Casa Del Vento – Alle Corde (2022)

La copertina della mia copia, come recapitatami brevi manu da Luca Lanzi davanti alla Feltrinelli di Arezzo

Non credo di averglielo mai detto di persona, perché boh, immagino semplicemente non ci sia mai stata l’occasione e il contesto giusto per farlo, quindi approfitto di questo post per rimediare. Ho la fortuna di conoscere di persona due dei membri della band, e di entrambi ho una grande, grandissima stima personale, che deriva da certe situazioni che ho avuto – in momenti diversi – il piacere di condividere con loro. Storie di battaglie per la tutela dei paesaggi dei miei luoghi natii, storie di difesa della Costituzione, oltre ad esser loro eternamente grato per il disco “Sessant’anni di resistenza“, un album che avrò il piacere e l’onore di condividere coi miei figli, raccontando loro che questo è stato, nei nostri territori, in un tempo tutt’altro che remoto. Questa mia predisposizione favorevole nei loro confronti, che poi è anche il motivo per cui sono stato tra i primi (credo) a sostenere la “produzione dal basso” del loro nuovo album, mi rende poco adatto a doverne parlare in termini di recensione, in quanto in tutto questo preambolo ho già fatto capire come e perché l’oggettività del giudizio sia andata a farsi benedire. E però, a salvarmi c’è un però, i miei ascolti musicali non sono solitamente proprio vicinissimi alle sensibilità della Casa, quindi se preso in mezzo tra questi due estremi ho scelto di non scegliere il silenzio e di parlarvi di questo disco è perché secondo me lo merita. E insomma vabbè, i panni del recensore oggettivo li ho già smessi, quindi vi dico solo che questi dieci pezzi – anzi, dieci round, come sottolinea la grafica dell’album – mi hanno emozionato a più riprese. Nelle lettere ai propri genitori (“Il pane e le spine”, “Raccontami ancora”), in quella al figlio (“La tua vita”), nei pezzi che strizzano l’occhio ai Mumford & Sons (“Danza del mare”) , nelle ballad rock (“Mare di mezzo”, Kenmare”), nei pezzi con più verve (“Alle corde”, “Born in the ghetto” e “Sulla tua pelle”) e in quello più nel solco del folk rock che da anni ormai risuona nella Casa del Vento (“Girotondo a Sant’Anna”).

La pagina del booklet in cui mi ha messo la firma – in penna
rossa da me fornita – non è casuale.

La verità è che sono rimasto ammirato, all’ascolto, dalla capacità di songwriting (lo so, sembro uno che ne capisce, ma la realtà è semplicemente che sono uno che ascolta parecchia musica, e ho l’ardire di saper discernere, almeno a sensazione, se una canzone è stata scritta in modo “curato” o “di getto”, se è artefatta o reale, se è scritta col cuore o con gli algoritmi). La Casa del Vento scrive e interpreta sé stessa e le sensibilità che la abitano, in maniera eccelsa. Ed ecco che anche io, figlio del rock psichedelico, risvegliato dal grunge, ipnotizzato dai Radiohead e dai Massive Attack e nuovamente ridestato dal post rock dei Mogwai e dei Giardini di Mirò, ascolto e riascolto questo album, che ho in infinitesimale parte contribuito a far nascere per la stima di cui sopra etc etc, perché le canzoni che lo compongono non sono realmente quelle che immaginavo di trovarci, ma al tempo stesso sono assolutamente pezzi “da Casa del Vento”, un gruppo di musicisti veri e persone sensibili, che ha trasmesso quel che aveva da dire in questi dieci pezzi (dieci round, pardon!) in maniera schietta, semplice, diretta, con un folk rock appena appena contaminato che a me – degli ascolti di cui poco sopra – lo rende decisamente più orecchiabile. E allora viva la Casa del Vento, che a distanza di oltre vent’anni riesce ancora a scrivere canzoni autentiche. Di questi tempi, merce rara.

A.S.D. FALTERONA RUN: IL BELLO STA NEL DISLIVELLO!

(Pubblicato originariamente sul numero 99 di Casentino Più, autunno 2021)

È una bella giornata di fine estate, l’ideale per fare un po’ di sport all’aria aperta: le giornate sono lunghe e non fa più quel caldo terrificante che a tratti rendeva faticoso fare qualsiasi cosa. Per i boschi, poi, deve essere ancora più fresco. E invece Simone Maccari e Leonardo Picchi accettano di incontrarmi per una chiacchierata, in un bar coi tavolini all’aperto, probabilmente rinunciando all’allenamento quotidiano, e non me lo fanno pesare, anzi: mi offrono pure uno spritz! Quando si dice che un’intervista parte subito col piede giusto… Loro sono tra i soci più attivi della A.S.D. G. S. Avis Pratovecchio Falterona Run, un gruppo nato in anni molto recenti, con un intento ben preciso, ma che poi è diventato molto di più.

