Lucky

HEROES

“Ale, ma chi sono questi personaggi sulla tua maglietta?”
“Capitan America, Iron Man, Thor e Spider-Man”
“Bravo Ale, sei molto preparato sui supereroi!”
“Babbo, Spider-Man è un supereroe, come te?”

Ok. Fucilatemi adesso, non credo che potrò mai più essere più autenticamente felice di così.

Kimota!

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 23 aprile 2014)

C’è stato un tempo in cui non esisteva il revisionismo supereroistico, quella corrente autoriale di cui abbiamo già accennato brevemente in un pezzo dei mesi scorsi.  Questo tempo è durato fino al 1982, cioè fino a quando Alan Moore decise di riportare in auge il personaggio creato originariamente nel 1953 da Mick Anglo con il nome di Marvelman.

      Il Marvelman creato da Mick Anglo nel 1953 era un po così.

Per un periodo di tempo abbastanza lungo, in Italia su Miracleman cè stata più letteratura scritta che albi pubblicati, per questioni di diritti talmente lunghe, complicate e tediose che non è il caso di riportare qui:  se proprio siete curiosi, cliccando qui vi farete unidea abbastanza attendibile di quelle che sono state le peripezie editoriali legate al personaggio.  Ai fini di quanto dobbiamo dirvi in questa sede, ovvero che Miracleman è un fumetto che va letto in tutti i modi, vi basti sapere che due mostri sacri del fumetto contemporaneo come Todd McFarlane e Neil Gaiman si sono scornati per anni per vie legali al fine di poter detenere i diritti del personaggio.  Per dare una vaga idea di quanto importante sia Miracleman nella storia del fumetto mondiale contemporaneo, vi basti sapere che non è affatto azzardato né improprio affermare che cè un mondo del fumetto supereroistico prima di Miracleman e un mondo del fumetto supereroistico dopo Miracleman.  Ci rendiamo conto che sembra una frase fatta, una di quelle cose che si dicono sempre in questi casi, ma cè un metodo infallibile per scoprirlo:  in questi giorni, è uscito per i tizi di Panini Comics il primo numero di quella che auspicabilmente sarà ledizione italiana integrale delle avventure di Micky Moran, per giunta a un prezzo di lancio di 1,99 eurini.  Il consiglio che ci sembra il caso di darvi, è di prendere il numero 1, e almeno anche i successivi tre o quattro.  Sono fumetti che sono stati pubblicati una ventina danni fa, ma non hanno perso neanche un briciolo del loro smalto.  Basta leggersi il primo numero per capire che quello che si ha fra le mani è un pezzo di storia dei comics.

Ok, fine della parte celebrativa.  Fate finta che lunica cosa che ci fosse scritta sopra sia è appena uscito il numero 1 di Miracleman. Decontestualizzate, decomprimete, lasciate stare le beghe legali e la storia del fumetto americano, accantonate il revisionismo supereroistico, il prima, il durante e il dopo.  Fate un respiro profondo. Continuate a leggere.

[Passaggio alla prima persona singolare] Facciamo finta che uno entri in edicola o in fumetteria e veda che cè questo numero 1 negli scaffali.  Riuscite a dirmi un solo motivo per cui uno dovrebbe perdersi un fumetto che ha avuto tra i propri autori Alan Moore (quello di V per Vendetta, di Watchmen e di un sacco di altre cose fighe, anche se ultimamente è entrato anche lui nel sempre meno esclusivo club di quelli che sputano nel piatto in cui hanno mangiato per decenni), Neil Gaiman (che potreste aver sentito dire per Sandman, o per alcuni suoi notevoli romanzi tipo Stardust, American Gods, Nessun dove e I ragazzi di Anansi), Alan Davis (uno che ha disegnato Batman e praticamente tutti i personaggi della Marvel, dagli X-Men agli Avengers, da Capitan America a Iron Man) e Barry Windsor-Smith (uno che ha vinto una quantità imprecisata di premi per i suoi lavori sul fumetto di Conan, che ha realizzato una delle storie di Wolverine più belle di sempre e che dal 2008 è nella Hall of Fame del fumetto mondiale)? No, non riuscite a dirmelo, perché non cè. Punto.  Anzi, faccio una cosa che di solito non si fa, in una recensione:  cito quello che ha detto un altro recensore, perché avrei voluto dirlo io ma sono arrivato dopo.  Se dovete troncare qualche testata per rientrare nelle spese, fatelo, se necessario smettete anche di fumare (è la cosa più inutile del mondo), o di sfondarvi il fegato in aperitivi quotidiani dove tanto, ormai a parte il conto da pagare, o la promessa di una cirrosi epatica, non rimediate molto altro. Insomma tagliate qualcosa di superfluo nella vostra vita, perchè finalmente, arriva in Italia, qualcosa di fondamentale [Fine dell’uso della prima persona singolare]

Tutto questo, senza avervi anticipato nulla della storia, o se preferite unespressione più alla moda senza fare alcuno spoiler sulla trama. Che sostanzialmente si dipana attorno ad un tema:  che succederebbe se un supereroe si trovasse calato davvero nel mondo reale?  Il tipo di operazione letteraria che avevano tentato le major americane (i supereroi con superproblemi), senza però riuscire a portarla a compimento, viene qui realizzata appieno. Retrospettivamente, la grandezza di MM è tutta qui, nel prendere gli elementi di ingenuità tipici del fumetto dei supereroi (per attivare i propri superpoteri, Micky Moran deve pronunciare la parola segreta che è la chiave armonica delluniverso, ossia Kimota!, che altro non è che Atomic letta al contrario, con la K al posto della C per non alterarne la pronuncia) e fargli avere un brusco risveglio, come quando da bambini si realizza che le cose che immaginiamo di poter fare non riusciremo mai a farle davvero.  Ed è stato il primo a riuscirci senza se e senza ma, a portare il tema a compimento senza aver paura delle conseguenze.  In poche parole, Miracleman di Alan Moore è il compagno di classe più grande che rivela per primo al mondo del fumetto che Babbo Natale non esiste. Direi che basta questo per capire che non è davvero il caso di perderselo.

