Una cosa divertente (a cui ho partecipato)

Io non lo so se gli ebook collettivi vanno di moda in questo 2018, ma penso di sì. O almeno, vanno di moda nel 2018 che mi riguarda. E fin qui, direte voi. Fatto sta che dopo quello dedicato a Mellon Collie and the Infinite Sadness che è partito da qui, stavolta mi sono ritrovato nell’inedita (per me) veste di semplice partecipante all’antologia ideata da Manq, che anziché spiegarvela io direttamente vi invito ad aprire questo link. 13 raccontini (anzi, 12+1, come dice la copertina della raccolta), che hanno come filo conduttore i momenti epici dei concerti.

La (bellissima) copertina dell’antologia, opera di Gozer Visions

Ora, io credo che quello che ha fatto Giuseppe sia un lavoro che merita tutta la vostra attenzione, e non solo: merita quel tipo di diffusione che è tipo “oh amico, ma lo sai che ho trovato un ebook che parla di episodi epici successi a dei concerti, e vale davvero la pena che tu lo legga, visto che è anche gratis?” (per citare Elio e le Storie Tese, “un applauso per la parola GRATIS”).

Dove lo trovate? Sul blog di Manq al post che vi ho linkato prima, ovviamente. O se siete di fretta, qui.

Imparare dalle frane.

Oggi è il 17 ottobre e sono quattro anni esatti dal giorno in cui ho imparato delle cose. Quel genere di cose che non ti si staccano più di dosso. Parole, sostanzialmente. Del genere che prima non ne conosci il significato, e tutto a un tratto ti cadono addosso come massi in una frana. Fenomeni necrotico-colliquativi. Parenchima. Lesione eteroplastica. Nodulazione solida. Secondarismi. Linfoadenomegalia. Noduli centrolobulari. Bronchioiectasie. Fenomeni flogistici. E come in una frana, non hai il tempo di renderti conto di quello che sta succedendo. Solo dopo, realizzi che queste parole ti stanno insegnando, nel modo più brutale possibile, che ci sono battaglie che nella vita davvero non si possono vincere. E che non c’è un “modo giusto” di sapere che una persona cara se ne andrà a 65, forse 66 anni, nel dolore e nell’impotenza. Si cerca di tenere insieme i cocci, dopo la frana, e dopo quattro anni si hanno ancora le dita macchiate di colla e il cuore in affanno, come se ne mancasse un pezzo, come se ancora faticasse ad accettare che una persona che ti ha accompagnato per tutto il tuo cammino, fino alla frana, ti dica semplicemente “da ora in poi dovrai cavartela senza di me”. Come nei fumetti e senza un lieto fine.

I massi sono alle spalle, l’aria è piena di polvere che si deposita tutto intorno, togliendo luce e brillantezza dalle cose.  Dopo quattro anni, la pioggia ne ha lavata via una parte, ma ancora qualcosa resta sulla pelle, sui pori e nelle vie respiratorie, a far grattare la gola come un pezzo di cibo che va di traverso.  E non sono lacrime, quelle che vedete negli occhi, no.  È  solo un granello di polvere che resta negli occhi, o un po’ di cibo andato di traverso che fa tossire e riempie gli occhi di umori.  Strofiniamoci le nocche sulle palpebre, asciughiamoci le gocce che colano sulle guance, infiliamoci gli auricolari nelle orecchie, tiriamo su la zip del giubbotto anche se ancora non fa freddo, anche se questo autunno assomiglia solo alla coda di un’estate come tante altre, mettiamo un piede davanti all’altro, riprendiamo a camminare. Non che ci sia molto altro da fare, a dire il vero.

Quando ti ho sognato eri una goccia
in un oceano di gomma
credo in te come tu credevi in me?
un fiore d’oppio in porcellana e roccia
Beh almeno tu sei vero
anche se sei solo pensiero

Scrivere [a sproposito]

L’altro giorno è arrivato in azienda un CV dove, nella descrizione delle attività lavorative, abbiamo trovato questa perla:

Insegnamento c/o proprio domicilio della lingua inglese a studenti di scuole superiori di ogni ordine e grado fine al superamento dei deficit formativi, e a studenti universitari per il superamento delle specifiche idoneità linguistiche.

Datore di lavoro: Me Medesima.

Tutto questo per dire che fa lezioni private a studenti, quelle che da noi si chiamano “ripetizioni”. Non ho potuto fare a meno di pensare a questo passo del grande Gaetano Savatteri:

“Cosa stai cucinando?”
“Filatura di grano duro in trafila di bronzo con datterini pelati a vivo, cipolla bianca di Castrofilippo appassita in olio extravergine con spremitura a freddo, all’aroma di basilico della mia grasta.  E poi, ascolta bene, rossi di gallina ruspante di terra su letto d’albume bianco rassodato a bassa temperatura in succo d’olive Nocellara.”
“Minchia, cose di lusso. E che vuol dire?”.
“Spaghetti col sugo di pomodoro e uova fritte”.
“Sei il solito cretino”.

