Alcuni episodi fondamentali di Dylan Dog

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 16 aprile 2013)

Quando si prepara un post del genere, ovviamente ci si espone ad un fuoco di fila che non è evitabile. Dylan Dog è uno dei fumetti di maggior successo in Italia, in termini di vendite, da… uhm, facciamo da quando esiste il fumetto? Ergo, non potendo evitare strali, critiche, vilipendi e quant’altro, ho deciso – sia benedetto il mezzo del blog – di fare come mi pare, e di segnare semplicemente i dieci episodi dei quali IO non avrei potuto fare a meno. E se almeno un pochino vi fidate di me, dovreste proprio leggerli.

[Nota doverosa per il lettore: la numerazione da 1 a 10 non rappresenta una classifica, quanto piuttosto una catalogazione in ordine cronologico.]

1. L’alba dei morti viventi (Serie regolare, numero 1, ottobre 1986)

Come fate a leggere un fumetto se non ne avete letto il primo episodio, la genesi di tutto quanto? Un episodio che deve tantissimo ai film “classici” sugli zombi di George Romero, che inaugura (ovvio, in quanto numero 1) il periodo “citazionista” dell’Indagatore dell’Incubo:  una serie di episodi, scritti per la maggior parte da Tiziano Sclavi, in cui individuare le citazioni di film, dischi, libri e varie amenità è stato un gioco divertente anche per i lettori.  Ad impreziosire il tutto, i disegni di quello che chi scrive ritiene tuttora il miglior disegnatore in forza alla serie: Angelo Stano.

2. Gli Uccisori (Serie regolare, numero 5, febbraio 1987)

Sempre parlando di disegnatori, e giusto per ribadire la propensione al campanilismo di chi scrive, questo è il primo episodio di DD ad essere stato disegnato da un aretino, il “magnusiano” Luca Dell’Uomo. Basta questo a farlo entrare in questa top ten? Evidentemente no.  Da “Gli uccisori” è stato anche tratto il primo videogame dedicato a Dylan Dog, per il [lacrimuccia] Commodore 64, e come se ciò non bastasse, è un episodio pieno di quella che qualcuno ama chiamare violenza “gratuita”, probabilmente il primo a far scandalizzare diversi benpensanti.  Non a caso, tra i cammei di quest’albo ci sono due personaggi che con la “violenza gratuita” hanno un bel po’ a che fare: Anthony Burgess (che se non sapete chi sia io non vi voglio neanche conoscere) e Dario Argento.

3. Morgana (Serie regolare, numero 25, ottobre 1988)

Ancora una volta, alle matite abbiamo Angelo Stano, e non è un caso. Un episodio dalla trama surreale (surrealista?), che introduce un personaggio fondamentale, che semina indizi talmente importanti per il futuro della serie che – ne sono ragionevolmente sicuro – all’epoca nessuno se ne rese conto, tranne forse Tiziano Sclavi, che ça va sans dire, di DD è stato per lunghissimo tempo il deus ex machina. Un episodio che potreste leggere anche se non avete mai letto Dylan Dog prima d’ora.  Forse l’albo letto e riletto più volte da chi scrive, dopo “Storia di nessuno”, di cui parliamo tra poco.

4. Orrore nero (Serie Speciali, numero 3, estate 1989)

Avete mai sentito parlare di “Dellamorte Dellamore”, romanzo di Sclavi che ha visto la luce nel 1991, da cui tre anni dopo è stato tratto un trascurabile film con Rupert Everett e Anna Falchi?  Magari sì o magari no, non è fondamentale.  Il fatto importante è che questo romanzo, a quanto pare, era stato scritto da Sclavi nei primi anni ottanta e poi in parte smarrito, ma conteneva in sé una versione molto acerba e molto in fieri dell’indagatore dell’incubo che sarebbe stato.  “Orrore nero”, uscito due anni prima del romanzo, ripercorre questo percorso, mostrando affinità e divergenze tra Francesco Dellamorte e Dylan Dog, tra l’indagatore che avrebbe potuto essere e quello che invece è stato.