Cominciamo proprio da qui: come e perché nasce la Pratovecchio Falterona Run…

Il gruppo è nato tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 per uno scopo ben preciso: salvare il Trail del Falterona da una probabile quanto inauspicabile fine. La società sportiva che lo aveva organizzato negli anni precedenti, infatti, aveva deciso che per loro poteva bastare così, che non avrebbero proseguito con l’evento negli anni a venire. Noi a questa gara e a questo territorio però ci siamo legati in modo profondo, e non potevamo accettare che un evento sportivo così bello scomparisse dal calendario. Così ci siamo guardati in faccia, ci siamo contati e abbiamo detto: ci proviamo a organizzarlo con le nostre forze, e con l’appoggio delle realtà del territorio? Ci siamo detti di sì, e da lì siamo partiti.

Da lì siete partiti, e però non vi siete limitati “solo” all’organizzazione di questa gara.

Come in tutti i piccoli paesi, le cose funzionano se tutti riescono a remare nella stessa direzione per farle funzionare.  Per l’organizzazione del Trail del Falterona, che comunque è una gara che richiama centinaia di persone e ha costi – per noi – abbastanza elevati, riceviamo l’aiuto di tutti. Dell’Avis, in primo luogo, che ci ha accolti nel proprio gruppo sportivo permettendoci di fatto di nascere come associazione sportiva, ma anche del Comune di Pratovecchio Stia, dell’Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, di attività commerciali che ci sostengono materialmente o che ci sponsorizzano, ma anche di privati cittadini che ci danno una mano in tutti i modi. Noi sentiamo il dovere di ricambiare quanto ci viene dato: ad esempio, a inizio settembre siamo stati a dare una mano alla preparazione e alla realizzazione della “Straccabike”. Ma è solo un esempio, ce ne potrebbero essere altri.

Appena nati, vi siete subito trovati a fare i conti con la pandemia di Covid-19: non deve essere stato semplicissimo…

È stata dura per tutti e lo è ancora oggi. Le gare amatoriali hanno una marea di limitazioni che purtroppo fanno sì che molti iscritti rinuncino anche all’ultimo momento. Mentre una volta la variabile che poteva incidere sul tasso di presenze ad una gara poteva essere essenzialmente il meteo, oggi purtroppo entrano in gioco anche altri fattori. Sempre per rimanere alla Straccabike, ad esempio, il numero dei partecipanti è stato sicuramente buono, ma gli iscritti erano tanti di più di quelli che si sono effettivamente presentati. Per uno sport come il trail, poi, questa cosa probabilmente si sente più che per altre tipologie di attività.

Spieghiamo meglio questo punto: perché?

Innanzitutto va detta una cosa: nel trail come quello del Falterona o tanti altri analoghi, ci sono un tot di atleti, non tantissimi, che si iscrivono e gareggiano per vincere. Poi ce ne sono moltissimi altri, la stragrande maggioranza, che si iscrivono perché la gara la fanno con sé stessi e perché vogliono vivere l’esperienza nella sua totalità. Una gara di Trail è bella se ti puoi fermare a vedere gli scorci, se la ristorazione durante il percorso è buona, se all’arrivo puoi fare una bella doccia calda e mangiare insieme a tutti gli altri con cui hai condiviso questa esperienza. Ecco, il limite maggiore dallo scoppio della pandemia a oggi, è stato – dopo il fattore di rischio, ovviamente – proprio questo: come fai a organizzare un trail dove alla fine non puoi consentire agli atleti (o presunti tali: si tratta di eventi aperti a tutti) di farsi una doccia e di poter partecipare a un “pasta party” a fine gara? Molti, alla fine, si scoraggiano e decidono di non gareggiare. È un dato di fatto, e possiamo solo sperare di lasciarcelo alle spalle il più presto possibile.

Ad oggi, quante persone fanno parte dell’associazione sportiva?

