Andare allo stadio

Io non mi dimenticherò mai che quando è nato Alessandro mi hanno regalato lo striscione “benvenuto Alessandro”. Non mi dimenticherò mai che quando se n’è andato il mio babbo lungo il viale dello stadio c’era un altro striscione che diceva “Roberto ti siamo vicini”. Non mi dimenticherò mai la camminata a piedi da Piazza S. Agostino allo stadio prima di Arezzo-Varese, come la schedatura collettiva al termine di Pontevecchio-Arezzo. Non dimenticherò mai la raccolta di fondi di “agua para todos”, andata avanti per un intero campionato, così come quella per la famiglia di Daniel Gabriel, il calciatore immigrato morto di infarto a 22 anni. Lo striscione “speriamo che non ci veda Brunetta” e quello “onore a Sampei”. La serata coi miei amici di infanzia a Piccadilly Circus a cantare “Ob-la-di ob-la-da, forza Arezzo” e il coro “anche nei dilettanti mi fai battere il cuor”. Il mio amore per la maglia amaranto della mia città, che è nato anche grazie a persone che ora non ci sono più, è una di quelle cose che se uno non è pratico di stadi e di curve non si può spiegare tanto facilmente: si viene automaticamente bollati come “facinorosi”, come “esaltati” o peggio. Ci vorrebbe fin troppo tempo per spiegare, a chi non ha dimestichezza in queste storie, di come troppo spesso, in questo paese dove da sempre si fa di tutta l’erba un fascio, i tifosi siano sempre stati il “bersaglio grosso” dietro cui nascondere le magagne del momento. E allora lasciamo da parte gli spiegoni. Lasciamo da parte le motivazioni razionali, e tiriamo fuori la parte fiera di noi, quella che ci ricorda che il calcio è prima di tutto uno sport popolare, che basta un pallone, un pezzetto di prato – o anche di asfalto – e qualche amico per dar luogo a sfide avvincenti, che non c’è solo la VAR, le moviole in campo, le telecamere da mille angolazioni, ma c’è anche lo stadio della città, dove – può sembrarvi incredibile solo se ne siete al di fuori – la gente soffre, lotta, sogna, spera, condivide una passione. In un mondo che ci vorrebbe tutti replicanti, arroganti coi più deboli e zerbini coi potenti, un posto dove le persone possono essere semplicemente sé stesse, nel bene come nel male. Come diceva il più bello striscione mai esposto dai tifosi dell’Arezzo (Arezzo-Reggiana 1-0, serie C1 2003-04, diretta RaiSport, gol di Gelsi su rigore, una giubbata d’acqua che lascia stare): “Nessuna televisione potrà mai regalarvi questa emozione“. Per questo, e per mille altri motivi, domenica sera sarò allo stadio a tifare la squadra della mia città: la sola cosa che non ho ancora deciso è quale di queste sciarpe indosserò.

Butterfly effect

(Scritto ascoltando Massive Attack – Ritual Spirit EP. Tempo stimato di lettura 1’45”)

