#OKComputer25

OK Computer, il disco che amo di più della band che amo di più, ha compiuto 25 anni. Ho pensato di celebrarlo dedicando un post su Facebook ad ognuna delle canzoni del disco. Poiché mi sembra che l’idea sia piaciuta, li raccolgo tutti qui, “per chi l’ha visto e per chi non c’era”.

Un particolare della meravigliosa copertine di Stanley Donwood & Tchock (al secolo Thom Yorke)

Airbag
OK Computer me l’ha passato il mio compagno di banco del liceo, che l’aveva comprato perché aveva sentito alla radio Karma Police e gli era piaciuta. Dopo pochi ascolti, ovviamente, avevo deciso che era necessario che anch’io ne avessi una mia copia: avevo quasi diciott’anni e una voglia incredibile di distinguermi, ma al tempo stesso sentivo un indefinito bisogno di elevarmi tramite la bellezza, e quando si ha quasi diciott’anni queste due pulsioni trovano spesso sbocco nella musica. L’attacco di chitarra di Airbag, da sempre e per sempre, è per me memoria proustiana di una porta che si apre, mi dischiude un mondo fin lì sconosciuto e misterioso, ma dal quale non sono mai più uscito.

Paranoid Android
Le feste in casa negli anni 90 erano una cosa un po’ così, molto più alla buona di come immagino siano quelle di oggi. Serviva avere uno spazio abbastanza grande, divani, uno stereo, un tavolo con delle robe da mangiare, genitori consenzienti, un certo numero di persone meglio se assortite, un certo numero di bottiglie meglio se assortite, un certo numero di CD meglio se assortiti. Se anche qualcuno si accollava l’onere di predisporre quella che oggi per comodità chiameremmo playlist, in genere su audiocassetta, non era mai sufficientemente lunga per coprire la durata della festa, e allora a un certo punto potevi impossessarti del controllo dello stereo e mettere un po’ quello che ti pareva, tanto tutti chiacchieravano, mangiavano, bevevano o corteggiavano – spesso anche tutte queste cose contemporaneamente: se andava bene, potevi restare allo stereo e mettere quello che ti pareva. Se andava male, qualcuno ti insultava e si metteva al posto tuo. E insomma, non so com’è stato possibile, ma ho il ricordo distinto che durante una di queste feste, qualcuno (non io, ahimè) ha messo questa, e com’è come non è, dopo poco eravamo tutti lì a cantarla, sostituendo al continuo refrain Rain Down il cognome di uno dei presenti. Una cosa talmente surreale che subito dopo, per stemperare, qualcun altro mise i NoFx.

Ci divertivamo male, negli anni 90, probabilmente, ma questo pezzo sembra scritto ieri, o un secolo fa, o tra cent’anni. E invece era di quel tempo lì, di quando io avevo quasi diciott’anni.

Subterranean homesick alien
Quando hai quasi diciott’anni hai una conoscenza del mondo piuttosto limitata ma in un certo senso pensi di sapere tutto. Io per dire sapevo che esisteva un cantautore di nome Bob Dylan che faceva cose con la chitarra e un’armonica a bocca come quella che sapeva suonare il mio babbo, e questo Subterranean Homesick Qualcosa mi suonava stranamente familiare in un qualche angolo della memoria. Avevo pensato, leggendo la tracklist, che in questo disco avessero voluto infilare una cover, ma già dal primo ascolto mi sono reso conto che mancava l’armonica a bocca, che la mia conoscenza dell’inglese era (è) ancora da affinare, e che nella vita sarei sempre dovuto partire dal presupposto che non ci ho capito niente – nella musica, nell’inglese e in tutto ciò che mi circonda, soprattutto nelle persone. Una lezione che cerco di applicare ancora adesso, anche a costo che qualcuno pensi that I’d finally lost it completely.

Exit music (for a film)
Se c’è una cosa nella quale mi dichiaro cronicamente e irreversibilmente ignorante, questa è il cinema. Guardo pochissimi film, ci ho provato ma davvero per me è un casino: ho bisogno di silenzio, concentrazione assoluta e della giusta predisposizione d’animo. Hai detto niente. Ecco, so benissimo che QUESTO film è un po’ un cult movie per la mia generazione, ma non l’ho mai guardato per intero. Mi sono sempre fatto bastare quel you can laugh, a spineless laugh che mi scende dal collo lungo la schiena, e mi ricorda che il potere di una chitarra acustica e una bella voce trascende tutto il resto, ha una forza che può perfino essere salvifica.

Let down
sono arrivato a quasi 18+25 anni senza un tatuaggio, il che mi porta a pensare che potrei effettivamente chiudere a quota zero, anche se boh, chi lo sa. Ma se non ne ho fatti con l’inchiostro, ci sono alcune frasi, alcuni versi che sono impressi indelebilmente sul cuore e nella memoria. Sarà per questo che quando parte quel One day I am going to grow wings mi capita ogni volta di sentire un brivido che a volte mi fa perfino venire la pelle d’oca. Let Down è una di quelle canzoni che non sono state per me amore a primo ascolto, anche e soprattutto per la posizione nella tracklist, in mezzo tra le due canzoni più “immediate” dell’ intero album. E però, proprio perché è stato amore a secondo o terzo ascolto, è stato amore vero e duraturo.

Transport
Motorways and tramlines
Starting and then stopping
Taking off and landing
The emptiest of feelings
Disappointed people
Clinging onto bottles
And when it comes it’s so, so disappointing
Let down and hanging around.

