MILITARE, o delle canzoni che uscivano nel 1994

Io al militare non ci voglio andare, cosa devo dire cosa devo fare?

Il nome di Fabrizio è noto a molti degli addetti ai lavori di certo rock italiano – vorrei dire tutti, ma la realtà è che non sono abbastanza addentro a tutta questa storia e a questa scena per poter dire se sono pochi o molti. Così come lo studio IRA di Firenze è stato per un certo periodo di tempo un luogo abbastanza mitologico – vorrei dire il centro della musica rock di quel tempo, ma ancora una volta non sono abbastanza addentro etc etc. All’epoca dei fatti, Kurt Cobain era ancora vivo e vegeto, e questo, se volevi fare musica rock in un certo modo, era un fatto con cui dover fare i conti, volente o nolente. Il 1992 era stato un gran casino in generale, tra Mani Pulite/Tangentopoli, le stragi di Capaci e Via D’Amelio, John Frusciante che lascia i Red Hot Chili Peppers durante il tour, l’ascolto reiterato di Innuendo e Nevermind, addirittura qualche radio un filo più coraggiosa passava già Creep, e insomma il messaggio che gli anni ottanta avessero rotto un po’ a tutti fosse giunto il momento di marcare una netta discontinuità con gli anni ottanta passava forte e chiaro fino alle sonnacchiose città di provincia del centro Italia, in quel 1993 che mi vedeva muovere i primi passi al Liceo Scientifico di una città che da molti era vista come uno degli epicentri della musica in Italia, per quel festival musicale gratuito che diventava ogni anno più grande. Fabrizio lo conosco davvero giuro solo di vista e l’ho incontrato solo una volta di persona, credo, e anche se abbiamo qualche amico in comune su Facebook, sono assolutamente certo del fatto che lui non abbia giustamente la minima idea di chi sia io. Eppure, in quella che è una mia ricostruzione assolutamente arbitraria dei fatti, è stato coinvolto a vario titolo nella realizzazione di un disco che ha segnato l’inizio di certo rock in italiano (Terremoto, dei Litfiba, realizzato a fine 1992 e pubblicato all’inizio dell’anno successivo, preceduto dal singolo “Maudit”) e nella realizzazione del pezzo che ne ha decretato definitivamente la morte, nel 1999, nonostante i mai abbastanza lodati intenti umanitari – che poi sono il motivo per cui alla fine il cd singolo me l’ero comprato pure io.

Credo di non aver mai conosciuto nessun gruppo così ossessionato dal voler fare successo come lo erano i Negrita. Anche qui, il campione da me preso in esame sicuramente non è rappresentativo, e alla fine è anche vero che tre ragazzi che si trovano in un garage con una chitarra, un basso, una batteria e un microfono lo fanno con la voglia un giorno di suonare davanti a una folla anche più grande di quella del Modena Park di qualche anno fa, o nella peggiore delle ipotesi di essere i nuovi Verdena, ma quello che voglio dire è che sostanzialmente un’analisi di quelli che sono stati i loro primi lavori è la fotografia di una ricerca continua di suonare le cose che andavano di moda in certi giri negli anni in cui quei dischi uscivano. Il loro primo album esce a marzo del 1994 dopo che i brani erano stati di fatto registrati ad agosto 1993, a Firenze, IRA studios, Fabrizio, eccetera. “Terremoto” ha funzionato alla grande, è stato in testa alle classifiche di vendita in Italia, grazie all’attualità e all’efficacia di certi suoi passaggi testuali (“dentro i colpevoli e fuori i nomi”; “e le stragi senza nome tutte passano da Roma”) e a una forma musicale al passo coi tempi:  chitarre suonate un po’ come se fosse il Black Album ma senza esagerare, un accenno di scratch in apertura di un pezzo per strizzare l’occhio alle prime posse italiane, cantato teatrale ma più centrato rispetto alle esagerazioni istrioniche del disco precedente, è un disco che fa tagliare i ponti ai Litfiba con tutto ciò che resta della fanbase del periodo new wave, ma appunto, siamo nel 1993, c’è stato tutto il casino del grunge e di Mani Pulite/Tangentopoli e insomma, non è che potevamo stare lì indifferenti a cantare Love, love will tear us apart again così, come se niente fosse successo, stesse succedendo, stesse per succedere. Insomma, dicevamo i Negrita. Nel 1990 pubblicano un 7”, che all’epoca si chiamavano ancora 45 giri, non si chiamavano ancora Negrita ma Inudibili (giuro che si chiamavano così) e insomma, ecco, non è un debutto che ha fatto le onde. Però amano il rock e il blues in egual misura, e dal vivo funzionano, così ecco che in quell’agosto del 1993, mentre in Italia “Maudit” la si poteva sentire perfino in discoteca, a patto di arrivare a inizio serata, i Negrita e Fabrizio si chiudono in studio per registrare il loro primo, omonimo album. L’idea di massima per come me la immagino io deve essere stata quella di massimizzare l’effetto scia di “Terremoto” ma inserendo qualcos’altro nel frullatore per non farlo sembrare una copia. E allora ecco che al rock in voga in quel fatidico 1993 viene concesso di sconfinare un po’ nel blues e soprattutto di assimilare e reinterpretare la lezione di Blood Sugar Sex Magik, buttando nel calderone un tot di passaggi di funky e un tributo ai RHCP che è piuttosto chiaro fin dal primo logo della band, una donna di colore con acconciatura simil-mohicana che stringe tra i denti un peperoncino rosso al posto di un sigaro.