Zagor: più che un fumetto, uno scrigno di tesori (letterari)

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 21 settembre 2013)

A modesto parere di chi scrive, la distinzione tra Letteratura e fumetto è sempre stata piuttosto artificiosa, visto che in entrambi i casi a fare la differenza è il saper raccontare bene (o meno bene) una storia.  Non a caso, infatti, i “generi letterari” sono spesso facilmente sovrapponibili a quelli fumettistici.  Si parla di fumetti – tanto per citare alcuni generi noti ai più – “Noir”, “Fantascientifici”, “Horror” e “Avventurosi” allo stesso modo in cui si parlerebbe di romanzi dei medesimi generi.  Così, la longevità di una testata fumettistica è spesso legata in maniera indissolubile alla sua capacità di saper interpretare (e, laddove necessario, reinventare) le regole del proprio genere letterario “di riferimento”.  In uno dei pezzi passati di questa rubrica, abbiamo parlato di Tex, che potremmo definire il fumetto western per antonomasia, capace di sopravvivere all’evolversi dei gusti e al succedersi delle stagioni solo con minimi accorgimenti.  In questo senso, invece, Zagor, che con Tex condivide la casa editrice (e l’ultracinquantennale storia editoriale) è l’eccezione che conferma la regola.

La storica copertina de La foresta degli agguati, primo                                         numero di Zagor

Zagor, infatti, non ha un genere letterario a cui fare “rigidamente” riferimento:  potremmo definirlo un fumetto di genere “avventuroso”, ma sarebbe riduttivo, viste le innumerevoli escursioni nell’horror, nel giallo, nel western (sia pure un western molto contaminato e per certi versi ante litteram).  Zagor ha piuttosto un minimo comune denominatore, che è quello che è stato brillantemente sintetizzato da Moreno Burattini, curatore della testata che dal 1961 è ininterrottamente presente nelle edicole italiane: il Sense of wonderZagor è un personaggio dalle potenzialità narrative praticamente sconfinate:  nelle sue storie possiamo trovarlo in compagnia di trappers o a lottare contro dei vampiri, alleato dei Mohawk del suo fratello di sangue Tonka o di fronte ad una minaccia aliena, possiamo trovarlo a fronteggiare le ambizioni di una compagnia ferroviaria senza scrupoli o imbarcato in una nave che lo porta in Islanda, o in Africa, o, come nel caso delle storie attualmente in corso di pubblicazione nell’albo mensile, in una lunga trasferta che tocca tutto il centro e il Sud America.  La sua capanna nelle paludi di Darkwood, infatti, è spesso solo la base di partenza per avventure che di volta in volta lo vedono affrontare variopinte minacce, sempre in compagnia del fidato pard Cico, messicano dall’appetito insaziabile, creato come spalla comica ma evolutosi poi in un personaggio in grado di affiancare Patrick Wilding (questo il vero nome di Zagor) in tutte le sue peripezie.

Negli anni, hanno firmato le avventure di Za-Gor-Te-Nay autori del calibro di Sergio Bonelli (che di Zagor è stato il creatore con lo pseudonimo di Guido Nolitta, insieme a Gallieno Ferri che dal 1961 ad oggi ha firmato tutte le copertine degli albi dello Spirito con la scure), G. L. Bonelli (papà di Sergio, e soprattutto papà di Tex), Mauro Boselli, Tiziano Sclavi, Moreno Burattini, Marcello Toninelli.  E sempre a modesto parere di chi scrive, non è certo sacrilego affermare che oggi come oggi Zagor è, per il livello qualitativo delle storie prodotte e dei disegnatori che si alternano sul personaggio, il miglior fumetto che ogni mese esce da Casa Bonelli, nonché uno dei più “vitali”, come dimostrano anche le ripetute proroghe alla Collezione Storica a Colori pubblicata in collaborazione con Repubblica.  Di Zagor, a cui il cantautore Graziano Romani ha dedicato un concept album intitolato King of Darkwood, di Sergio Bonelli, dello stato di salute della testata (e del fumetto italiano) e di progetti per il futuro, abbiamo parlato proprio con Moreno Burattini.  Questo è quello che ci ha detto.

 1. Za-gor-te-nay, lo Spirito con la scure, è un personaggio che dimostra ancora uneccezionale vitalità a dispetto dei suoi 52 anni di storia editoriale. Quanta parte del merito va allintuizione iniziale che ha portato alla nascita del personaggio, e quanta invece allabilità dei grandi autori che negli anni si sono avvicendati nella realizzazione delle storie del personaggio?

 Guido Nolitta e Gallieno Ferri, nel 1961, ebbero sicuramente una grande intuizione: quella di creare un personaggio che fosse trasversale ai generi, che potesse venire contaminato da qualunque suggestione, partendo però da una ambientazione di base realistica e soprattutto “rassicurante” per i lettori dell’epoca, abituati ai fumetti western e a vedere al cinema film con indiani e cowboy. Ma giusto per spostare il tiro rispetto ai tradizionali scenari del West, Zagor venne collocato non nel Sud Ovest ma nel Nord Est, non nella seconda metà dell’Ottocento, ma nella prima. Eroe della frontiera, sì, ma della Vecchia Frontiera: qualcosa di più esotico, dunque. Una scelta che preludeva appunto a tutta una serie di impreviste variazioni su tema e tutta la gamma delle contaminazioni possibili in cui il western e l’avventura si intrecciavano con il fantasy, l’horror, la fantascienza, il racconto storico, il giallo, l’umorismo. È chiaro che un personaggio così pronto a cambiar casacca restando però fedele, nello stesso tempo, alla sua impostazione di fondo, ha nel DNA la capacità di resistere al passaggio delle stagioni e adeguarsi ai tempi che cambiano. Tuttavia, non saremmo arrivati a cinquantadue anni di ininterrotto successo se le premesse iniziali non fossero state ben comprese e ben interpretate da una pattuglia di altri autori, sceneggiatori e disegnatori, che nel corso dei decenni hanno raccolto l’eredità dei creatori. In questo, io e tutti gli altri che siamo stati chiamati a questo difficile compito, siamo stati aiutati fino a 2011 dalla presenza di Sergio Bonelli rimasto al nostro fianco a indicare la rotta e di Gallieno Ferri che è ancora oggi tra noi con le mani saldamente sul timone.

