LO STRANIERO, ascoltare hip hop in italiano negli anni novanta.

“Io sono il numero zero, facce diffidenti quando passa lo straniero”

Sono a Roma con amici, è un tiepido giorno di primavera del 1996. le scuole stanno per finire e io sono appena uscito da Messaggerie Musicali con in mano la cassetta di “Neffa e i Messaggeri della Dopa”. Non ho mai avuto un amore così folgorante come quello che ho avuto per l’hip-hop. Non sono mai stato respinto in modo così brutale come lo sono stato dall’hip-hop. Vedi te com’è strana, a volte, la vita.

Il mio primo contatto con il mondo del rap, e successivamente dell’hip-hop, avviene intorno alla fine del 1993 quando nei palinsesti delle radio c.d. generaliste cominciano ad apparire trasmissioni con nomi altisonanti tipo Venerdì Rappa o Codice Rap. C’era stato Jovanotti qualche anno prima, ma non vale, a meno di non voler considerare “io sono Jovanotti il capo della banda se vuoi essere dei nostri devi fare domanda” una roba talmente trash da diventare valida per il solo fatto che ti entra in testa al primo ascolto, tanto è trash. A dire il vero Jovanotti ci aveva anche riprovato, nel 1992, ed era andata un po’ meglio, quando aveva aperto il quinto disco con un pezzo che si chiamava “il rap”, che pur essendo credibile quanto lo sarei io se mi presentassi a un provino per giocare trequartista per la Juventus, se non altro aveva il merito di incuriosire un giovane tredicenne com’ero io all’epoca verso un genere musicale di cui non esistevano parametri di riferimento, e se abitavi in provincia di Arezzo non c’era praticamente modo di avere un genitore tanto illuminato da fartene venire a conoscenza, magari passandoti i vinili di Grandmaster Flash o di Afrika Bambaataa.

“Rob, te sei stato la prima persona che conosco ad ascoltare i Public Enemy, ti sembra poco?”

(Il mio amico Marco, sulla strada verso un concerto dei Massive Attack non esattamente memorabile)

Non ci sarà mai un genere musicale che mi abbia attirato e poi respinto con la stessa potenza con cui ha saputo farlo il rap, dicevamo. Il rap mi fa incazzare come una bestia, diciamocelo senza tanti giri di parole – anzi, circoscriviamo il campo: il rap italiano mi fa questo effetto. Forse per questo oggi che ho un po’ più di quarant’anni riesco ad ascoltare con testa sgombra e animo sereno i pezzi di quei musicisti che si sono prefissati l’obiettivo di seppellire i loro illustri predecessori aggiungendo una T all’inizio del genere musicale. Vabbè. Storia lunga, ma se siete arrivati a questo punto della lettura significa che ve lo potevate immaginare. Comunque. Le osservazioni sono di due ordini di genere. La prima: il rap italiano mi fa incazzare, come del resto buona parte della “scena” della seconda metà degli anni novanta in provincia, perché è avvitato in una spirale di contraddizioni che mi fa l’effetto di quando un gorgo ti attira, ti attira, ti attira verso il centro e poi ti risputa fuori. La seconda: il rap italiano manca spesso di flow, o nella migliore delle ipotesi ha il flow ma parla del nulla o quasi, con l’effetto forse perfino fastidioso di scimmiottare i padri nobili degli States.

Voglio spiegare meglio questa cosa del rap che ti risputa fuori. Il punto è molto semplice: negli anni novanta, quando il rap e l’hip-hop facevano capolino nei paraggi delle nostre città, ovviamente erano uno dei life model più fighi ma al tempo stesso più impegnativi per un adolescente. Era tutto problematico: vestire oversize, vestire con le canotte delle squadre NBA, stare al passo con le uscite musicali, anche avere un approccio high alla vita. Servivano soldi in tasca, per le canotte, per i jeans oversize, per le scarpe da basket, per i CD originali, per l’approccio high e per tacer del resto. Da street culture, insomma, l’approccio integralista alla faccenda era una roba quasi esclusivamente riservata a figli di papà desiderosi di fare gli alternativi, almeno dalle mie parti. E allora io non ho potuto che tenermene fuori, ecco. Le sneakers della Fila perché effettivamente erano comode per giocare a basket ma si potevano indossare anche coi blue jeans, non oversize. La felpa con la cerniera e il cappuccio, e la voglia di rappresentare sé stessi attraverso il basket, per carenza di conoscenze musicali, capacità di acquistare dischi, inserirsi nei giri giusti. Prendevo tutti questi fighetti fintoalternativi che vestivano oversize, che in un certo senso erano la versione speculare dei fighetti delle polo Ralph Lauren col colletto alzato, e gli facevo il culo nel campo da basket, pur non essendo io Allen Iverson, tutt’altro. Mi ricordo una volta in particolare, c’era questo tizio che aveva la canotta celeste degli Charlotte Hornets di Larry Johnson, che all’epoca in cui si svolgevano i fatti era la cosa più figa del mondo con notevole distacco sulla seconda, e insomma una volta siamo capitati nello stesso campetto di basket, forse era l’ora di educazione fisica al liceo, e abbiamo giocato 3 contro 3. Io in difesa ero abbinato a lui, che più o meno era alto come me. Prima azione sua, lo stoppo mentre cerca di andare in appoggio. Palla mia, cerco di incrociare il palleggio senza neanche forzare troppo, lo lascio sul posto, appoggio due punti al tabellone. Terzo possesso, prova un tiro, vedo che la meccanica è tremenda, una roba tipo Shawn Marion per capirci

che si schianta sulla tabella senza nemmeno sfiorare il canestro.

