontro con la pallacanestro era avvenuto già un paio d’anni prima, su iniziativa del professore liceale Cesare Betti, che aveva iniziato ad insegnare questa pratica sportiva ai suoi alunni. L’amore per la palla a spicchi prese subito piede a Poppi, ed è una fiamma che non ha mai smesso di ardere da allora. Come ci raccontano, con giustificato orgoglio, Massimiliano Pancini e il presidente Stefano Risaliti. “Il numero di affiliazione FIP è lo 001878, ed è lo stesso dal 1970. Questo fa di noi una delle società cestistiche più longeve della Toscana, perché i nostri 50 anni sono continuativi, non ci sono mai stati fallimenti o altro.” La squadra fa il suo esordio nel campionato di prima divisione 1970-71, con dieci sconfitte in altrettante partite, ma la passione non si affievolisce. Il 15 aprile 1973 arriva la prima, storica vittoria del B.C. Poppi: 56-47 contro Sansepolcro. ScanImage001“Oggi, oltre al settore giovanile che è la cosa per noi più importante in assoluto, abbiamo la prima squadra che milita nel campionato di prima divisione e una squadra nel campionato UISP, nata dalla fusione con il Basket Casentino. C’è basket per tutte le età, a Poppi, dai 4 ai 60 anni!” Ci dice il presidente. Il Basket Club Poppi ha interrotto la propria attività agonistica – volontariamente – solo nel 1992, quando scomparve a soli 36 anni Renato Bindi, a cui oggi è intitolato il palazzetto dello sport. Un palazzetto la cui costruzione è iniziata nel 1989 e terminata nel 1990, anno in cui venne inaugurato.

Palazzetto che è un po’ gioie e dolori dell’attuale società del B.C. Poppi, giusto, presidente Risaliti?

Purtroppo il palazzetto oggi come oggi presenta tutta una serie di problematiche che ci danno non pochi pensieri, soprattutto in ottica futura. Quando è stato costruito, infatti, il comune di Poppi era classificato come “non sismico”, ma coi recenti adeguamenti normativi (quelli successivi al crollo della scuola di San Giuliano in Puglia) tutti gli edifici devono rispondere a standard antisismici ben precisi. Pertanto, il palazzetto è oggi non in regola con tali normative e necessiterà di adeguamenti strutturali, che verranno effettuati, a meno di cambi di programma dell’ultimo momento, a partire da giugno del 2020. Questo ci mette un bel po’ in difficoltà, perché non sono molte le strutture in grado di ospitare questo tipo di attività sportiva nei dintorni, e francamente vorremmo evitare di spostarci troppo per non perdere la nostra base di praticanti. Se il palazzetto, come sembra, resterà chiuso per la prossima stagione sportiva, stiamo valutando di spostarci a Strada o a Soci, in modo da ridurre il più possibile gli spostamenti per i nostri tesserati. Poi certo, i problemi sono anche altri…

Cioè?

Il fatto che il palazzetto sia in promiscuità d’uso, cioè al mattino sia a disposizione delle scuole e di pomeriggio delle società sportive (quindi principalmente del basket) fa sì che questa sia una struttura molto utilizzata, con tutto quello che ne consegue in termini di usura della stessa. Tutte le squadre del basket, più tre scuole superiori: numericamente, si può dire che il palazzetto sia sempre pieno. Una volta qui c’era un custode, adesso non c’è più neanche quello. Le scuole fanno del loro meglio per lasciare tutto pulito e in ordine, ma si sa come sono i ragazzi… Per questo speriamo che la chiusura del palazzetto possa diventare un’opportunità per realizzare qualcosa di ulteriore da affiancare al già esistente. Un po’ come hanno fatto ad Arezzo accanto al palasport Le Caselle, con una tensostruttura, realizzabile con un intervento economico tutto sommato contenuto, in modo da poter avere due alternative per la pratica sportiva nel nostro territorio. Magari proprio nella zona dove c’era il vecchio campetto da basket.

Purtroppo in questi ultimi anni le risorse economiche sono un problema, per le amministrazioni pubbliche ma ancor di più per le società sportive…

Noi ogni anno spendiamo diversi soldi per fare in modo che tutto nel palazzetto sia in ordine, a cominciare dagli spogliatoi nei quali investiamo almeno mille euro l’anno. Ovvio che gli sponsor aiutano, così come le quote che versano i ragazzi, ma non di rado noi dirigenti ci siamo frugati in tasca, tutto in nome della passione che abbiamo per questo sport. Certo, l’impegno dà i suoi frutti, ma non è facile, un po’ perché il calcio fagocita tanto del (poco) denaro disponibile per le società sportive, oltre ad avere di gran lunga un numero più elevato di tesserati e quindi di famiglie che ci gravitano intorno, ma a volte mi viene da pensare che anche negli anni della serie C, a fine anni novanta, forse avremmo potuto investire meglio i soldi che allora avevamo a disposizione…

In che modo, per esempio?