5. Storia di nessuno (Serie regolare, numero 43, aprile 1990)

…che di “Morgana” rappresenta il seguito, forse ancora più estremizzato nel suo essere “nonsense” eppure fondamentale per la storia del personaggio, tra citazioni borgesiane e Sclaviane (l’episodio pesca a piene mani da “Tre”, romanzo scritto dallo stesso autore di Dylan Dog); per mesi la redazione bonelliana venne tempestata da lettere che chiedevano più o meno “ma che diavolo è successo in Storia di nessuno?” Inutile tentare di spiegarvi anche la trama. Vi basti sapere che questo, oltre ad essere un altro episodio clou per la saga dylaniata, è – a modesto giudizio di chi scrive – l’episodio con la copertina più bella (all’epoca, ne feci fare una maglietta), i disegni migliori e una trama che sconfina nel Fumetto d’Autore (brr…)

6. Caccia alle streghe (Serie regolare, numero 69, giugno 1992)

Ovvero, la reazione Dylandoghiana (o meglio, sclaviana) alla new wave maccartista che in Italia, nei primi anni ’90, cercava di moralizzare il mondo del fumetto e del cinema horror, in un periodo in cui erano state scoperte le pentole su ben altre amoralità del nostro Paese. Una storia “a finale aperto”, dove la decisione riguardo al finale deve essere presa dal lettore.  Una storia in cui anche l’humour di Groucho è un po’ meno “leggero”, soprattutto in una battuta che abbiamo sentito ripetere molte altre volte, in altri contesti.  “Dire che il fumetto horror travia i giovani è un insulto idiota!” “Al fumetto horror?” “No, ai giovani!”

7. Il lungo addio (serie regolare, numero 74, novembre 1994)

Una storia su un amore adolescenziale di Dylan Dog, ambientata durante una vacanza al mare, splendidamente illustrata da Carlo Ambrosini, uscita per la prima volta in un piovoso novembre quando chi scrive aveva quindici anni. Chiaro come il sole che mi sarebbe rimasta nel cuore, altrettanto chiaro che mi sarebbe rimasta impressa in mente anche oggi, a quasi vent’anni di distanza, perché mi ha fatto capire che gli universi narrativi possibili di questo personaggio sono pressoché infiniti, basta saperli cercare.  È stato forse con questo episodio che si è veramente capito che DD era un fumetto che sarebbe potuto durare a lungo.

8. La storia di Dylan Dog (serie regolare, numero 100, gennaio 1995)

La storia che chiude l’ideale “tetralogia” che comprende anche i numeri 1, 25 e 43.  Firmato, come i precedenti, da Sclavi & Stano, è l’episodio che all’epoca tutti i lettori di Dylan Dog aspettavano.  Chi è realmente Xabaras? Come nasce l’amore impossibile di Dylan Dog per Morgana? Riusciremo a capire qualcosa in quello che è successo in “Morgana” e in “Storia di nessuno”? Questo albo comincia a dare alcune risposte, a tirare le fila di un personaggio noto sì per gli episodi autoconclusivi, ma che ha un passato, un presente e una serie infinita di possibili futuri.

9. Il numero duecento (serie regolare, numero 200, maggio 2003)

In una sola frase, “come l’indagatore dell’incubo è diventato l’indagatore dell’incubo”. L’alcolismo, l’abbandono di Scotland Yard, la nascita del rapporto con Groucho, l’acquisto del galeone, la citazione di Zanardi di Andrea Pazienza:  un albo da gustare pagina dopo pagina, con una Barbato (purtroppo) mai più a questi livelli e un Bruno Brindisi, recentemente diventato copertinista per la ristampa a colori di Repubblica, giunto finalmente ad una notevole maturità artistica.  Se uno volesse capirci qualcosa, del personaggio di Dylan Dog e del perché ha così tanto successo, potrebbe anche leggersi solo quest’albo.

10. Mater morbi (serie regolare, numero 281, gennaio 2010)

Dylan Dog è malato, di un misterioso morbo del quale nessuno riesce a capire niente.  Mater morbi è “la madre di tutte le malattie”.  Una storia che invita a riflettere sulla condizione psicologica dei malati gravi, sull’eutanasia, sulla sofferenza umana.  Una storia che ha riportato l’Indagatore dell’Incubo alla ribalta delle cronache, non solo fumettistiche, con tanto di interrogazioni parlamentari e altre amenità varie.  Un albo in parte autobiografico, scritto da uno degli autori più in vista del fumetto italiano contemporaneo, Roberto Recchioni, che di sé stesso dice di essere “diversamente sano”, e disegnato da un maestro conclamato del fumetto italiano, quel Massimo Carnevale che chi scrive vorrebbe come prossimo copertinista di Dylan Dog.  Un episodio che dimostra come il personaggio di Dylan Dog può ancora dire qualcosa di nuovo, un albo talmente ben accolto dai lettori che la BAO Publishing, casa editrice giovane ma assai competente, ne ha appena realizzata una versione “deluxe” per il mercato librario.

