Una cosa divertente (a cui ho partecipato)

Io non lo so se gli ebook collettivi vanno di moda in questo 2018, ma penso di sì. O almeno, vanno di moda nel 2018 che mi riguarda. E fin qui, direte voi. Fatto sta che dopo quello dedicato a Mellon Collie and the Infinite Sadness che è partito da qui, stavolta mi sono ritrovato nell’inedita (per me) veste di semplice partecipante all’antologia ideata da Manq, che anziché spiegarvela io direttamente vi invito ad aprire questo link. 13 raccontini (anzi, 12+1, come dice la copertina della raccolta), che hanno come filo conduttore i momenti epici dei concerti.

La (bellissima) copertina dell’antologia, opera di Gozer Visions

Ora, io credo che quello che ha fatto Giuseppe sia un lavoro che merita tutta la vostra attenzione, e non solo: merita quel tipo di diffusione che è tipo “oh amico, ma lo sai che ho trovato un ebook che parla di episodi epici successi a dei concerti, e vale davvero la pena che tu lo legga, visto che è anche gratis?” (per citare Elio e le Storie Tese, “un applauso per la parola GRATIS”).

Dove lo trovate? Sul blog di Manq al post che vi ho linkato prima, ovviamente. O se siete di fretta, qui.

Come una mano che saluta da un treno (del Casentino)

E così, dopo qualche mese di silenzio, sono tornato a presentare “Come una mano che saluta da un treno“, questa volta nella bellissima cornice del Caffè Le Stanze di Poppi (AR), in compagnia di Silvia Frunzi. Un posto bellissimo, in uno dei borghi più belli d’Italia. Aria fresca, mondiali appena finiti (a proposito, complimenti alla Francia, e chiudiamola qui), gente cordiale, attenta e curiosa. Mi piace un sacco fare presentazioni di libri, come questa:

E a voi non piacerebbe invitarmi a farne una dalle vostre parti? Io ci sono se vi va!

Una punta di malinconia e tristezza (mai) infinita

Il 7 giugno 1998, Billy Corgan e soci si esibivano in Piazza Navona e sulla scalinata del Palazzo della Civiltà Italiana. A vent’anni da quel “doppio concerto” (anche se in Piazza Navona fecero solo due pezzi), insieme ad una banda di pazzi che hanno scelto di partecipare a questo progetto, lanciato ormai oltre due anni fa, abbiamo scelto il 7 giugno 2018, una data che simbolicamente suggella il legame degli Smashing Pumpkins con il nostro Paese, per pubblicare l’ebook “UNA PUNTA DI MALINCONIA E TRISTEZZA (MAI) INFINITA – A TRIBUTE TO MELLON COLLIE AND THE INFINITE SADNESS”.  Il primo ebook tributo in Italia – per quanto ne so, a dire il vero, in tutto il mondo, ma magari mi sbaglio –  ad uno dei dischi che meglio rappresenta la mia generazione.  Un album che è un insieme di generi musicali, un ebook che è una raccolta di testi dei generi più disparati.  Non vi dico altro, preferisco lasciarvi il piacere di scoprirli via via. Un progetto che a volte ho perfino pensato di mollare (non è facile, credetemi, mettere insieme 28 testi inediti, di autori diversi che spesso neanche si conoscevano tra loro), e che però oggi vede finalmente la luce. Per cui, GRAZIE a tutti quelli che hanno scritto in questo ebook, grazie a chi ha riletto a caccia di refusi, a chi ha tradotto, a chi ha consigliato, a voi che leggerete e farete leggere questo testo ad altri.  Noi ce l’abbiamo messa tutta, adesso speriamo davvero che vi piaccia.

una punta di malinconia (in PDF, scaricabile da qui)

una punta di malinconia (in ePub, scaricabile da questo link dropbox)

una punta di malinconia (in ePub, scaricabile da questo link su SmashWords)

 

27 consigli da un marzo… libresco!

Ispirato da un’iniziativa proposta da Francesca Crescentini sul suo blog, ho stilato una lista di libri per un marzo all’insegna della lettura. Le foto sono tutte su Instagram, insieme a molte altre, in alcuni casi anche più interessanti delle mie.