Io c’è stato un tempo in cui pensavo che ancora ci potesse essere una logica nel calcio. Si fa una squadra, se fa un buon campionato se ne conferma una parte e si integra con elementi adatti alla categoria e al tipo di gioco che si vuol proporre; se fa un brutto campionato si cerca di salvare quel che c’è di buono e ci si mette mano in modo più sostanziale, se è il caso si cambia la guida tecnica. C’è stato un tempo in cui pensavo che non si può promettere la luna se in realtà non si ha un razzo per arrivarci, anche perché ho sempre cercato di non essere quello che guarda il dito mentre il saggio indica la luna.
Poi ho scoperto che c’è un microcosmo in cui sembra che niente di tutto quello che è stato scritto sopra sia vero o valido, e che questo microcosmo si trova in Italia, e più precisamente ad Arezzo. Da più di quindici anni, ormai, assistiamo a rivoluzioni in serie, valzer di allenatori che a vederne confermato uno per due stagioni è considerata un’anomalia, giocatori buoni che andavano trattenuti e venivano lasciati andare, e altri balordi che invece venivano tenuti, chissà perché. E questo stato di cose, questo panta rei permanente era indipendente dalla categoria, dalla presidenza, dalle aspettative della piazza, dagli obiettivi dichiarati, dai budget.
E allora faccio fatica, io, oggi, a metà aprile 2016, a credere che nel calcio ci sia una logica, soprattutto ad Arezzo – ma magari, mi piace pensare, non solo ad Arezzo. Perché tutto quello che succede mi sembra frutto del caos, della teoria del butterfly effect: niente che segua schemi sensati, nessuna volontà di imparare dagli errori fatti in precedenza. Concetti come pianificazione a lungo termine, comunicazione, chiarezza di intenti, tutta roba astratta. Una squadra in balia delle onde e del vento, senza timoniere né timone, senza vele né scafo: quello che mi meraviglia ancora, anzi, sempre di più, è come sia possibile che ad Arezzo ci sia ancora il calcio, come – soprattutto – possano esserci quei mille malati per i colori amaranto, quelli che si emozionano a sentire “quando c’è allo stadio la partita, l’aretino scorda il saracino…”, quelli che hanno i lucciconi quando vedono la rovesciata di Menchino Neri, o Corrado Pilleddu che a Pistoia litiga con l’usciere per far entrare Lauro Minghelli insieme alla squadra.

male
E infine penso che tutto sommato, questi mille meriterebbero un po’ più di rispetto, da chi incidentalmente si trova alla guida della società e da chi scende in campo, perché si può fare tutto nella vita, ma non bisognerebbe mai dimenticare che quei mille hanno pagato il biglietto, per venire a sostenere i loro colori. Mentre scrivo queste righe è il 17 aprile, e questo vorrà pur dire qualcosa. “Ma che s’avrà fatto noi de male?” così c’era scritto in uno striscione esposto non tantissimo tempo fa. Forse non dovremmo chiederlo a noi stessi, forse è tutto frutto del caos, forse è solo un bizzarro esperimento che un giorno avrà fine. Speriamo che almeno il finale sia buono, perché per ora della trama ci si capisce poco o niente.

Guardate troppe serie TV

Nel piccolissimo spaccato del mondo calcistico aretino, succedono anche cose di questo genere.  Succede – se non avete voglia di andare ad aprirvi il link – che un calciatore, figlio del vicepresidente di una squadra di calcio di serie C, minacci un giornalista, cercando perfino il contatto fisico, perché a suo modo di vedere, troppo duro nel giudizio tecnico nei suoi confronti.

La Colt come strumento di risoluzione delle controversie. Far West, ca. 1850

La Colt come strumento di risoluzione delle controversie. Far West, ca. 1850

Si noti che stiamo parlando di uno che non è esattamente John Terry, eh, visto che faceva la panchina in Serie D chiunque fosse l’allenatore, ha fatto qualche presenza in Coppa Italia, e conseguentemente fa la panchina ora, in serie C. Uno di cui il suo allenatore ha detto, più o meno, “in rosa abbiamo tre difensori centrali, poi c’è Coso” (non faccio nomi, ma il mister fece nome e cognome), un po’ come dire che questo tanto è inamovibile e quindi bisogna regolarsi di conseguenza. Uno che è riuscito a rimediare un cartellino rosso – con conseguente squalifica – mentre stava facendo riscaldamento.  Uno che nell’undici titolare non ci finisce neanche quando si è a corto di uomini nel ruolo, piuttosto si cambia modulo. Per dire.
Queste cose succedono, e magari tutto sommato per qualcuno possono anche sembrare normali, o accettabili, e ci si divide tra chi è solidale con il giornalista minacciato (me compreso, sia chiaro) e chi magari non dice niente perché oh, tutto sommato, sempre a parlar male di ‘sto qua, ci sta che gli siano saltati i nervi, in fondo è un ragazzo (che a giugno compirà 25 anni, sia detto per completezza) e allora stiamo zitti, non prendiamo posizione. Dimenticando che stiamo parlando di uno sportivo professionista, almeno formalmente, quindi uno che è pagato per giocare a calcio e farsi giudicare da chi di calcio scrive.
Meno di due anni fa, quella stessa dirigenza che guidava e guida l’Arezzo, parlava di “accanimento contro l’Arezzo Calcio” da parte di alcuni giornalisti locali, tra cui – in modo magari meno marcato di altri – anche il sottoscritto. E tuttavia, la domanda che affiora, oggi come allora, è sempre la stessa: ma sapete almeno di cosa state parlando?
Io in realtà penso un’altra cosa, che badate bene, trascende dal torto e dalla ragione del caso singolo. Penso che la gente al giorno d’oggi guardi un po’ troppe serie TV dove si è avvezzi a farsi giustizia da soli, dove gli animi suggestionabili sono – appunto – suggestionati dall’idea che farsi giustizia da soli è figo, è l’unica cosa da fare, perché nessuno ti difenderà mai se non ci pensi da solo, perché la scala dei valori ognuno se la costruisce da solo. Per cui, se sei un politico disonesto e io ti dò del ladro, tu mi quereli, anche se ho le prove per dimostrare quel che scrivo. Se sei un musicista che sforna un disco mediocre, o uno scrittore che pubblica un libro brutto, sono io che lo recensisco che non ho capito, sono troppo limitato, e bla bla bla. Se sei un calciatore scarso e io scrivo che – cito testualmente –