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La copertina dell’edizione in volime di “Mater Morbi” edita da BAO Publishing

Un personaggio, quello dell’Indagatore dell’incubo, che diverse volte è stato dato per morto, ma che a parere di chi scrive non ha ancora esaurito le sue potenzialità narrative.  E che comunque da oltre un quarto di secolo continua a godere di un’invidiabile vitalità. E a testimoniare quanto ho scritto, ci sono le decine e decine di storie che NON sono rientrate in questa top ten.  Se conoscete il personaggio, potete aggiungerle voi.

Alcune cose belle fatte da Frank Miller [prima che baltasse di capo]

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 22 gennaio 2014)

Uno vede un tipo come Frank Miller, sempre in giro in giacca scura e bombetta, un po’ come Tom Waits in Daunbailò, e gli sembra un tipo ganzo.

It’s a sad and beautiful world…

            It’s a sad and beautiful world…

Poi dà un’occhiata al suo portfolio, o alle cose che ha fatto in passato, e gli sembra un tipo ancora più in gamba.

Si, perché Frank Miller è uno di quelli che, dopo aver cominciato a lavorare con le “major” come disegnatore dell’Uomo Ragno (in un bellissimo episodio di Marvel Team-Up del 1980, sceneggiato da Chris Claremont e intitolato “introducing: Karma!”), ha contribuito a trasportare il fumetto americano nell’età adulta.  Nei pezzi scorsi di questa rubrica, abbiamo parlato di V per Vendetta e di Watchmen, del concetto di “revisionismo supereroistico” e di tante altre belle robe.  Tutte cose che sono state oggetto di studi molto più approfonditi e competenti di quanto in questo spazio si possa disquisire.  Alcune delle pagine più belle del fumetto americano degli anni ottanta e novanta, sempre su questo filone, sono state firmate proprio da lui, da quel Miller che ha dapprima rivoltato come un guanto il personaggio di Daredevil, introducendo il personaggio di Elektra e realizzando le splendide saghe “L’uomo senza paura” e “Rinascita”, più volte (meritatamente) riproposte in volume e disegnate rispettivamente da John Romita Jr. e David Mazzucchelli.  Poi, non contento, si è dedicato a Batman, per cui ha realizzato testi e disegni de “Il ritorno del cavaliere oscuro” (e se questo titolo non vi dice niente, beh, io non so come fare con voi) e “Batman: Anno Uno”, ancora con Mazzucchelli, saga altrettanto bella anche se un po’ meno nota.  Poi, dopo aver fatto le fortune di Marvel e DC Comics, ha creato per la Dark Horse Comics il personaggio di Martha Washington (di cui consiglio fortemente il recupero) e subito dopo la fortunatissima serie di “Sin City” (anche questa dovrebbe dirvi qualcosa, specialmente se siete fan di Robert Rodriguez e/o di Jessica Alba), di cui ha realizzato nuovamente testi e disegni, in un bianco e nero all’epoca decisamente non-mainstream nel fumetto americano, che diventerà il marchio di fabbrica della serie, i cui contenuti rimandano alla tradizione del noir e ancor di più dell’hard-boiled, sia in campo romanzesco che cinematografico, a stelle e strisce. Su Sin City, che è l’opera che ha definitivamente proiettato Frank Miller nell’olimpo dei comics USA (ad oggi, questa serie ha fruttato a Miller ben otto Eisner Awards, l’equivalente fumettistico del Premio Oscar, per dire), sono stati versati fiumi e fiumi di inchiostro, sono state scritte opere di saggistica, tesi di laurea e quant’altro:  per alcuni si tratta del punto più alto del fumetto americano degli anni novanta, per altri un’opera trascurabile (per l’eccessiva essenzialità dei disegni, delle trame, dei dialoghi), per chi scrive una lettura imprescindibile.  Non pago, sempre per la casa editrice del cavallo nero realizza anche la saga di “300” (anche qui: se negli ultimi tempi avete notato un deciso aumento dell’uso delle parole “spartano” e “Termopili”, ecco, probabilmente una parte della responsabilità è sua) e un mucchio di altre cose.  Inoltre, ha messo la sua “griffe” anche in casa Image Comics, scrivendo il numero 11 della serie “Spawn” e il crossover “Spawn/Batman”.  Si è dedicato anche, a vario titolo, alla realizzazione di progetti cinematografici (co-sceneggiando “RoboCop 2″, “RoboCop 3″, “300″, “Sin City” e dirigendo “The Spirit“, adattamento del fumetto di Sua Maestà Will Eisner, quello dei premi di cui sopra).  Insomma, uno dei nomi indubbiamente di punta del fumetto mondiale degli ultimi trent’anni. Fino a “Holy Terror”, la sua opera più controversa, quella che a parere di chi scrive avrebbe potuto risparmiarsi, quella che gli ha portato più rogne e critiche che altro.