1. La mia copertina preferita: “Dellamorte Dellamore” di Tiziano Sclavi (disegno di Angelo Stano).

2. Un caposaldo della mia infanzia: “Il richiamo della foresta” di Jack London.

3. Ho amato il libro, pur detestando tutti i personaggi: “Limonov” di Emmanuel Carrère.

4. Un libro che ho sentito il bisogno di possedere in almeno due edizioni: “Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams

5. Un saggio curioso: “A passo di gambero” di Umberto Eco

6. “Era bello anche il film”: “Shining” di Stephen King

7. Un’ossessione adolescenziale: “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi

8. Il libro più strano della mia biblioteca: “L’era di Sinatra” di David Ohle

9. Un regalo azzeccato: “La polvere del Messico” di Pino Cacucci

10. Una graphic novel: “Midnight Nation” di J.M. Straczynski & Gary Frank

11. Il “classico” del cuore: “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust

12. Una distopia di rara potenza: “Watchmen” di Alan Moore e Dave Gibbons

13. Un libro che parla di libri: “Le storie di Arturo Bandini” di John Fante

14. Un libro che leggerei con una certa vergogna in tram:  “Girls” di Nic Kelman

15. Un favoloso polpettone: “Il fuoco amico dei ricordi” di Alessandro Piperno

16. Un libro estenuante: “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert M. Pirsig

17. Un libro pop-up: “10 piccoli pinguini” di Fromental/Jolivet

18. Una bella pagina: “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini

19. Una raccolta di racconti: “Racconti del mistero, del terrore, dell’impossibile, d’incubo” di Edgar Allan Poe

20. Un libro autografato: “I migliori di noi” di Andrea Scanzi

21. Un degno rappresentante della mia collana preferita: “La confraternita dell’uva” di John Fante

22. Ah, l’amore: “La schiuma dei giorni” di Boris Vian

23. Un coffee-table che mi fa sentire molto alla moda: “Steve McCurry – Magnum La Storia Le Immagini”

24. Un libro spaventoso (anche solo a tratti): “Le notti di Salem” di Stephen King

25. Un libro che mi fa ridere (anche in pubblico): “La fabbrica delle stelle” di Gaetano Savatteri

26. “Signora mia, quanto ho pianto”: “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer

27. Un libro che vorrei aver scritto, invece sto su Instagram: “Triste, solitario y final” di Osvaldo Soriano

Scrivere [a sproposito]

L’altro giorno è arrivato in azienda un CV dove, nella descrizione delle attività lavorative, abbiamo trovato questa perla:

Insegnamento c/o proprio domicilio della lingua inglese a studenti di scuole superiori di ogni ordine e grado fine al superamento dei deficit formativi, e a studenti universitari per il superamento delle specifiche idoneità linguistiche.

Datore di lavoro: Me Medesima.

Tutto questo per dire che fa lezioni private a studenti, quelle che da noi si chiamano “ripetizioni”. Non ho potuto fare a meno di pensare a questo passo del grande Gaetano Savatteri:

“Cosa stai cucinando?”
“Filatura di grano duro in trafila di bronzo con datterini pelati a vivo, cipolla bianca di Castrofilippo appassita in olio extravergine con spremitura a freddo, all’aroma di basilico della mia grasta.  E poi, ascolta bene, rossi di gallina ruspante di terra su letto d’albume bianco rassodato a bassa temperatura in succo d’olive Nocellara.”
“Minchia, cose di lusso. E che vuol dire?”.
“Spaghetti col sugo di pomodoro e uova fritte”.
“Sei il solito cretino”.

“Peppe, la cucina è come la letteratura: il contenuto non conta, conta come si racconta”.

 

Il treno è passato dalla Edison

Ci ho messo qualche giorno a realizzare che alla presentazione di “Come una mano che saluta da un treno” (Edizioni Helicon) c’era davvero tanta gente, attenta, presente e partecipe.

Domande dal pubblico, amici venuti da fuori, parenti che decidono di farmi una sorpresa, bottigliette d’acqua naturale, copie firmate, professori universitari, giornalisti bravi e famosi, giornalisti bravi e basta, sacchetti bio, altre copie firmate, messaggi e chiamate dell’ultimo minuto di chi non sarebbe venuto, persone che invece sono venute e non me lo aspettavo, chiacchiere di musica, di fumetti, ovviamente di libri. La mia domenica pomeriggio alla Libreria Edison entra di diritto nel novero dei giorni in cui sono stato felice. Per cui grazie.  Grazie prima di tutto alla Libreria Edison che mi ha ospitato, supportato e sopportato.