E’ ovviamente rimasto in rosa De Martino, che continua a occupare un posto over in maniera incomprensibile dal punto di vista tecnico. Nonostante le liste bloccate, nonostante i 5 minuti che gli ha concesso l’allenatore in cinque mesi, nonostante la prospettiva di non giocare mai, nessuno in società si è sognato di chiudere questa incresciosa parentesi che ormai è aperta da quattro stagioni. Il padre vicepresidente, incurante di una situazione che metterebbe in imbarazzo perfino il più sfacciato dei dirigenti, è sempre saldo al suo posto, siede alla destra di Ferretti in tribuna e non rende conto a nessuno. Cambiano gli allenatori, cambiano gli uomini mercato e i direttori generali, ma che ci sia Bonafede, Diomede, Pagni, Ciardullo o Gemmi, chi tocca De Martino muore. E il difensore over ci dicono che tanto non serve. Più che un deficit tecnico, che pure c’è, si tratta di un clamoroso sfregio all’immagine della società. Ma nessuno, pare, se ne rende conto.

Ecco, allora è anche solo lontanamente concepibile che tu mi minacci di aspettarmi sotto casa, cerchi di aggredirmi e cose del genere. Io penso che stiate diventando tutti matti, poi fate voi. Andrà a finire che ve la racconterete da voi, vedremo quanto siete bravi e quanto riuscirete a far credere alla gente che Leo Messi, tutto sommato, è uno che al massimo potrebbe giocare nel Montevarchi.  Nel caso specifico, ho solo un’aggiunta da fare, perdonatemi – da tifoso e non da giornalista. Quando io ho iniziato a segnarmi i risultati delle partite dell’Arezzo sugli album delle figurine Panini, Coso, lì, non era neanche nato. E io continuerò a seguire le sorti degli amaranto anche quando Coso avrà smesso di giocare a calcio, e quando l’attuale proprietà avrà ceduto le sue quote, disinteressandosi completamente delle sorti del cavallo rampante.  Magari questo vorrà pur dire qualcosa, vedete voi.

EDIT del 09/02/2016: QUI e QUI ci sono le due prese di posizione dell’US Arezzo in merito alla vicenda. Meglio tardi che mai.

Kobe Bryant annuncia il ritiro a fine stagione

…e io ho cercato di scrivere pensieri, sensazioni, impressioni (e poche, pochissime statistiche) sull’addio alla pallacanestro giocata da parte di uno dei più grandi contemporanei. Un pezzo molto più personale che giornalistico – e infatti è scritto in prima persona, contrariamente a quanto si “dovrebbe” fare -, un po’ lunghetto, ma che mi fa piacere condividere con voi.  Lo trovate cliccando qui. Ovviamente, sono graditi commenti, impressioni, suggerimenti, critiche, insulti, elzeviri e quant’altro.