E allora capisco che sono tutte fesserie, quelle dell’hip-hop in Italia, o meglio, nella provincia italiana, che è un trend di riflesso, che avrebbe potuto benissimo essere tutta un’altra cosa, se negli USA fosse andato di moda qualcos’altro. Pezzi su pezzi su pezzi in cui il rapper di turno elencava una serie di motivi per cui lui poteva e tu no, una roba che avresti voluto ingaggiare una rissa anche solo per principio, che va bene che ci sono stati Jovanotti e DJ Flash, ma insomma, potrei fare i nomi di almeno quattro artisti e/o gruppi che erano partiti per essere i più veri, duri e puri del mondo, ma quando hanno visto il colore dei quattrini – all’epoca ancora si parlava di lire, per contestualizzare un attimo – hanno deciso che loro avevano rappresentato a sufficienza, ecco, insomma, sapete com’è, tengo famiglia, tutti teniamo famiglia. 

Certo, c’erano delle eccezioni, in alcuni casi anche delle ragguardevoli eccezioni, e non è un caso se probabilmente il secondo disco italiano più bello tra quelli usciti negli anni 90 è il secondo di Frankie Hi-NRG MC, che peraltro è forse l’unico ad essere arrivato in cima alle hit parade con quella canzone di cui tutti ricordate il testo, col ritornello cantato da Riccardo Sinigallia e il videoclip nel taxi di notte a Roma, ecco, sì, proprio quella lì. Ma a parte queste eccezioni, i cedimenti strutturali erano di gran lunga numericamente superiori agli edifici che restavano in piedi, segno che era proprio sbagliato il progetto, erano sbagliati i materiali, era la costruzione nell’insieme a non funzionare. E allora ho virato altrove, come spesso accade in quella fascia d’età in cui la vita è davvero un insieme di possibilità e non un sentiero stretto, e mi rendo conto che di sicuro mi son perso qualcosa, a volte mi chiedo persino come sarebbe stata la mia vita se non avessi sostanzialmente abbandonato l’ascolto della musica rap e hip-hop se non per sporadiche e abbastanza casuali rentrée, e senza stare a dire “meglio” o “peggio”, sono ragionevolmente certo che sarebbe stata assai “diversa”, perché avrei dovuto trovare una strada mia per gestire la questione dell’approccio integralista alla faccenda, ma magari sarebbe bastato tenere duro qualche altro anno, aspettare quel tanto che bastava per far sì che arrivassero i masterizzatori, i CD-R e i CD-RW,  l’ADSL a casa eccetera eccetera, e invece quando quel momento storico è arrivato io ero già da un’altra parte, avevo altri riferimenti musicali, altri giri, giocavo ancora a basket ma per me l’epopea del rap made in Italy inizia con Verba Manent e finisce con 107 Elementi, con tutte le cose ragguardevoli che ci sono state in mezzo, da SxM in poi.

SxM merita un discorso a parte, perché sfugge a tutte le logiche di cui sopra. È un disco che non fa sconti, soprattutto non ne fa a sé stesso e ai suoi autori, come forse solo A volte ritorno di Lou X, disco in cui però mi sono imbattuto quando ero già fuori dalla fase hip hop, quindi che ho ascoltato con testa, cuore e orecchie diverse. Ma l’album dei Sanguemisto, invece, ecco io ero lì mentre succedeva, mentre il nome cominciava a girare e un certo numero di persone conosceva a memoria la rima la mia posizione / è di straniero nella mia nazione. Era un disco che scavava un solco profondo, e comunque più sensato, tra chi non lo conosceva e chi lo conosceva. Nel primo caso eri un ascoltatore superficiale, dilettante o distratto. Nel secondo, davi prova di aver approfondito l’argomento, di volerti davvero interessare a quella faccenda in espansione che era l’hip hop in italiano, e conoscerlo nel suo lato più conscious, e proprio per questo più autentico o quanto meno più prossimo all’originale. Forse per questo non ho mai provato fastidio nell’ascolto, né durante né dopo quella fase. 

Certo, c’è stata una coda, perché come tutti i grandi amori non corrisposti lascia una scia che somiglia un po’ a quella di una cometa: splende ben visibile, poi pian piano si affievolisce, e il ricordo della scia porta sempre nostalgia. Ho fatto una rima, per l’appunto – certi amori non finiscono mai del tutto. C’è ancora una cosa che ci tengo a dire: io lo so, davvero, che c’è gente che è riuscita a starci dentro fino in fondo, a questa storia, che l’ha vissuta in modo pieno, vero e con amore profondo. Vi rispetto tanto, tutti – e sono assolutamente privo di ironia quando dico questa cosa. Uno dei miei sogni nel cassetto era quello di registrare un EP di musica hip hop in italiano. Per ora è rimasto lì, ma che ne sai.

Sono passati poco più di 25 anni da quel giorno in cui me ne uscivo da Messaggerie Musicali a Roma con in mano la cassetta ancora incellofanata di “Neffa e i Messaggeri della Dopa”. Qualche mese fa ho visto Neffa di sfuggita a Sanremo duettare con una tizia, lui era stonato e lei no, ma soprattutto erano entrambi fuori tempo in un modo così grave che mi sentivo in imbarazzo per loro, per me, per il flow.  

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