Le piazze di Licio Nencetti

(Pubblicato originariamente sullo “Stradario dei Personaggi illustri del Casentino”, Edizioni AGC, estate 2018)

STRADARIO

“Mia cara mamma, io penso sempre a te e mi duole tanto saperti dolente per me, non dubitare per me perché io sono sempre il solito figlio di tanti anni or sono e vorrò sempre bene a mia madre e non vivo che per lei. […] Mamma cerca di curarti, svagati, prega per me affinché tutto finisca presto. […] Perdonami mamma  ma questo era il mio destino. […] devi pensare che tuo figlio è lontano perché vuol dare una Patria ai figli che domani nasceranno, e dargli una Patria che ci sia la pace e la giustizia.” (Lettera di Licio Nencetti alla madre, 2 dicembre 1943)

Licio Nencetti nasce a Lucignano il 31 marzo del 1926, figlio di Silvio e Rita Aguzzi.  Che di lui scrive nel suo diario:

“il mio caro Licio, che da dodici anni, dalla morte del padre, la sua vita fu solo lavoro e umiliazione, mortificazione… povero figlio mio insieme alla sua mamma quanta umiliazione subiva… Io sola posso dire cosa faceva questa creatura, vedevo che cercava ogni modo per sollevarsi, che studiava un guadagno più importante per risollevarsi, mandava i suoi disegni aiutato dal direttore, ma nulla valevano, erano accettati, ma poi mandavano al Comune a chiedere di chi era figlio, si rispondeva che il padre era un socialista e così lettera morta;  avvilito, boicottato, chissà cosa nacque in lui, cosa si proponeva davanti a tanta sventura?”

Licio Nencetti a dodici anni perde il padre per mano dei fascisti. E non è ancora maggiorenne – quindi non soggetto agli obblighi di leva della Repubblica Sociale Italiana – quando nel 1943 decide, come si diceva una volta, di “darsi alla macchia”.  Ed è nel territorio del Comune di Capolona, precisamente in Località Il Rocolo, nella zona tra Ponina e Baciano, che assieme ai suoi compagni di lotta decide di dar vita alla banda partigiana nota con il nome di “La Teppa”, detta anche, per la rapidità con cui si spostava nei vari luoghi del Casentino, “La Volante”.  Oggi è considerato da tutti come uno degli eroi della Resistenza in Casentino, al punto che ancora ai giorni nostri il nome Licio ha una certa diffusione nella nostra vallata:  anche i suoi compagni della brigata “La Teppa” hanno chiamato i loro primogeniti maschi col suo nome, ma non solo loro.  Viene catturato da un reparto di duecento soldati tedeschi che lo aspettavano in Pratomagno, nei pressi del Passo della Crocina il 23 maggio del 1944, a seguito di una soffiata sulla quale esistono ancora oggi diverse versioni:  i suoi compagni d’armi avevano individuato tre delatori, a detta loro responsabili di aver informato i fascisti sul percorso che avrebbe seguito Licio per andare ad incontrare Aligi Balducci, comandante partigiano noto come “il Potente”.  Portato in carcere a Poppi, dove viene torturato, a lungo e invano, per estorcergli i nomi dei partigiani casentinesi, è infine fucilato davanti alla chiesa di Talla il 26 maggio del 1944.  Nella raffica di mitra che lo falcia rimane ucciso anche il giovane manovale Marcello Baldi, non ancora quindicenne, colpito da un proiettile vagante.  Licio, di cui tutti dicevano che era tanto determinato e deciso in battaglia quanto buono e generoso con la gente comune, avrebbe potuto avere salva la vita se avesse accettato di collaborare, di fare qualche nome, di svelare qualche nascondiglio: “se dici qualche nome dei comandanti partigiani e dove si trovano, sei salvo”, gli venne proposto.  Ma Licio affrontò la prigionia e il plotone di esecuzione con una dignità tale da impressionare perfino i soldati nemici, che all’ordine di fare fuoco si trovarono ad avere un attimo di esitazione.  Fu così il comandante del plotone fascista a dare la morte a Licio, sparandogli in faccia da distanza ravvicinata, e solo dopo partì la scarica di mitra che colpì il già defunto Nencetti e il giovane Baldi.  Ancora ai giorni nostri non è chiaro come mai l’esecuzione abbia avuto luogo proprio a Talla, in quella piazza che oggi porta il suo nome, anche se è facile immaginare che sia stata scelta proprio per la sua vicinanza coi luoghi dove i partigiani erano soliti rifugiarsi.  Nencetti fu sempre artefice di una strategia di guerriglia fatta di azioni “mordi e fuggi”:  inizialmente insofferente per l’inazione a cui erano costretti i partigiani disarmati, fu poi uno dei comandanti che più di ogni altro ponderava le conseguenze delle azioni della brigata sulla popolazione del luogo.  Una strategia che andò avanti per diversi mesi, fino a quel maledetto 13 aprile del 1944, fino alle stragi di Partina e Vallucciole.  A Licio Nencetti, Medaglia d’oro al valor militare, sono state dedicate numerose poesie e canti popolari, e nel 2004 il gruppo folk-rock La Casa Del Vento gli ha dedicato la canzone “il comandante Licio”, inserita nell’album “Sessant’anni di resistenza” realizzato in collaborazione con la Comunità montana del Casentino.