L’esempio più lampante di questo discorso è questo: Poppi è una società che ha ormai 50 anni di storia, eppure a Poppi non abbiamo né un allenatore provvisto di patentino né un arbitro. In tanti ci hanno provato, negli anni, ma tutti si sono fermati al primo livello. Certo, abbiamo avuto la fortuna di avere con noi Dritan Meli, che nel suo Paese di origine, l’Albania, ha giocato per la nazionale di basket partecipando anche ai giochi del Mediterraneo, e adesso abbiamo anche Paolo Bruschi che gli dà una mano, ma sono sicuro che avremmo potuto costruire meglio. Paradossalmente, facciamo molto di più oggi, con progetti nelle scuole, collaborazioni di vario genere con la SBA Arezzo, la fusione con il Basket Casentino della UISP, la realizzazione e l’installazione di un canestro nella zona delle case popolari…

Quanto è importante per voi far conoscere questo sport ai ragazzi, in particolare ai giovanissimi?

È assolutamente fondamentale, per questo facciamo tutte le cose che ho appena elencato. Il basket prolifera bene dove ha radici profonde, penso ad esempio a piazze storiche per il nostro basket come Bologna, Varese, Milano e Cantù, o ancor di più alla Grecia. Giannis Antetokounmpo ha vinto il premio come miglior giocatore della NBA e viene da lì: dovunque tu vada c’è un campetto: avere più spazi a disposizione è la chiave per fare emergere nuovi talenti, o in generale per invogliare i ragazzi al basket. Perché poi c’è una cosa importante da dire: il tasso di abbandono, una volta che i ragazzi hanno cominciato, è solitamente molto basso. Il difficile è convincere un ragazzo a venire, a provare, soprattutto all’inizio: quando ce l’hai fatta, poi, rimangono quasi tutti. Noi oggi abbiamo circa 60 ragazzi nel settore giovanile, e per incentivare i ragazzi a venire a provare non gli faremo pagare niente fino a gennaio. Anche dopo, abbiamo cercato di mantenere le quote il più contenute possibile: 30 euro mensili per i ragazzi fino a 12 anni, poi 35 fino ai 18.

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E per festeggiare i 50 anni cosa farete?

In 50 anni ne sono successe tante: la serie C a fine anni 90, la vittoria del campionato cadetti 2002, i nostri giocatori che si affermano in categorie superiori: penso a Vitellozzi e Bachini, e a Luca e Matteo Bini, solo per fare qualche nome ma ce ne sarebbero altri. Segno che qualcosa di buono è stato fatto. Per festeggiare il mezzo secolo di storia, organizzeremo qualcosa con tutti loro a fine maggio. Sarà una festa della società, ma soprattutto una festa di questo meraviglioso sport che è il basket.

 

(Articolo uscito originariamente su Casentino Più numero 94)

Mamba Forever.

Kobe Bryant è uno dei miei miti adolescenziali. Un giocatore pressoché mio coetaneo, che ho ammirato tanto per i risultati ottenuti sul campo che per la sua attitudine.

Kobe Bryant se n’è andato in un elicottero precipitato insieme alla figlia Gianna e ad altre  sette persone. L’assurdità della sua morte mi ha ricordato ancora una volta quanto le nostre vite, davvero e fuor di retorica, siano appese a un filo.

Quello che è stato per me Kobe Bryant, ho provato a raccontarlo qui.

 

Ricapitoliamo novembre.

Come sempre, questo blog sembra “dormiente” mentre invece le mie energie e le mie velleità di scrittura se ne vanno in mille direzioni. Tipo che ho recensito due libri, qui e qui. O che è uscito un mio profilo su Gianmarco Pozzecco, uno dei miei idoli sportivi di gioventù, realizzato per Overtime – Storie a Spicchi in collaborazione con Legabasket. Pozzecco che poi ha commentato il mio articolo (questa parte della storia ve la racconto qui). Inoltre ho partecipato ad un concorso letterario di cui sapremo l’esito tra una ventina di giorni,  ho coordinato assieme ad Andrea Cassini un progetto letterario a scopo benefico che vedrà la luce a metà dicembre e di cui vi parlerò più diffusamente in seguito, ci sono in preparazione due pezzi su due altri grossi personaggi cestistici, uno del presente e uno del passato (uscita prevista per entrambi: inizio dicembre), un ebook tributo su The Bends che forse uscirà – se mai uscirà, dipende da tutte le parti coinvolte – il 13 marzo 2020, e infine un mio quarto libro, che stavolta nelle intenzioni sarebbe un romanzo, anche questo previsto per fine 2020.

Ah, ora che ci penso: quasi quasi faccio un post su altri 10 libri che dovreste regalare per Natale, in pratica un sequel di questo, che ne dite?

Insomma, come sempre tanta carne al fuoco, restate con le antenne dritte.