“Peppe, la cucina è come la letteratura: il contenuto non conta, conta come si racconta”.

 

6 anni

E così il tempo continua a passare in fretta, tu continui a diventare grande e oggi è il tuo sesto compleanno, che è una cifra piccola eppure grandissima, fa quasi paura a pensarci, perché da quattro giorni hai cominciato la scuola elementare, e sono io a sentirmi piccolo, a pensare che adesso io per te vorrei delle cose.

Vorrei che tu stessi bene, innanzitutto. Vorrei che tutti i tuoi giri tra dottori, macchinari e laboratori di analisi diventino presto un lontano ricordo per te, un periodo sfumato della tua infanzia di cui pian piano dimenticherai i dettagli.

Vorrei essere all’altezza di tutto quello di cui hai bisogno:  da “quando torni a casa mi aiuti con i compiti?”, a starti vicino quando ti perderai in cose più complicate e grandi di te, a lasciarti solo quando vorrai che io tenga le distanze e comincerai a reclamare i tuoi spazi.

Vorrei che i tuoi occhi felici quando mi sdraio accanto a te per farti addormentare non si cancellino mai dalla mia mente, per portarmeli dietro quando le scarpe si faranno più pesanti, e che tu abbia la sensazione di poter contare su di me anche quando non sono steso al tuo fianco.

Vorrei non esserti mai di peso, anzi, alleviare il tuo.

Vorrei che questo 20 settembre 2017 fosse solo il primo di tanti giorni felici, perché tu, più di ogni altra persona che conosco, te li meriti, accidenti se te li meriti, perché per essere così piccolino ne hai passate di tutti i colori, e adesso sei davvero una piccola roccia.

Vorrei che questa lettera non ti sembri così tanto retorica se un giorno la rileggerai, ma so che non sarò riuscito ad evitarlo. Ma credimi se ti dico che l’ho scritta con tutto il mio cuore in mano.  Tanti auguri di buon compleanno, piccolo ometto mio. Diventi grande ad una velocità spaventosa.

Sono stato a vedere i Verdena 12 anni dopo

Sono stato a vedere i Verdena 12 anni dopo l’ultima volta che li avevo visti dal vivo. Oddio, 11 e mezzo, se proprio vogliamo essere fiscali, ma la sostanza non è che cambi molto. Incidentalmente, sono stato nello stesso posto dove li avevo visti a fine 2004, anche se da allora è cambiato il nome del locale, la gestione e un sacco di altre cose, tra cui il mio stato civile e buona parte dei miei ascolti. Ma non divaghiamo, e per fare un po’ di professionismo – che ben presto abbandonerò, nel corso di questo pezzo – vi snocciolo qui di seguito la scaletta, anzi, la setlist, come usa dire oggi, del concerto, che è durato poco meno di due ore ed è iniziato puntualissimo.

Derek
Luna
Sci desertico
Loniterp
Lui gareggia
Un blu sincero
Rilievo
Dymo
Puzzle
Contro la ragione
Il tramonto degli stupidi
Colle immane (intro)
Muori delay
Un po’ esageri
Colle immane
Valvonauta
Logorrea
Nevischio

– encore –
Fluido
Don calisto
Inno del perdersi
Revolve (Melvins cover)

 Per mille motivi che sarebbe troppo lungo, tedioso e non attinente elencare qui, mi capita sempre più di rado di andare a vedere dei concerti. E spesso si tratta di concerti molto raccolti, non megaeventi. La ragguardevole eccezione a questa non-regola è stato il live dei Radiohead del 2012. Ma torniamo a noi. Per questo concerto dei Verdena avevo inoltrato la prenotazione via mail il giorno stesso dell’annuncio dell’evento. Sono arrivato in loco fate conto verso le 21:10, e mi sono messo in fila, bravo, ordinato, tra facce note e gente venuta da fuori.  Ridendo e scherzando, mi ci è voluta una mezz’ora per entrare, e nel corso di questa mezz’ora ho realizzato che erano davvero diversi anni che non facevo una fila ad un concerto.
Ok, chi se ne frega. Ok.  Torniamo a noi.
Al concerto c’era un mio collega, che si è meravigliato perché al banco ho ordinato un Negroni. Parlando con lui, gli ho detto che secondo me non avrebbero fatto pezzi vecchi. Sono stato smentito già allo spot 2 della scaletta.  E finalmente, dopo quasi 2000 battute in gran parte superflue, cominciamo a parlare del concerto in quanto tale. Forse.