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                                           La cover dell’edizione USA di Holy Terror

Uscita nel 2011 per la casa editrice Legendary, “Holy Terror” è una di quelle storie di cui si è sentito parlare per quasi un decennio prima che vedesse effettivamente la luce, e che avrebbe fatto meglio a rimanere nel cassetto di chi l’ha concepita.  Si cominciò a parlare di questa storia come di un possibile albo fuori serie di Batman, che avrebbe dovuto rappresentare la reazione del Crociato Incappucciato agli attacchi terroristici contro gli USA, ma che poi è diventata una storia a sé stante. A detta del suo creatore, perché ad un certo punto aveva deciso che non sarebbe più stata una storia di Batman.  Secondo altre versioni, perché la DC Comics la riteneva troppo provocatoria per essere pubblicata con l’alter ego di Bruce Wayne come protagonista.  Definito da Miller stesso un fumetto propagandistico, una sorta di attualizzazione dei comics degli anni ’40, quelli in cui Superman e Capitan America prendevano a calci in culo Hitler e i Nazisti, una storia “bound to offend just about everybody” (sempre per usare le parole dell’autore), in sostanza un fumetto dove The Fixer è l’incarnazione dell’idea di patriottismo del suo autore, e lotta contro Al Qaeda nel più semplicistico dei bianco contro nero, buono contro cattivo eccetera.  Insomma, ci siamo capiti.

Ora, per non parlare troppo del “personaggio” Miller, delle sue idee ultraconservatrici e del suo patriottismo quasi grossolano, bisogna riportare tutto nel suo giusto contesto.  Frank Miller è un grande del fumetto, e se non avete letto niente di lui vi consiglio di rimediare al più presto, perché c’è tanta, tantissima roba che non è semplicemente degna di essere letta, ma è realmente di altissimo livello.  Dare un giudizio su Miller solo sulla base di Holy Terror è un approccio miope e altrettanto semplicistico di quanto ha fatto lui in questa sua controversa opera.  Il dibattito tra opere scritte e biografie dei loro autori è talmente lungo da essere ormai fine a sé stesso, e va da Gabriele D’Annunzio a Giovanni Lindo Ferretti e via discorrendo, che volete che sia un Frank Miller in più o in meno in questo calderone.  Il punto di vista di chi scrive è abbastanza chiaro già dal titolo di questo pezzo, magari a voi potrebbe piacere pure Holy Terror (in italiano, è uscita per Bao Publishing col titolo “Sacro Terrore” nel 2012).  Ecco, in tal caso, non ditemelo, fa lo stesso.

Per la cronaca, la Bao Publishing è la stessa che pubblica Zerocalcare, autore di fumetti nato nella nostra città (ma cresciuto altrove, tra la Francia e Roma).  Non lo conoscete? Beh, per oggi abbiamo parlato di Miller, voi intanto documentatevi su Zerocalcare e sono certo che non ve ne pentirete.

“Potevamo non cominciare da V per Vendetta?”

(Articolo pubblicato originariamente su “Il Baffo”, defunto blog del Karemaski, 4 aprile 2013)

Con questo pezzo prende il via una rubrica che forse mancava e forse no, per il Baffo, nata dopo questo intenso scambio di messaggi su un noto social network (cito più o meno testualmente):

Rob: “Mi è appena venuta in mente una cosa: ma com’è che nel blog del Baffo nessuno parla di fumetti?

Baffo: “Mi è appena venuta in mente una cosa: ti va?”

Prende il nome di Graphic Nobel e non ha la pretesa di svelarvi costosissime proposte autoriali, o fumetti talmente underground che forse non li hanno letti nemmeno i loro presunti autori. Per quello ci sono già decine di siti specializzati, che li saprebbero recensire molto meglio di quanto non possa fare l’estensore del presente pezzo. Diciamo piuttosto che qui si tratterà di un tot di fumetti più o meno popolari, più o meno conosciuti, che chi scrive ha letto e si sente di consigliarvi, ecco.

La risposta alla domanda che dà il titolo al pezzo è, ovviamente, sì: potevamo cominciare da Yellow Kid. Ma il bello di un blog è che uno può, dentro certi ovvi limiti, fare un po’ come gli pare. Quindi, parliamo di V, perché sì [rima neanche troppo involontaria].