 2. Tu sei da qualche tempo il curatore, nonché uno degli autori più prolifici, di un personaggio che è stato ideato e scritto per anni da Sergio Bonelli in persona. Quanto ti è stato utile poter lavorare fianco a fianco con lui (e con Gallieno Ferri, creatore grafico del personaggio e copertinista da oltre cinquantanni), e quanto senti oggi la responsabilità di questo ruolo?

 Alla responsabilità preferisco non pensare per non sentirmene schiacciato. Prima di essere un autore, io di Zagor sono un lettore, e lo sono da tempo immemorabile. Non faccio il mio lavoro come se si trattasse di svolgere un compito qualunque ma come se fosse una missione. So che intere schiere di zagoriani si aspettano da me l’impossibile, dato che vorrebbero rivivere la “magia” della loro infanzia, ma non potendo far tornare tutti giovani, cerco di non far invecchiare il personaggio. Sergio Bonelli mi ha scelto personalmente venticinque anni fa e mi ha confermato la sua fiducia fino al momento della sua scomparsa, che ha lasciato in me un grande vuoto. Non c’è stato un giorno in redazione in cui non mi sia confrontato con lui. Gallieno Ferri è un uomo di straordinaria umanità, per me un secondo padre. Incredibilmente lo sento spesso ringraziarmi, in pubblico e in privato, per quello che instancabilmente cerco di fare per Zagor, quando sono io che devo tutto a lui e a Nolitta.

3. Oltre allalbo mensile, attualmente escono ogni anno due Maxi Zagor, uno speciale, uno Zagorone, un Color Zagor, un Almanacco dellAvventura, più gli albi (settimanali) della Collezione Storica a Colori, le ristampe (bimestrali) degli speciali dedicati a Cico, e le numerose pubblicazioni a cura dei fan. Una vitalità incredibile, e in aumento costante: cè dellaltro che bolle in pentola, sul fronte editoriale?

 L’Almanacco dell’Avventura, in realtà, è stato sostituito dal Color Zagor. Circa il resto, l’incredibile non è la vitalità dello Spirito con la Scure ma il fatto che venga dimostrata in un contesto di gravissima crisi dell’editoria italiana, non soltanto a fumetti. Noi teniamo duro, come dimostra il succedersi degli “allunghi” della Collezione Storica a Colori di Repubblica, una collana che avrebbe dovuto contare trenta volumi e che si appresta a superare i cento, nonostante i chiari di luna. Sul fronte editoriale si prepara il n° 600, che sarà seguito dal tanto atteso ritorno di Hellingen. A Lucca Comics 2013 saranno presentati il volume “Zavor” (parodia in chiave “deformed” di Daniela Zaccagnino ed Elena Mirulla), edizioni Cronaca di Topolinia, e il saggio “L’arte di Ferri”, scritto da Graziano Romani, edito da Panini.

                           La copertina del numero 24 della Collezione Storica a Colori, Il passato di Zagor

 4. Sempre in tema di vitalità del personaggio, parlaci un po di Noi, Zagor, film documentario realizzato da Riccardo Jacopino nelle sale il 22 e 23 ottobre

 Si tratta di un film distribuito in oltre cento sale cinematografiche di tutta Italia, dopo due anni di lavorazione. Di “Noi, Zagor il regista Riccardo Jacopino aveva presentato alcuni spezzoni già in occasione di Lucca Comics & Games dello scorso autunno. Si tratta di un entusiasmante viaggio “dietro le quinte”, in mezzo agli autori e ai loro collaboratori, fra le scrivanie e i tavoli da disegno di chi lavora quotidianamente, da oltre cinquant’anni, alla realizzazione delle storie dello Spirito con la Scure. Ma è anche un reportage su tutto l’universo di emozioni che anima il pubblico zagoriano, soprattutto quello della folta schiera di appassionati che popola i raduni dei fan così come gli incontri durante le fiere del fumetto, ma anche quello che colleziona gli albi e va a caccia dei numeri più rari. Zagor non è soltanto un fumetto, è un universo: Jacopino lo descrive come mai nessun altro prima, dopo aver seguito per mesi, con la sua cinepresa e i suoi microfoni, comics convention in Italia e all’estero, filmato sceneggiatori e disegnatori nelle loro case, realizzato decine di interviste, tra cui quella, fondamentale, a Gallieno Ferri, il creatore grafico del personaggio. Il tutto, confezionato in 70 minuti di film il cui titolo, “Noi, Zagor”, è davvero il più efficace possibile. Le sale saranno distribuite in tutta Italia, ma l’elenco esatto con gli orari delle proiezioni verrà reso noto una decina di giorni prima dell’evento e lo potrete consultare visitando il sito della nostra casa editrice o quello di Microcinema, che distribuisce l’opera, all’indirizzo www.microcinema.eu. Dopo il passaggio al cinema, il documentario uscirà anche in DVD, anche se ci vorranno alcuni mesi di pazienza, ma nel frattempo, molto probabilmente, sarà possibile vederlo in TV.

 5. Un grande personaggio a fumetti è connotato anche in relazione ai comprimari che lo affiancano e ai nemici che si trova a dover affrontare di volta in volta. Luniverso zagoriano, in questo senso, è indubbiamente uno dei più ricchi del panorama fumettistico italiano. Ma al Burattini autore chiediamo: quale comprimario è più difficile da gestire? E qual è il villain su cui ti piacerebbe scrivere una storia, un giorno?

 Sulla ricchezza del microcosmo zagoriano si potrebbero scrivere delle enciclopedie. Del resto, tutto l’apparato critico che introduce i volumi della Collezione Storica di Repubblica se venisse raccolto in un unico saggio formerebbe un tomo pesantissimo. Non ho difficoltà con nessun comprimario nolittiano, essendo io cresciuto a pane e Nolitta; casomai avrei qualche remora, dubbio o perplessità dovendo gestire uno dei personaggi ideati e inseriti nella serie da altri autori, come per esempio Tim Cuorepuro o il pellerossa “contrario” Heyoka di Boselli. Circa i villain, sogno di poter riprendere in mano, un giorno, Supermike. Riportandolo alle caratteristiche iniziali.