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(Foto di Elisa Modesti – www.karemaski.com)

I Verdena sono grosso modo miei coetanei. Anzi, se non sbaglio, Roberta è del 1979 come me.  Ho sentito per la prima volta una loro canzone nel 1999, ed ovviamente si trattava di Valvonauta, che con mio sommo sbigottimento hanno anche suonato, al concerto di cui in teoria dovrei stare parlando. Ci ho parlato di persona nell’estate 2000, coi Verdena, nel backstage di Arezzo Wave 2000, dopo il loro soundcheck.  Ricordo che gli avevo chiesto cosa significasse il ritornello di Stenuo, e che Alberto mi rispose che non voleva dire proprio niente. Io devo aver ribattuto un “ah, ok” e finita lì.  A questo concerto – che a beneficio dei posteri ricordo essersi svolto il 24 aprile 2016 – c’era un tot di ragazzi che probabilmente ai tempi dell’uscita di Valvonauta non era neanche nata,.o al massimo aveva in corso lo svezzamento.  Le foto nella gallery mi danno ragione, in questa mia considerazione tutt’altro che secondaria.  Eppure, Valvonauta l’hanno cantata tutti.
Ma perché, tutt’altro che secondaria? Per un motivo molto semplice.  Perché il tempo che scorre inesorabile per tutti ci ha consegnato intatta e sotto gli occhi di tutti quelli che hanno voglia di vederla, una cosa bellissima: un percorso artistico originale.  I Verdena, che nel 1999 erano solo un gruppo che aveva tirato fuori un singolo con un giro di basso che ricordava un po’ quello di 1979 degli Smashing Pumpkins, diciassette anni dopo sono una band che ha sei album all’attivo (di cui due doppi), ma soprattutto sono un gruppo che ha saputo esplorare tutte o quasi le sfaccettature del rock, aggiungendo elementi ad ogni nuovo disco.  Perfino il lavoro sui testi, che possono effettivamente sembrare (anzi, magari sono) ai confini del nonsense, è diventato parte integrante della loro produzione; non penso che nessuno mi possa smentire dicendo che è una cifra stilistica del gruppo.  I testi dei Verdena non sono profondi, eppure ti costringono ad interrogarti sul loro modo di scrivere, di fare musica.  Ma la cosa che a questo punto sono giunto a realizzare è che un gruppo che ha saputo mantenere così alta l’attenzione su di sé di un certo tipo di mondo, che potremmo banalmente, semplicisticamente e riduttivamente chiamare quello del rock alternativo, o se volete la scena indie, è quanto di più vicino ad una band generazionale potremo mai avere in Italia. Perché ok, ci sono stati i Marlene Kuntz e gli Afterhours, ma in entrambi i casi ci sono stati degli scivolamenti verso il pop abbastanza preoccupanti, se considerate l’intera questione, appunto, da un punto di vista indie.  I Verdena sono forse l’unico gruppo di una certa rilevanza che tutti più o meno ascoltano dal 1999 a oggi, e contemporaneamente sono anche un gruppo per cui bisogna fare la fila per entrare.  Un caso, nella scena musicale italiana, più unico che raro, permettetemi.
Ah, già che ci siamo: sono anche un gruppo che è migliorato tantissimo, tecnicamente.  Sono dei musicisti che danno l’impressione di pretendere tantissimo da loro stessi (Alberto Ferrari in primis, ovviamente), e che oggi, nel 2016, dal vivo alzano dei muri di suono che nel 2004 non erano in grado forse neppure di concepire loro stessi.  Figuriamoci nel 2000, quando Alberto suonò ad Arezzo Wave coi sandali e i calzini bianchi, e a un certo punto si mise a litigare coi fonici, la sua chitarra e il mondo intero a metà di un pezzo.
E insomma niente, domenica sera al Karemaski c’è stato questo concerto, il locale era pieno, i Verdena hanno suonato (bene) per un’ora e cinquanta minuti, e avrebbero potuto continuare altrettanto tempo e nessuno avrebbe avuto niente da obiettare. Il locale era pieno, ma ad onor del vero era pieno prevalentemente di gente venuta da fuori Arezzo.  Il che, se poi ci pensate un po’, è la fotografia più giusta del livello che hanno raggiunto questi tre miei quasi coetanei partiti dalla provincia di Bergamo, ormai quasi vent’anni fa.

Nota a margine:  appena finito il concerto, il DJ set è cominciato con Zero degli Smashing Pumpkins.  My reflection, dirty mirror, there’s no connection to myself. Proprio quegli Smashing Pumpkins di cui, frettolosamente, nel 1999 appiccicammo ai Verdena l’etichetta di emuli italiani. Ma all’epoca avevamo vent’anni, sia noi che loro, ed eravamo sicurament più ingenui. Avevamo internet col 56k, e un pezzo come questo, per commentare un concerto, non avrebbe avuto senso scriverlo.  Vedi te come cambia alla svelta il mondo.

Un ebook tributo per Mellon Collie

EDIT: L’EBOOK LO ABBIAMO POI EFFETTIVAMENTE FATTO, LO TROVATE QUI

Lo so, il ventennale di Mellon Collie and the Infinite Sadness era il 24 di ottobre dell’anno scorso. E vabbè, all’epoca l’idea non m’era venuta. Ci ho pensato oggi e più ci penso più mi sembra una cosa carina: realizzare un ebook tributo (da distribuire gratuitamente) per uno dei dischi simbolo di una generazione. E in breve, l’idea è questa: una raccolta di 28 racconti di 28 autori diversi, a tema “Mellon Collie and the Infinite Sadness”. Racconti che abbiano come titolo i 28 pezzi del disco, che siano essenzialmente pezzi di vita legati a una canzone di quel disco, oppure totalmente inventati, ma che abbiano all’interno un riferimento alla canzone che gli dà il titolo. Non ci sono limiti di lunghezza, però sarebbe carino se riuscissimo a realizzarlo in tempi ragionevoli, diciamo quindi che la scadenza per presentare il racconto potrebbe essere fissata al 30 settembre.