La mia opinione (non richiesta) su Valencia 2015

Se c’è una cosa che mi ha sempre dato un enorme fastidio, nello sport ma non solo lì, sono le cosiddette “verginelle”, quelle persone che si indignano – o meglio, fanno finta di indignarsi – per comportamenti che, a parti invertite, avrebbero (e in alcuni casi hanno) tenuto anche loro identici o quasi.
Ecco, nella fin troppo lunga querelle Rossi-Marquez, ci sono cose che in tanti non dicono perché fare finta di dimenticarsele è sempre più facile, più comodo, più “populista”.
A cominciare dalla Gazzetta, che prima parla di “pessimo gesto” da parte di Rossi (il pezzo è stato poi modificato, ma l’url dell’articolo non lascia spazio a dubbi) e poi, cavalcando l’onda dell’opinione pubblica, si prodiga a pubblicare video su video che dimostrerebbero come tutto sommato, ecco, alla fine ha ragione Rossi.
Proseguendo poi con Capirossi che in telecronaca si indigna per l’arrendevolezza di Marquez nell’ultima gara, con Reggiani che addirittura scrive “Marquez, mi fai schifo”, quando proprio questi ultimi due (coadiuvati da Romboni e Casanova) hanno fatto di tutto per rallentare l’olandese Hans Spaan, in lotta con un giovanissimo Capirossi per giocarsi il Mondiale 1990 delle 125.

(Hans Spaan che non la prese benissimo, come si evince da questo video)

Proseguendo poi per le migliaia di persone che si sono prese la briga di sindacare sul fatto che Marc Marquez fosse “un bimbominkia”, “un mezzo uomo”, un “pilota che non resterà nella storia del Moto GP” (mi dispiace darvi una delusione, ma Marquez ha già vinto 4 titoli mondiali. Get over it). Per tralasciare poi i fotomontaggi con Marquez e Lorenzo a sfondo sessista, che credo sia evidente a tutti che col motoGP c’entrano tantissimo.

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Esempio di livello di discussione con tifoso italiano di MotoGP

Ora, lungi da me unirmi al coro dei celebranti il titolo di Jorge Lorenzo (come ha fatto invece Max Biaggi, ribadendo una volta di più il suo status di rosicone nei confronti di Rossi). Avrei preferito che a vincere il mondiale fosse stato Valentino, perché è comunque un pilota italiano, e perché a me piacciono i piloti che emozionano, com’è stato Rossi in passato, come sono stati Casey Stoner, Marco Simoncelli, Kevin Schwantz, Randy Mamola, com’è Marc Marquez, se avete mai visto qualche gara di MotoGP negli ultimi 3 anni prima delle ultime tre. Ma credo, semplicemente, che per dar dietro alla deriva “diamo ragione a Rossi perché è italiano” si sia proprio perso di vista COMPLETAMENTE il nocciolo della questione. Proverò quindi a ribadirlo brevissimamente.

1 – Prima della gara della Malesia, Rossi cerca di destabilizzare psicologicamente Marquez perché teme (a ragion veduta) che gli possa portar via punti preziosi nella lotta al titolo mondiale. E fin qui ci sta, anche se nella gara precedente Marquez aveva superato Lorenzo all’ultimo giro, togliendogli 5 punti. Anche Iannone aveva superato Rossi, togliendo 3 punti al suo connazionale. E infatti lo sportivissimo pubblico italiano aveva tributato applausi al pilota Ducati, inondando la sua bacheca Facebook di insulti e minacce.

2 – Alla fine della gara della Malesia, Rossi viene riconosciuto colpevole di aver deliberatamente fatto cadere Marquez, reo, a suo modo di vedere, di ostacolarlo nel suo tentativo di inseguimento a Jorge Lorenzo. Non sfuggirà neanche ai più disattenti il fatto che anche questa gara sia stata vinta da Daniel Pedrosa, spagnolo, che ha tolto altri 5 punti a Lorenzo, suo connazionale, e che Rossi abbia comunque chiuso a 10 secondi da Lorenzo. Ah già, ma Marquez lo aveva “provocato”. Un po’ come fece Materazzi con Zidane, e infatti anche lì tutti gli italiani si schierarono con il capitano della Francia. Oh, wait.