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Due parole su Amaranto Magazine

Che ci fosse qualcosa che non andava, oggi, l’avevo intuito dal messaggio di Andrea Avato nella chat WhatsApp di Amaranto Magazine, “Perla Amaranto”. Alle 15:34 Andrea ci scrive

Così io penso che Andrea deve dirci qualcosa. E infatti, una mezz’ora prima che la notizia diventi di pubblico dominio, ci arriva questa mail, che comincia così:

Buonasera a tutti ragazzi.
Tra poco pubblicherò l’articolo al riguardo, ma volevo avvertirvi in anticipo per correttezza. Non troppo in anticipo, è vero, però ho pensato che sarebbe stato meglio così per mille motivi.
Oggi è l’ultimo giorno di Amaranto Magazine. Ho preso questa decisione un po’ di tempo fa e, lo dico per evitare equivoci, non è legata alle contingenze calcistiche.

Ho dovuto leggere e rileggere più volte la frase che ho evidenziato in grassetto, in un certo senso il cervello rifiutava di interpretare le informazioni.  E allora mi sono semplicemente lasciato travolgere dai ricordi.

Un logo che ormai è diventato familiare per tutti i tifosi dell’Arezzo Calcio…

Il mio primo pezzo su Amaranto Magazine era su questioni extra-calcistiche, al tempo il sito/blog stava pensando di allargarsi anche ad altri campi e così decisi di provare a farmi avanti. Avevo da poco compiuto ventotto anni e mi presentai da aspirante giornalista pressoché sconosciuto, a parte qualcosa che avevo fatto con la Free Basket Arezzo, e Andrea Avato, che mi era stato presentato poco prima da Maurizio Gambini di Atlantide Audiovisivi, mi disse che il pezzo poteva andare. Andò online ed era il 6 dicembre 2007, per me era un grande traguardo, tanto che di questo articolo ne ho ancora una copia stampata. Meno male, visto che con il cambio del server una marea di articoli sono andati persi, temo per sempre.  Come quello in cui vennero fatti cambiare i contenuti del sito di Floro Flores, che ci mandò addirittura una mail di scuse.  Come quello sulla nascita di mio figlio, anche quello stampato, fortunatamente. Come quello sulla schedatura collettiva al termine di Pontevecchio-Arezzo, che mi vide andare anche a Teletruria a raccontare a Block Notes quello che era successo.  Come la rubrica sulle “vecchie facce”, dove ho raccontato un tot di giocatori che hanno vestito la maglia amaranto negli anni dell’A.C. Arezzo e che è stata lì lì per essere raccolta in un libro.  Ho scritto tanti, tantissimi articoli per Amaranto Magazine, cercando sempre di mettere la passione davanti all’analisi tecnica, perché lì ci sono altri più ferrati di me che la partita l’ho sempre vista dalla curva Sud, tranne che nei due periodi di chiusura della medesima.  Ho anche giocato a calcio nella squadra dei giornalisti aretini contro gli amaranto del 1982,

   Sì, LO SO che non sembro un calciatore. Mai detto il contrario, però.

ribadendo con la mia stessa performance che una cosa è scrivere di calcio e un’altra giocarlo davvero. Ho scritto di Arezzo calcio e di cifre di Giostra del Saracino – A proposito, una curiosa coincidenza: il mio primo pezzo per AM e l’ultimo sono compresi tra la vittoria numero 26 e la numero 27 di Porta del Foro…

A volte i miei pezzi per AM sono riusciti meglio e a volte peggio, a volte ho fatto arrabbiare qualcuno, ma come giustamente ha sottolineato Andrea, si scrive di Arezzo Calcio per via di quella passionaccia che non ci si scolla di dosso, e neanche vorremmo che lo facesse.  È passata una vita intera, in questi 13 anni di Amaranto Magazine, di cui quasi 12 trascorsi “a bordo”.  Ogni tanto qualcuno, al telefono, sui social o incontrandomi di persona mi ha fatto i complimenti per alcune cose scritte (tipo per questo post qua), e questo, avendo scritto con e per passione, è il più bello dei riconoscimenti. Ho parlato di Lauro Minghelli, 15 anni dopo la sua scomparsa per parlare del tempo che passa ma non porta via i ricordi. Ho scritto il pezzo per raccontare il 17 aprile del 1993 vent’anni dopo. Ho raccontato, ospite di Amaranto Magazine, vittorie e sconfitte, gioie e dolori, cercando di poter dare il mio punto di vista di innamorato dei colori amaranto. Mi piace sempre ricordare che una volta, ad un corso di formazione sul giornalismo sportivo, uno dei docenti ci disse che non bisognerebbe mai essere tifosi della squadra di cui si scrive, se non si vuol perdere l’oggettività del giudizio, e in un certo senso è vero, lo capisco, solo che mentre ce lo diceva io pensavo ad Amaranto Magazine, dove tutti noi che scrivevamo i pezzi eravamo, siamo, saremo tifosi amaranto, e per questo non posso che ringraziare Andrea Avato per avermi permesso di non snaturarmi mai, per avermi fatto portare la mia voce – spero gradita, sicuramente sincera – a bordo di questa Hispaniola amaranto, che adesso torna in porto e si ferma. Come recita un famoso striscione, “con l’orgoglio e la fierezza di chi l’Arezzo l’ha nel cuore”. Ciao Amaranto Magazine, è stato bello aver scritto un piccolo pezzo della tua grande storia.