Che ne dite? Vi interessa partecipare? O conoscete qualcuno a cui potrebbe interessare? Se la risposta è sì, mandatemi una mail, lasciate un commento a questo post, o contattatemi su twitter, qui.

Ventotto metri.

ventotto

E dopo tanti anni di scritture cestistiche, più o meno riuscite, più o meno divertenti, era giunto il momento di mettere un punto.

Questo punto ha preso forma cartacea.

“Ventotto metri” è una raccolta di racconti, non tanto un libro “di basket” o “sul basket”, quanto piuttosto un libro che parla “attraverso il basket”. Una rassegna di momenti di vita, tutti in qualche modo legati alla palla a spicchi, uno spaccato di un tragitto di vita, e insieme una dichiarazione d’amore per questo sport.

Potete leggervi le prime pagine, ed eventualmente acquistarne una copia, semplicemente cliccando qui:

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1122022

Impressioni, pareri, dubbi et similia saranno, come sempre, ben accetti, e possono essere inviati all’indirizzo mail basketcity07@gmail.com o nei commenti in calce a questo post.

A testa alta

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Io me lo ricordo bene, Lauro Minghelli.  Erano gli anni in cui cominciavo ad andare a vedere l’Arezzo da solo, in cui l’Arezzo era nelle sabbie mobili dei dilettanti, dalle quali sarebbe uscito dopo tre anni.  Lauro Minghelli non era un giocatore come gli altri, così come l’Arezzo di Cosmi non era una squadra come le altre.  A dirlo oggi sembra la vuota retorica che spesso accompagna le persone che non ci sono più, mentre invece chi c’era, come me, ricorda. E anche Luca Stanganini e Andrea Lorentini, con la collaborazione di Katia Zeffiri, sono riusciti a scrivere un libro di sport che non è come gli altri.  Perché è un libro che racconta fatti di sport, ovviamente, ma è soprattutto un libro che tratteggia il ragazzo che abbiamo perso, ormai dieci anni fa, prima di una partita contro la Pistoiese che l’Arezzo vinse per 1-0 in un clima surreale.  A Lauro Minghelli è stata intitolata la Curva Sud dello stadio di Arezzo, ed è stato proprio vicino a quella curva, nel salone dell’Arbitro Club, che il libro è stato presentato, il 15 febbraio, quello stesso 15 febbraio che dieci anni prima ci aveva annunciato che Lauro aveva perso la partita più dura, quella che non si poteva vincere, quella contro la SLA.  “A testa alta” è quindi un libro che sarebbe riduttivo definire “di sport”:  è la storia di un giovane, a cui a 26 anni hanno diagnosticato un male incurabile, e che ha vissuto la sua vita apprezzandone, per quanto possibile, ogni momento.  Alla presentazione non sono bastati i posti a sedere, e vedere due uomini di calcio navigati come Francesco “Ciccio” Graziani e Serse Cosmi commuoversi, al punto di non riuscire a parlare, per più volte, nel ricordo di questo sfortunato giocatore, ci ha fatto capire che veramente, noi che l’abbiamo visto giocare – e ancor di più chi gli è stato amico – abbiamo assistito al breve volo di una splendida cometa.  E quindi “A testa alta” è un libro che ti prende anche se di calcio non ne sai niente, se magari non ti interessa l’argomento, semplicemente perché la storia di Lauro Minghelli è la storia, purtroppo, di molti. Lauro Minghelli da Maranello, terra di Cavalli Rampanti, ci ha lasciato quando l’Arezzo, l’altro Cavallo Rampante dello sport italiano, era in testa alla classifica della serie C1.  Quella stessa serie C1 che la banda di Cosmi ha riconquistato insieme a lui, nello spareggio di Pistoia che vide Corrado Pilleddu prendere una squalifica di due giornate per aver voluto anche lui alla festa in campo, a tutti i costi.  Io il libro l’ho iniziato domenica sera e l’ho finito martedì notte, non riuscivo proprio a staccarmene.  Quando sono arrivato all’ultima pagina era l’1:35 di notte, e io avrei voluto ringraziare i ragazzi che l’hanno scritto.  Spero di poterlo fare di persona. Mettiamo che nel mio caso forse è dovuto anche ad un tipo di coinvolgimento “affettivo”:  tuttavia, sono sicuro che piacerà anche a chi di Lauro non aveva mai sentito parlare prima di oggi.  Provare per credere.

Nota a margine-1: Complimenti anche al mio amico Andrea Bardelli, autore della foto di copertina.  Bello lo scatto, bella l’idea, ottima la resa.