Tra tesserati e “simpatizzanti”, siamo oltre 50 persone, e questo fa di noi una società numericamente importante. Tramite noi si può ottenere la tessera Fidal, abbiamo una convenzione con un centro medico a Poppi per le visite medico-sportive, per massaggi e fisioterapie. Cerchiamo di tenere il costo delle tessere il più basso possibile, come sanno i nostri iscritti, e una regola che ci siamo imposti fin dal primo giorno è che non esistono differenze tra i soci, siano essi fondatori, parte del direttivo, con incarichi o senza.

E cosa bolle in pentola, per il 2022?

Ovviamente l’orizzonte primario è quello di ricominciare con il Trail del Falterona, ne abbiamo una voglia matta e non vediamo l’ora! Non possiamo ancora confermare la data ufficiale perché ne dovremo individuare una che non sia in concomitanza con altre cose, ma ce la faremo. L’idea sarebbe quella di proporre tre percorsi, rispettivamente di 10, 30 e 50 km circa. Poi vorremmo organizzare alcune altre cose: una nuova edizione della “Tra pievi e castelli”, con partenza e arrivo dalla Pieve di Romena, e magari rifare qualche iniziativa con le scuole, come abbiamo già fatto al Canto alla Rana, con una corsa non competitiva per i ragazzi della quarta e quinta elementare, dove all’arrivo abbiamo distribuito a tutti una medaglia e una colazione con pane e Nutella! Dobbiamo farci trovare preparati al ricambio generazionale: quando abbiamo cominciato noi, le gare di trail le vincevano i quarantenni, oggi a vincere sono ragazzi che hanno vent’anni. Scherzi a parte, a dire il vero, ci piacerebbe tanto anche fare una cosa veramente da pazzi: una 100 miglia, come ne fanno già da altre parti…

Un momento: 100 miglia, cioè 160 chilometri?

Esatto! Ma nel trail running, che è una disciplina profondamente diversa dalle gare podistiche su strada, ad esempio, più la gara è lunga e più diventa un “viaggio” vero e proprio. Serve una grande preparazione mentale, analogamente a quella fisica, per intraprendere un trail del genere. Serve la voglia di superare dislivello, macinare chilometri, resistere senza pensare a nulla che non sia l’immersione nella natura. Sintetizzando, si può dire che la gara podistica sia più adatta a chi si sente un tipo “competitivo”, mentre il trail è per chi si sente un amante della natura. Pensa che il regolamento delle gare di trail prevede che, se non si aiuta un avversario . anche se forse sarebbe più giusto chiamarlo “compagno di viaggio” – in difficoltà, si possa perfino essere squalificati.

Dove vi può incontrare, una persona che voglia avvicinarsi al trail e in generale alle vostre iniziative?

Noi ci troviamo praticamente ogni domenica mattina al Bar Arcobaleno in piazza a Pratovecchio, e da lì partiamo per una camminata che può essere più o meno lunga a seconda delle circostanze. Abbiamo la fortuna di avere intorno a noi un territorio meraviglioso, e una bella passeggiata, o magari una Trail run, è un modo per conoscerlo ancora meglio!

Non tutto il male. Cronache della terra inabitabile.

Io vorrei che tutti leggessero “Non tutto il male” di Andrea Cassini, edito da Effequ, perché sento il bisogno di confrontarmi con altri su questo libro. Vorrei che lo leggessero tutti perché io un libro come questo mi sa che non l’ho mai letto, ma non so se sia il libro o se sono io, come lettore, ad avere orizzonti limitati. Vorrei che lo leggesse qualcuno che non conosce l’autore, che non ci ha mai parlato, che non ci ha mai avuto a che fare, che non ha mai letto nulla di suo (come avete fatto?). Vorrei che chi lo ha letto mi scrivesse e mi dicesse che ne pensa di Zero, del Cartografo, della ragazza in bianco e della ragazza in nero, se anche secondo lui i fantasmi sono simili agli stand di JoJo, se ha capito chi era il cantante che si esibisce nelle gallerie della metropolitana, se è riuscito a farsi un’idea di che fine farà la città costruita sull’albero. Vorrei che chi lo ha letto mi dicesse che sì, è vero quello che sto per dirvi, e cioè che è un libro che nel bene o nel male non lascia indifferenti, che scava dentro, che parla di un mondo fantastico eppure così simile al nostro presente da lasciarci così, a pensare se è così che sta andando, che andrà, se davvero non riusciremo ad evitare che