ODIO… UN TANTO AL CHILO

(pubblicato in cartaceo su Casentino più n. 90, ancora per pochi giorni in edicola)

Anche il Casentino, ovviamente, non è immune dalle campagne di odio che imperversano sui social network… e come sempre ci resta una domanda: cui prodest?

“Se sei indignato clicca mi piace e condividi.” Quante volte ci siamo imbattuti in questa frase, scorrendo la cronologia dei post di un social network “tuttora in voga”, per citare una famosa canzone?  C’è uno sviluppo, del world wide web al tempo della crisi, che non era previsto né in realtà prevedibile, che è quello della diffusione a macchia d’olio, non (solo) della cultura, come si sperava in ambienti accademici, non (solo) dell’informazione, come si credeva nel mondo del giornalismo, ma piuttosto del malcontento.  È un meccanismo abbastanza insito nell’animo umano, pensateci bene:  se vi chiudete in un ambiente insieme ad altre persone, e tutte si lamentano di qualcosa, verrà spontaneo anche a voi accodarvi alla lamentela senza neanche starci troppo a pensare su.  È lo stesso principio che spinge l’automobilista incolonnato a suonare il clacson senza una ragione evidente, come se il solo fatto di clacsonare possa in qualche modo sbloccare la situazione.  E sui social network purtroppo tutto ciò è amplificato:  si condividono link, spesso senza leggere gli articoli ma limitandosi al titolo, solo nel caso in cui ciò corrisponda all’idea della “verità” che ci siamo fatti relativamente ad una certa cosa.  Funziona così per tutti:  antivaccinisti, terrapiattisti, antijuventini, fruttariani, esodati, allergici alimentari, astinenti sessuali, chi vive in Calabria, chi vive d’amore, chi ha fatto la guerra, chi ha preso il 60, chi arriva agli 80…  Non a caso si è coniata la definizione di “era della post-verità”:  non è nemmeno importante sapere se una cosa è vera o no, basta che più o meno coincida con quello che già pensavamo.  Ebbene, c’è una cattiva notizia:  dietro a tutti questi “mi piace” e a queste condivisioni, c’è qualcuno che sta facendo dei soldi sulla pelle di qualcun altro, e sulla rovina del nostro e vostro fegato.

In questi tempi complicati per il nostro Paese, è successo quello che – in questo caso sì – era scontato prevedere.  La classe politica si è mostrata spesso inadeguata e non all’altezza di fronteggiare la situazione, e quindi che altro c’era di meglio che convogliare tutta l’attenzione del popolo sul bersaglio grosso? Si parla di “emergenza migranti” quando i numeri ci dicono che il saldo della popolazione straniera in Italia è in calo, e quando ci viene detto che senza i contributi dei lavoratori stranieri l’INPS sarebbe già al collasso;  si parla di questo perché è più facile, rispetto al dover ammettere che per anni abbiamo subito passivamente la crisi economica, che la ripresa in Italia è sempre con lo zero virgola mentre quasi tutto il resto d’Europa avanza più speditamente di noi.  E per restare sul tema dei migranti, è più facile sbandierare ai quattro venti un’emergenza che non c’è, piuttosto che ammettere che si è stati inadeguati su tutti i fronti:  non si è saputa creare una politica di integrazione, non si riesce a “separare” l’immigrazione “buona” da quella “cattiva” (perché in Italia la certezza della pena, che tu sia bianco, nero, giallo, a strisce o a pois, è un miraggio), non si è trovato nessun accordo con la UE, e l’elenco potrebbe andare ancora avanti a lungo.  Molto più facile gridare all’invasore, al ladro, allo stupratore, al barbaro che non vuole il crocifisso, e poco importa se chi lo dice ha uno o più divorzi alle spalle, non sa neanche come sia fatta una messa o cosa ci sia scritto nel Vangelo.  In questa guerra tra disgraziati, come sempre, a guadagnarci è sempre e solo chi sta già bene:  l’italiano senza lavoro se la prende col migrante anziché con le imprese o le istituzioni.  Un fulgido esempio lo abbiamo anche nei commenti alla pagina Facebook di Casentino Più:  ogni volta che viene segnalata una qualsiasi iniziativa che veda coinvolti a qualsiasi titolo cittadini non italiani, parte la solita tiritera del PRIMA GLI ITALIANI, A NOI NON PENSA MAI NESSUNO eccetera.  Diamo un dato:  stando all’ISTAT, la percentuale di stranieri presenti in Casentino è del 12% circa della popolazione totale.  Una persona su otto nella nostra vallata non è di origine italiana. La maggioranza, tuttavia, viene da Paesi UE, come Romania e – udite udite – Germania.  Poi ci sono persone che vengono da Paesi come India, Pakistan, Bangladesh:  gente che tradizionalmente lavora a capo basso e in silenzio.  Pochissimi sono quelli che vengono dall’Africa, ancor meno quelli dall’Africa subsahariana o dalla Siria.  E allora, dov’è l’invasione che ci sta togliendo il pane dalla bocca? Dove sono quelli che stanno minacciando la nostra cultura?