 6. Ultima, doverosa domanda. Poiché questo pezzo sarà letto soprattutto da persone che NON sono lettori di Zagor, come facciamo a spiegargli cosa si perdono?

Si potrebbe cominciare con il proporre la domanda: ci sarà pure un motivo se da cinquantadue anni Zagor continua a uscire in edicola e oggi siamo qui a parlarne, o no?

Alcuni episodi fondamentali di Dylan Dog

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 16 aprile 2013)

Quando si prepara un post del genere, ovviamente ci si espone ad un fuoco di fila che non è evitabile. Dylan Dog è uno dei fumetti di maggior successo in Italia, in termini di vendite, da… uhm, facciamo da quando esiste il fumetto? Ergo, non potendo evitare strali, critiche, vilipendi e quant’altro, ho deciso – sia benedetto il mezzo del blog – di fare come mi pare, e di segnare semplicemente i dieci episodi dei quali IO non avrei potuto fare a meno. E se almeno un pochino vi fidate di me, dovreste proprio leggerli.

[Nota doverosa per il lettore: la numerazione da 1 a 10 non rappresenta una classifica, quanto piuttosto una catalogazione in ordine cronologico.]

1. L’alba dei morti viventi (Serie regolare, numero 1, ottobre 1986)

Come fate a leggere un fumetto se non ne avete letto il primo episodio, la genesi di tutto quanto? Un episodio che deve tantissimo ai film “classici” sugli zombi di George Romero, che inaugura (ovvio, in quanto numero 1) il periodo “citazionista” dell’Indagatore dell’Incubo:  una serie di episodi, scritti per la maggior parte da Tiziano Sclavi, in cui individuare le citazioni di film, dischi, libri e varie amenità è stato un gioco divertente anche per i lettori.  Ad impreziosire il tutto, i disegni di quello che chi scrive ritiene tuttora il miglior disegnatore in forza alla serie: Angelo Stano.

2. Gli Uccisori (Serie regolare, numero 5, febbraio 1987)

Sempre parlando di disegnatori, e giusto per ribadire la propensione al campanilismo di chi scrive, questo è il primo episodio di DD ad essere stato disegnato da un aretino, il “magnusiano” Luca Dell’Uomo. Basta questo a farlo entrare in questa top ten? Evidentemente no.  Da “Gli uccisori” è stato anche tratto il primo videogame dedicato a Dylan Dog, per il [lacrimuccia] Commodore 64, e come se ciò non bastasse, è un episodio pieno di quella che qualcuno ama chiamare violenza “gratuita”, probabilmente il primo a far scandalizzare diversi benpensanti.  Non a caso, tra i cammei di quest’albo ci sono due personaggi che con la “violenza gratuita” hanno un bel po’ a che fare: Anthony Burgess (che se non sapete chi sia io non vi voglio neanche conoscere) e Dario Argento.

3. Morgana (Serie regolare, numero 25, ottobre 1988)

Ancora una volta, alle matite abbiamo Angelo Stano, e non è un caso. Un episodio dalla trama surreale (surrealista?), che introduce un personaggio fondamentale, che semina indizi talmente importanti per il futuro della serie che – ne sono ragionevolmente sicuro – all’epoca nessuno se ne rese conto, tranne forse Tiziano Sclavi, che ça va sans dire, di DD è stato per lunghissimo tempo il deus ex machina. Un episodio che potreste leggere anche se non avete mai letto Dylan Dog prima d’ora.  Forse l’albo letto e riletto più volte da chi scrive, dopo “Storia di nessuno”, di cui parliamo tra poco.

4. Orrore nero (Serie Speciali, numero 3, estate 1989)

Avete mai sentito parlare di “Dellamorte Dellamore”, romanzo di Sclavi che ha visto la luce nel 1991, da cui tre anni dopo è stato tratto un trascurabile film con Rupert Everett e Anna Falchi?  Magari sì o magari no, non è fondamentale.  Il fatto importante è che questo romanzo, a quanto pare, era stato scritto da Sclavi nei primi anni ottanta e poi in parte smarrito, ma conteneva in sé una versione molto acerba e molto in fieri dell’indagatore dell’incubo che sarebbe stato.  “Orrore nero”, uscito due anni prima del romanzo, ripercorre questo percorso, mostrando affinità e divergenze tra Francesco Dellamorte e Dylan Dog, tra l’indagatore che avrebbe potuto essere e quello che invece è stato.

5. Storia di nessuno (Serie regolare, numero 43, aprile 1990)

…che di “Morgana” rappresenta il seguito, forse ancora più estremizzato nel suo essere “nonsense” eppure fondamentale per la storia del personaggio, tra citazioni borgesiane e Sclaviane (l’episodio pesca a piene mani da “Tre”, romanzo scritto dallo stesso autore di Dylan Dog); per mesi la redazione bonelliana venne tempestata da lettere che chiedevano più o meno “ma che diavolo è successo in Storia di nessuno?” Inutile tentare di spiegarvi anche la trama. Vi basti sapere che questo, oltre ad essere un altro episodio clou per la saga dylaniata, è – a modesto giudizio di chi scrive – l’episodio con la copertina più bella (all’epoca, ne feci fare una maglietta), i disegni migliori e una trama che sconfina nel Fumetto d’Autore (brr…)

6. Caccia alle streghe (Serie regolare, numero 69, giugno 1992)

Ovvero, la reazione Dylandoghiana (o meglio, sclaviana) alla new wave maccartista che in Italia, nei primi anni ’90, cercava di moralizzare il mondo del fumetto e del cinema horror, in un periodo in cui erano state scoperte le pentole su ben altre amoralità del nostro Paese. Una storia “a finale aperto”, dove la decisione riguardo al finale deve essere presa dal lettore.  Una storia in cui anche l’humour di Groucho è un po’ meno “leggero”, soprattutto in una battuta che abbiamo sentito ripetere molte altre volte, in altri contesti.  “Dire che il fumetto horror travia i giovani è un insulto idiota!” “Al fumetto horror?” “No, ai giovani!”