3 – Nell’ultima gara, Marquez e Pedrosa hanno chiuso alle spalle di Lorenzo e davanti a Rossi, che aveva il passo di gara per finire al quarto posto e infatti lì è arrivato, al netto della rimonta che aveva compiuto dovendo partire ultimo per il gesto di cui al punto 2 (come diceva quel proverbio su chi è causa del suo mal…? Completatelo voi).

In ESTREMA sintesi, invece di incavolarsi con Rossi che è andato a cacciarsi in un angolo, minacciando complotti ai suoi danni al punto tale che nell’ultima gara – ma non prima, a conti fatti, forse si sono avverati (come fu per gli italiani nel 1990), noi italiani ci siamo rivelati ancora una volta un popolo di scarsa, scarsissima cultura sportiva. Solo che, a voler dire una roba del genere, sicuramente si passa da anti-Rossi. da Bastian Contrario. Pazienza, me ne farò una ragione. Mi piace però pensare di aver visto tutta la faccenda coi miei occhi, e non con un’opinione suggeritami da altri. Scusate se è poco.

Debutti

BBQuesto che posto qui di seguito è il mio primo articolo per il magazine online “Crampi Sportivi“. Si tratta di un pezzo un po’ lungo, su un argomento di cui già da qualche tempo avrei voluto scrivere qualcosa, il baseball USA. Quindi, ringrazio i ragazzi del sito per avermi concesso questo spazio, che ho cercato di sfruttare al meglio delle mie possibilità.  Cliccando su questo link potete leggere quel che ne è venuto fuori. Spero piaccia anche a voi leggerlo, così come è piaciuto a me scriverlo.

Ventotto metri.

ventotto

E dopo tanti anni di scritture cestistiche, più o meno riuscite, più o meno divertenti, era giunto il momento di mettere un punto.

Questo punto ha preso forma cartacea.

“Ventotto metri” è una raccolta di racconti, non tanto un libro “di basket” o “sul basket”, quanto piuttosto un libro che parla “attraverso il basket”. Una rassegna di momenti di vita, tutti in qualche modo legati alla palla a spicchi, uno spaccato di un tragitto di vita, e insieme una dichiarazione d’amore per questo sport.

Potete leggervi le prime pagine, ed eventualmente acquistarne una copia, semplicemente cliccando qui:

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1122022

Impressioni, pareri, dubbi et similia saranno, come sempre, ben accetti, e possono essere inviati all’indirizzo mail basketcity07@gmail.com o nei commenti in calce a questo post.

Dalla A di Agrigento alla Z di Zibaldone…

…come da tradizione, un anno di Arezzo Calcio dalla A alla Z. (articolo pubblicato su Amaranto Magazine il 3 giugno 2014)