Precisazione doverosa:  l’estensore del presente articolo è nipote di un italiano che per ragioni di povertà familiare, alla fine degli anni 50 del secolo scorso decise di emigrare in Francia, dove non conosceva nessuno (e non conosceva il francese) per cercare di assicurare un futuro migliore ai propri figli.  Emigrò in Francia, rigando dritto e lavorando sodo, ma problemi di salute lo costrinsero a ritornare in Italia proprio mentre stava avviando le pratiche per il ricongiungimento familiare.

E a questo punto, contrariamente a quanto si dovrebbe fare nel giornalismo, sono costretto ad abbandonare la terza persona e a scrivere in prima.  Questo vissuto personale, insieme alla profonda convinzione dell’inadeguatezza della classe politica di cui sopra, e ad alcune esperienze di vissuto (studio, volontariato e lavoro) mi hanno portato ad un atteggiamento di apertura mentale che mi fa vedere le cose in modo un po’ diverso rispetto agli autori di tali commenti.  Sintetizzo in due punti.

Primo.  Odiare il prossimo tuo non aumenterà le tue possibilità di avere una vita migliore. Neanche incolparlo delle tue sventure lo farà. Né tantomeno lottare per privare qualcuno di un diritto ti farà star meglio.

Secondo. Se pensi che qualcuno ti stia derubando dei tuoi diritti, pretendili.  Fai vita pubblica, partecipa ad assemblee, organizza proteste. NON limitarti a cliccare mi piace e condividere post della cui autenticità non sei affatto sicuro.  Ti demonizzeranno, preparati.  Ma almeno avrai la coscienza a posto. E magari avrai al tuo fianco un immigrato regolare, che combatte la tua stessa battaglia, per i diritti che sono tuoi ma anche suoi.

Il mio 2018 a parole.

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Ok, non ho usato la macchina da scrivere, ma il senso è quello, no?

E anche questo 2018 ce lo siamo lasciato alle spalle. La cosa bella è che se mi guardo indietro, ci sono state tante cose che sono riuscite come dovevano, e se pensate che questa cosa sia scontata, beh, non so come aiutarvi. Comunque, questo è un breve riepilogo e molto parziale di cose scritte, fatte o portate a termine nell’anno che se ne va.  Ci sono anche delle gioie personali, piccole e grandi, ma magari ve ne parlerò un’altra volta. Oggi vi propino una top 11, così, per gradire.

 

  1. Ho cominciato a scrivere per La Giornata Tipo. Per me, appassionato di basket da più di mezza vita ormai, è un grande, grandissimo traguardo. Sono quattro articoli di cui vado molto fiero, li trovate tutti insieme qui: http://lagiornatatipo.it/author/roberto-gennari/
  2. Sempre sul piano della pallacanestro, ha preso il via anche la mia collaborazione con Overtime – Storie a Spicchihttps://www.overtimebasket.com/elementor-375/ Alcune cose le trovate qui e qui, ma siamo appena all’inizio.
  3. In aggiunta a queste due cose, è rinato da pochi giorni Crampi Sportivi. L’ultimo pezzo dell’anno è appena stato pubblicato, ed è farina del mio sacco. https://www.crampisportivi.it/parole-oggetti-eventi-e-altri-argomenti-che-potrebbero-fermare-golden-state/
  4. Basta parlare di basket. Ho fatto due presentazioni di “Come una mano che saluta da un treno“. Ma ve ne ho già parlato, qui e qui.
  5. Ho ricominciato a scrivere per Amaranto Magazine. Un pezzo, in particolare, è piaciuto molto, al punto che mi hanno fatto i complimenti da più parti, di persona o per messaggio privato. Se siete curiosi, è questo https://www.amarantomagazine.it/news_dett.php?id=6964
  6. Ha finalmente visto la luce l’ebook collettivo di tributo a Mellon Collie and the Infinite Sadness, “Una punta di malinconia e tristezza (mai) infinita”. Io ci ho lavorato un paio d’anni, quindi se ve lo scaricate da qui e ve lo leggete, secondo voi mi farà piacere?
  7. Ho anche partecipato ad un altro ebook collettivo, “Raccontini epici” di cose successe ai concerti, curato da Manq. Lo trovate qui, e anche in questo caso, il consiglio è di scaricarlo e leggerlo.
  8. Ho scritto un post sulla toponomastica dedicato a Licio Nencetti per la guida “Stradario dei personaggi illustri del Casentino”, realizzata da Casentino Più. L’ho anche ripubblicato qui, se vi va di leggerlo.
  9. Sono risultato tra i vincitori del Premio Letterario La Ginestra di Firenze nella categoria “Poesia inedita”. Di questa cosa ve ne parlerò meglio il mese prossimo, visto che la premiazione si svolgerà il 19 gennaio 2019 a Firenze. Comunque, se volete sapere di che si tratta, cliccate qui.
  10. Se avete Twitter, date un’occhiata all’hashtag #MinisteroCulturaMusicale. Ci sono anch’io tra gli autori twitter.com/hashtag/MinisteroCulturaMusicale
  11. Siamo finalmente riusciti a rimettere in moto il Circolo di Lettura di Arezzo, dopo uno standby durato diversi mesi. La cosa è venuta così bene che ne hanno parlato anche su La Nazione.  A proposito, se vi va di partecipare, il prossimo libro che leggeremo sarà “La schiuma dei giorni” di Boris Vian. Se pensate che il nome di questo blog abbia qualche relazione col libro, beh, avete ragione.