7. Il lungo addio (serie regolare, numero 74, novembre 1994)

Una storia su un amore adolescenziale di Dylan Dog, ambientata durante una vacanza al mare, splendidamente illustrata da Carlo Ambrosini, uscita per la prima volta in un piovoso novembre quando chi scrive aveva quindici anni. Chiaro come il sole che mi sarebbe rimasta nel cuore, altrettanto chiaro che mi sarebbe rimasta impressa in mente anche oggi, a quasi vent’anni di distanza, perché mi ha fatto capire che gli universi narrativi possibili di questo personaggio sono pressoché infiniti, basta saperli cercare.  È stato forse con questo episodio che si è veramente capito che DD era un fumetto che sarebbe potuto durare a lungo.

8. La storia di Dylan Dog (serie regolare, numero 100, gennaio 1995)

La storia che chiude l’ideale “tetralogia” che comprende anche i numeri 1, 25 e 43.  Firmato, come i precedenti, da Sclavi & Stano, è l’episodio che all’epoca tutti i lettori di Dylan Dog aspettavano.  Chi è realmente Xabaras? Come nasce l’amore impossibile di Dylan Dog per Morgana? Riusciremo a capire qualcosa in quello che è successo in “Morgana” e in “Storia di nessuno”? Questo albo comincia a dare alcune risposte, a tirare le fila di un personaggio noto sì per gli episodi autoconclusivi, ma che ha un passato, un presente e una serie infinita di possibili futuri.

9. Il numero duecento (serie regolare, numero 200, maggio 2003)

In una sola frase, “come l’indagatore dell’incubo è diventato l’indagatore dell’incubo”. L’alcolismo, l’abbandono di Scotland Yard, la nascita del rapporto con Groucho, l’acquisto del galeone, la citazione di Zanardi di Andrea Pazienza:  un albo da gustare pagina dopo pagina, con una Barbato (purtroppo) mai più a questi livelli e un Bruno Brindisi, recentemente diventato copertinista per la ristampa a colori di Repubblica, giunto finalmente ad una notevole maturità artistica.  Se uno volesse capirci qualcosa, del personaggio di Dylan Dog e del perché ha così tanto successo, potrebbe anche leggersi solo quest’albo.

10. Mater morbi (serie regolare, numero 281, gennaio 2010)

Dylan Dog è malato, di un misterioso morbo del quale nessuno riesce a capire niente.  Mater morbi è “la madre di tutte le malattie”.  Una storia che invita a riflettere sulla condizione psicologica dei malati gravi, sull’eutanasia, sulla sofferenza umana.  Una storia che ha riportato l’Indagatore dell’Incubo alla ribalta delle cronache, non solo fumettistiche, con tanto di interrogazioni parlamentari e altre amenità varie.  Un albo in parte autobiografico, scritto da uno degli autori più in vista del fumetto italiano contemporaneo, Roberto Recchioni, che di sé stesso dice di essere “diversamente sano”, e disegnato da un maestro conclamato del fumetto italiano, quel Massimo Carnevale che chi scrive vorrebbe come prossimo copertinista di Dylan Dog.  Un episodio che dimostra come il personaggio di Dylan Dog può ancora dire qualcosa di nuovo, un albo talmente ben accolto dai lettori che la BAO Publishing, casa editrice giovane ma assai competente, ne ha appena realizzata una versione “deluxe” per il mercato librario.

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La copertina dell’edizione in volime di “Mater Morbi” edita da BAO Publishing

Un personaggio, quello dell’Indagatore dell’incubo, che diverse volte è stato dato per morto, ma che a parere di chi scrive non ha ancora esaurito le sue potenzialità narrative.  E che comunque da oltre un quarto di secolo continua a godere di un’invidiabile vitalità. E a testimoniare quanto ho scritto, ci sono le decine e decine di storie che NON sono rientrate in questa top ten.  Se conoscete il personaggio, potete aggiungerle voi.

Alcune cose belle fatte da Frank Miller [prima che baltasse di capo]

(Articolo pubblicato originariamente su Il Baffo, il defunto blog del Karemaski, il 22 gennaio 2014)

Uno vede un tipo come Frank Miller, sempre in giro in giacca scura e bombetta, un po’ come Tom Waits in Daunbailò, e gli sembra un tipo ganzo.

It’s a sad and beautiful world…

            It’s a sad and beautiful world…

Poi dà un’occhiata al suo portfolio, o alle cose che ha fatto in passato, e gli sembra un tipo ancora più in gamba.