Il logo dei Negrita.

Il tributo poi si spinge così in là che nel videoclip del primo singolo estratto dal disco, “Cambio”, suonano completamente nudi come era solita fare la band californiana al tempo. Non c’è Flea, non c’è Anthony Kiedis, ci sono tanti, troppi ascolti dei Rolling Stones, e alla fine quello che ne viene fuori è tutto tranne che il Blood Sugar Sex Magik italiano, per fortuna nostra e dei Negrita.

Al lettore di oggi potrà sembrare strano o anacronistico come un telefono a gettoni, eppure vi giuro che in quegli anni ferveva un certo dibattito sull’opportunità o meno di mantenere la leva obbligatoria in Italia, dibattito che ancora oggi, a distanza di un quarto di secolo, potremmo riassumere agilmente nei due poli opposti “ma perché mai dovrei dare un anno della mia vita allo Stato, per prepararmi ad una guerra che spero proprio non ci sarà mai?” versus “glielo darei io un anno di militare, vedi come tornano a casa con la schiena dritta” (questa seconda, con minime varianti, ancora molto in voga). Ovviamente si tratta di due posizioni così lampantemente inconciliabili che, appunto, non si sono mai incontrate, e siccome il ragionamento in prospettiva della classe politica era stato “i vecchi moriranno e i giovani si ricorderanno che ho permesso loro di sfangare questa cosa del militare e mi ameranno per sempre, inconsciamente”, a un certo punto si è deciso che i giovani italiani non dovevano più avere a che fare con questa faccenda della leva obbligatoria, anzi, del militare. Si metta a verbale, per la cronaca, che lo scrivente è stato riformato.

Non so bene quanto peso abbiano avuto nel dibattito i cantanti che in quel momento si schierarono, immagino un po’ per amore e un po’ per calcolo, contro la leva militare obbligatoria, in modo più o meno aperto e più o meno bislacco. Tendenzialmente direi “nessuno”, e tutto sommato è anche giusto così, dai: vi immaginate un governo che si fa influenzare nelle proprie scelte politiche da quello che dice un cantante in una canzone? Certo, da un lato la faccenda avrebbe un suo fascino suggestivo, dall’altro sarebbe una specie di incubo. Non so neanche chi avesse cominciato, ma in quegli anni si passò dal goffo Jovanotti di “Asso”, quando ancora nei testi  gli scappava qualche parolaccia, a degli ispirati Litfiba (“trasforma il tuo fucile in un gesto più civile” è un verso che quasi ti permette di scordare tutto quello che è successo da “regina di cuori” in poi, a meno che non ti parta uno qualsiasi di quei pezzi mentre stai scrivendo un post e hai lasciato attiva la riproduzione casuale di YouTube). Insomma, il filone “facciamo una canzone contro la leva obbligatoria” funzionava, e i Negrita ci si buttarono a pesce, ma non con l’insulsa marcetta de “la storia di uno, di uno regolare, che poi l’hanno mandato a fare il militare”, né col rock riflessivo di “un anno è un secolo, 365 croci, e la tua privazione mi taglia la testa”: la loro idea, in questo pezzo più che in altri, è di fornire una sorta di “Give it away” nostrana, con ovviamente la connotazione impegnata che nel periodo 1992-94 era un po’ un obbligo del rock, finché non sono arrivati gli Interno17, i Marlene Kuntz, gli Afterhours, e la musica c.d. impegnata si è spostata sulle vie del folk sulle quali, permettetemi, mi astengo dal formulare qualsiasi giudizio che non sia orale e successivo a due Negroni e/o tre Gin Tonic.

Ho sentito parlare coscientemente per la prima volta dei Negrita in un giornale studentesco che veniva diffuso nelle scuole di tutta la città e che si chiamava “La Testata”, che tutti prendevamo per la parte relativa agli strafalcioni dei professori e in pochi si prendevano la briga di leggere per intero, e insomma io ogni tanto mi leggevo gli articoli che c’erano, e mi ricordo che c’era questa tizia che scrisse che quando sentiva suonare i Negrita gli si accendeva qualcosa dentro, insomma, ci siamo capiti. Cioè, io lo sapevo che c’era questo gruppo di cui il cantante era mio compaesano, e ogni tanto lo vedevo anche al bar della piazza del paesino, ma c’era voluta la recensione su “La Testata” di una tizia di cui non ricordo assolutamente il nome per farmi fare 2+2.