…e come sempre, come disse Frank Sinatra, the best is yet to come.

La Giornata Tipo

(Immagine tratta dalla pagina Facebook https://www.facebook.com/LaGiornataTipo/ )

Se seguite questo blog da illo tempore, e se vi è capitato di imbattervi nel suo “fratellino” Basket City, saprete come l’estensore delle presenti righe sia un appassionato di pallacanestro ormai di vecchia data. E se anche voi lo siete, sicuramente conoscerete il sito “La Giornata Tipo”, fondato nel 2012 da quel pazzo genio, o genio pazzo che dir si voglia, di Raffaele Ferraro. Ecco, tra le varie cose che mi ero dimenticato di dirvi in questo 2018, ce n’è una che devo davvero condividere con voi:  da qualche mese, ho iniziato a collaborare con loro, e quello che è appena stato pubblicato è il mio terzo articolo pubblicato per loro. Ecco, è necessario che recuperiate, tutto qua.

 

 

http://lagiornatatipo.it/nba-draft-right-moves-wrong-faces/ (31 gennaio 2018)

http://lagiornatatipo.it/in-un-modo-o-nellaltro-glory-days-gone-by/ (9 aprile 2018)

http://lagiornatatipo.it/dream-team-2-ovvero-come-vivere-felici-allombra-delle-leggende/ (21 settembre 2018)

Anche se non vi dovessero piacere i miei pezzi, cosa peraltro abbastanza improbabile, mettetevi comunque nei segnalibri il sito: non ve ne pentirete.

 

Le piazze di Licio Nencetti

(Pubblicato originariamente sullo “Stradario dei Personaggi illustri del Casentino”, Edizioni AGC, estate 2018)

STRADARIO

“Mia cara mamma, io penso sempre a te e mi duole tanto saperti dolente per me, non dubitare per me perché io sono sempre il solito figlio di tanti anni or sono e vorrò sempre bene a mia madre e non vivo che per lei. […] Mamma cerca di curarti, svagati, prega per me affinché tutto finisca presto. […] Perdonami mamma  ma questo era il mio destino. […] devi pensare che tuo figlio è lontano perché vuol dare una Patria ai figli che domani nasceranno, e dargli una Patria che ci sia la pace e la giustizia.” (Lettera di Licio Nencetti alla madre, 2 dicembre 1943)

Licio Nencetti nasce a Lucignano il 31 marzo del 1926, figlio di Silvio e Rita Aguzzi.  Che di lui scrive nel suo diario:

“il mio caro Licio, che da dodici anni, dalla morte del padre, la sua vita fu solo lavoro e umiliazione, mortificazione… povero figlio mio insieme alla sua mamma quanta umiliazione subiva… Io sola posso dire cosa faceva questa creatura, vedevo che cercava ogni modo per sollevarsi, che studiava un guadagno più importante per risollevarsi, mandava i suoi disegni aiutato dal direttore, ma nulla valevano, erano accettati, ma poi mandavano al Comune a chiedere di chi era figlio, si rispondeva che il padre era un socialista e così lettera morta;  avvilito, boicottato, chissà cosa nacque in lui, cosa si proponeva davanti a tanta sventura?”