Alla memoria di Licio Nencetti sono intitolate diverse strade in Casentino, e non una ma ben due piazze.  La prima è quella di Talla, antistante alla chiesa di San Niccolò, edificata nel 1644 e davanti alla quale Licio venne fucilato.  Una piazza ampia e molto curata, in un certo senso costituisce un po’ il “cuore pulsante” del paese, per la sua posizione centrale per chi arriva da Capolona e da Rassina, per i grandi alberi e le panchine che da sempre, insieme alla Chiesa e agli esercizi commerciali, ne fanno un punto di ritrovo per i tallesi.

Talla

La seconda invece si trova nella parte nord di Capolona, a pochi metri dalla Stazione di Subbiano dove – sempre dai fascisti – vennero fucilati i partigiani Vasco Lastrucci ed Ezio Zavagli, poco meno di due mesi prima della morte di Nencetti.  È una piazza che costituisce uno “slargo” del Viale Dante, utilizzata prevalentemente come parcheggio anche se a fianco ci sono dei giardini pubblici che la separano dalla vicina via Salvo D’Acquisto.  Si trova in quella zona che solo gli abitanti del luogo sanno definire con esattezza:  è infatti nella porzione del paese che si trova nel Comune di Capolona ma nella parrocchia di Subbiano.

CAPOLONA

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La Pieve di Santa Maria Maddalena a Sietina

(Articolo uscito originariamente su “Casentino da scoprire 2”, guida turistica della vallata a cura di Casentino Più)

Poco distante dalle rive dell’Arno, tra le frazioni di Castelluccio e Poggio al Pino nel comune di Capolona, si erge un edificio dalla storia ormai millenaria:  la Pieve di Santa Maria Maddalena a Sietina.  Le prime notizie storiche su questo edificio risalgono infatti all’anno 1022.  Come molti altri edifici sacri di questo periodo, la Pieve sorge sulla sponda destra del fiume, lungo la strada che da Arezzo portava in Casentino ed era infatti nota come “via delle pievi”:  dopo quella di Sietina, infatti, si trovano la Pieve di San Martino Sopr’Arno (sempre nel territorio del Comune di Capolona) e numerose altre, fino alla più “nota”, la Pieve di Romena.

                   La facciata della Pieve (foto tratta da http://www.sietina.it)

Come molte pievi romaniche, l’architettura dell’edificio sacro è insieme essenziale ed estremamente suggestiva: l’interno diviso in tre navate divise da pilastri a sezione rettangolare presenta affreschi risalenti al secolo XIV e XV, tra i quali vale la pena ricordare la Madonna sul trono con Bambino, raffigurata su uno dei pilastri e dallo stile che richiama chiaramente quello di Piero della Francesca nella Leggenda della Vera Croce, e la vetrata raffigurante la Maddalena, risalente al XVI secolo ed attribuita all’artista francese Marcillat, noto per aver realizzato anche le vetrate del Duomo di Arezzo.  La famiglia Bacci, il cui stemma (una testa di leone ruggente con tre stelle dorate su fondo blu) è raffigurato sopra al portone di ingresso alla Pieve, risulta essere stata la committente della maggior parte delle opere che si trovano all’interno dell’edificio, così come della celeberrima “Leggenda della Vera Croce” ad opera di Piero della Francesca che si trova all’interno della Chiesa di San Francesco ad Arezzo.  Inoltre, sono di pregevole fattura le raffigurazioni di San Biagio Vescovo e di San Benedetto, realizzata in omaggio alla vicina Badia di Campoleone, complesso benedettino di grande importanza (a cui Capolona deve ancora oggi il suo nome, dal latino Campus Leonis), che venne distrutto nel 1527 dall’esercito imperiale guidato da Carlo di Borbone.  In un ciclo di affreschi trecenteschi sulla parete destra della navata centrale, sono riconoscibili tre figure di santi: San Pietro (raffigurato con le chiavi in mano), San Lorenzo (riconoscibile perché ha ai suoi piedi una graticola, dove fu poi arso vivo) e Santo Stefano (che ha in mano un sasso, a ricordo della sua lapidazione giovanile).  Sull’altro lato della navata centrale, troviamo invece una raffigurazione di San Cristoforo e una di San Bernardino da Siena, una delle prime successive alla sua canonizzazione avvenuta nel 1450:  questo potrebbe in parte stupire, essendo San Bernardino un francescano, ma la sua vicinanza “geografica” al territorio in cui sorge la Pieve lascia pensare che possa essere entrato in contatto con la famiglia Bacci, poiché figura molto “in vista” (dopo San Francesco e Sant’Antonio da Padova, è probabilmente il santo francescano più noto e rappresentato).  Molto particolare è il dipinto rappresentato sotto una delle arcate, ovvero la SS. Trinità “trilobata”:  il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono infatti rappresentati con lo stesso volto, uno visto frontalmente e gli altri due di profilo.  Questo tipo di rappresentazione pittorica non è facile da trovare perché ai tempi della controriforma della Chiesa Cattolica venne bandita, pertanto questa che si trova a Sietina è una delle poche ad essersi salvata dalla cancellazione, avvenuta invece in molti altri edifici.  Molto belli sono infine, nei pressi del portone principale, la raffigurazione di Santa Caterina d’Alessandria (collocata proprio sopra al portone stesso) e il Battesimo di Cristo, posto sopra alla navata sinistra dell’edificio, ma di epoca decisamente più recente rispetto agli affreschi.