                                   (e che ha fatto anche questa bellissima locandina)

Grazie a chi si è sciroppato chilometri per venire, a chi è venuto a piedi, a chi è stato ad ascoltare, a chi si è fatto firmare la copia, a chi non se l’è fatta firmare, a chi il libro lo aveva già letto ma è venuto lo stesso, a chi lo deve ancora leggere, a chi ha fatto le domande e a chi ha ascoltato.

Come una mano che saluta da un treno

Adesso posso dirlo, è ufficiale & ufficializzabile: a fine mese uscirà “Come una mano che saluta da un treno – racconti a bassa definizione“, una raccolta di racconti scritti da me che verrà pubblicata dalle Edizioni Helicon di Arezzo. 180 pagine in vendita a 13 euro, con una bellissima foto di copertina di Andrea Bardelli e una altrettanto bella prefazione di Eleonora Corsi. Questo post sarà successivamente modificato e verosimilmente integrato con delle date di presentazione del libro, alle quali vi aspetto numerosi e curiosi.

Intanto, la copertina è questa:

                   Che dite, vi piace?

La citazione che dà il titolo al libro non vi verrà svelata, invece, in questa sede, ma non sarà affatto difficile da trovare su internet. Mi piacerebbe poterne parlare, così come avere un bel numero di pareri sul libro. Per ora, è solo il momento di essere, sinteticamente, felici: in fondo, vedersi pubblicare un libro è un sogno che uno si porta dentro fin da bambino.

Un disastro chiamato amore

Lo ammetto: io, così come i miei 3 o 4 affezionatissimi lettori, mai avrei – avremmo – pensato di poter parlare di un romanzo come “un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli.  Eppure, per quelle strane coincidenze che nella vita talvolta accadono, i nostri percorsi si sono incrociati per vie traverse, ed ecco che questo mi ha portato alla lettura di questo libro.  Lettura avvenuta nel corso di un volo che mi stava portando in Australia, peraltro – questa segnatevela, perché dopo ci torniamo – e soprattutto risultata più piacevole e scorrevole di quello che avrei potuto pensare. E qui è dove ammetto che partivo prevenuto sul genere “romanzo rosa”. E invece “un disastro chiamato amore” è un libro che mi ha ricordato come nella vita bisognerebbe esserlo il meno possibile, prevenuti.

Ecco, la copertina non mi è piaciuta granché, ma sono dettagli.

Ecco, la copertina non mi è piaciuta granché, ma sono dettagli…

“Un disastro chiamato amore” è un romanzo piacevole, una lettura che intrattiene tenendoti sulla corda senza mai annoiarti – e ti paresse poco. La parte più interessante del libro – per chi scrive – è la caratterizzazione del personaggio principale.  Vivienne Vuloir, italo-francese che da Parigi deve trasferirsi in Liguria per scrivere una biografia su commissione, è veramente un disastro ambulante, e le gag che la vedono protagonista sono divertenti, ma non quanto le sue innumerevoli ansie e il suo modo “contorto” e molto femminile di pensare a tutto quello che le capita.  Una tra tutte – e torniamo alla voce “coincidenze” la paura di volare:  senza voler troppo rivelare della trama, per non rovinare il piacere della lettura, ad un certo punto della storia Vivienne deve decidere se prendere o meno un volo che la porterebbe in Australia.  Ecco, questa parte del libro l’ho letta a bordo di un aereo diretto a Melbourne!  Vivienne è vera, tridimensionale, rompicoglioni, impacciata e pertanto fa simpatia, anche a me che credo di essere il più atipico dei lettori di romanzi rosa che possiate immaginare. Io non lo so se Chiara Giacobelli si è ispirata a sé stessa per tratteggiare il personaggio, non la conosco così bene, ma per quel poco che la conosco immagino di si, che ci abbia messo dentro un po’ di sé. Il risultato è ok. Il solo appunto che mi sento di fare è che le figure maschili del libro, tranne ovviamente il protagonista maschile, Alex Lennyster, non sono altrettanto ben tratteggiate:  non che la trama ne risenta, però devo qui prendere le difese della categoria e dire che gli uomini sono altrettanto ricchi di sfaccettature caratteriali, spesso e volentieri.

Comunque, questo libro ha avuto per me un indubbio merito: mi ha aiutato a superare una sorta di “blocco mentale” che avevo nei confronti del genere letterario in sé.  Fino alla lettura di questo libro, ecco, direi che mi sarei potuto definire uno del tipo “non ho niente contro chi li legge, però…”, mentre invece adesso potrei tranquillamente definirmi come appartenente alla scuola di pensiero del “perché no? Mica si possono leggere solo cose impegnate nella vita!”