Sopra un enorme albero è edificata una città. Ora l’albero è malato, per guarirlo è stato dato alle fiamme dal governo, che alimenta superstizioni e incoraggia sacrifici umani. La città vive al centro di un perenne incendio, e per le strade sono comparsi dei fantasmi: ciascuno si lega a un essere umano, assumendo la forma dei suoi traumi e sentimenti repressi. Più l’albero brucia per guarire, più la disperazione si propaga in città. Solo Zero non ha un fantasma ad accompagnarlo. Lui, che gestisce un redditizio forum online per i sempre più numerosi aspiranti suicidi, attraverso il suo lavoro scoprirà qualcosa che lega i fantasmi alla città e alle fiamme, e ricostruendo gli enigmi che compaiono nei suoi sogni si andrà immergendo, per volontà o per forza, in una missione che cela il significato di tutta la propria esistenza.
In una straordinaria metafora del rapporto malato tra uomo e natura, 
Non tutto il male ondeggia tra incubo e sogno, realtà e menzogna, per condurci al centro dell’epoca che stiamo attraverso una storia fantastica.

Alexy Bosetti, il calciatore ultrà

Alexy Bosetti è con ogni probabilità il personaggio più autenticamente anticonvenzionale del calcio europeo contemporaneo. Vero fino al midollo, in un mondo sempre più spesso plasticoso e artefatto, Bosetti è probabilmente destinato a non diventare mai “qualcuno” più per una questione identitaria che per il mero fatto tecnico.

1. Cose che attengono al rettangolo di gioco.

Il mondo del calcio transalpino comincia a mettere un occhio, anzi tutti e due, su Alexy Bosetti, nel 2012, quando il Nizza si aggiudica la prima Coupe Gambardella della sua storia grazie a 10 reti dell’attaccante nato e cresciuto nella città vecchia, e di origini italiane come una parte consistente degli abitanti del capoluogo della Costa Azzurra. Per lui, in totale, i gol nell’under 19 del Nizza saranno 37. I primi minuti in Ligue 1 a 19 anni in una gara di fine campionato contro l’Olympique Lyonnais, molto più spazio nella stagione successiva, conclusa con i suoi primi gol (2) da professionista con la maglia rossonera in partite di coppa e la convocazione per il Mondiale Under-20 di Turchia. Mondiale che poi i bleuets, che avevano in rosa anche Pogba, Kondogbia e Digne, si aggiudicano battendo in finale l’Uruguay ai rigori. In finale, Bosetti farà il suo ingresso in campo al 65esimo per poi venire a sua volta sostituito nei supplementari. Quanto basta per scriversi nella bio su Twitter “Champion du Monde U20”, e mica male, scusate, cosa avete fatto voi? Poi due stagioni nella prima squadra aiglon, 46 apparizioni in campionato e 10 gol,

(tra cui questo, al Bordeaux)

il debutto nel playoff di Europa League andato male contro l’Apollon Limassol, per le prime gare europee del Nizza dai tempi della Coppa delle Coppe 1997-98 disputata quando i rossoneri militavano in Ligue 2 e Alexy andava all’asilo. In pratica, un giocatore che è tifosissimo della propria squadra, pazzamente innamorato della propria città, che non vorrebbe giocare in nessun altro posto al mondo, ed è anche pagato per fare quello che con ogni probabilità avrebbe fatto anche gratis: a 22 anni, Bosetti ha grosso modo realizzato il suo sogno di sportivo. Ed è a questo punto che vien fuori il lato oscuro della Luna: al Nizza capita l’occasione di prendere uno nel suo ruolo, che senza nulla volergli togliere, è un tantino più forte. L’arrivo di Hatem Ben Arfa – e quello di Valère Germain, oltre alle scelte di Claude Puel, fanno capire ad Alexy che è meglio trovarsi un’altra casacca da indossare, in attesa di tempi migliori per lui. A quell’età, ovviamente, la priorità deve essere quella di giocare, possibilmente segnare, e se a Nizza non c’è spazio è bene farlo altrove. Ma Bosetti, dopo qualche presenza nel Nice II che gioca in terza serie francese, fa una mossa un po’ strana: resta in Francia, ma scende di categoria, nonostante diversi club di Ligue 1 (e anche qualcuno di Serie A, a quanto è dato sapere: in momenti diversi si è parlato di Genoa, Carpi, Sassuolo e in misura minore anche di Inter e Lazio) abbiano mostrato segni di interesse nei suoi confronti. Va al Tours di Marco Simone, un club che avrebbe anche avuto qualche ambizione di promozione ma che poi, alla prova del campo, ha ben presto dovuto abdicare a tal proposito. E si presenta con un gol niente male.


(sveglia, portiere!)