Una delle particolarità più importanti di questo edificio sacro è che appare più basso dall’esterno, anche se risulta essere stato ripavimentato più volte, a quanto pare a causa di una falda acquifera abbastanza vicina alla superficie che ha causato numerose infiltrazioni di umidità negli anni. Il campanile che si vede dalla facciata esterna è invece stato aggiunto in seguito.  Attorno alla Pieve stessa esiste un piccolo insediamento rurale, costituito da una villa padronale e due case rurali.  Il toponimo “Sietina” risulta essere di origine etrusca ed essere stato già in passato luogo di culto dedicato a Saturno.  La collocazione geografica della Pieve risulta essere particolarmente interessante, perché si trova sia lungo la già citata “via delle pievi” che attraversa tutto il Casentino, che nelle vicinanze delle strade consolari Cassia Vetus e Flaminia Minor.  Attualmente si può passare da Pieve a Sietina percorrendo il sentiero 47 del CAI, inserito nel percorso della cosiddetta Via Romena Germanica.

COME RAGGIUNGERE PIEVE A SIETINA

Pieve a Sietina dista circa 7 km dalla sede del Comune di Capolona. Occorre prendere le indicazioni stradali per San Martino Sopr’Arno, proseguire per la Strada Provinciale dello Spicchio e poco dopo aver superato il bivio per Poggio al Pino si troverà un bivio sulla sinistra, con un cartello marrone che indica Pieve a Sietina.

INFO UTILI

L’Associazione Pieve a Sietina, che si occupa di tutelare e valorizzare il sito, è contattabile ai seguenti indirizzi:

http://www.sietina.it/

https://www.facebook.com/AssociazionePieveASietina

Per visitare la pieve, è opportuno contattare uno dei seguenti numeri telefonici:
335-1835218
328-5642276
339-5438549

Ciao, Corda.

Correva l’anno 2009. Abbiamo fatto questa chiacchierata, che è diventata non uno ma DUE articoli per Casentino Più, tanti erano gli spunti. Adesso che non ci sei più – e io faccio ancora fatica a realizzarlo – è giusto condividere ancora una volta con tutti quelli che ti hanno voluto bene, ed erano veramente tanti, quello che mi hai raccontato. Ciao Cordero, mi mancherai, sul serio.

inaugurazione CS ARNO

PRIMA PARTE
Cordero Governini – Una vita a Capolona, una vita per Capolona

    È una tradizione diffusa, dalle nostre parti, ma soprattutto una fortuna, che in ogni paese ci siano persone che nel corso di tutta la propria vita si sono distinte per l’impegno nel territorio, sia che si tratti di impegno civile, sociale o politico.  Dico “soprattutto una fortuna” perché queste persone, per il numero di concittadini con cui sono stati a contatto, di eventi a cui hanno partecipato, di momenti storici che hanno vissuto, rappresentano in un certo senso la memoria storica di un paese.

Per il paese di Capolona, una di queste persone è sicuramente Cordero Governini, presidente onorario del Centro Sociale Arno (ma di questo parleremo un’altra volta), ex dipendente del Comune di Capolona, tuttora sempre attivo dalla mattina alla sera a dispetto degli ottantotto anni compiuti a marzo.  L’occasione per incontrarlo nasce da un’idea:  raccontare, non a caso nel numero di questo mese, il 25 aprile nel basso Casentino.  Anzi, farsi raccontare quegli anni da chi c’era, da chi ha potuto vedere come era prima, come è stato durante, cosa c’è stato dopo la Grande Guerra.

Com’era il territorio del Comune di Capolona, prima della guerra?

Io sono nato e abitavo a Castelluccio, in una famiglia di mezzadri.  Il paese di Capolona, dove vivo adesso, praticamente non esisteva:  la gente viveva principalmente nei paesini sulle colline.  Molti erano agricoltori, boscaioli o cavatori di ghiaia, a Capolona e a Buon Riposo, e vendevano la rena e la ghiaia dell’Arno ai muratori di Arezzo.  Quando la guerra cominciò, anche se l’Italia ufficialmente non c’era entrata, erano già in atto tante manovre che avrebbero fatto capire cosa sarebbe successo dopo.  Io fui chiamato alle armi nel mese di agosto del 1939, e venni destinato alla Scuola della Marina di San Bartolomeo di La Spezia.  Il 10 maggio del 1940 venni mandato a Gaeta per imbarcarmi nel cacciatorpediniere “Lanciere”.  Un mese esatto più tardi, l’Italia entrava in guerra.

E quando sei tornato a casa definitivamente?

Allora la ferma militare era molto lunga, tanto è che il congedo vero e proprio mi arrivò – per riforma – solo alla data del 31 dicembre 1945, quando la guerra era ormai finita.  Ma nel 1943 la situazione cominciò a precipitare.  In quel periodo, mi trovavo a Trapani imbarcato sulla corvette “Artemide”, che faceva da scorta ai convogli che trasportavano persone e merci nell’Africa settentrionale.  Al rientro da una missione, una mina magnetica ci squarciò la fiancata della nave e fummo costretti a rientrare in porto.  L’8 settembre 1943, l’”Artemide” venne portata a Livorno per le riparazioni, e l’equipaggio alloggiava in delle baracche di legno ad Antignano.  In quel periodo, la Marina italiana e quella tedesca cercavano i marinai in libera uscita per imbarcarli sulle navi tedesche.  Nelle baracche, però, non c’era nessun ufficiale, e i membri dell’equipaggio se ne andavano a casa a piedi.  Fu in quel momento che, insieme ad un amico fiorentino, decidemmo di fabbricarci una “Licenza illimitata in attesa di ordini superiori”, con tanto di timbro e firma, che ci permise di superare i controlli e non essere presi dai tedeschi.  Dopo tre giorni, l’11 settembre 1943, ero tornato a casa.  Purtroppo, al ritorno mi ammalai e venni chiamato all’ospedale San Gallo di Firenze, dove venni dichiarato “convalescente” fino al momento del mio congedo.