Nota a margine-2: Ai fini della storia raccontata, non ha nessuna importanza, ma il personaggio dei Peanuts che si trascina dietro una coperta è Linus e non Charlie Brown.

Il più lungo giorno

E niente, stavo pensando che la maggior parte di voi ha letto la prima parte di questo racconto (pubblicata sul numero 5 de “Il Leggio”, lo trovate in pdf QUI) ma non la seconda. Quindi ho pensato di riproporvelo in versione integrale. In BLU trovate la parte già pubblicata, in ROSSO quella inedita.

Il Più Lungo Giorno

Caro Signor Papini,
sono ancora una volta a chiedervi la restituzione del manoscritto da me consegnatovi in presenza del Soffici presso il tipografo Vallecchi. Non avendo ricevuto risposta alle mie precedenti missive, mi trovo costretto a ricordarVi quanto per me detto manoscritto sia importante. Qualora la Sua persona non giudicasse necessario reperire e restituirmi quanto di mia proprietà, sarà mia cura scendere a Firenze con un acuminato coltello e risolvere detta questione da uomini.
Cordialmente, vi saluto.
Campana Dino

Giovanni Papini lesse e rilesse più volte la lettera: non sembrava proprio trattarsi di uno scherzo. Quella carta gialla e grossa, quella calligrafia nervosa che aveva già visto altre volte, erano proprio le sue, di Dino Campana. Restava da stabilire quanto facesse sul serio con queste minacce, e se avesse capito qualcosa di quanto stava succedendo laggiù, a Firenze, lontano dal borgo di Marradi da dove il poeta pazzo proveniva.
Ma Dino non era un villico di cui ci si poteva prendere gioco facilmente, Dino aveva viaggiato in lungo e in largo per l’Italia e per il mondo, era stato persino due anni in Sud America. Il problema, con quel soggetto, era la sua totale e completa imprevedibilità. Mentre si versava un bicchiere di cordiale nel suo soggiorno, Papini si decise: quella sera stessa sarebbe andato da Ardengo, si sarebbe fatto ricevere da lui e gli avrebbe parlato della questione. Dovevano decidere insieme quello che fare, perché insieme si erano ritrovati all’inizio di questa ingarbugliata vicenda, e insieme, che diamine, ne sarebbero usciti!

Il calesse si fermò al cancello della casa padronale dei Soffici, a Poggio a Caiano. Giovanni Papini percorse il viale a piedi e bussò al portone di casa: nessuna risposta. Decise di attendere un poco, prima di bussare una seconda volta, poi una terza. Ancora niente, tutto taceva. Eppure c’erano luci che provenivano dall’interno della casa. Che Dino Campana avesse già messo in atto i suoi propositi?
“Giovanni! Mio buon amico! Cosa ti porta da queste parti così, senza preavviso? Perdona il ritardo nel venirti ad aprire, ma ero indaffarato con un quadro e non riesco proprio a venire a capo di un colore… ma che ti succede? Sembra che tu abbia visto un fantasma!”
“No, Ardengo, nessun fantasma, è che credevo che Campana… ah, lascia perdere! Fammi entrare e ti spiegherò meglio perché ti sembro tanto turbato.”
“Ma certo! Non amo i misteri, lo sai bene, quindi prima avrò una spiegazione per tutta questa tua agitazione, e meglio sarà!”

I due si recarono nello studio del Soffici, e stavano seduti in silenzio, pensando ognuno per conto proprio a quanto Papini aveva detto poco prima. Ardengo Soffici, arrampicato su uno sgabello, contemplava il quadro a cui stava lavorando con aria perplessa., ma il suo sguardo andava oltre la tela, sembrava perdersi oltre l’orizzonte dei colli fiorentini. Giovanni Papini, semisdraiato su un sofà, si tormentava le mani, leggermente meno agitato di prima ma comunque coi nervi a fior di pelle. Fu lui a prendere la parola per primo, dopo i pochi minuti che erano serviti a entrambi per riordinare i pensieri.
“Secondo me è tutta una coincidenza colossale! Diciamocelo francamente, quel Campana è uno spostato, non è del tutto sano di mente. A quanto ho saputo, entra ed esce in continuazione dai manicomi: non può essere venuto a conoscenza di una cosa così grande, è un sempliciotto che proviene da un villaggio di contadini!”
“A me le coincidenze non piacciono” – gli rispose Soffici – “anzi, se devo dirti la mia, non credo che esistano. Il suo interesse a riavere quel manoscritto ha qualcosa di più profondo di una semplice gelosia per le proprie cose, secondo me. Non chiedermi come sia riuscito a scrivere le cose che ha scritto in quei fogli, ma il fatto è che dobbiamo fare in modo che nessuno lo prenda mai sul serio!”