[…e dopo quest’ultima frase, corro a comprarmi l’ultimo libro di Noam Chomsky, così, tanto per fare pace col me stesso precedente!]

Scherzi a parte, “Un disastro chiamato amore” è stato una lettura davvero gradevole. Uno di quei libri che potreste tranquillamente far trovare sotto l’albero ad una vostra amica, fidanzata, moglie, mamma. Che vi ringrazierebbe del regalo. E poi vi chiederebbe: “ma quando esce il prossimo?”

Ah già, non ve l’ho ancora detto:  il libro ha una sorta di “finale aperto”, diciamo una porta a vetri attraverso la quale si vedono spiragli di un seguito che immagino sia più che un pensiero nella mente dell’autrice. Buona lettura, allora.  In attesa di sapere che altro ci sarà in serbo per Vivienne…

Andrea Scanzi – I migliori di noi

Una regola non scritta delle recensioni letterarie di romanzi contemporanei è che non bisognerebbe mai recensire libri di persone che si conoscono, soprattutto se le si sono conosciute PRIMA che diventassero scrittori.  La mia fortuna in tal senso è che non faccio recensioni letterarie stricto sensu, ragion per cui nulla mi vieta di parlare del libro del mio ex compagno di università Andrea Scanzi, “I migliori di noi”, appena uscito da Rizzoli ed ambientato nella mia nativa Arezzo.

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Ci sono alcune cose che mi preme sottolineare di questo libro, e che esulano dalla bontà del libro stesso – che comunque mi sono letto in due giorni, quindi ha l’indubbio pregio di essere ben scritto.  La prima di queste cose è il bellissimo tributo di Arezzo che ne viene fatto:  dell’Arezzo dentro le mura della città vecchia, degli scorci poco conosciuti agli aretini stessi e ovviamente ancor meno a chi viene da fuori, del materiale umano di questa città che emerge in tutta la sua tridimensionalità.  L’aretino bubatore, dalla lingua tagliente e sempre pronto a lamentarsi, ma di animo buono, se lo si sa prendere.  La città che quando ci fai un passo dentro ti accoglie e ti strega, questa Arezzo così “inconsapevolmente bella” che gli ultimi ad accorgersene sono proprio gli aretini.
La seconda – vivaddio – è che Arezzo, la città dei “botoli ringhiosi” per dirla col Sommo Poeta, sa essere ironica ed autoironica, in modi che spesso non emergono, forse per quella sua toscanità ghibellina,  lontana anni luce dalla presunzione sottile di Firenze.  E Andrea Scanzi – non starò qui a dilungarmi nel dirvi che c’è dell’altro anche nell’autore, oltre a quello che vediamo in TV, perché ve lo diranno in millemila pezzi, tutti molto meglio di quanto saprei fare io –  è stato brillantissimo nel sintetizzarlo, in questo passaggio:

Ultimamente in questa città nascono solo cantanti stonati, ministre citrulle e giornalisti stronzi. È un bel problema.
Se continua così, Pietro Aretino andrà da San Pietro e chiederà un nuovo nome d’arte. Che so, Pietro il Biturgense.

Ecco, questo passaggio sintetizza Arezzo nella sua essenza, non solo “timida anche quando è sabato sera”, ma anche critica feroce verso l’interno tanto quanto verso l’esterno, qualità non da poco e spesso non sottolineata da chicchessia. In un mondo in cui tutti hanno la verità in tasca, saper essere autocritici è un pregio troppo spesso sottovalutato.