Cosa succedeva, nel 1943, a Castelluccio?

La gente era in fermento per via della guerra, ovviamente.  Il campo di concentramento di Laterina era stato appena smantellato, e la gente andava a prendere armi da laggiù per i partigiani che si erano dati alla macchia.  Mi ricordo che il parroco di Ponina, don Tarquinio Mazzoni, che poi sarebbe stato anche sindaco pro-tempore del Comune di Capolona, nominato dal Comitato di Liberazione Nazionale, era il contatto tra la gente comune e i partigiani.  C’era la voce, in paese, che nascondesse le armi da dare ai partigiani in cima al campanile della chiesa, anche se io non ho mai potuto vedere di persona se fosse vero.  Si erano anche costituite le prime cellule – ovviamente clandestine – del PCI.  Le prime riunioni venivano fatte lungo l’Arno, perché all’epoca c’era ancora la paura di quello che poteva succedere sia con i tedeschi sia con i fascisti.   Una volta abbiamo temuto l’arrivo di una rastrellata proprio vicino casa mia:  in una capanna tenevamo nascosti cinque evasi dal campo di Laterina, che però non sempre riuscivano a restare al loro posto.

Chi c’era, di quegli anni, porta spesso con sé ricordi dolorosi.

E io purtroppo sono tra quelli.  La mia famiglia aveva la casa comunicante con quella della famiglia Ricciarini.  Una sera, i primi di giugno del ’44, Rino Ricciarini era andato a Campoluci dagli zii, e quando si fece buio il babbo Gigi lo andò a cercare, e io con lui.  Ero in maniche di camicia, e quando arrivammo al fiume, io tornai indietro verso casa perché avevo freddo.  Gigi rimase, e chiamava il figlio a voce alta dalla sponda dell’Arno, perché aveva paura che lo avessero catturato, come in effetti era successo.  Non ero ancora rientrato quando sentii la sventagliata di mitra.  Rino rientrò dopo poco, perché era riuscito a scappare, e mentre correva vide un uomo a terra.  Non vedendo tornare Gigi, capimmo cosa era successo.  Quando andammo a vedere, lo trovammo steso a terra ma composto, con la tabacchiera appoggiata sul petto.  Dopo meno di due mesi, Arezzo era stata liberata, ma la vita riprese a poco a poco.  Le prime elezioni comunali si tennero il 17 marzo del 1946, e venne eletto sindaco Rubini, che però morì poco dopo.  Quindi fu la volta di Santino Gori, mio suocero, che restò in carica per 15 anni.  A Castelluccio adesso c’è una via che porta il suo nome, proprio dove venne ammazzato Gigi Ricciarini.

E secondo te, oggi, come vive il 25 aprile la gente? Ha ancora senso continuare a celebrarlo?

Certo che ha senso, anzi, guai se non lo si facesse.  Forse però la gente sta pian piano perdendo il senso di questa celebrazione, in parte perché sono sempre meno quelli che c’erano, all’epoca, e in parte perché forse non si fanno abbastanza sforzi per tenere vivo il ricordo.  Ad esempio, nelle scuole del paese si potrebbero raccontare di più e meglio i fatti avvenuti a livello locale, perché sono quelli che possono contribuire maggiormente a tenere vivo l’interesse dei giovani per quel periodo storico.  E forse anche le istituzioni potrebbero fare qualcosa in più.

In che modo, ad esempio?

Faccio un esempio concreto.  La via che porta alla stazione di Subbiano, nella parte alta del paese di Capolona, si chiama “banalmente” via della Stazione di Subbiano.  Ma lì sono stati ammazzati due giovani partigiani, Vasco Lastrucci ed Enzo Zavagli, che vennero prelevati dalla Caserma di Subbiano, picchiati e torturati lungo i binari della ferrovia e infine fucilati.  Forse sarebbe stato più giusto che quella via portasse il loro nome.  Così come forse sarebbe stato il caso dedicare delle strade ad altri che in quegli anni hanno avuto un ruolo importante, spesso trovando la morte.   Come Don Rinaldo Cacioli, che morì in Africa, come Gigi Ricciarini e Don Tarquinio Mazzoni, di cui ti ho già raccontato. Come tanti altri di cui ora mi dimentico ingiustamente…

Per fortuna, aggiungiamo, per questo non è certo troppo tardi.  Così le istituzioni locali, che hanno giustamente intitolato una piazza a Licio Nencetti, le cui imprese in Casentino tutti conosciamo e ricordiamo; ed una via a Roberto Assagioli, psichiatra di fama internazionale (di cui un giorno o l’altro parleremo più diffusamente);  potrebbero fare uno sforzo ulteriore e andare a ricercare i nomi di quelli che hanno contribuito a rendere le nostre terre libere e bellissime come lo sono oggi.  Come Arioldo Arioldi, partigiano recentemente scomparso, detto “Uno”.  Come tanti altri di cui non è giusto che si perda la memoria.