Peccato però che Simone non lo veda granché bene come punta, e che lo veda anche un po’ fuori forma fisica. Il suo periodo in maglia celeste termina con quest’unica rete e un totale di 13 presenze di cui solo 9 in campionato. Ritorno a Nizza e nuovo prestito, questa volta all’estero, ai norvegesi del Sarpsborg FC, che giocheranno pure in serie A, ma tutto sommato non hanno la fama di squadrone, visto che più o meno stabilmente veleggiano a metà classifica. Un campionato che dovrebbe essere ampiamente alla portata del talentino francese. Invece la sua esperienza a Sarpsborg parla di 2 apparizioni da subentrato in campionato per 38 minuti totali, e una presenza con un gol in coppa. Tre mesi da incubo, con un allenatore che parlava ai giocatori solo in norvegese, e ritorno nella Nizza Vecchia a gambe levate. Il Bosetti del 2012 e del 2013 era un giocatore in rampa di lancio, quello del 2016 è un calciatore da ritrovare. E ci riproverà da Nizza, dove per ora però è di nuovo confinato nella squadra B, dove ha giocato (e segnato su rigore) nella seconda di campionato. Il desiderio del giocatore, dopo l’addio di Claude Puel che a quanto pare gli rimproverava il suo scarso impegno in allenamento – non solo quello, ma poi ci arriviamo – è quello di giocarsi una chance a Nizza col nuovo allenatore Lucien Favre. Non c’è più Ben Arfa, non c’è più Germain, e non è che per ora siano stati rimpiazzati da Messi e Cristiano Ronaldo; quindi l’aspirazione di Alexy, oltre che auto-motivazionale, ha anche una sua valenza tecnica che ci può stare. Se non fosse che.

2. Tutto quello che sta fuori dal rettangolo verde, o quasi.

(Alexy Bosetti con la maglia dello sfortunato compagno di squadra Kevin Anin, paralizzato dopo un incidente stradale)

Fino a qui tutto normale, ecco. Abbiamo parlato di un calciatore che da giovane era una promessa. Dotato di buona tecnica, sufficientemente rapido, magari non proprio un Marcantonio (1,70 per 65 kg circa) ma che compensa le carenze alla voce “doti fisiche” con un buon opportunismo. Una promessa che potrebbe rivelarsi un’eterna promessa. E capirai, ce ne saranno un milione. Eppure, lo abbiamo detto in apertura del pezzo e lo ribadiamo, Bosetti è un calciatore unico o quasi nel panorama europeo. Perché Bosetti non è Ibrahimovic, che si è dichiarato “tifoso sin da bambino” di un numero incalcolabile di squadre per mera convenienza mediatica. Bosetti non è neanche semplicemente “tifoso” del Nizza, no. Alexy Bosetti è un ultrà del Nizza, ed è dannatamente fiero di esserlo. Non è il classico ragazzo “cresciuto nel vivaio della squadra della sua città”, ma è piuttosto uno che è “cresciuto in curva sud” dello Stade du Ray. I suoi numerosi tatuaggi (che gli valsero il soprannome di Tattoo man tra i compagni di nazionale under 20) raffigurano gente come Albert Spaggiari, quello della “rapina del secolo a Nizza”, Jacques Medecin, per 24 anni sindaco di Nizza, e soprattutto il teschio trafitto dal coltello simbolo della disciolta (dal Ministero degli Interni francese, per atti di violenza) Brigade Sud Nice 1985, o più semplicemente BSN. Ha un account twitter gestito in totale autonomia, senza filtri o social media manager, dove si riesce a capire qualcosa in più del personaggio: foto di partite viste dalle curve (a Milano i tifosi dell’Inter lo considerano uno di casa),

retweet di supporto ad alcuni gruppi del tifo organizzato di varie città europee, tweet in italiano (come questo, subito dopo l’attentato alla Promenade des Anglais),

passione per gli sport americani (tifa gli Charlotte Hornets e in generale segue molto la NBA). Bosetti è un appassionato di sport in generale, con una simpatia mai nascosta anche per la nazionale italiana di calcio.