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In principio erano Warrior e la Quality Comics. Ventiquattro anni prima del film di McTeigue (su sceneggiatura dei fratelli Wachowski), un allora ventinovenne Alan Moore concepì, per le matite di David Lloyd, questa miniserie a fumetti, destinata a lasciare il segno, ma solo anni dopo, nel mondo del fumetto e ancor di più nell’immaginario collettivo. La rivista Warrior, infatti, chiuse dopo 27 numeri, lasciando incompiuta la storia di V, fino a quando l’americana DC Comics (quella di Batman e Superman, ma anche di Sandman, Watchmen ed Hellblazer, tutta roba di cui prima o poi toccherà parlare) nel 1988 ottenne i diritti per ristamparla, a colori, svelando ai lettori il deflagrante finale che Moore aveva ideato per questa storia.  Ma se ad Alan Moore dobbiamo l’idea dell’eroe/vigilante/anarchico V, è all’illustratore David Lloyd che va attribuito il look à la Guy Fawkes, diventato poi celebre in tutto il mondo grazie ad Anonymous e ai numerosi flash mob di protesta nei quali i partecipanti indossano la maschera di V.  Peraltro, dei due autori, Alan Moore non ha accettato di comparire nei titoli di testa (come del resto ha fatto per ogni altro film tratto dalle sue opere), mentre David Lloyd compare nei credits come autore della graphic novel  originale.  Ma perché V per Vendetta è diventato tanto famoso?  Un po’ per l’efficacia del main character, indubbiamente.  E un po’ per il ritmo e l’evolversi della storia, fictional ma non troppo, fantascientifica ma solo fino ad un certo punto, ambientata in un futuro prossimo che potrebbe diventare presente in qualsiasi momento.  Una storia, come dice il suo autore, “sul fascismo, sull’anarchia, sull’Inghilterra”. Ambientato (all’epoca) una quindicina di anni nel futuro, racconta di un’Inghilterra retta con pugno di ferro da una dittatura fascista, che controlla l’informazione, vieta l’arte, pratica la pulizia etnica verso le minoranze e gli omosessuali.  Contro questo stato di cose si erge V, una figura metaforica che cerca vendetta per i soprusi (da lui stesso?) subiti, e invita il popolo a ribellarsi.  Nel frattempo, V si autoproclama pigmalione di Evey, che lui stesso ha salvato dalle forze di polizia, lasciando intendere che… no, questo non posso proprio dirvelo, altrimenti rischierei di rovinarvi il piacere della lettura. SI, perché di un piacere si tratta. V è carismatico senza mai scendere nel ridicolo, V è convincente; V per Vendetta è un fumetto scritto divinamente e disegnato altrettanto bene.  La prosa di Moore… beh, chi sono io, per dire qualcosa che non sia già stato detto e scritto su questo autore? Il tratto di Lloyd è pulito, preciso, essenziale, realistico e oscuro come la storia richiede.  Un volume a fumetti che piace, solitamente, anche a chi non legge abitualmente fumetti.

V per Vendetta è una storia di cui abbiamo potuto leggere la fine, probabilmente, grazie all’enorme successo ottenuto da Watchmen, per le strane coincidenze più o meno astrali che ci sono nel mondo dei fumetti.  Ma rispetto al suo “fratello” ha una trasposizione cinematografica più fedele all’originale.  In realtà, su entrambi e sull’influenza che hanno avuto, nella cultura contemporanea, potremmo scrivere degli interi trattati (e probabilmente qualcuno lo sta già facendo).  Tanto per fare un esempio: se a fine febbraio avete visto una V rossa nelle vostre schede elettorali, beh, sappiate che c’è lo zampino di Moore e Lloyd.  E se siete arrivati a leggere fino a qui, l’unico consiglio che resta da darvi è quello di procurarvi V per Vendetta e cominciare a mettere da parte un po’ di soldini per quando si parlerà di Watchmen…

Un disastro chiamato amore

Lo ammetto: io, così come i miei 3 o 4 affezionatissimi lettori, mai avrei – avremmo – pensato di poter parlare di un romanzo come “un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli.  Eppure, per quelle strane coincidenze che nella vita talvolta accadono, i nostri percorsi si sono incrociati per vie traverse, ed ecco che questo mi ha portato alla lettura di questo libro.  Lettura avvenuta nel corso di un volo che mi stava portando in Australia, peraltro – questa segnatevela, perché dopo ci torniamo – e soprattutto risultata più piacevole e scorrevole di quello che avrei potuto pensare. E qui è dove ammetto che partivo prevenuto sul genere “romanzo rosa”. E invece “un disastro chiamato amore” è un libro che mi ha ricordato come nella vita bisognerebbe esserlo il meno possibile, prevenuti.