A come Agrigento. La stagione 2013-2014 si è chiusa con una sconfitta ai quarti di finale dei playoff nazionali, a 1100 e rotti chilometri da casa. Mica male, se si considera che eravamo in serie D.
B come Bomber. L’attacco dell’Arezzo era dato dagli addetti ai lavori come potenzialmente da 70 gol, tra Essoussi, Invernizzi, Martinez, Cubillos e Dieme. E invece a conti fatti una delle cose che è mancata maggiormente agli amaranto è stata proprio la presenza di un bomber.
C come Coppa Italia Dilettanti. Non sarà la Champions League ma era comunque un trofeo che ci si sarebbe potuti mettere in bacheca. E invece niente da fare anche lì, la corsa dell’Arezzo si ferma ancora una volta alle semifinali.
D come Direttore Sportivo. Abbiamo detto tutto, si?
E come Estremo difensore. Scarpelli ha vinto il Cavallino d’oro come miglior giocatore della stagione, ultimo di una serie che vede diversi nomi illustri tra i numeri 1. Il che obbliga l’Arezzo a una valutazione: il prossimo anno si andrà ancora con lui o si cercherà un ’94 per il gioco degli under?
F come Fattore campo. Gli amaranto, in 17 partite al Comunale, hanno messo insieme 11 punti in meno della Pistoiese, chiudendo il campionato con 13 lunghezze di distacco dagli arancioni di mister Morgia. Dove si è deciso il campionato, se non ad Arezzo e a Pistoia?
G come Gioco. Inteso come bel gioco. Ad inizio anno, si è capito subito che l’Arezzo non era spumeggiante come il miglior Barcellona di Guardiola o il miglior Manchester di Ferguson. Magari la verità era anche altrove, resta il fatto che se in novanta minuti crei solo due palle gol, ci sta che qualche partita tu non la vinca.
H come hanno vinto quell’altri (ancora una volta). Su dieci campionati disputati dall’Arezzo in serie D, solo una volta il cavallo rampante ha tagliato il traguardo per primo. Quello che riuscì alla banda di Cosmi, Minghelli, Di Loreto, Battistini e compagnia, per ora, non è riuscito a nessun altro.
I come Iacovone. Taranto, stadio Iacovone. L’Arezzo ha saputo vincere una partita, valida per gli ottavi di finale dei playoff nazionali di serie D, davanti a ottomila persone. Si, avete letto bene: ottomila persone. E tutti a spellarsi le mani in applausi, a evocare la suggestiva cornice di pubblico e via discorrendo. Poi magari un giorno qualcuno ci spiegherà perché per anni si è fatto di tutto per svuotare gli stadi.
L come Lega Pro Unica. O Serie C, chiamatela come vi pare. Ovvero l’obiettivo stagionale dell’Arezzo, mancato non proprio per un soffio. Se i gironi – come è probabile che sia – saranno organizzati geograficamente, saranno diverse le toscane nel raggruppamento B. Quante di preciso, non è ancora dato saperlo.
M come moduli. Quest’anno l’Arezzo più o meno li ha provati tutti, tranne quello che sanno fare anche i pivelli, il 4-4-2, proposto solo una volta e poi archiviato fino all’avvento di Cardinali. Nel tourbillon tattico che ne è seguito, in molti sono naufragati. Non è facile andare per la strada giusta, se i punti di riferimento cambiano continuamente.
N come Non venite a giocare ad Arezzo (se non siete motivati). Un appello rivolto a tutti i potenziali futuri giocatori amaranto, e a quelli che ci sono e che non sanno se partire o restare. Si dice che Ciccio Graziani, prima di prendere un giocatore, gli chiedesse “Tu quante volte mangi al giorno?” e che se il malcapitato di turno osava rispondere “due”, l’allora presidente gli diceva “troppe, per uno che vuol giocare ad Arezzo!”. Non per i rimborsi spese, che comunque non erano altissimi: il senso del discorso era che ad Arezzo si viene se si ha fame di giocare a calcio e far bene. Altrimenti è meglio non venire.
O come Ovvietà. Quando si dice che il posto dell’Arezzo non è la serie D, si dice un’ovvietà. Eppure, da quattro anni a questa parte è qui che ci tocca stare. Quando si dice che l’Arezzo aveva una rosa all’altezza di vincere il campionato, si dice un’altra ovvietà. Eppure, al netto delle ovvietà, è il campo da calcio, domenica dopo domenica, il posto dove si vincono o si perdono i campionati.
P come Pareggite. Ogni volta che l’Arezzo avrebbe potuto riaprire il campionato con una vittoria, è arrivato un pareggio. Nei primi cinque scontri diretti contro le prime della classe, per cinque volte gli amaranto si sono divisi equamente la posta con l’avversario, prima della sconfitta contro il Foligno, peraltro tutto sommato abbastanza inutile. Su diciassette gare casalinghe, l’Arezzo ne ha impattate otto. Quando le X pesano come macigni.
Q come Quinquennio. Quello passato dalla Pistoiese tra i Dilettanti (due anni in Eccellenza e tre in serie D) prima di risalire nei professionisti. Quello che – al netto di quanto potrebbe succedere in estate – ci passerà l’Arezzo.
R come rigori. A inizio stagione ce ne davano abbastanza spesso, e quasi tutti ineccepibili. Con il corso dell’anno, poi, si sono fatti sempre più sporadici. Su questa questione ogni versione possibile ha lo stesso valore. Tuttavia è un dato di fatto, e in quanto tale lo riportiamo.
S come serie positiva. L’Arezzo di Cosmi in serie D mise insieme 22 risultati utili consecutivi. Quello di quest’anno, tra la gestione di Mezzanotti e quella di Chiappini, ha fatto persino meglio. Solo che in questa striscia, gli amaranto non ne hanno mai vinte più di tre di fila. Di quella sequela di partite senza perdere, a posteriori ci resta solo la sensazione che si sia trattato di una lunga serie di risultati inutili consecutivi.
T come Tifosi. Dai quasi milleseicento abbonamenti staccati ai trenta valorosi che hanno seguito la nostra squadra a Taranto e ad Agrigento. L’Arezzo non è mai stato solo, un applauso ai tifosi amaranto è il minimo che si possa fare.
U come Under, o se preferite fuoriquota. Resta opinione di chi scrive che non sono questi giocatori a farti vincere o perdere un campionato. Per cui ok, alcuni di loro non saranno stati dei fulmini di guerra (anche se tra i più positivi di questo campionato, tre erano under), ma anche beccarli continuamente a un certo punto era pratica priva di senso.
V come Valzer. Dei portieri, dei moduli, della posizione in campo di alcuni giocatori, degli allenatori. E intanto siamo sempre qua, in serie D, aspettando di sapere dove faremo il prossimo giro di valzer, con quali altre compagne di ballo e con quale direttore d’orchestra.
Z come Zibaldone. È da inizio anno che pensavamo a cosa scrivere in questo pezzo. Diciamo che quel pomeriggio in Sant’Agostino avevamo in mente uno zibaldone tutto diverso. Così è se vi pare.