Ora, il romanzo si legge bene perché la trama ha una sua linearità e uno sviluppo che non mira a sorprendere il lettore con colpi di scena continui, ma a tenerlo agganciato al dipanarsi della storia, fino al [SPOILER, ma non troppo] finale aperto [/SPOILER] tramite il racconto di una storia di amicizia persa e poi ritrovata, dei perché e dei percome, che sono sensazioni che hanno una sua universalità tale per cui potremmo benissimo prendere il romanzo di peso e spostarlo, che so, da Arezzo a Udine o ad Ancona (tanto per dire due città italiane dello stesso ordine di grandezza) e tante cose sarebbero rimaste le stesse.  Non tutte, ovviamente, perchè gli anconetani e gli udinesi non sono gli aretini.  I rapporti di amicizia che si perdono e si riagganciano a distanza di anni sono uno dei temi più trattati nella storia del romanzo europeo, potrei fare tanti di quei nomi da fare una lista comunque lacunosa, per cui ne faccio uno solo e accontentatevi: “Le Braci” di Sándor Márai.  Ovviamente lì c’è un registro molto più tragico, mentre qui siamo in un ambito più scanzonato:  Andrea Scanzi, per scrivere questo libro, ha detto di essersi ispirato a Marco Malvaldi, e se ne trovano indubbiamente le tracce (nei dialoghi tra i personaggi anziani e quelli più giovani, ma anche nell’occhio sempre ironico del narratore verso gli usi e i costumi dell’Italia di oggi), così come nel precedente (“La vita è un ballo fuori tempo”, se non lo conoscete, recuperatevelo e leggetevi anche quello, male non vi fa, anzi) c’erano dei rimandi in termini di linguaggio che solleticavano il miglior Stefano Benni.  Ma evidentemente fin qui non sono stato convincente nello spiegarvi perché dovreste leggervi questo libro, me ne rendo conto.  Sintetizziamo.
C’è Arezzo, abbiamo detto. Ci sono una schiera di tipi umani. C’è una storia di amici che si perdono e si ritrovano. E poi? Poi c’è Andrea Scanzi, che nel bene o nel male è una delle penne più pungenti che abbiamo oggi in Italia, ma c’è in un modo per certi versi inedito.  L’Andrea Scanzi narratore, pur senza rinunciare ad essere ironico nel modo che da sempre lo contraddistingue, mostra in questo caso un’indulgenza che in altri suoi scritti, per motivi che dovrebbero sembrarvi ovvi, non ha. Ah, e c’è la musica, come sempre, come in tutto quello di cui scrive Scanzi, anche quando magari ad una prima occhiata non ce ne accorgiamo.

Non c’è solo una città di provincia, insomma, seppur sia un protagonista ingombrante in questo racconto. C’è una storia che mischia provincia e caratteri universali, musica pop e prog-rock, scorci da cartolina e scene di vita odierna, ironia e sentimenti, uno ieri analogico che resiste fieramente ad un oggi digitale.  Forse vi sembra poco.  Non lo è, credetemi.

Un’ultima cosa, se siete arrivati a leggere fin qui e siete aretini: quasi tutti i comprimari del libro sono ispirati più o meno liberamente a persone realmente esistenti.  Alcune hanno il loro vero nome, altre si capiscono bene, per altre ancora ci vuole uno sforzo in più.  Ma all’occhio del sottoscritto, questo è un pregio:  non tutto può essere svelato, la bellezza di un’opera letteraria è anche (soprattutto?) in quello che NON è scritto a chiare lettere. E in ogni caso, se vi capita di incontrarlo al Tuscanative, potete sempre chiederglielo di persona.

Ah, per quanto riguarda la trama, e un resoconto della serata di presentazione – 350 persone presenti, da Arezzo e non solo, non so se rendo l’idea, andate qui, ché l’autore del pezzo è anche un personaggio del libro, per cui scrive “da dentro” ed è indubbiamente più bravo – e lineare – di me.  E comunque, ve l’avevo detto già all’inizio, che questa non era una recensione.

Acqua piena di acqua

La copertina di "Acqua piena di acqua"

La copertina di “Acqua piena di acqua”

Parlare di un romanzo come “Acqua piena di acqua” senza fare cenno all’intreccio narrativo in esso contenuto, per non rivelare nulla – o comunque il meno possibile – a chi ancora non lo avesse letto, è impresa non di poco conto, perché evidentemente è proprio nel dipanarsi delle vicende delle tre generazioni di donne che ne sono protagoniste che si può realizzare come quello che si ha tra le mani è un libro che racconta una storia che è sì inventata, ma che contiene pochi, pochissimi elementi romanzeschi in senso stretto.  Così, per parlarne, è necessario fare ricorso a metafore “acquatiche”, certi, così facendo, di non tradire l’idea originaria che sta alla base di questo testo.