Ed è proprio per questo suo essere “vero fino in fondo” che gli ultras del Nizza lo amano incondizionatamente – ricambiati – e il resto delle curve di Francia, tranne qualche eccezione, lo odia. Ed il fatto di essere un antieroe, un po’ come certi personaggi dei fumetti Bonelli, fa sì che con lui non ci possano essere mezze misure. I tifosi del Bordeaux lo chiamano “la pute de la BSN”, quelli dell’Olympique Marseilles gli cantano “J’ai niqué ta mère”, entrambe espressioni francesi che non ci dovrebbe essere troppo bisogno di tradurre, diciamo non del genere che potreste trovare nel Galateo di Monsignor Giovanni Della Casa. E se è vero, come è solito dire LeBron James, che haters gonna hate, e che i cori contro fatti dalle tifoserie avversarie hanno spesso l’effetto contrario di esaltare il calciatore che ne viene fatto oggetto, soprattutto se si tratta di un ultrà, il punto vero è che questo suo modo di essere, a Bosetti, alla fine del salmo sta portando forse più rogne che benefici. Perché Bosetti, dovunque vada e qualunque cosa faccia, è ormai, in primo luogo, il “calciatore ultrà” ancor prima che l’attaccante campione del mondo under 20. Ovvio che lui se la sia cercata e voluta fino in fondo, ma l’esistenza stessa di un calciatore come Alexy ci obbliga tutti ad interrogarci su quanto sia profonda la nostra conoscenza del mondo del tifo organizzato. Perché di lui, il suo ex allenatore, in una conferenza stampa, ha sentito in un certo senso il bisogno di dire che ecco, tutto sommato, anche un po’ meno di identità andava bene uguale. Perché si è beccato una squalifica di una giornata per aver esultato sollevando la manica per mostrare un tatuaggio ai tifosi dell’OM dopo un gol in Coppa nella pazza partita OM-Nizza 4-5. Perché gli sono state attribuite simpatie di destra, per via di un’esultanza che ricordava la quenelle, il saluto nazista al contrario, e che però non lo era – ma in realtà, almeno stando al suo account Twitter, non viene palesata alcuna opinione politica, anzi, rispetto ad alcuni giocatori noti per le loro simpatie politiche e per questo idoli delle loro curve (tipo Di Canio o Lucarelli, per capirsi), siamo davvero su un altro pianeta. Perché quando Puel gli ha fatto capire che per lui a Nizza ci sarebbe stata tanta panchina e tanta tribuna, lui, pur di non dover affrontare Le Gym da avversario, ha pensato che fosse meglio scendere di categoria. Perché quando parla di “mentalità ultrà”, Bosetti fa una considerazione giustissima, e che trascende l’opinione che ognuno può avere in merito: molta della gente che parla di ultras, di mondo delle curve, di mali e di soluzioni, spesso, non ha una vera conoscenza della questione, e quindi parla di cose che non sa, o comunque che conosce solo in parte. Non dovrebbe esserci vergogna ad ammetterlo, questo ci dice Bosetti, non è che ci si può intendere di ogni cosa. Eppure, nella zona grigia in cui il calcio si incontra con la politica, questo calciatorino del ’93 pieno di tatuaggi, di cui almeno un paio riconducibili a criminali veri o presunti, che tutto sommato non è Messi e non è Griezmann, alla fine è un personaggio un po’ scomodo. Per cui ok, vuoi fare il calciatore ultrà? Liberissimo di farlo, ma non aspettarti una mano da nessuno, o quasi.

3. Torniamo in campo, va’.

(ecco come te la vinco al 94esimo. Rientrare dal fuorigioco chi?)

Eppure la sensazione che Bosetti sia un giocatore vero c’è. Perché alcuni dei suoi gol sono stati davvero di pregevole fattura. Perché a dispetto del fisico, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Perché quando gioca non lesina mai impegno e abnegazione. Perché fa spogliatoio. Perché di calciatori banali ne abbiamo fin troppi. Perché non vinci così tanto nelle giovanili, da protagonista, per caso. Perché è uno che ha lottato per realizzare un sogno, giocare e segnare con la maglia della squadra del cuore, e ci è riuscito. Perché alla fine saper giocare a calcio non è una cosa che si disimpara a 23 anni. Intanto, Alexy ha dimostrato grande umiltà nel chiedere di potersi giocare le sue chances a Nizza, come faceva quando sia lui che l’altro golden baby rossonero Neal Maupay, anche lui costretto a scendere di categoria per trovare spazio dopo una stagione a St. Etienne, sembravano destinati ad un radioso avvenire. Favre lo ha schierato in qualche amichevole, poi lo ha girato alla squadra B. Bosetti si è adattato, ha fatto quello che gli è stato chiesto, è tornato in campo con quella maglia che per lui, fuor di retorica, è una seconda pelle. Consapevole che il calcio professionistico è uno sport che non conosce pietà o riconoscenza, Bosetti continuerà a provarci. E se un giorno decidesse di tentare la sorte al di qua di Mentone, sicuramente varrebbe la pena di andarlo a vedere.