Si, perché Frank Miller è uno di quelli che, dopo aver cominciato a lavorare con le “major” come disegnatore dell’Uomo Ragno (in un bellissimo episodio di Marvel Team-Up del 1980, sceneggiato da Chris Claremont e intitolato “introducing: Karma!”), ha contribuito a trasportare il fumetto americano nell’età adulta.  Nei pezzi scorsi di questa rubrica, abbiamo parlato di V per Vendetta e di Watchmen, del concetto di “revisionismo supereroistico” e di tante altre belle robe.  Tutte cose che sono state oggetto di studi molto più approfonditi e competenti di quanto in questo spazio si possa disquisire.  Alcune delle pagine più belle del fumetto americano degli anni ottanta e novanta, sempre su questo filone, sono state firmate proprio da lui, da quel Miller che ha dapprima rivoltato come un guanto il personaggio di Daredevil, introducendo il personaggio di Elektra e realizzando le splendide saghe “L’uomo senza paura” e “Rinascita”, più volte (meritatamente) riproposte in volume e disegnate rispettivamente da John Romita Jr. e David Mazzucchelli.  Poi, non contento, si è dedicato a Batman, per cui ha realizzato testi e disegni de “Il ritorno del cavaliere oscuro” (e se questo titolo non vi dice niente, beh, io non so come fare con voi) e “Batman: Anno Uno”, ancora con Mazzucchelli, saga altrettanto bella anche se un po’ meno nota.  Poi, dopo aver fatto le fortune di Marvel e DC Comics, ha creato per la Dark Horse Comics il personaggio di Martha Washington (di cui consiglio fortemente il recupero) e subito dopo la fortunatissima serie di “Sin City” (anche questa dovrebbe dirvi qualcosa, specialmente se siete fan di Robert Rodriguez e/o di Jessica Alba), di cui ha realizzato nuovamente testi e disegni, in un bianco e nero all’epoca decisamente non-mainstream nel fumetto americano, che diventerà il marchio di fabbrica della serie, i cui contenuti rimandano alla tradizione del noir e ancor di più dell’hard-boiled, sia in campo romanzesco che cinematografico, a stelle e strisce. Su Sin City, che è l’opera che ha definitivamente proiettato Frank Miller nell’olimpo dei comics USA (ad oggi, questa serie ha fruttato a Miller ben otto Eisner Awards, l’equivalente fumettistico del Premio Oscar, per dire), sono stati versati fiumi e fiumi di inchiostro, sono state scritte opere di saggistica, tesi di laurea e quant’altro:  per alcuni si tratta del punto più alto del fumetto americano degli anni novanta, per altri un’opera trascurabile (per l’eccessiva essenzialità dei disegni, delle trame, dei dialoghi), per chi scrive una lettura imprescindibile.  Non pago, sempre per la casa editrice del cavallo nero realizza anche la saga di “300” (anche qui: se negli ultimi tempi avete notato un deciso aumento dell’uso delle parole “spartano” e “Termopili”, ecco, probabilmente una parte della responsabilità è sua) e un mucchio di altre cose.  Inoltre, ha messo la sua “griffe” anche in casa Image Comics, scrivendo il numero 11 della serie “Spawn” e il crossover “Spawn/Batman”.  Si è dedicato anche, a vario titolo, alla realizzazione di progetti cinematografici (co-sceneggiando “RoboCop 2″, “RoboCop 3″, “300″, “Sin City” e dirigendo “The Spirit“, adattamento del fumetto di Sua Maestà Will Eisner, quello dei premi di cui sopra).  Insomma, uno dei nomi indubbiamente di punta del fumetto mondiale degli ultimi trent’anni. Fino a “Holy Terror”, la sua opera più controversa, quella che a parere di chi scrive avrebbe potuto risparmiarsi, quella che gli ha portato più rogne e critiche che altro.

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                                           La cover dell’edizione USA di Holy Terror

Uscita nel 2011 per la casa editrice Legendary, “Holy Terror” è una di quelle storie di cui si è sentito parlare per quasi un decennio prima che vedesse effettivamente la luce, e che avrebbe fatto meglio a rimanere nel cassetto di chi l’ha concepita.  Si cominciò a parlare di questa storia come di un possibile albo fuori serie di Batman, che avrebbe dovuto rappresentare la reazione del Crociato Incappucciato agli attacchi terroristici contro gli USA, ma che poi è diventata una storia a sé stante. A detta del suo creatore, perché ad un certo punto aveva deciso che non sarebbe più stata una storia di Batman.  Secondo altre versioni, perché la DC Comics la riteneva troppo provocatoria per essere pubblicata con l’alter ego di Bruce Wayne come protagonista.  Definito da Miller stesso un fumetto propagandistico, una sorta di attualizzazione dei comics degli anni ’40, quelli in cui Superman e Capitan America prendevano a calci in culo Hitler e i Nazisti, una storia “bound to offend just about everybody” (sempre per usare le parole dell’autore), in sostanza un fumetto dove The Fixer è l’incarnazione dell’idea di patriottismo del suo autore, e lotta contro Al Qaeda nel più semplicistico dei bianco contro nero, buono contro cattivo eccetera.  Insomma, ci siamo capiti.

Ora, per non parlare troppo del “personaggio” Miller, delle sue idee ultraconservatrici e del suo patriottismo quasi grossolano, bisogna riportare tutto nel suo giusto contesto.  Frank Miller è un grande del fumetto, e se non avete letto niente di lui vi consiglio di rimediare al più presto, perché c’è tanta, tantissima roba che non è semplicemente degna di essere letta, ma è realmente di altissimo livello.  Dare un giudizio su Miller solo sulla base di Holy Terror è un approccio miope e altrettanto semplicistico di quanto ha fatto lui in questa sua controversa opera.  Il dibattito tra opere scritte e biografie dei loro autori è talmente lungo da essere ormai fine a sé stesso, e va da Gabriele D’Annunzio a Giovanni Lindo Ferretti e via discorrendo, che volete che sia un Frank Miller in più o in meno in questo calderone.  Il punto di vista di chi scrive è abbastanza chiaro già dal titolo di questo pezzo, magari a voi potrebbe piacere pure Holy Terror (in italiano, è uscita per Bao Publishing col titolo “Sacro Terrore” nel 2012).  Ecco, in tal caso, non ditemelo, fa lo stesso.

Per la cronaca, la Bao Publishing è la stessa che pubblica Zerocalcare, autore di fumetti nato nella nostra città (ma cresciuto altrove, tra la Francia e Roma).  Non lo conoscete? Beh, per oggi abbiamo parlato di Miller, voi intanto documentatevi su Zerocalcare e sono certo che non ve ne pentirete.

“Potevamo non cominciare da V per Vendetta?”

(Articolo pubblicato originariamente su “Il Baffo”, defunto blog del Karemaski, 4 aprile 2013)

Con questo pezzo prende il via una rubrica che forse mancava e forse no, per il Baffo, nata dopo questo intenso scambio di messaggi su un noto social network (cito più o meno testualmente):

Rob: “Mi è appena venuta in mente una cosa: ma com’è che nel blog del Baffo nessuno parla di fumetti?

Baffo: “Mi è appena venuta in mente una cosa: ti va?”

Prende il nome di Graphic Nobel e non ha la pretesa di svelarvi costosissime proposte autoriali, o fumetti talmente underground che forse non li hanno letti nemmeno i loro presunti autori. Per quello ci sono già decine di siti specializzati, che li saprebbero recensire molto meglio di quanto non possa fare l’estensore del presente pezzo. Diciamo piuttosto che qui si tratterà di un tot di fumetti più o meno popolari, più o meno conosciuti, che chi scrive ha letto e si sente di consigliarvi, ecco.