Ecco, la copertina non mi è piaciuta granché, ma sono dettagli.

Ecco, la copertina non mi è piaciuta granché, ma sono dettagli…

“Un disastro chiamato amore” è un romanzo piacevole, una lettura che intrattiene tenendoti sulla corda senza mai annoiarti – e ti paresse poco. La parte più interessante del libro – per chi scrive – è la caratterizzazione del personaggio principale.  Vivienne Vuloir, italo-francese che da Parigi deve trasferirsi in Liguria per scrivere una biografia su commissione, è veramente un disastro ambulante, e le gag che la vedono protagonista sono divertenti, ma non quanto le sue innumerevoli ansie e il suo modo “contorto” e molto femminile di pensare a tutto quello che le capita.  Una tra tutte – e torniamo alla voce “coincidenze” la paura di volare:  senza voler troppo rivelare della trama, per non rovinare il piacere della lettura, ad un certo punto della storia Vivienne deve decidere se prendere o meno un volo che la porterebbe in Australia.  Ecco, questa parte del libro l’ho letta a bordo di un aereo diretto a Melbourne!  Vivienne è vera, tridimensionale, rompicoglioni, impacciata e pertanto fa simpatia, anche a me che credo di essere il più atipico dei lettori di romanzi rosa che possiate immaginare. Io non lo so se Chiara Giacobelli si è ispirata a sé stessa per tratteggiare il personaggio, non la conosco così bene, ma per quel poco che la conosco immagino di si, che ci abbia messo dentro un po’ di sé. Il risultato è ok. Il solo appunto che mi sento di fare è che le figure maschili del libro, tranne ovviamente il protagonista maschile, Alex Lennyster, non sono altrettanto ben tratteggiate:  non che la trama ne risenta, però devo qui prendere le difese della categoria e dire che gli uomini sono altrettanto ricchi di sfaccettature caratteriali, spesso e volentieri.

Comunque, questo libro ha avuto per me un indubbio merito: mi ha aiutato a superare una sorta di “blocco mentale” che avevo nei confronti del genere letterario in sé.  Fino alla lettura di questo libro, ecco, direi che mi sarei potuto definire uno del tipo “non ho niente contro chi li legge, però…”, mentre invece adesso potrei tranquillamente definirmi come appartenente alla scuola di pensiero del “perché no? Mica si possono leggere solo cose impegnate nella vita!”

[…e dopo quest’ultima frase, corro a comprarmi l’ultimo libro di Noam Chomsky, così, tanto per fare pace col me stesso precedente!]

Scherzi a parte, “Un disastro chiamato amore” è stato una lettura davvero gradevole. Uno di quei libri che potreste tranquillamente far trovare sotto l’albero ad una vostra amica, fidanzata, moglie, mamma. Che vi ringrazierebbe del regalo. E poi vi chiederebbe: “ma quando esce il prossimo?”

Ah già, non ve l’ho ancora detto:  il libro ha una sorta di “finale aperto”, diciamo una porta a vetri attraverso la quale si vedono spiragli di un seguito che immagino sia più che un pensiero nella mente dell’autrice. Buona lettura, allora.  In attesa di sapere che altro ci sarà in serbo per Vivienne…

Due parole post-referendum

Ma insomma, in quanti vi sforzate di dare dei traditori a chi ha votato in modo diverso da voi? E il vincolo di mandato sul programma PD 2013 non vale davvero niente? E il fatto che la personalizzazione sia stata interamente voluta dal premier non vi sfiora il cervello? E SOPRATTUTTO, perché ostinarsi a ritenere inconcepibile il fatto che in molti (me compreso) abbiano votato NO perché non convinti della nuova strutturazione del Senato (perché non abolirlo?), dello svuotamento delle competenze delle regioni (perché mantenerle, se tante delle funzioni demandate in questi anni tornano a Roma?), della mancata riduzione dei membri della Camera dei Deputati (se “i costi della politica” erano uno dei temi, perché non andare fino in fondo?), del fatto che più in generale è una riforma un po’ pasticciata in diversi punti (solo per dirne uno: a che serve il Senato, se ad esempio – art. 78 – non ha diritto di voto neanche su un’eventuale delibera dello stato di guerra dell’Italia?) e che quindi, ammesso e non concesso che Matteo Renzi sia, sia stato “il migliore dei mondi possibili”, perché non ammettere che si sia potuto votare no alla riforma solo perché non ci piaceva il testo della riforma? Non vi sembra, questa sì, una lettura capziosa dei fatti?