(Articolo pubblicato originariamente su Crampi Sportivi il 31 agosto 2016)

Poppi Basket: mezzo secolo di storia sotto canestro.

“Cronistoria di una passione: la pallacanestro”. Si intitola così l’annuario dattiloscritte che raccoglie il resoconto delle prime stagioni del Poppi Basket, che inizia nel 1970 “con la costruzione del campo sito in località Bramasole” e la costituzione del Basket Club Poppi. A Poppi, in realtà, l’incontro con la pallacanestro era avvenuto già un paio d’anni prima, su iniziativa del professore liceale Cesare Betti, che aveva iniziato ad insegnare questa pratica sportiva ai suoi alunni. L’amore per la palla a spicchi prese subito piede a Poppi, ed è una fiamma che non ha mai smesso di ardere da allora. Come ci raccontano, con giustificato orgoglio, Massimiliano Pancini e il presidente Stefano Risaliti. “Il numero di affiliazione FIP è lo 001878, ed è lo stesso dal 1970. Questo fa di noi una delle società cestistiche più longeve della Toscana, perché i nostri 50 anni sono continuativi, non ci sono mai stati fallimenti o altro.” La squadra fa il suo esordio nel campionato di prima divisione 1970-71, con dieci sconfitte in altrettante partite, ma la passione non si affievolisce. Il 15 aprile 1973 arriva la prima, storica vittoria del B.C. Poppi: 56-47 contro Sansepolcro. ScanImage001“Oggi, oltre al settore giovanile che è la cosa per noi più importante in assoluto, abbiamo la prima squadra che milita nel campionato di prima divisione e una squadra nel campionato UISP, nata dalla fusione con il Basket Casentino. C’è basket per tutte le età, a Poppi, dai 4 ai 60 anni!” Ci dice il presidente. Il Basket Club Poppi ha interrotto la propria attività agonistica – volontariamente – solo nel 1992, quando scomparve a soli 36 anni Renato Bindi, a cui oggi è intitolato il palazzetto dello sport. Un palazzetto la cui costruzione è iniziata nel 1989 e terminata nel 1990, anno in cui venne inaugurato.

Palazzetto che è un po’ gioie e dolori dell’attuale società del B.C. Poppi, giusto, presidente Risaliti?

Purtroppo il palazzetto oggi come oggi presenta tutta una serie di problematiche che ci danno non pochi pensieri, soprattutto in ottica futura. Quando è stato costruito, infatti, il comune di Poppi era classificato come “non sismico”, ma coi recenti adeguamenti normativi (quelli successivi al crollo della scuola di San Giuliano in Puglia) tutti gli edifici devono rispondere a standard antisismici ben precisi. Pertanto, il palazzetto è oggi non in regola con tali normative e necessiterà di adeguamenti strutturali, che verranno effettuati, a meno di cambi di programma dell’ultimo momento, a partire da giugno del 2020. Questo ci mette un bel po’ in difficoltà, perché non sono molte le strutture in grado di ospitare questo tipo di attività sportiva nei dintorni, e francamente vorremmo evitare di spostarci troppo per non perdere la nostra base di praticanti. Se il palazzetto, come sembra, resterà chiuso per la prossima stagione sportiva, stiamo valutando di spostarci a Strada o a Soci, in modo da ridurre il più possibile gli spostamenti per i nostri tesserati. Poi certo, i problemi sono anche altri…

Cioè?

Il fatto che il palazzetto sia in promiscuità d’uso, cioè al mattino sia a disposizione delle scuole e di pomeriggio delle società sportive (quindi principalmente del basket) fa sì che questa sia una struttura molto utilizzata, con tutto quello che ne consegue in termini di usura della stessa. Tutte le squadre del basket, più tre scuole superiori: numericamente, si può dire che il palazzetto sia sempre pieno. Una volta qui c’era un custode, adesso non c’è più neanche quello. Le scuole fanno del loro meglio per lasciare tutto pulito e in ordine, ma si sa come sono i ragazzi… Per questo speriamo che la chiusura del palazzetto possa diventare un’opportunità per realizzare qualcosa di ulteriore da affiancare al già esistente. Un po’ come hanno fatto ad Arezzo accanto al palasport Le Caselle, con una tensostruttura, realizzabile con un intervento economico tutto sommato contenuto, in modo da poter avere due alternative per la pratica sportiva nel nostro territorio. Magari proprio nella zona dove c’era il vecchio campetto da basket.