Accanimento?

Immagine

Foto di Giulio Cirinei, tratta da Amaranto Magazine

Stimolato da questa (che noi chiameremo, arbitrariamente e provvisoriamente) boutade della società U.S. Arezzo, dalla quale mi sento chiamato in causa, in quanto ormai da diversi anni firma del sito Amaranto Magazine, mi sento in dovere di riportare – autocitandomi – alcuni estratti dei pezzi da me scritti nei mesi scorsi, tutti consultabili per intero cliccando sulle rispettive date di pubblicazione:

(28 agosto 2013) Un’estate in cui è andato quasi tutto per il verso giusto […], da noi non si vedeva da un sacco di anni. Campagna acquisti impostata per vincere il girone e passare in serie C – non C2, eh – campagna abbonamenti fatta per venire incontro alla gente (e risposta numerica confortante) […] Ma parte da zero punti, esattamente come la Pistoiese, la Pianese, il Gualdo e le altre quattordici avversarie. Parte da zero in un campionato dove conta solo arrivare primi e dove la seconda è semplicemente la prima delle ultime, […] Dove non si può dare per scontata la partita in casa col Bastia né tantomeno le trasferte di Trestina. […] Si parte, dunque, ed è bene farlo col piede giusto, anche perché si sa come sono fatti gli aretini: nei giorni scorsi, un conoscente mi ha detto, […], che “ora siamo tutti innamorati dell’Arezzo, ma vedrai: se nelle prime due giornate non faremo SETTE punti, ci sarà chi comincerà a bubare”. Laconico ma purtroppo vero, l’aretino è così, prendere o lasciare.

(17 settembre 2013) Per una volta nella tua storia, Arezzo, abbi un po’ di pazienza. Anche se questa serie D è venuta a noia a tutti, dopo quattro anni di fila. […] Per ora, dopo sole tre giornate i ragazzi di mister Mezzanotti hanno dimostrato di aver capito che in serie D nessuno ti regala neanche un centimetro, cosa niente affatto scontata anche solo un mese fa. Se sei l’Arezzo, questa cosa conta più di avere 7 punti in classifica invece di 5, a questo punto del campionato, solo che magari te ne accorgi qualche tempo dopo.