A Marradi, intanto, c’era nell’aria il profumo delle bruciate. Dino Campana parlava con tutti di quei due fiorentini che lo avevano raggirato. Ne parlava col prete, col dottore, con l’ufficiale della posta, col farmacista, e a tutti ripeteva la stessa tiritera: “Te lo dico io, te lo dico. Quei due cialtroni di Soffici e Papini per ora non mi rispondono. Tra un po’ faranno finta di aver perso il mio manoscritto, e mi risponderanno che purtroppo non se n’è potuto fare di nulla perché il testo non si ritrova, e quanto gli dispiace e via e via. Ma la realtà, caro mio, è un’altra! Loro non mi vogliono pubblicare perché sono INVIDIOSI! Sanno benissimo che il libro è buono, magari non perfetto, ma buono abbastanza da essere pubblicato. Così, per paura che si parli un poco anche di Dino Carlo Giuseppe Campana da Marradi, e un po’ meno di Ardengo Soffici e del suo degno compare Giovanni Papini, mandano tutto a monte. Ma lo stupido sono stato io, ad avergli consegnato l’unica copia che avevo del testo intero! E tanto troverò lo stesso il modo di fregarli, perché ho buona memoria, io, altro che testa matta! Ora aspetto ancora un po’ e poi tu vedrai: se mi piglia la voglia, scendo a Firenze e mi faccio ridare il taccuino, con le buone o con le cattive. Altrimenti mi metto da una parte e lo riscrivo, che magari mi potrebbe anche venire meglio! Poi lo fo stampare, ne porto un bel po’ di copie a Firenze e mi metto a venderle. O voglio vedere le facce che fanno, quei due! Voglio proprio vedere!”
La gente del paese, però, lo considerava più che altro uno svitato, uno che non aveva tutte le rotelle al posto giusto, uno che era un po’ “come la su’mamma”, insomma.
Ma faceva anche un po’ simpatia, Dino, a Marradi, e questo suo sogno di diventare uno scrittore aveva un che di contagioso, così come era bello e coinvolgente sentirlo raccontare dei suoi viaggi in giro per l’Italia e per il mondo, per loro gente d’Appennino che non aveva mai lasciato la montagna. Era bello passare le serate con lui, a farsi raccontare, con quel suo tono enfatico e sognante, dei suoi viaggi, veri o inventati poco importava. Di quando era stato da Firenze alla Verna a piedi, oppure del Sudamerica, a seconda di come gli andava nel momento. Così alla fine l’aveva trovata, un po’ di gente disponibile a dargli una mano, e cinque lire qua, e due là, era riuscito, grazie all’aiuto dei marradesi, a raccogliere un po’ di soldi per potersi presentare dal Bruno Ravagli, che di Marradi era il tipografo, a farsi stampare un po’ di copie de “il più lungo giorno”, quell’opera che era insieme poesia e diario di viaggio, fantasie e autobiografie. Ma con qualche accorgimento, rispetto al manoscritto autografo consegnato ai due cialtroni, per far vedere che lui, Dino Campana da Marradi, non era il tipo da farsi mettere nel sacco da quei due signorotti di città, buoni solo per dirsi a vicenda quant’eran bravi.
Il titolo, innanzitutto, ché cambiando quello si sarebbe da subito potuto capire se la precedente stesura se l’eran letta o meno. Così Dino pensò alla prima cosa che gli veniva in mente, un titolo talmente aulico da voler risultare antipatico a tutti quei letterati fiorentini. “Canti Orfici”, così, per far capire che anche a Marradi si sapeva qualcosa di letteratura classica, e non c’era bisogno di esser nati lì per avere un po’ d’arte dentro. Poi, all’interno, un paio di dediche – celate ma non troppo – per quei due, così che se il libro gli fosse passato in mano anche solo per caso, o mentre Dino era al culmine del successo, se non erano proprio delle teste di legno, avrebbero capito che si rivolgeva a loro. La prima, nel sottotitolo, Die Tragödie des letzen Germanen in Italien, la tragedia dell’ultimo germanico in Italia, per far capire a lorsignori come la sua arte fosse passata ingiustamente, anzi, tragicamente, inosservata, come se non lo ritenessero neppure degno di esser considerato dalla scena fiorentina, la culla dell’italiano che lo rigettava come straniero. La seconda, nell’ultima pagina, con una frase presa da Walt Whitman e modificata all’uopo. L’originale diceva The three were all torn and cover’d with the boy’s blood, i tre erano laceri e coperti col sangue del ragazzo, ma poiché loro non erano three ma piuttosto two, la frase Dino la fa diventare They were all torn and cover’d with the boy’s blood. O vediamo, che se mi fanno girare le scatole ci penso io, il coltello di cui gli scrissi ce l’ho ancora, che si credono?