Purtroppo in questi ultimi anni le risorse economiche sono un problema, per le amministrazioni pubbliche ma ancor di più per le società sportive…

Noi ogni anno spendiamo diversi soldi per fare in modo che tutto nel palazzetto sia in ordine, a cominciare dagli spogliatoi nei quali investiamo almeno mille euro l’anno. Ovvio che gli sponsor aiutano, così come le quote che versano i ragazzi, ma non di rado noi dirigenti ci siamo frugati in tasca, tutto in nome della passione che abbiamo per questo sport. Certo, l’impegno dà i suoi frutti, ma non è facile, un po’ perché il calcio fagocita tanto del (poco) denaro disponibile per le società sportive, oltre ad avere di gran lunga un numero più elevato di tesserati e quindi di famiglie che ci gravitano intorno, ma a volte mi viene da pensare che anche negli anni della serie C, a fine anni novanta, forse avremmo potuto investire meglio i soldi che allora avevamo a disposizione…

In che modo, per esempio?

L’esempio più lampante di questo discorso è questo: Poppi è una società che ha ormai 50 anni di storia, eppure a Poppi non abbiamo né un allenatore provvisto di patentino né un arbitro. In tanti ci hanno provato, negli anni, ma tutti si sono fermati al primo livello. Certo, abbiamo avuto la fortuna di avere con noi Dritan Meli, che nel suo Paese di origine, l’Albania, ha giocato per la nazionale di basket partecipando anche ai giochi del Mediterraneo, e adesso abbiamo anche Paolo Bruschi che gli dà una mano, ma sono sicuro che avremmo potuto costruire meglio. Paradossalmente, facciamo molto di più oggi, con progetti nelle scuole, collaborazioni di vario genere con la SBA Arezzo, la fusione con il Basket Casentino della UISP, la realizzazione e l’installazione di un canestro nella zona delle case popolari…

Quanto è importante per voi far conoscere questo sport ai ragazzi, in particolare ai giovanissimi?

È assolutamente fondamentale, per questo facciamo tutte le cose che ho appena elencato. Il basket prolifera bene dove ha radici profonde, penso ad esempio a piazze storiche per il nostro basket come Bologna, Varese, Milano e Cantù, o ancor di più alla Grecia. Giannis Antetokounmpo ha vinto il premio come miglior giocatore della NBA e viene da lì: dovunque tu vada c’è un campetto: avere più spazi a disposizione è la chiave per fare emergere nuovi talenti, o in generale per invogliare i ragazzi al basket. Perché poi c’è una cosa importante da dire: il tasso di abbandono, una volta che i ragazzi hanno cominciato, è solitamente molto basso. Il difficile è convincere un ragazzo a venire, a provare, soprattutto all’inizio: quando ce l’hai fatta, poi, rimangono quasi tutti. Noi oggi abbiamo circa 60 ragazzi nel settore giovanile, e per incentivare i ragazzi a venire a provare non gli faremo pagare niente fino a gennaio. Anche dopo, abbiamo cercato di mantenere le quote il più contenute possibile: 30 euro mensili per i ragazzi fino a 12 anni, poi 35 fino ai 18.

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E per festeggiare i 50 anni cosa farete?

In 50 anni ne sono successe tante: la serie C a fine anni 90, la vittoria del campionato cadetti 2002, i nostri giocatori che si affermano in categorie superiori: penso a Vitellozzi e Bachini, e a Luca e Matteo Bini, solo per fare qualche nome ma ce ne sarebbero altri. Segno che qualcosa di buono è stato fatto. Per festeggiare il mezzo secolo di storia, organizzeremo qualcosa con tutti loro a fine maggio. Sarà una festa della società, ma soprattutto una festa di questo meraviglioso sport che è il basket.

 

(Articolo uscito originariamente su Casentino Più numero 94)

Mamba Forever.

Kobe Bryant è uno dei miei miti adolescenziali. Un giocatore pressoché mio coetaneo, che ho ammirato tanto per i risultati ottenuti sul campo che per la sua attitudine.

Kobe Bryant se n’è andato in un elicottero precipitato insieme alla figlia Gianna e ad altre  sette persone. L’assurdità della sua morte mi ha ricordato ancora una volta quanto le nostre vite, davvero e fuor di retorica, siano appese a un filo.

Quello che è stato per me Kobe Bryant, ho provato a raccontarlo qui.