SECONDA PARTE
Cordero Governini – Una vita a Capolona, una vita per Capolona

    Il mese scorso, in concomitanza con le celebrazioni del 25 aprile, abbiamo parlato con Cordero Governini, cittadino di Capolona molto noto tra la popolazione locale, di cosa succedesse in quegli anni nelle nostre zone.  Nel dopoguerra, mentre tutta l’Italia si ricostruiva, anche a Capolona si cercava di fare lo stesso.  Ci furono i primi operai, l’avvento della fabbrica Soldini e un’espansione dell’attuale capoluogo comunale, che da poche case vicino alla chiesa raggiunse in breve tempo dimensioni molto vicine a quelle attuali.  In tutti quegli anni Cordero è stato un dipendente del Comune di Capolona, oltre che una persona molto attiva sia politicamente sia nelle associazioni locali.  Così, una volta raggiunta l’età della pensione, grazie anche alle richieste che gli provenivano dai cittadini, prende la decisione di imbarcarsi in un nuovo, ambizioso ma bellissimo progetto, quello di creare un centro di aggregazione sociale per gli anziani del territorio di Capolona e di Subbiano.  Questa struttura, oggi, ad oltre vent’anni dalla sua inaugurazione, esiste ancora, conta centinaia di soci ed è interamente gestita grazie al lavoro di volontari.  Cordero ne è tuttora il presidente onorario, così ci siamo fatti spiegare da lui com’è nato il Centro Sociale “Arno”.

In che anno è nata l’idea di creare un centro di aggregazione sociale per gli anziani del posto?

La prima assemblea per presentare il progetto, stendere uno statuto e partire con i lavori si svolse il 15 marzo 1986 nella sala del Consiglio Comunale di Capolona, alla presenza dei Sindaci di Capolona e Subbiano, dei rappresentanti dei sindacati e di 60 pensionati interessati all’idea.  In quella sede, si decise di dare corpo al progetto che prevedeva la sistemazione dell’ex mattatoio comunale, ormai dimesso da anni.  Venne approvato uno statuto, si decise di aprire un conto corrente per chi avesse deciso di contribuire economicamente all’iniziativa, e venne scelto un comitato provvisorio, con un “presidente pro-tempore”, che ero io:  il mio incarico, però, è poi durato per 20 anni, altro che pro-tempore!

 

Da chi è partita l’idea di creare una struttura del genere?

L’idea venne da una decina di persone, che come spesso succede ai pensionati nei paesi delle nostre zone, passavano le loro giornate andando a giocare a carte nei bar del paese, ma non si trovavano molto a loro agio in questi locali.  Queste persone vennero da me, che ero stato dipendente del Comune di Capolona fino a poco prima, quindi amministratore e Assessore alle Politiche Sociali e che quindi potevo costituire un tramite efficace con l’istituzione.  Così, insieme a una decina di loro, chiedemmo un incontro al Sindaco di allora, Alberto Ciolfi, per capire se c’era la possibilità di creare nel territorio di Capolona un Centro di Aggregazione Sociale.  Oltre a questo, proponevamo alla giunta di istituire, per i Comuni di Subbiano e Capolona, la “festa dell’anziano”, il giorno dell’Epifania, con un pranzo offerto dalle due Amministrazioni.  Questa festa è ormai giunta alla diciannovesima edizione:  nelle edizioni di maggior successo, siamo arrivati ad avere anche 350 persone, con soddisfazione non solo mia ma anche di tutti i presenti e delle Amministrazioni Comunali.

 Quando sono stati inaugurati i locali?

La cerimonia di inaugurazione dei locali si svolse  il 10 di gennaio del 1988, dopo quasi due anni di duro lavoro, alla presenza dei sindaci di Capolona e Subbiano, del Prefetto di Arezzo e dell’Assessore Regionale alle Politiche Sociali, Bruno Benigni.  Alla cerimonia seguì un pranzo con prodotti tipici delle nostre terre casentinesi. La sala era stata collaudata e aveva ottenuto il parere favorevole della Commissione Tecnica Provinciale.  Quasi due anni di lavoro interamente gratuito, anche per dieci ore al giorno, da parte dei promotori del Centro, degli anziani del nostro paese, erano finalmente giunti a conclusione nel migliore dei modi. Fu una soddisfazione incredibile.

 Il lavoro su questa struttura è stato interamente volontario, dunque. E come avete fatto a trovare i soldi necessari a portare avanti i lavori?

Il costo dei lavori fu complessivamente di 16.700.000 lire, raccolte interamente tramite offerte che ci venivano fatte dai cittadini spontaneamente.  Andavamo a chiedere un contributo agli amici, ai negozianti, perfino a raccogliere fondi al mercato settimanale.  Alla fine, arrivammo a raccogliere 17 milioni di lire, anche più del necessario!  Dicevano di me che ero “un buon frate da cerca”, perché a tutti chiedevo e tutti davano, per la creazione del Centro.

E quali sono state le prime difficoltà che avete dovuto affrontare, nella realizzazione di questo Centro?

In realtà, di difficoltà vere e proprie non ce ne sono mai state.  La gente si offriva spontaneamente di collaborare con il progetto perché ne capiva la bontà.  Ciascuno metteva a disposizione quello che aveva:  qualcuno è venuto a fare lavori con i mezzi della propria impresa edile, qualcun altro ha messo a disposizione le competenze in fase di progetto, altri venivano a dare una mano semplicemente perché avevano un po’ di tempo libero, per amicizia.  Perfino l’arredamento del bar e dell’ufficio ci vennero regalati, a volte da privati cittadini, a volte da cooperative, altre volte da banche e istituzioni locali.