(2 ottobre 2013) Il dibattito tra 4-3-3 e 4-4-2 è stucchevole e di lana caprina, ok. Però ci sono delle cose da sistemare al più presto, e – opinione di chi scrive – ha fatto bene la società a confermare la fiducia a Mezzanotti, perché non è che se l’Arezzo perde a Sansepolcro automaticamente l’allenatore diventa un cialtrone e i giocatori un ammasso di brocchi. Fortunatamente di cose da salvare, in queste prime cinque giornate, ce ne sono. […] Un campionato non è mai compromesso a 29 giornate dal termine, ma lo diventa se a metà girone d’andata si deve ancora trovare un assetto tattico, un’identità di gioco, una solidità difensiva.

(6 novembre 2013) normalmente una squadra che vuol vincere il campionato dovrebbe fare almeno una quarantina di punti in casa e racimolare quanto più possibile in trasferta, quindi l’Arezzo non ha più molte occasioni per steccare le partite interne.

(4 dicembre 2013) spronare gli under ad avere un po’ più di coraggio, perché – tolto Disanto – finora si sono un po’ troppo limitati a fare il compitino e a cercare di sbagliare il meno possibile, col risultato di togliere frecce all’arco della manovra dell’Arezzo, che senza le sovrapposizioni diventa giocoforza più prevedibile. […] lavorare psicologicamente su chi scende in campo, perché è inconcepibile che l’Arezzo, in 14 giornate, non abbia mai vinto una partita se al termine dei primi 45 minuti non è già in vantaggio.

(30 dicembre 2013) siccome chi scrive è convinto che i moduli siano importanti, ma ancor più importante è l’atteggiamento tattico con cui questi vengono interpretati, perché sia veramente “vita nuova” l’Arezzo dovrà semplicemente essere più arrembante, a prescindere da chi scenderà in campo. Difensori centrali che avanzino palla al piede quando non sono pressati, terzini che facciano continuamente sovrapposizioni sulle fasce, attaccanti esterni che non siano costretti ad andare a prendersi la palla sulla riga di metà campo, mediani che vadano al tiro dal limite dell’area o da 25 metri con più continuità. […] Al mister, alla società, ai ragazzi, chiediamo essenzialmente una cosa: un Arezzo che non abbia paura di nessuno, che sia consapevole della propria forza, del proprio tasso tecnico, ogni volta che scende in campo.

(15 gennaio 2014) Arezzo-Pistoiese 1-1, amaranto in vantaggio, gli arancioni impattano nel finale. Pistoiese-Arezzo 1-1, Carfora subito in gol, Minincleri pareggia in 10 contro 10. Con buona pace di chi vedeva la squadra di mister Morgia come una formazione di un altro pianeta e quella di Mezzanotti come un branco di raccattati. Il campo, ma tutto sommato non era poi così difficile prevederlo, ha detto un’altra cosa, e cioè che le due sfidanti sono molto più vicine di quello che si potesse pensare.

(20 febbraio 2014) Questa è una stagione che ha ancora qualche obiettivo possibile, sia pur molto ridimensionato rispetto alle aspettative di inizio anno: secondo posto, finale di Coppa Italia, vittoria dei playoff. La piazza, dai giocatori e dal nuovo mister, pretende questo. Buon lavoro, mister Chiappini.

Gentile società, questi che sono stati brevemente elencati sopra sono estratti da articoli pubblicati nei mesi scorsi a mia firma. Se questo significa “accanimento sull’Arezzo calcio e quindi sulla Dirigenza che lo amministra a pieno titolo” (il virgolettato è vostro), beh, io non so cosa pensare, né tantomeno cosa dirvi.

Sulla partita di domenica scorsa, che di solito analizzo per conto di Amaranto Magazine, stringi stringi c’è poco da dire.  La Pianese ha portato via dal “Città di Arezzo” un punto con pieno merito.  Sulla formazione iniziale ci ho capito poco (Rascaroli terzino? Idromela trequartista? Quadrini seconda punta?), sui cambi ancora meno (Fuori Carteri che in mediana sembrava il meno spaesato, Quadrini in campo 90 minuti e Martinez in panchina 90 minuti? Mencarelli in tribuna?), ma sicuramente questo è un limite mio.  Non può che essere così.