A Firenze, nel frattempo, due insolitamente timidi Ardengo Soffici e Giovanni Papini erano nella sala d’attesa della caserma dei carabinieri, chiedendo in modo vago e assai confuso di venir messi in contatto con quello dei Servizi Segreti, ma si, quello che per copertura fa il pasticcere in via Ghibellina, e che da soli non ci son potuti andare perché oggi è giorno di chiusura, signore, e noi non si sa dove stia di casa quel signore lì. I militi dell’arma, indecisi se chiamare il pasticcere in questione, il manicomio o fare un viaggio a Sollicciano per far passare a questi due la voglia di fare gli spiritosi, nel pieno della propria solerzia optarono per un salomonico calcio nelle terga dei due, che cominciavano a pensare di starsi trovando in un incubo, tanto la situazione assumeva contorni disperati.
Eppure la lettera recapitata alla redazione di Lacerba, la rivista da loro diretta, parlava chiaro, con tanto di bollo in calce:
Individuato pericoloso sovversivo tra i poeti italiani, uomo avvezzo a lunghi spostamenti e con abitudini bizzarre. Ogni manoscritto inedito che dovesse giungere presso la Vostra rivista dovrà essere posto al vaglio preventivo dei Servizi Segreti, perché potrebbe contenere messaggi in codice cifrato, utili a fornire al nemico informazioni circa le nostre Forze Armate. Per qualsiasi dubbio, prendete una fetta di torta della nonna dal pasticcere di Via Ghibellina, sarete ricevuti con la massima solerzia. La patria, sentitamente, ringrazia.

Non poteva trattarsi di un falso: il bollo in ceralacca era davvero stato posto con un timbro del Regno d’Italia.
C’era solo una soluzione: il manoscritto de Il più lungo giorno doveva sparire, o starsene ben nascosto per un po’. E per nessuna ragione al mondo sarebbe dovuto finire nelle mani di un editore: i messaggi in codice in esso contenuti erano a volte talmente evidenti da risultar chiari anche a loro due, letterati e votati all’azione, seppur non pratici di guerre e spionaggi vari ed eventuali! Farlo stampare avrebbe significato certamente fare in modo che il nemico si facesse recapitare tutte le informazioni di cui aveva bisogno per prevalere sulla nostra povera patria, per di più in un formato insospettabile, com’è quello di un libro!
Doveva essere così per forza: Soffici e Papini erano giunti entrambi alla medesima conclusione: dietro quell’aria da mezzo matto, quasi da poeta maledetto, di Campana, si celava un’abile spia al soldo degli eserciti nemici. O cosa c’entravano, altrimenti, tutte quelle descrizioni di Faenza, di Bologna, di Firenze e dei boschi dell’alto Casentino, in un libro di poesie? Lo scopo era chiaro: dare al nemico preziose indicazioni sulla geografia dei luoghi, sulle fortificazioni delle città, e magari infilare anche qualche messaggio in codice che un infiltrato in Italia avrebbe potuto capire. Si, ne erano convinti. Dino Campana era un traditore della Patria, che nei suoi viaggi per il mondo aveva preso contatti con potenze straniere e adesso era tornato in Italia per riferire a loro delle sue indagini. Del resto, chi avrebbe badato alle bislacche domande, agli strambi modi di fare, di un soggetto del genere?

(Per sapere come va a finire, trovate il resto su “Come una mano che saluta da un treno”, Edizioni Helicon, 2017)

 

Bambini

Questo racconto ha partecipato – con scarsa fortuna, ma me lo aspettavo, non essendo certo io uno “scafato” del genere fantascientifico – al concorso “70 ore nel futuro” organizzato dall’associazione culturale Karemaski Multi Art Lab.
L’incipit, previsto dal bando e riportato in corsivo nel racconto, è di Nicoletta Vallorani, una che di sicuro la sa più lunga di me. Mi farebbe piacere un vostro parere in merito. 🙂

Il crepuscolo colora il cielo di piombo. Non piace ai piccioni, che si assiepano fuori dal vetro sporco, fantasmi rugosi di una Milano che non c’è più. Hanno perso le piume dopo l’ultimo uragano nucleare. Non sono morti. Non siamo morti noi. Decimati, questo sì. Ma non morti. Lo avremmo meritato, credo. Ma non è su questa base che la natura decide: mai stata meritocratica, piccolo. E ricordatelo, perché un giorno ti servirà.
Mi guardo allo specchio. Riprendo il lavoro. I capelli cadono come neve color sangue. Il lavandino ne è colmo. Rossa bambagia che segna il tempo che ho avuto per me, e la sua fine. La passione è terminata, piccolo. Troverai un’altra donna quando verrai al mondo.
Una contrazione mi serra i muscoli, il rasoio scivola, disegnando un’onda nella mia strana acconciatura a metà. Mi piego, aspetto, torno ad alzarmi. Spingo via un pensiero molesto, un volto che forse ho amato, ma che già sfuma tra i ricordi che non voglio avere. Cancello il dolore con cura meticolosa.
Un colpo.
Due.
Tre.
Getto via la spugna.
Riprendo il lavoro col rasoio.
Tagliare i capelli. Scoprire la pelle.
Stai fermo ancora un minuto. Dammi il tempo di completare quel che ho iniziato, con la mia testa e il mio corpo.
Lo specchio mi restituisce i miei occhi stanchi, piccole luci azzurrate in questa giornata che si spegne.
Io sono questa.
Olivia.