“Acqua piena di acqua” è un libro che come un gorgo trascina sott’acqua, che a tratti fa desiderare ossigeno in modo quasi smanioso, che non fa sconti, pur senza bisogno di mostrare troppo, in netta controtendenza con una parte consistente della narrativa contemporanea dove molto è sacrificato sull’altare dello sbattere in faccia al lettore la realtà nuda e cruda.  Un libro che è un po’ come il mare, che a nuotarci stando a galla si arriva a vedere solo fino ai propri piedi, grosso modo, e che quando le profondità diventano più grandi ed estese, diventa cupo, e obbliga il lettore a prendere un respiro ed immergersi, se vuol vedere cosa c’è sotto.  Ma proprio come un gorgo, alla fine, restituisce tutto alla superficie, facendola ritornare piatta, calma, così da poter vedere chiaramente cosa si è salvato e cosa invece ha subito danni.  Questa concezione dell’acqua come fonte di vita e al tempo stesso come forza impetuosa e inarrestabile che tutto travolge ritorna spesso nel libro, sia nei continui richiami all’”acqua piena di acqua tinta di pece”, sia nelle infinite situazioni della vita in cui tutti noi, prima o poi, in un modo o nell’altro “siamo acqua”.  Dalla chiacchiera di paese, che come un rivolo d’acqua può scavare pazientemente anche la roccia più solida, ai cambiamenti che quotidianamente avvengono nella vita di ognuno, che come un sassolino gettato in uno stagno creano cerchi concentrici sempre più ampi che non sembrano fermarsi mai. E ancora, come un gorgo è la narrazione, che parte da un centro e poi vorticosamente se ne allontana, ma sempre con moto circolare e sempre con un centro ben definito, ben preciso, che è un centro sia narrativo – nel senso dell’evento attorno a cui tutto ruota, la morte di Letizia – sia emotivo:  perché “Acqua piena di acqua” ha una forza, soprattutto, nel presentare in maniera sempre convincente i pensieri delle tre donne che ne sono protagoniste.  Letizia, Anna, Ludovica sono tutte e tre donne costrette a fare i conti con il fiume degli eventi, e a realizzare che a volte ci si può anche far trasportare dalla corrente, ma che altre volte invece è necessario nuotare per non finire dove non si vorrebbe.

“Acqua piena di acqua” è un romanzo in cui molte situazioni e personaggi sono stereotipate, eppure questo in un certo senso ne costituisce la sua forza.  Il paesino di “provincia cronica”, come cantavano qualche anno fa i Baustelle, che dell’autrice peraltro sono conterranei.  Il sorgere dei primi condomini, che in tanti andarono ad abitare svuotando i centri storici.  La gente che “dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”, per dirla con un altro cantante, quel Fabrizio De André che si meriterebbe anche lui un posto nella Storia della Letteratura, ma questa è un’altra storia.  Le donne tormentate e compresse tra il ruolo di angeli del focolare e il desiderio legittimo di affermare la propria identità.  Gli uomini che spesso, semplicemente, non si accorgono di quello che accade alle loro compagne e mogli, perché troppo concentrati su sé stessi, sul lavoro, genericamente “assenti”.  Tutti tratti che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento italiano:  alzi la mano chi non ha avuto modo di avere esperienza diretta con nessuna delle situazioni sopra descritte.  È un libro pubblicato nel 2016 anche se non lo sembra, e anche questo è un punto di forza.  Per lo stile, innanzitutto:  ricercato e molto classico ma senza autocompiacimenti.  Per il rifuggire da qualsivoglia “soluzione facile”:  non c’è alcuna volontà, in questo testo, di rassicurare il lettore che tutto andrà bene, ma non c’è neanche la frenesia tipica dell’oggi di anticipare che tutto andrà male.  Per l’ambientazione, infine:  un paesino della provincia italiana che potremmo spostare più a nord o più a sud senza che la sostanza cambi poi di molto; in un periodo storico di trasformazioni societarie profondissime, ma che in questo romanzo restano sempre – giustamente – ai margini, perché non funzionali alla narrazione.  “Acqua piena di acqua” un libro un po’ fuori dagli schemi rispetto al romanzo contemporaneo, scritto e narrato da una voce femminile senza però risultare poco comprensibile, o astruso, ad un lettore uomo.  Perché la mente umana, maschile o femminile poco importa, è come il mare:  per riuscire a vedere un po’ più a fondo, l’unico modo possibile è accettare di immergersi sotto la superficie.  Fate un respiro profondo, immergetevi nella lettura.   Sott’acqua ci sono dei pesci che vale davvero la pena di vedere più da vicino.

Cinzia Della Ciana, Acqua piena di acqua”, 2016, Effigi Edizioni, 192 pp., Euro 14,00.