Karma police
Il 1997 è la preistoria e io conseguentemente sono un dinosauro, me ne rendo conto mentre lo scrivo, eppure che ci crediate o meno è esistito un periodo storico, nemmeno troppo lontano se considerate che io sono qui a raccontarvelo con ancora la quasi totalità dei miei neuroni intatti, in cui le radio erano sostanzialmente esenti dal reggaeton – pensate: se un cantante italiano infilava una parola in spagnolo in una canzone era uno strappo alla regola – e in cui si potevano comporre pezzi con arrangiamenti minuziosi, usando pianoforte, chitarre, strumenti elettronici e infilando nel testo riferimenti a 1984 di George Orwell, e comunque passare nelle radio c.d. generaliste, venire prodotti da una Major, finire in classifica, semplicemente perché la canzone era bella.
Già.
Semplicemente perché la canzone era bella, e lo è ancora, di una bellezza intatta che il tempo non scalfisce.

Fitter happier
Visto che io adoro fare le cose al contrario, fitter happier non l’ho mai skippata e ho anzi sempre voluto capire a fondo cosa dicesse quella voce robotica che parlava con un unico tono su una base elettronica minimal-ma-neanche-troppo. Volevo capirlo perché intuivo che si trattasse di una critica niente affatto velata alla societa di quegli anni, anzi, alla deriva che avremmo preso da lì in avanti, a 25 anni dopo, al nostro futuro che nel frattempo è diventato il nostro presente. No bad dreams, no paranoia. Fitter happier mi ha sempre sconvolto, e per questo le sarò eternamente grato. Per avermi aiutato a realizzare che non voglio essere solo a pig in a cage on antibiotics.

Electioneering
“Genna, famme una cassetta un po’ mista, ma senza robe pallose sennò te cigno”. La richiesta veniva da un compagno di liceo, e io alla fine eseguii. Se non sbaglio, il risultato finale fu anche apprezzato (non ricordo che mi abbia cignato, non in quell’occasione almeno). Il problema è che in quei giorni io ero in fissa totale con OK Computer, e avevo deciso che ci avrei messo qualcosa preso da lì, ad ogni costo. Scelsi questa, la canzone forse più fuori contesto dell’intero album, almeno musicalmente, ma che ci stava, eccome: una scossa elettrica dopo fitter happier per prepararci a quel che sarebbe venuto dopo. Nell’album, certo, ma ancora di più nella vita.

Riot shields
Voodoo economics
It’s life, it’s life
It’s just business
Cattle prods and the I.M.F.

Climbing up the walls
Arriva un momento, nella vita di ognuno di noi, in cui scopriamo il valore dell’ascolto della musica a volume alto, ma alto per davvero. Non è uguale per tutti, e non è uguale per tutte le canzoni. Per me questo momento è arrivato con l’ascolto di questa canzone, una sera, anzi, diciamo pure tarda notte, in macchina, rientrando da una normalissima serata ad Arezzo con amici, ho alzato il volume, così, un po’ per caso, forse per sentire meglio quello che diceva il testo, forse perché semplicemente avevo un po’ di sonno, e alla fine mi si è aperto l’abisso: profondissimo, oscuro, affascinante, e il grido finale di Thom Yorke era anche il mio grido.

Avete mai avuto paura, ascoltando una canzone? Io sì, a tarda notte, tornando a casa da una serata con amici.

No surprises
La melodía di una ninna nanna. Il testo di una band di rivoluzionari. Il videoclip più disturbante di sempre. Almeno due strofe da consegnare alla storia della musica. Se nella loro carriera avessero scritto solo questo pezzo, per un’altra band sarebbe stato più che sufficiente. E invece, non è neanche la canzone più bella dell’album. Solo la più inquietante.

With no alarms and no surprises, please.

Lucky
C’è per tutti, la canzone che potreste ascoltare 780 volte consecutive senza mai stancarvi. Un mio amico del mare, per dire, mi aveva raccontato di aver fatto una cassetta da 46 minuti in cui c’era solo “I want it all” dei Queen. Ecco, per me questo pezzo è Lucky. Credo in effetti di averlo ascoltato per almeno 46 minuti consecutivi (anzi, sicuramente anche di più), cogliendone ogni volta una sfumatura diversa. Mi piace tutto, di questa canzone: l’attacco, il cantato nelle strofe, il ritornello, gli assoli di chitarra, il finale. Tutto. Se dovessi scegliere di poter ascoltare solo una canzone dei Radiohead per il resto dei miei giorni, non potrebbe che essere questa.

We are standing on the edge. 💙

The tourist
Ammetto di essermi chiesto un tot di volte come mai il disco non si fosse chiuso con Exit Music come ultima traccia – in fondo era perfetta già dal titolo. Ma alla fine del salmo, giusto quei 25 anni dopo, mi sono fatto una ragione di questa scelta. E l’ho capita, tutto sommato. Quell’ “Hey uomo, rallenta”, il finale dove gli strumenti tacciono uno alla volta… Il messaggio – potente e chiaro come in tutti gli altri pezzi – è questo: corriamo troppo. Non abbiamo tempo e modo di apprezzare appieno niente di quello che abbiamo intorno. Alla fine, un modo giusto, sincero e schietto di chiudere un disco che dura poco meno di un’ora ma che richiede tutta l’attenzione dell’ascoltatore, dalla prima all’ultima nota. Orecchie spalancate, cervello in funzione, cuore aperto. Chissà se oggi sarebbe possibile, consegnare ad un etichetta discografica un album del genere. Chissà, magari sì, in fondo c’è già un precedente: questo. O magari no, ché non ci sarà mai un altro OK Computer.

Sono passati 25 anni. Questo disco è ancora uno scrigno di tesori. Che bello averlo potuto vivere per così tanto tempo.

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