Licio Nencetti a dodici anni perde il padre per mano dei fascisti. E non è ancora maggiorenne – quindi non soggetto agli obblighi di leva della Repubblica Sociale Italiana – quando nel 1943 decide, come si diceva una volta, di “darsi alla macchia”.  Ed è nel territorio del Comune di Capolona, precisamente in Località Il Rocolo, nella zona tra Ponina e Baciano, che assieme ai suoi compagni di lotta decide di dar vita alla banda partigiana nota con il nome di “La Teppa”, detta anche, per la rapidità con cui si spostava nei vari luoghi del Casentino, “La Volante”.  Oggi è considerato da tutti come uno degli eroi della Resistenza in Casentino, al punto che ancora ai giorni nostri il nome Licio ha una certa diffusione nella nostra vallata:  anche i suoi compagni della brigata “La Teppa” hanno chiamato i loro primogeniti maschi col suo nome, ma non solo loro.  Viene catturato da un reparto di duecento soldati tedeschi che lo aspettavano in Pratomagno, nei pressi del Passo della Crocina il 23 maggio del 1944, a seguito di una soffiata sulla quale esistono ancora oggi diverse versioni:  i suoi compagni d’armi avevano individuato tre delatori, a detta loro responsabili di aver informato i fascisti sul percorso che avrebbe seguito Licio per andare ad incontrare Aligi Balducci, comandante partigiano noto come “il Potente”.  Portato in carcere a Poppi, dove viene torturato, a lungo e invano, per estorcergli i nomi dei partigiani casentinesi, è infine fucilato davanti alla chiesa di Talla il 26 maggio del 1944.  Nella raffica di mitra che lo falcia rimane ucciso anche il giovane manovale Marcello Baldi, non ancora quindicenne, colpito da un proiettile vagante.  Licio, di cui tutti dicevano che era tanto determinato e deciso in battaglia quanto buono e generoso con la gente comune, avrebbe potuto avere salva la vita se avesse accettato di collaborare, di fare qualche nome, di svelare qualche nascondiglio: “se dici qualche nome dei comandanti partigiani e dove si trovano, sei salvo”, gli venne proposto.  Ma Licio affrontò la prigionia e il plotone di esecuzione con una dignità tale da impressionare perfino i soldati nemici, che all’ordine di fare fuoco si trovarono ad avere un attimo di esitazione.  Fu così il comandante del plotone fascista a dare la morte a Licio, sparandogli in faccia da distanza ravvicinata, e solo dopo partì la scarica di mitra che colpì il già defunto Nencetti e il giovane Baldi.  Ancora ai giorni nostri non è chiaro come mai l’esecuzione abbia avuto luogo proprio a Talla, in quella piazza che oggi porta il suo nome, anche se è facile immaginare che sia stata scelta proprio per la sua vicinanza coi luoghi dove i partigiani erano soliti rifugiarsi.  Nencetti fu sempre artefice di una strategia di guerriglia fatta di azioni “mordi e fuggi”:  inizialmente insofferente per l’inazione a cui erano costretti i partigiani disarmati, fu poi uno dei comandanti che più di ogni altro ponderava le conseguenze delle azioni della brigata sulla popolazione del luogo.  Una strategia che andò avanti per diversi mesi, fino a quel maledetto 13 aprile del 1944, fino alle stragi di Partina e Vallucciole.  A Licio Nencetti, Medaglia d’oro al valor militare, sono state dedicate numerose poesie e canti popolari, e nel 2004 il gruppo folk-rock La Casa Del Vento gli ha dedicato la canzone “il comandante Licio”, inserita nell’album “Sessant’anni di resistenza” realizzato in collaborazione con la Comunità montana del Casentino.

Alla memoria di Licio Nencetti sono intitolate diverse strade in Casentino, e non una ma ben due piazze.  La prima è quella di Talla, antistante alla chiesa di San Niccolò, edificata nel 1644 e davanti alla quale Licio venne fucilato.  Una piazza ampia e molto curata, in un certo senso costituisce un po’ il “cuore pulsante” del paese, per la sua posizione centrale per chi arriva da Capolona e da Rassina, per i grandi alberi e le panchine che da sempre, insieme alla Chiesa e agli esercizi commerciali, ne fanno un punto di ritrovo per i tallesi.

Talla

La seconda invece si trova nella parte nord di Capolona, a pochi metri dalla Stazione di Subbiano dove – sempre dai fascisti – vennero fucilati i partigiani Vasco Lastrucci ed Ezio Zavagli, poco meno di due mesi prima della morte di Nencetti.  È una piazza che costituisce uno “slargo” del Viale Dante, utilizzata prevalentemente come parcheggio anche se a fianco ci sono dei giardini pubblici che la separano dalla vicina via Salvo D’Acquisto.  Si trova in quella zona che solo gli abitanti del luogo sanno definire con esattezza:  è infatti nella porzione del paese che si trova nel Comune di Capolona ma nella parrocchia di Subbiano.

CAPOLONA

Il Casentino… come non lo avevate mai visto!

(Articolo uscito su Casentino Più di primavera 2018)

Tra film (famosi e meno noti) ambientati nella nostra vallata, film che lo citano pur senza mostrarlo, e capolavori della letteratura italiana che ne parlano, il Casentino ha acquisito un suo “posticino al sole” che forse sarebbe il caso di provare a far fruttare in qualche modo…

Valeria: “Guardi, le avevo ritagliato l’articolo sulle antiche leggende del Casentino!”
Mascetti: “Ah interessante! Ma lei se la blinda la supercazzola prematurata, come se fosse anche un po’ di Casentino, che perdura anche come cappotto, vede… M’importa sega!”

Uno dei più celebri scambi di battute di “Amici miei Atto III” sintetizza – purtroppo – in modo lapidario l’interesse che ingiustamente il Casentino riesce a suscitare in chi non ci vive, non lo conosce, non ha un qualche interesse specifico verso questa nostra bellissima vallata. Tralasciando l’accenno al cappotto, forse involontario e forse no, purtroppo dobbiamo ammetterlo:  il turista, quando pensa alla Toscana, difficilmente pensa al Casentino come mèta del proprio viaggio, così come difficilmente pensa ad Arezzo. E dire che in tanti hanno fatto cenno, più o meno direttamente, al Casentino e ai suoi borghi, in opere letterarie così come nei film.  Mostrandolo, oppure parlandone, in ogni caso facendo sì che i suoi luoghi venissero in qualche modo veicolati.  Come nella versione per grande schermo de “La Locandiera”, adattamento del testo teatrale di Carlo Goldoni realizzato nel 1980 dal regista Paolo Cavara, con un cast di tutto rispetto (vi bastano Adriano Celentano, Claudia Mori, Paolo Villaggio e Milena Vukotic?): alla fine del film, uno dei protagonisti esclama “Io ho una villa in quel di Poppi, tra poderi e pioppi”.