La risposta alla domanda che dà il titolo al pezzo è, ovviamente, sì: potevamo cominciare da Yellow Kid. Ma il bello di un blog è che uno può, dentro certi ovvi limiti, fare un po’ come gli pare. Quindi, parliamo di V, perché sì [rima neanche troppo involontaria].

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In principio erano Warrior e la Quality Comics. Ventiquattro anni prima del film di McTeigue (su sceneggiatura dei fratelli Wachowski), un allora ventinovenne Alan Moore concepì, per le matite di David Lloyd, questa miniserie a fumetti, destinata a lasciare il segno, ma solo anni dopo, nel mondo del fumetto e ancor di più nell’immaginario collettivo. La rivista Warrior, infatti, chiuse dopo 27 numeri, lasciando incompiuta la storia di V, fino a quando l’americana DC Comics (quella di Batman e Superman, ma anche di Sandman, Watchmen ed Hellblazer, tutta roba di cui prima o poi toccherà parlare) nel 1988 ottenne i diritti per ristamparla, a colori, svelando ai lettori il deflagrante finale che Moore aveva ideato per questa storia.  Ma se ad Alan Moore dobbiamo l’idea dell’eroe/vigilante/anarchico V, è all’illustratore David Lloyd che va attribuito il look à la Guy Fawkes, diventato poi celebre in tutto il mondo grazie ad Anonymous e ai numerosi flash mob di protesta nei quali i partecipanti indossano la maschera di V.  Peraltro, dei due autori, Alan Moore non ha accettato di comparire nei titoli di testa (come del resto ha fatto per ogni altro film tratto dalle sue opere), mentre David Lloyd compare nei credits come autore della graphic novel  originale.  Ma perché V per Vendetta è diventato tanto famoso?  Un po’ per l’efficacia del main character, indubbiamente.  E un po’ per il ritmo e l’evolversi della storia, fictional ma non troppo, fantascientifica ma solo fino ad un certo punto, ambientata in un futuro prossimo che potrebbe diventare presente in qualsiasi momento.  Una storia, come dice il suo autore, “sul fascismo, sull’anarchia, sull’Inghilterra”. Ambientato (all’epoca) una quindicina di anni nel futuro, racconta di un’Inghilterra retta con pugno di ferro da una dittatura fascista, che controlla l’informazione, vieta l’arte, pratica la pulizia etnica verso le minoranze e gli omosessuali.  Contro questo stato di cose si erge V, una figura metaforica che cerca vendetta per i soprusi (da lui stesso?) subiti, e invita il popolo a ribellarsi.  Nel frattempo, V si autoproclama pigmalione di Evey, che lui stesso ha salvato dalle forze di polizia, lasciando intendere che… no, questo non posso proprio dirvelo, altrimenti rischierei di rovinarvi il piacere della lettura. SI, perché di un piacere si tratta. V è carismatico senza mai scendere nel ridicolo, V è convincente; V per Vendetta è un fumetto scritto divinamente e disegnato altrettanto bene.  La prosa di Moore… beh, chi sono io, per dire qualcosa che non sia già stato detto e scritto su questo autore? Il tratto di Lloyd è pulito, preciso, essenziale, realistico e oscuro come la storia richiede.  Un volume a fumetti che piace, solitamente, anche a chi non legge abitualmente fumetti.

V per Vendetta è una storia di cui abbiamo potuto leggere la fine, probabilmente, grazie all’enorme successo ottenuto da Watchmen, per le strane coincidenze più o meno astrali che ci sono nel mondo dei fumetti.  Ma rispetto al suo “fratello” ha una trasposizione cinematografica più fedele all’originale.  In realtà, su entrambi e sull’influenza che hanno avuto, nella cultura contemporanea, potremmo scrivere degli interi trattati (e probabilmente qualcuno lo sta già facendo).  Tanto per fare un esempio: se a fine febbraio avete visto una V rossa nelle vostre schede elettorali, beh, sappiate che c’è lo zampino di Moore e Lloyd.  E se siete arrivati a leggere fino a qui, l’unico consiglio che resta da darvi è quello di procurarvi V per Vendetta e cominciare a mettere da parte un po’ di soldini per quando si parlerà di Watchmen…

Zerocalcare – Kobane calling.

Uno, o “doveroso preambolo”.
Appena finito di leggere Kobane Calling ho sentito il bisogno di scriverci qualcosa su. Ma non la solita recensione barbosa tipo “l’autore cita nel suo lavoro l’opera di Tizio” oppure “le anatomie tracciate da Zerocalcare ricordano quelle di Caio, e la disposizione delle vignette ha molto in comune con quella di Sempronio”. Un po’ perché non sono capace di scrivere le recensioni, altrimenti magari nella vita farei quello, e invece faccio una cosa tutta diversa. Un po’ perché le recensioni del genere gne gne gne, dove si trovano mille riferimenti incrociati, quattrocento livelli di lettura e via elencando, le ho sempre trovate fastidiose, perché risulta che alla fine il recensore è più interessato a fare sfoggio della propria cultura che non a parlare del libro (o disco, o film o che so io) di cui teoricamente starebbe scrivendo la recensione.

