L’orto di Montevarchi e il cuore amaranto.

(Articolo pubblicato su Amaranto Magazine)

   Non capita molto spesso, nel calcio di oggi, di vedere una squadra che ha totalizzato due punti in quattro partite andare sotto la curva dei propri sostenitori a prendersi gli applausi convinti di tutto il settore. Non capita molto spesso di trovare un orto nel settore ospiti, e non “du’ cesti de insalata”, ma proprio tutto un orticello fatto per bene, con tanto di paletti per i pomodori e attrezzi chiusi dentro al gabbiotto dei gelati ormai in disuso (alla persona che se ne occupa, sicuramente verrà in mente presto di mettere un cancello, o di dislocare altrove le proprie colture).

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                      Un orto dietro una curva di calcio. O quel che ne resta dopo un derby.

Non capita molto spesso di vedere che la tifoseria di casa ce la mette tutta, ma proprio tutta, per farsi insultare, ma invano, perché va bene la rivalità, vanno bene i derby, ma a tutto c’è un limite.  Non capita molto spesso, ma ieri a Montevarchi è capitato.

   Perché i ragazzi di mister Carrara, che ieri hanno finalmente portato a termine i 90 minuti in una gara ufficiale senza prendere gol, sono ragazzi che danno l’anima, ai quali al novantesimo non si può proprio rimproverare niente, perché ce l’hanno messa tutta. Averla avuta, questa grinta e questa voglia di lottare, nei tre anni scorsi, c’è da scommettere che la nostra permanenza lontano dalla B sarebbe durata molto meno a lungo. Non a caso, negli anni scorsi in curva si cantava spesso “noi vogliamo gente che lotta”, ma l’altro ieri non ce n’è stato bisogno. Certo, i puristi del calcio storceranno il naso di fronte ad una prestazione nella quale non abbiamo quasi mai impensierito la retroguardia rossoblù, ma per i puristi del calcio c’è la Champions League al martedì e al mercoledì in TV. Noi siamo l’Arezzo, e la nostra storia è fatta di tanta, tantissima serie C, un po’ di serie B e qualche anno tra i dilettanti. Non siamo frequentatori abituali dello Stamford Bridge o dell’Old Trafford, del Camp Nou o del Bernabeu. Però anche domenica c’è stato un gran tifo per tutta la partita, con buona pace della curva montevarchina che sperava chissà cosa, c’è stato chi a fine partita era “sudato mezzo” per aver sbandierato per novanta minuti, c’è stata una squadra che ha lottato su ogni pallone. Verrà il tempo delle sfide internazionali? Chi lo sa. Per ora possiamo essere contenti così, per questa squadra che non avrà ancora una grande coesione tattica, ma ha grinta e voglia di lottare da vendere. Forse in pochi se ne sono resi conto, ma questa squadra incarna appieno il “vecchio cuore amaranto” che troppo spesso in questi anni ci è mancato.

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il mio benvenuto

(Scritto ascoltando Giardini di Mirò – “Rise and fall of academic drifting”, tempo massimo di lettura: 1’14”)

Caro Alessandro, quando sei nato tu, il 20 di settembre, è successa una magia: il giorno non è finito, ed è durato 48 ore invece di 24, e alla fine eravamo tremendamente stanchi e al tempo stesso felici come non lo eravamo mai stati prima.
Sei nato nei giorni più belli dell’anno, quelli in cui il sole riscalda il giorno senza bruciarlo e in cui la sera il fresco ci permette di riposare e dormire bene. Nei giorni in cui l’aria profuma di mosto e in cui il sole indugia ancora nel cielo fin verso l’ora di cena. Quei giorni che da ragazzo non apprezzerai, perché magari sarai appena rientrato a scuola, ma che quando avrai la mia età ti si attaccheranno addosso con una sottile nostalgia per tutto l’inverno, fino alla primavera.

Appena sei nato, hai provato subito a farmi un piccolo dispetto, ma io non me la sono presa. Non posso giurarti che sarà sempre così, ma posso prometterti che ce la metterò tutta per capirti. Sei al mondo da appena una settimana, eppure i tuoi effetti benefici su di me e su tutta la famiglia sono già evidenti. I nonni, le nonne e le bisnonne sembrano ringiovanite di diversi anni; lo zio ha passato un esame importante il giorno dopo la tua nascita; io e la tua mamma abbiamo una sopportazione della fatica e della privazione del sonno che non avremmo mai neanche lontanamente sospettato.
I tuoi primi sorrisi mi fanno affiorare agli occhi lacrime di gioia, che non provo nemmeno a reprimere. Quei sorrisi che – si diceva una volta – i neonati fanno “perché vedono gli angeli.” Che uno ci creda o meno, è una bella immagine. Ci ha fatto gli auguri tanta di quella gente che mi ha fatto pensare che tu fossi una celebrità ancor prima di nascere, e forse lo sei davvero. In ogni caso, sei l’emozione più grande che la vita mi abbia mai regalato.

Ha ragione la mamma: tu sei un miracolo. E a me non resta che arrendermi a te e darti il benvenuto. è bellissimo, proprio come lo immaginavo.