Com’è, oggi, il Centro Sociale “Arno”? Cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale rispetto a 21 anni fa?

Il Centro è stato da sempre convenzionato con l’ARCI.  Questa cosa venne decisa nella prima assemblea del 1986 e da allora è sempre stato così.  Sono aumentati i tesserati:  il primo anno arrivammo ad un’ottantina di iscritti, ma negli anni siamo arrivati anche a superare i 550.  I bilanci del Centro sono sempre stati in attivo, e la struttura negli anni si è ingrandita e di parecchio:  rispetto ai circa 100 metri quadri di quando abbiamo aperto, adesso la superficie totale è di quasi 9000 mq.  I rapporti con le amministrazioni comunali che si sono succedute negli anni sono sempre stati ottimi:  venne stabilito un canone di affitto annuo di 2 milioni di lire, che adesso sono diventate 1035 euro. 

Attualmente, quali sono le attività che il Centro Sociale porta avanti?

Le attività sono molte e rivolte a diverse fasce di età.  Il Centro “Arno” sta diventando sempre più un centro di aggregazione sociale che si rivolge a tutti e non solo agli anziani come era agli inizi.  Tutti i giorni dei volontari tengono aperto il bar e il pallaio per le bocce di pomeriggio e di sera.  Vengono fatti dei corsi di ginnastica dolce per anziani, delle scuole di ballo a cui partecipa anche un buon numero di giovani, e da quest’anno anche una scuola di danza classica.  Tutti i sabati e le domeniche viene aperta la sala da ballo.  Ogni anno, insieme al Comune di Capolona, vengono organizzate le vacanze estive per gli anziani del posto.  La struttura viene utilizzata anche per riunioni sindacali, e numerose sono state le iniziative che si sono svolte via via al Centro Sociale.  Tra queste, cito le riunioni per il Distretto Sanitario di Subbiano, il Convegno Regionale degli Architetti del luglio 2007, le selezioni per il concorso nazionale di Cabaret “Cabawave”, le cene multietniche… ma potrei continuare ancora per molto!

Con questa seconda parte dell’intervista si conclude la nostra lunga chiacchierata con Cordero Governini, una persona che – lo ricordiamo per chi si fosse perso la prima parte – ha la bellezza di 88 anni, e ancora guida la macchina e ha una vita attivissima.  Quello che fa lui è quello che in pochi, sempre in meno, fanno al giorno d’oggi:  mettersi a disposizione del proprio paese, della propria gente.  Probabilmente è anche per questo che tutti lo conoscono e tutti, soprattutto, lo rispettano e lo ammirano.  Anche chi ha avuto visioni politiche diverse dalla sua, anche chi negli anni ha abbandonato per motivi vari l’impegno con il Centro Sociale “Arno”.  Per tutti, Cordero è comunque d’esempio.

Cinque momenti del 2013 che vale la pena ricordare

Siamo tutti abbastanza d’accordo sul fatto che il 2013 sia stato un anno decisamente impegnativo, per molti di noi brutto, per alcuni passabile, per altri un po’ meglio, ma ecco, la media, insomma, avrebbe senz’altro potuto essere migliore, se siete all’incirca miei coetanei, vivete in Italia e non campate di rendita e/o alle spalle di qualcuno.  Ci sono state tante giornate da dimenticare anche nel mio 2013, e quindi ok, quelle mi darò da fare per dimenticarle meglio (e al più presto) che posso.  Per fortuna, ci sono stati anche dei momenti da ricordare. Alcuni sportivi, altri personali, altri ancora legati ad avvenimenti pubblici. Li elenco qui in ordine crescente di importanza, dalla posizione 5 alla numero 1, per me, ad uso personale e di tutti quelli che passeranno di qui, per caso o con l’intenzione di leggermi.

5. Berlusconi condannato in via definitiva. La metto al numero 5 perché ok, non ci siamo certo liberati di lui. Ma almeno una parte della verità su uno dei personaggi più controversi – e, a mio modo di vedere, più raccapriccianti – di questi ultimi vent’anni di politica italiana, è stata scritta nero su bianco. Condannato a 4 anni per frode fiscale, ricordatevene la prossima volta che andrete alle urne e ci troverete ancora una volta la bandierina.

4. Il canestro di Dusan Sakota allo scadere di gara-6 dei playoff tra Siena e Varese. Per me, che tifo Varese. Per lui, perché per la sua storia personale (se non la conoscete, date un’occhiata qui) si meritava di poter avere ancora una volta le luci della ribalta su di lui. Per i tifosi della Mens Sana, che in quest’ultimo decennio hanno sviluppato una spocchia, per i numerosi trofei vinti, che oggettivamente non gli compete, soprattutto se paragonati agli albi d’oro delle nobili della pallacanestro italiana, tipo Milano, Varese, Cantù, Virtus Bologna. Non è bastato a vincere la serie, ma è stato il primo messaggio che spiegava ai tifosi biancoverdi che il vento, piano piano, stava cambiando.  Oddio, a dire il vero ci sarebbe anche la tripla di Ray Allen, in quell’altra gara-6, ma in questo caso ci sono state un numero sufficiente di celebrazioni, per Mr. He Got Game.