Andrea Scanzi – I migliori di noi

Una regola non scritta delle recensioni letterarie di romanzi contemporanei è che non bisognerebbe mai recensire libri di persone che si conoscono, soprattutto se le si sono conosciute PRIMA che diventassero scrittori.  La mia fortuna in tal senso è che non faccio recensioni letterarie stricto sensu, ragion per cui nulla mi vieta di parlare del libro del mio ex compagno di università Andrea Scanzi, “I migliori di noi”, appena uscito da Rizzoli ed ambientato nella mia nativa Arezzo.

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Ci sono alcune cose che mi preme sottolineare di questo libro, e che esulano dalla bontà del libro stesso – che comunque mi sono letto in due giorni, quindi ha l’indubbio pregio di essere ben scritto.  La prima di queste cose è il bellissimo tributo di Arezzo che ne viene fatto:  dell’Arezzo dentro le mura della città vecchia, degli scorci poco conosciuti agli aretini stessi e ovviamente ancor meno a chi viene da fuori, del materiale umano di questa città che emerge in tutta la sua tridimensionalità.  L’aretino bubatore, dalla lingua tagliente e sempre pronto a lamentarsi, ma di animo buono, se lo si sa prendere.  La città che quando ci fai un passo dentro ti accoglie e ti strega, questa Arezzo così “inconsapevolmente bella” che gli ultimi ad accorgersene sono proprio gli aretini.
La seconda – vivaddio – è che Arezzo, la città dei “botoli ringhiosi” per dirla col Sommo Poeta, sa essere ironica ed autoironica, in modi che spesso non emergono, forse per quella sua toscanità ghibellina,  lontana anni luce dalla presunzione sottile di Firenze.  E Andrea Scanzi – non starò qui a dilungarmi nel dirvi che c’è dell’altro anche nell’autore, oltre a quello che vediamo in TV, perché ve lo diranno in millemila pezzi, tutti molto meglio di quanto saprei fare io –  è stato brillantissimo nel sintetizzarlo, in questo passaggio:

Ultimamente in questa città nascono solo cantanti stonati, ministre citrulle e giornalisti stronzi. È un bel problema.
Se continua così, Pietro Aretino andrà da San Pietro e chiederà un nuovo nome d’arte. Che so, Pietro il Biturgense.

Ecco, questo passaggio sintetizza Arezzo nella sua essenza, non solo “timida anche quando è sabato sera”, ma anche critica feroce verso l’interno tanto quanto verso l’esterno, qualità non da poco e spesso non sottolineata da chicchessia. In un mondo in cui tutti hanno la verità in tasca, saper essere autocritici è un pregio troppo spesso sottovalutato.

Ora, il romanzo si legge bene perché la trama ha una sua linearità e uno sviluppo che non mira a sorprendere il lettore con colpi di scena continui, ma a tenerlo agganciato al dipanarsi della storia, fino al [SPOILER, ma non troppo] finale aperto [/SPOILER] tramite il racconto di una storia di amicizia persa e poi ritrovata, dei perché e dei percome, che sono sensazioni che hanno una sua universalità tale per cui potremmo benissimo prendere il romanzo di peso e spostarlo, che so, da Arezzo a Udine o ad Ancona (tanto per dire due città italiane dello stesso ordine di grandezza) e tante cose sarebbero rimaste le stesse.  Non tutte, ovviamente, perchè gli anconetani e gli udinesi non sono gli aretini.  I rapporti di amicizia che si perdono e si riagganciano a distanza di anni sono uno dei temi più trattati nella storia del romanzo europeo, potrei fare tanti di quei nomi da fare una lista comunque lacunosa, per cui ne faccio uno solo e accontentatevi: “Le Braci” di Sándor Márai.  Ovviamente lì c’è un registro molto più tragico, mentre qui siamo in un ambito più scanzonato:  Andrea Scanzi, per scrivere questo libro, ha detto di essersi ispirato a Marco Malvaldi, e se ne trovano indubbiamente le tracce (nei dialoghi tra i personaggi anziani e quelli più giovani, ma anche nell’occhio sempre ironico del narratore verso gli usi e i costumi dell’Italia di oggi), così come nel precedente (“La vita è un ballo fuori tempo”, se non lo conoscete, recuperatevelo e leggetevi anche quello, male non vi fa, anzi) c’erano dei rimandi in termini di linguaggio che solleticavano il miglior Stefano Benni.  Ma evidentemente fin qui non sono stato convincente nello spiegarvi perché dovreste leggervi questo libro, me ne rendo conto.  Sintetizziamo.
C’è Arezzo, abbiamo detto. Ci sono una schiera di tipi umani. C’è una storia di amici che si perdono e si ritrovano. E poi? Poi c’è Andrea Scanzi, che nel bene o nel male è una delle penne più pungenti che abbiamo oggi in Italia, ma c’è in un modo per certi versi inedito.  L’Andrea Scanzi narratore, pur senza rinunciare ad essere ironico nel modo che da sempre lo contraddistingue, mostra in questo caso un’indulgenza che in altri suoi scritti, per motivi che dovrebbero sembrarvi ovvi, non ha. Ah, e c’è la musica, come sempre, come in tutto quello di cui scrive Scanzi, anche quando magari ad una prima occhiata non ce ne accorgiamo.