Senza dimenticare, ovviamente, il travolgente successo de “Il Ciclone”, il film di Leonardo Pieraccioni campione d’incassi della stagione 1996/97 girato tra Laterina, Poppi e soprattutto Stia.  Solo questo film meriterebbe una riflessione a parte:  se è vero infatti che Pieraccioni non è mai molto interessato a valorizzare i luoghi in cui vengono girati i suoi film, preferendo sempre e comunque una Toscana “indefinita” e comunque sempre molto “fiorentina” – diversamente da quanto fece per esempio Roberto Benigni con il suo “La vita è bella”, dove l’ambientazione “Arezzo, 1943” è chiara fin da subito – è altrettanto vero che l’onda lunga del successo del film non è mai stata cavalcata come avrebbe potuto.  Adesso in Casentino faremo tutti il tifo perché il film di Andrej Konchalovsky, “Il Peccato – una visione”, sulla vita di Michelangelo Buonarroti, possa rendere nota ai più l’esistenza di un luogo meraviglioso com’è il Castello di Poppi. In cui vennero anche ambientate le prime scene del film “Una vergine per il principe” di Pasquale Festa Campanile, con Vittorio Gassman, Virna Lisi e Philippe Leroy, correva l’anno 1965.  Ma non nel solo cinema risuona il nome del Casentino.  Già nel 1914 Dino Campana diede alle stampe la sua opera più famosa, i Canti orfici, di cui un’intera sezione è intitolata “La Verna”, di cui un passaggio merita di essere riportato per intero:

Ho sostato nelle case di Campigna. Son sceso per interminabili valli selvose e deserte con improvvisi sfondi di un paesaggio promesso, un castello isolato e lontano: e al fine Stia, bianca elegante tra il verde, melodiosa di castelli sereni: il primo saluto della vita felice del paese nuovo: la poesia toscana ancor viva nella piazza sonante di voci tranquille, vegliata dal castello antico: le signore ai balconi poggiate il puro profilo languidamente nella sera: l’ora di grazia della giornata, di riposo e di oblio.

Dalla vita di Campana e della sua relazione con la poetessa Sibilla Aleramo è stato tratto un film, diretto da Michele Placido, con Stefano Accorsi, Laura Morante ed Alessandro Haber, “un viaggio chiamato amore”. La buttiamo lì:  oltre agli itinerari francescani, perché non ricostruire gli itinerari che Dino Campana seguì nel suo viaggio da Marradi a La Verna e ritorno? Un “cammino letterario” che, proprio per la sua unicità, farebbe parlare di sé e del Casentino.  E se non bastasse Campana, ancora un po’ a ritroso nel tempo troviamo Gabriele D’Annunzio, che nella sua poesia “I Tributarii”, contenuta nella raccolta “Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi” ci regala questi meravigliosi versi:

Chi loderà il Bisenzio
sì caro a quell’antico
favolatore ornato
che lodò la bellezza
della donna perfetta?

E chi la Pescia e l’Era?
E chi la Pesa e l’Elsa?
Chi la Greve e la Sieve?
e i rivi freddi e molli
del Casentino giù pe’ verdi colli?
[…]
Cade la sera. Nasce
la luna dalla Verna
cruda, roseo nimbo
di tal ch’effonde pace
senza parole dire.
Pace hanno tutti i gioghi.
Si fa più dolce il lungo
dorso del Pratomagno
come se blandimento
d’amica man l’induca a sopor lento.

Ma prima di tutti c’era stato Lui, Dante Alighieri, il Sommo Poeta, che proprio nel testo più famoso dell’intera storia della Letteratura Italiana, più volte cita il Casentino.  Non sempre teneramente, a dire il vero:

Li ruscelletti che de’ verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non
indarno;
chè l’immagine lor vie più m’asciuga
che ‘l male ond’io nel volto mi
discarno. 

(Non è un caso se anche D’Annunzio parla di “rivi freddi e molli”: è evidente come volesse citare proprio Dante). Il Casentino ritorna poi nel canto XIV del Purgatorio, dove a proposito dell’Arno il Poeta ci dice:

Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
[…]
Tra brutti porci, più degni di galle
che d’altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.

Il Casentino insomma non è solo una vallata come tante altre: è immagine che riempie gli occhi e parola che scalda il cuore e la mente.  A tutti noi saperlo raccontare ancora, di nuovo, perché chi non lo conosce oggi possa avere la fortuna di poterlo incontrare domani.