Insomma, la scelta di opporsi alla leva obbligatoria in genere paga, dicevamo, e a quel tempo, come per buona parte della loro carriera finché li ho seguiti, prima sotto il palco ai concerti e poi distrattamente ma con l’affetto che si riserva ad uno dei tuoi concittadini che in un modo o nell’altro ce l’hanno fatta.  E allora ecco i Negrita, una band rock con la fedina penale pulita, che confezionano questi tre minuti e trentanove dove tutto sembra essere al posto giusto. Già, sembra. Perché poi quando viene scelto il primo singolo per promuovere il disco, non si sceglie questo pezzo dal ritornello che ti entra nella testa dal primo ascolto, no, si va per la più tradizionale – musicalmente parlando – “Cambio”. Eppure cavolo, davvero funzionava tutto in “Militare”, dalla sezione ritmica, a certi passaggi del testo ben riusciti (“ragazzi che si sparano o che vengono ammazzati, altri escono sfatti o impazziti”), ad un ritornello che era impossibile non imparare, nella sua essenzialità:  io al militare non ci voglio andare, cosa devo dire cosa devo fare. Una roba talmente ben studiata che perfino i miei amici del mare, nell’estate dei miei quindici anni, mentre in campeggio aspettavamo di andare in spiaggia, ogni tanto sovrappensiero canticchiavano “io al militare non ci voglio andare…”. Durò poco, i Red Hot Chili Peppers con l’avvento di Dave Navarro erano diventati una cosa completamente diversa, i Radiohead iniziavano un cammino ventennale di catarsi da ”Creep”, Kurt Cobain aveva deciso che per lui poteva bastare così, ai fasti di Tangentopoli/Mani Pulite era seguita la fase del Nuovo Miracolo Italiano, qualcuno già ascoltava dischi hip hop in italiano, e insomma, cambiato lo scenario cambiata la musica. I Negrita fecero uscire dapprima un mini-album di sei tracce in cui cercarono di far evolvere il discorso intrapreso con il primo disco, salvo poi dare un taglio netto con un sound che non interessava più a nessuno per virare verso un rock molto più – boh – radiofonico, abbandonare Firenze, gli IRA Studios, i Red Hot Chili Peppers eccetera eccetera – ricordo distintamente che al primo ascolto di “XXX” la prima domanda che mi feci fu “ma non c’è più Pau a cantare?”, tanto era pulito il timbro di voce, irriconoscibile rispetto a quello così caratteristico e graffiante dei primi due album, ma va bene così, Aldo Giovanni e Giacomo si accorgono di loro, prendono una loro canzone per inserirla nel film che diventò uno dei più grandi successi di botteghino del 1998 e conseguentemente li lanciano nell’Olimpo dove erano sempre voluti arrivare grazie ad uno dei pezzi più convenzionali che abbiano mai scritto. Fa abbastanza scuola il fatto che il loro disco per certi versi musicalmente più significativo e compiuto sia stato composto in un momento storico e artistico in cui non avevano assolutamente nulla da dimostrare a nessuno, “Radio Zombie”, che infatti vende forse la metà delle copie di “XXX” e li porta successivamente a dare alle stampe un loro Greatest Hits I integrato da qualche inedito – memorabile la battuta di un mio amico fraterno e compagno d’università alla scoperta che il singolo nuovo si chiamasse “My Way”: “cioè, hai fatto una canzone tipo sei anni fa che si chiamava A modo mio, ma t’accorgi?” e a tornare rapidamente sui propri passi, ossia la reiterazione di un rock sempre meno hard, o blues, o funky, e sempre più – boh – radiofonico, che va avanti con alterne fortune ancora oggi, che se mi metto a fare i conti scopro che è passato più di un quarto di secolo e ancora sulla scena politica c’è Berlusconi, imperterrito e inamovibile. Ora, mi rendo conto che la mia può sembrare una critica in qualche modo feroce o pungente alla band, ma la verità è che semplicemente le mie orecchie e le loro note hanno preso strade diverse – si cresce, si cambiano gusti, mi è capitato con gli U2 vuoi che non potesse capitarmi coi Negrita? – ma comunque con la coda dell’occhio sto attento a quello che fanno, sperando in cuor mio che un giorno o l’altro Pau torni a guidare la sua Volvo Polar e a cantare con quella voce graffiante che aveva a inizio carriera, li guardo con l’affetto con cui si guarda ad una fidanzata dei tempi del liceo, sperando che tutto gli vada bene anche se consapevoli che quello che gli capita non è più affar nostro. Che poi io, nell’estate del 1995, quella successiva a quando si svolsero i fatti narrati, andavo ancora al mare nello stesso posto e dichiaravo, fieramente e a petto in fuori, di essere concittadino dei Negrita – di chi? – dai, di quelli di “io al militare non ci voglio andare, cosa devo dire cosa devo fare”, la cantavi sempre l’anno scorso. No, boh, non la conosco, magari ti sbagli con qualcun altro. Va beh, per me faranno strada, ne riparleremo tra qualche anno, sai, vengono dalla mia città. Dai, stavolta tocca a te, caccia cinquecento lire per il Juke-Box, cosa mettiamo? No dai, se metti ancora gli 883 non te li do i soldi, li metti coi tuoi, che poi anche loro, da quando se n’è andato Repetto, io boh.

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