3. Il ritorno, da parte mia, ad un minimo di impegno politico. Le elezioni di Capolona prima, le primarie del PD poi, hanno risvegliato dal torpore in cui era sopito il mio interesse per le sorti della politica italiana.  Non ho mai, per usare un’espressione cara al nuovo segretario del Partito Democratico (per il quale, nel caso aveste dubbi, NON ho votato) “cambiato campo”. Ho solo pensato che prima, il campo fosse impraticabile, e quindi non ci fosse neppure modo di giocarla, la partita. Adesso me ne sto qui, in panchina, pronto a dare il mio contributo, se richiesto.  Ogni tanto, noto dei timidi segnali di risveglio. Hai visto mai.

2. I bei libri letti, i bei dischi ascoltati, i bei fumetti letti, nell’anno appena trascorso.  Troppo pochi, e troppo tedioso fare una classifica per tutti e tre i generi. Così ve ne segnalo solo uno per categoria. Per i libri, io credo che fareste bene a dare una chance a Stardust di Neil Gaiman. Per me, che non sono un appassionato del genere fantasy, questo libro è stata una (bella) sorpresa, magari lo sarà anche per voi.  Per la musica, ho recuperato un sacco di roba degli anni scorsi, ma poiché ho detto un disco solo vi dico I’m wide awake, it’s morning dei Bright Eyes (2005). Se non ci credete, provate ad ascoltare questa canzone qua. Per i fumetti, ho colmato una lacuna imperdonabile leggendomi Maus.  Un’opera d’arte, sulla quale non sono all’altezza di dilungarmi, quindi fidatevi e leggetelo e basta. Impossibile che ve ne pentiate. Come dite? Film? E chi ha tempo di guardare un film, con un figlio di due anni? Ne avrò visti si e no tre, quindi mi astengo.

1. Sarò banale, ma al primo posto, a livello personale, non posso che mettere tutti i momenti passati insieme ad Alessandro, dalle serate a giocare nella sua casetta, a quelle passate a leggergli i suoi libri preferiti, al corso di avviamento al nuoto e a tutto quello che ogni giorno l’esperienza di essere padre mi regala.  Ma volendo isolare UN momento, il 2013 sarà indubbiamente un anno da ricordare perché una sera, mentre stavamo giocando, Ale mi è corso incontro e, abbracciandomi le gambe, mi ha detto per la prima volta “babbo, ti voglio bene”.

1239.

1239 è una cifra enorme. Soprattutto per un Comune piccolo com’è quello di Capolona (5515 abitanti al 31 dicembre 2010, 2875 votanti alle ultime Elezioni Europee nel giugno 2009). Ma è la cifra che più di ogni altra cosa manda un messaggio, a chi fa politica a Capolona, e carica tremendamente di responsabilità il candidato a Sindaco del centrosinistra. Il 43% dell’elettorato attivo ha deciso di scegliere il candidato di una parte politica tramite lo strumento delle primarie. Un dato enorme, che ci dice che indietro non si torna, insomma. E il messaggio dei miei concittadini è chiaro e univoco: NON siamo più disposti ad avallare ogni scelta che faccia la politica, e al momento delle primarie vi presenteremo il conto.
Questa appena terminata è stata una campagna elettorale bella, a tratti con toni forse un po’ troppo duri, ma che ha rappresentato il primo momento da anni in cui la politica ha fatto qualche passo in direzione dei cittadini. E le sale piene, la voglia di parlare, le facce che da anni si erano allontanate e si sono riavvicinate mi dicono una cosa: ne è valsa la pena. Io personalmente ne avevo un disperato bisogno. Avevo bisogno di tornare a credere in qualcosa. E dove i partiti e la politica non riuscivano, i cittadini di Capolona invece ce l’hanno fatta. Sono riusciti a farmi credere che esistano ancora battaglie che vale la pena combattere e vincere. Grazie, davvero.
Avrei talmente tanti nomi da fare che di sicuro me ne dimenticherei qualcuno. Così, idealmente, vi abbraccio tutti e 1239, e il tappo del brindisi di ieri sera lo condivido con tutti voi. Il primo passo verso un nuovo modo di fare politica è stato fatto. Adesso, non resta che fare tutti gli altri passi di questo cammino. Con un po’ di fiducia in più, ora che – una volta di più – i cittadini hanno dimostrato di essere migliori della politica. 🙂

Quattro o cinque cose che gli elettori di Capolona dovrebbero sapere…

Ora che si avvicinano le primarie, ogni tanto qualcuno mi chiede “ma te, come mai cinque anni fa non ti sei ripresentato? E come mai, dopo, ti sei allontanato dal PD?

E allora io mi metto lì, e racconto sempre più o meno le stesse cose, che poi è come le cose sono andate. Rispetto a cinque anni fa, [in questo caso] fortunatamente, la gente è molto più “social”, quindi con questo post racconto alcune cose, tutte dimostrabili e/o avvenute in presenza di testimoni, che spero potranno dare una risposta a questa domanda.

Punto Uno: ma voi lo sapete come è stato eletto il Segretario Comunale del PD capolonese?
Ve lo dico io: senza fare un congresso. La segretaria uscente, eletta in maniera “normale” si era data dimissionaria perché nominata ad incarico pubblico (assessore in Comunità Montana del Casentino). Nella stessa riunione del direttivo comunale in cui annunciava l’avvio del percorso congressuale, si decise (senza che ciò fosse all’ordine del giorno) di farne uno nuovo. In barba alle regole, ai semplici iscritti e a tutti quanti.