Se solo non avessi questo mal di testa, continuo, che mi restituisce sensazioni offuscate e percezioni distorte. Forse è l’aria densa, forse la mia continua paura di essere trovata. Forse mi sto solo immaginando tutto. Chi può dirlo con certezza?
Quello che posso dire con certezza è che sono inseguita. Stanno cercando di catturarmi, e in più di un’occasione ci sono anche andati vicini. Chi sono? Perché lo fanno? È difficile dirlo. Sono successe tante cose, dopo lo sgancio della bomba. Molte di più ne erano successe nei giorni precedenti, a ben guardare. Gli arresti degli oppositori politici, le distorsioni dell’informazione. Storie che ciclicamente si ripetono, a dimostrazione ulteriore che l’unica specie animale, in tutto il creato, a non imparare dai propri errori è sempre e comunque l’uomo.
Poi i due giorni di apocalisse. E diventa residuo, diciamo pure inutile, dire chi ha cominciato, o perché, o cosa si sarebbe potuto fare. In due giorni, una guerra ha squarciato l’intero pianeta, lasciando sul campo tanti di quei morti che nessuno si è posto il problema di seppellirli. Era un lavoro semplicemente titanico, troppo arduo e inutilmente lungo. Ancora oggi, nessuno si spiega come mai si siano salvati tutti i bambini di età inferiore ai tre anni. Posso ipotizzare che sia perché il loro corpo è ancora ad uno stadio non troppo avanzato dello sviluppo, e quindi ha saputo “assorbire il colpo” meglio degli altri, degli adulti, dei “grandi”. Se credessi in un Dio, vi direi che è stato semplicemente per fare tabula rasa, perché è stato risparmiato chi non aveva colpe. Ma non credo in nessun Dio, e non ho nessuna spiegazione del perché ciò sia avvenuto.
Non riesco ad essere lineare, raccontandoti tutto. Forse ometterò qualcosa, non so dirti. Nel caso, sappi che non l’ho fatto apposta. È difficile, essere lucidi, in una situazione come la mia. E questo mal di testa, poi.
Bere, si, ho bisogno di bere. Anche se questo significa per forza che sarò meno lucida, meno presente, meno reattiva. Non importa, non più, non al punto in cui sono le cose.
E dire che non sempre è stato così. C’è stato un tempo in cui si poteva ancora passeggiare a braccetto per Milano, e se non erano giornate di calura eccessiva, si poteva persino respirare davvero, si poteva mangiare nei ristoranti coi tavolini all’aperto, si poteva addirittura credere di essersi innamorati. Ma di costruire un futuro insieme quello no, non ci ho mai pensato, non ci ho mai creduto. Lo sapevo già, che il mio destino sarebbe stato questo. Lo sapevo e non te l’ho mai detto. Egoista da parte mia, non è vero? Sicuramente si, però questo era il mio destino, la strada per me segnata.
Scusa un secondo, devo interrompere la registrazione. Torno subito.
Ne ho disarmato uno. Bene. Ora so cosa farò, dopo aver terminato questa mia chiacchierata col registratore vocale. So perfettamente dove dovrò andare, cosa dovrò fare. E se proprio va male, mi basterà contare i colpi. Lascerò l’ultimo per me, e via.
Tu non hai idea, vero? Non hai idea di come ci si senta ad essere quella che ha schiacciato il pulsante, quella che ha sulla propria coscienza qualche miliardo di morti. No che non puoi saperlo. Tu sei una persona pulita, onesta. Io invece sono sempre stata questa. Sono sempre stata una killer dormiente, e si sapeva che la Terza Guerra Mondiale sarebbe durata poco, pochissimo, visto il livello di sofisticazione raggiunto dalle armi. Quindi si decise di fare questo: crescere una persona che fosse appositamente programmata per questo scopo, consapevole di quello che faceva eppure in grado di sopportare il carico di responsabilità che ciò comportava, e poi metterla a vivere nella società normale. Fino a che non fosse arrivata quella chiamata. Quid custodiet ipsos custodes?
Quella era la frase che avrebbe dato il via a tutto. E in quel momento, non ci si poteva permettere il lusso di affidare il compito di dare il via alla nuova guerra-lampo ad una persona che avesse remore o rimorsi di coscienza. E io non ne ho. Sono stata cresciuta bene, senza scrupoli, senza rimorsi né retaggi morali. Così, quando è arrivata la chiamata, la frase in latino, ho premuto il pulsante e la guerra ha avuto inizio. Ho fatto suonare le trombe dell’Apocalisse e non ho avuto esitazioni. Ricordo benissimo dov’ero. Stavo passeggiando in via Torino, ci saremmo dovuti vedere un’ora più tardi in Piazza Duomo. Ero in anticipo, guardavo le vetrine dei negozi. Così, quando è arrivato il momento, ho semplicemente rimesso il cellulare nella borsetta, sono tornata verso casa mia senza avvertire nessuno. Tecnicamente, ti ho dato buca, ma non credo che te ne importi granché, a pensarci oggi.
La Terza Guerra Mondiale è durata due giorni. Uno in meno del previsto, a dire il vero.

(Per sapere come va a finire, trovate il resto su “Come una mano che saluta da un treno”, Edizioni Helicon, 2017)