Due, o “svolgimento”.
Non posso chiamare questo scritto “recensione”, perché in realtà posso sintetizzare tutto quello che ho da dire su Kobane Calling in una parola, e questa parola è grazie. Quindi capite bene che non riuscirei a fare un pezzo gne gne gne, neanche in parte. E a dirvela tutta, neanche mi va.
Quello che mi sento di scrivere, casomai, è un tentativo di spiegare meglio perché ho detto “grazie”, che poi potrebbe essere anche “grazie, Zerocalcare” o meglio ancora “grazie, Michele”. Ed il motivo è estremamente semplice, quindi mi verrà fuori una cosa contorta e male articolata.
Grazie, perché Kobane Calling è un libro che riesce a trattare con chiarezza, onestà intellettuale e quel tanto che basta di ironia un tema forte, di quelli così forti che la nostra società, in generale, preferisce non vedere, per non essere costretta ad avere un’opinione in merito.
Grazie, perché Kobane Calling è un volume che ho visto in mano a un sacco di gente che abitualmente non legge fumetti, e che magari dopo aver letto questo ci sta che se ne legga pure qualche altro, e si faccia un’idea un po’ diversa sul fumetto in generale.
Grazie, perché Kobane Calling è una lettura piacevole, scorrevole, intensa, e soprattutto emozionante. Non capita molto spesso, nel corso di una stessa lettura, di poter ridere e commuoversi. Così a spanne – tanto per contraddirmi e fare qualche riferimento culturale anch’io – direi che mi è capitato con “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer, con “La schiuma dei giorni” di Boris Vian, con “La vita è bella” di Roberto Benigni. Che non è un libro, ma va bè, non siate pedanti.
Io quando ho letto Kobane Calling mi sono sentito, paragonandomi a Michele Rech in arte Zerocalcare, come la rana dei Muppets, e se questa cosa non l’avete capita, beh, è ovvio che non avete letto il libro e dovete recuperare al più presto. Non per la rana dei Muppets, ma per tutte le cose che ci sono dentro, a questo libro.  Dalla necessità di restare umani, al ricordare sempre e comunque che bisogna fare lo sforzo di guardare le cose con gli occhi dell’altro, all’avere comunque, qualsiasi cosa, situazione, momento si stia affrontando nella propria vita, un po’ di leggerezza. Perché il messaggio che questo libro mi ha passato, oltre a quello – ovvio ma mai scontato – che non bisogna mai voltarsi dall’altra parte perché nel mondo le cose succedono comunque, è questo:  ci sono cose, intorno a noi, che per un motivo o per un altro incrociano le nostre strade, e che ci coinvolgono, e per non farsi tirare sotto dobbiamo avere la forza di rimanere leggeri, almeno in parte. Non c’entra magari niente con l’intento del fumetto, ma il messaggio è comunque passato forte e chiaro. Personalmente, ne avevo anche un gran bisogno.

Questa è la dedica che possiamo trovare sfogliando la mia copia di "Kobane Calling".

Questa è la dedica che possiamo trovare sfogliando la mia copia di “Kobane Calling”.

Tre, o “la stai facendo troppo lunga”.
Si, la sto facendo troppo lunga, ma se siete ancora qua magari avete capito che non sto facendo un discorso lineare su Kobane Calling, altrimenti avrei fatto una recensione (vedi al punto uno), invece di fare uno scritto disordinato, ma anche catartico. Si, perché Kobane Calling ha un altro enorme pregio, e cioè che ti spinge (o almeno, a me ha fatto questo effetto) a interrogarti su quanto tu stia effettivamente facendo per rendere questo mondo un posto appena appena migliore. Sì, faccio la differenziata e separo la carta dalla plastica. Sì, il mio 5 per 1000 va a Emergency. Si, faccio servizio in una mensa per senzatetto, una volta al mese, di domenica. Ma sono tutti palliativi, che a malapena abbassano il volume di quella vocina insistente che suona come la famosa canzone di Tozzi Morandi & Ruggeri che non citerò, tanto avete capito tutti.  Kobane Calling non è Maus, o Mattatoio n. 5 (scusate, ho fatto di nuovo un riferimento incrociato, ma è il penultimo, giuro).  Non è cioè una riflessione amara su un qualcosa che è successo ed è bene non dimenticare. Si tratta piuttosto di un manifesto della speranza, della constatazione fatta in presa diretta che tutto quello che le persone dotate di un minimo di coscienza in cuor loro si augurano:  che esista, cioè, un modo (o un mondo) di far convivere culture, religioni, tradizioni diverse tra loro. E che, incidentalmente, questo mondo sia appena fuori dalle porte di quell’Europa che da un lato ha abbattuto le frontiere ma dall’altro è talmente preoccupata dell’onda araba da alzare muri sempre più alti e robusti.
E quindi sono arrivato fino a qua senza dire una cosa, che però è scritta molto bene nel libro, e cioè che Kobane è il simbolo, in questo 2016, della resistenza contro l’avanzata dell’oscurantismo, con una distinzione significativa rispetto magari agli oscurantismi passati: non si tratta più di attacco frontale, quanto piuttosto di accerchiamento.  Kobane ha resistito all’assedio dell’ISIS, come seppe fare Parma nel bellissimo “Oltretorrente” di Pino Cacucci (e qui la chiudiamo coi riferimenti incrociati), citato indirettamente da Zerocalcare nel libro per aver ispirato la canzone “L’oltretorrente” degli Atarassia Grop. Adesso però c’è da sventare un altro attacco, più subdolo perché non frontale:  quello di chi crede e vuol far credere che con l’Islam non sarà mai possibile nessuna forma di dialogo. La risposta, per fortuna, ce la stanno dando i fatti che avvengono a Kobane, per cui – grazie, Michele, per l’ultima volta – il punto non è se il dialogo con l’Islam sia o non sia possibile, quanto piuttosto se vogliamo o non vogliamo voltarci a guardare dalla parte giusta.

Quattro. Titoli di coda, citazione di citazione.
Se anche stanotte durasse cent’anni
staremo svegli abbracciandoci al buio,
il nemico è alle porte della nostra città.
Se anche stanotte durasse cent’anni
staremo in piedi abbracciati ad un sogno
che ha una scritta sul volto: “Da qui non si passerà!”.

Cinque, o Post Scriptum doveroso e obbligatorio.
Zerocalcare ha presentato il volume Kobane Calling al Karemaski di Arezzo, venerdì scorso, davanti a un centinaio di ragazzi, facendo disegni e dediche per due ore abbondanti prima di parlare della sua esperienza nei viaggi in Rojava.

PRESFate conto che uno dei più vecchi in sala ero io, che ancora ho da fare un po’ di strada per arrivare ai quaranta.  Ragazzi attenti, partecipi, interessati, contrariamente a quanto si usa stereotipare sui giovani d’oggi.  Il giorno dopo, non una riga sui quotidiani, non un pezzo sui siti di informazione locale, non mi risulta neanche uno straccio di servizio alla TV. Come si usa dire oggi: bene ma non benissimo, ecco.

(EDIT del 31/05, piccolo ma doveroso). Oggi “La Nazione” di Arezzo ha pubblicato un pezzo sulla serata, a firma del mio amico Diego D’Ippolito. Compratevela, io l’ho fatto.

TITOLO-31-05