Punto Due: ma voi lo sapete, negli ultimi anni, quante volte si sono riuniti gli iscritti del PD capolonese?
Ve lo dico io: mai, dal 2008 a oggi. L’ultima riunione si è svolta per presentare le candidature al direttivo comunale. Direttivo comunale nel quale chi scrive è stato regolarmente eletto, dal quale non si è mai dimesso ma al quale, ormai da anni, non viene più invitato. Da allora, si è riunita regolarmente la segreteria (per quelli meno “scafati”, la segreteria è un organismo con funzioni esecutive), si è riunito ogni tanto il direttivo comunale (che è quello dove si prendono le decisioni politiche) e non sono MAI stati consultati gli iscritti. Per un periodo che copre quasi tutto il secondo mandato-Brogi, gli iscritti sono stati sentiti solo in occasione delle cene elettorali. E infatti non c’è da meravigliarsi se il PD ha la metà degli iscritti che avevano i DS nel 2007.

Punto Tre: ma voi lo sapete che il Comune di Capolona ha dovuto vendere alloggi di proprietà comunale per due anni consecutivi, per chiudere il bilancio?
questa non c’è bisogno che ve la spieghi. Ci sono i verbali, le delibere di giunta e tutto il resto. Ovviamente, in conseguenza al punto 2, nessuno ne ha mai dato conto agli iscritti del proprio partito. Così come spesso, nei direttivi comunali a cui ho partecipato (ovvero, fino a quando non hanno smesso di invitarmi), veniva trattato con fastidio chiunque chiedesse di poter avere lumi – con l’intento di dare una mano – in merito alla gestione finanziaria del Comune.

Punto Quattro: ma voi lo sapete che il PD di Capolona, quando Alberto Ciolfi ha manifestato la sua volontà di candidarsi alle Primarie, ha risposto “nessuno ha parlato di primarie”?
Anche qui, c’è poco da spiegare. C’è un comunicato stampa, che qui vi linko, del quale ognuno può farsi l’idea che vuole. Soprattutto per quanto riguarda la parte sulla forzatura alle regole (si torni al punto 1).

Punto Cinque: ma voi lo sapete che il PD di Capolona ha fatto retromarcia sulle primarie senza che il direttivo comunale venisse riunito?
Sul perché alla fine il PD abbia deciso di ricorrere alle primarie, molte possono essere le interpretazioni possibili ma nessuna è quella ufficiale. Nel senso che, non essendosi mai riunito il direttivo comunale per discutere della questione, non esiste una presa di posizione “politica” in merito. Non resta che prenderne atto. Ma ancora una volta, a Capolona la politica non ha ritenuto necessario fare un passo in direzione dei cittadini, dei propri iscritti.

Si decide tutto nelle segrete stanze, e poi si va dai cittadini a parlare di trasparenza, di partecipazione, di nuovi modi di fare politica. Ai posteri l’ardua sentenza, io posso solo aggiungere quello che dicevano i Latini, che la sapevano più lunga di me: Mala tempora currunt, sed spes ultima dea.

Cinque domande

(foto bestourism.com)

Il prossimo anno ci saranno le elezioni a Capolona, il comune in cui sono nato e in cui ho vissuto per i primi 28 anni della mia vita. Per la prima volta, il candidato a Sindaco del centrosinistra verrà scelto tramite lo strumento delle Primarie, in ossequio a quanto stabilisce lo statuto del PD. Ergo, quale migliore occasione per fare cinque domande ai contendenti, su temi che possono essere – a mio modestissimo avviso – di grande importanza per il futuro del mio paese natale?

1. In questo momento, la situazione occupazionale nel territorio capolonese è decisamente drammatica. Numerose fabbriche ed esercizi commerciali hanno chiuso, e anche se sono consapevole che la crisi è grave a livello mondiale, ai candidati a sindaco domando: quali strategie saranno messe in atto, per provare a rilanciare l’occupazione nel nostro territorio?

2. Proprio perché siamo in un periodo di crisi economica, e anche nelle amministrazioni locali ci sono sempre meno risorse, non sarebbe il caso di attuare una piccola spending review anche per quanto riguarda le casse comunali?

3. La raccolta differenziata porta a porta è stato uno dei fiori all’occhiello dell’amministrazione di questi ultimi anni, portando il Comune di Capolona ad essere il più “virtuoso” della Provincia di Arezzo in tema di percentuale di rifiuti riciclati. Ora che il servizio è “a regime”, non potrebbero essere concordate delle migliorie al servizio per i cittadini (come ad esempio l’invio di una guida al riciclo per tutte le famiglie, o l’aumento della frequenza dei ritiri per alcune tipologie di rifiuti, soprattutto nel periodo estivo)?

4. Il Comune di Capolona è ricco di bellezze, purtroppo non abbastanza valorizzate. Quali saranno le iniziative in programma al riguardo, per incentivare il turismo nel nostro territorio?

5. Tutte le frazioni lamentano una scarsa attenzione nei loro riguardi, dalle più grandi alle più piccole. Una maggior cura del territorio, nell’ottica di renderlo più vivibile e al tempo stesso più curato, è una delle chiavi per valorizzare Capolona e le sue frazioni. Ma come si procederà, in concreto?

Queste sono delle domande, ma al tempo stesso anche degli spunti per il programma elettorale, perché – sempre a mio modesto avviso – il futuro di Capolona si gioca anche su questi cinque punti. Nel caso in cui i candidati decidano di rispondere, le risposte verranno pubblicate su questo blog. 🙂