Non c’è solo una città di provincia, insomma, seppur sia un protagonista ingombrante in questo racconto. C’è una storia che mischia provincia e caratteri universali, musica pop e prog-rock, scorci da cartolina e scene di vita odierna, ironia e sentimenti, uno ieri analogico che resiste fieramente ad un oggi digitale.  Forse vi sembra poco.  Non lo è, credetemi.

Un’ultima cosa, se siete arrivati a leggere fin qui e siete aretini: quasi tutti i comprimari del libro sono ispirati più o meno liberamente a persone realmente esistenti.  Alcune hanno il loro vero nome, altre si capiscono bene, per altre ancora ci vuole uno sforzo in più.  Ma all’occhio del sottoscritto, questo è un pregio:  non tutto può essere svelato, la bellezza di un’opera letteraria è anche (soprattutto?) in quello che NON è scritto a chiare lettere. E in ogni caso, se vi capita di incontrarlo al Tuscanative, potete sempre chiederglielo di persona.

Ah, per quanto riguarda la trama, e un resoconto della serata di presentazione – 350 persone presenti, da Arezzo e non solo, non so se rendo l’idea, andate qui, ché l’autore del pezzo è anche un personaggio del libro, per cui scrive “da dentro” ed è indubbiamente più bravo – e lineare – di me.  E comunque, ve l’avevo detto già all’inizio, che questa non era una recensione.

10 nomi da non dare alla vostra band indie…

…anche perché sono già presi.

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     In che senso, “sono già presi”?

Ebbene, anche se questa cosa potrà sembrarvi incredibile, non potrete chiamare la vostra band con nessuno dei nomi che seguono, perché ci ha già pensato qualcuno prima di voi. Come dite? Sono nomi raccapriccianti? Eh. Non è colpa dell’estensore di questo post.  Lungi da me voler fare un giudizio squisitamente tecnico sulla qualità della musica offerta da questi gruppi (a meno che non me lo chiediate privatamente, in qual caso potrei anche avvalermi della facoltà di non rispondere). Ma andiamo avanti, concentriamoci sui nomi, e su come vorrebbero – dovrebbero? – essere accattivanti, con effetti che a volte rasentano il (tragi-)comico.

  1. Le capre a sonagli, I cani, Iosonouncane, L’orso, Colapesce, Gatto Ciliegia contro il grande freddo.  Allo zoo… Poroporopò! Dai, ma siete seri?
  2. Management del dolore post-operatorio. Di chi?
  3. I ministri. De che?
  4. L’officina della camomilla. E lo sforzo di voler trovare un nome finto-originale a tutti i costi. ZZZzzzzzZZZZZzzzz.
  5. Thegiornalisti. Erano proprio finite le proposte, vero?
  6. Calcutta. Posto famoso per le fogne. Se voleva essere autoironia, mh.
  7. Bud Spencer Blues Explosion. Che era un nome ganzo finché eravate tra di voi.
  8. Dead cat in a bag. What?
  9. Ofeliadorme, Valentinadorme, Giuliodorme*. E chi se ne frega?
  10. Brothers in law. I cognati? Ma che davero?

Menzione d’onore per tutti i gruppi con un punto esclamativo nel nome, o quelli comunque con nomi esageratamente lunghi.  NON siete i Godspeed You! Black Emperor, e NON siete gli …And You Will Know Us by the Trail of Dead. E comunque anche i loro nomi non sono certo tra i migliori che mente umana abbia mai partorito.

*(band sciolta nel 2002.)