5 aprile 1994 – 5 aprile 2020

Il giorno che abbiamo saputo che Kurt Cobain si era tolto la vita, il mio mondo era un posto parecchio più semplice di com’è adesso. Non c’erano grandi alternative, il mondo si divideva in chi ascoltava musica pop e chi ascoltava musica rock. Poi le cose hanno cominciato a farsi un po’ più complicate, ma in quel 5 aprile 1994 io avevo 14 anni e mezzo, facevo la prima Liceo Scientifico e ancora non c’erano tanti sottoinsiemi. Io non avevo ancora deciso da che parte stare, facevo un po’ di qua e un po’ di là, e quando si sparse la voce della notizia della morte di Cobain ricordo distintamente le facce di ragazzi e ragazze della mia età, ma soprattutto di quelli più grandi: erano le facce di chi aveva perso un amico, un fratello, un amore sognato. Questa reazione così forte mi incuriosì a tal punto che in un certo senso fu per me necessario capire meglio. All’epoca il mio punto di riferimento musicale erano i Pink Floyd, che avevo scoperto partendo dai Queen grazie a quello che in quel periodo era il fidanzato di una mia cugina. Per me non poteva esserci niente di meglio di loro, e sostanzialmente non avevo neppure troppo interesse a chi usava microfono, chitarra, basso e batteria per cantare rabbie che non capivo, visto che peraltro nel 1994 avevo anche un inglese piuttosto limitato. C’era il rock impegnato, è vero, e c’erano stati “Terremoto” e il primo dei Negrita, che per un quattordicenne di Arezzo era un orizzonte vicinissimo e irraggiungibile. La mia canzone rock preferita di quegli anni era Maudit perché diceva che le stragi senza nome tutte passano da Roma, e il fatto che iniziasse con quello scratch faceva sì che in certe discoteche la passassero dopo le canzoni dance commerciali dell’epoca, senza vergogna, incasinando notevolmente tutti i miei punti di riferimento relativi agli insiemi in cui si divideva il mondo. È bastato il primo ascolto, Smells like teen spirit come tutti, per capire, anzi, per sentire dentro, che la rabbia che gridava Kurt Cobain era la stessa che sentivo io dentro.

Adesso che sono padre, penso a come abbia fatto Kurt a lasciare la piccola Frances Bean, lo penso tanto da quando ho letto la sua ultima lettera, e alla fine capisco: le anime come lui hanno semplicemente un modo diverso di vedere il mondo, hanno occhi diversi. Altrimenti non potrebbero scrivere musica in quel modo. Lo scorso anno ho letto tre libri che a un certo punto parlavano di Kurt Cobain, uno dietro l’altro, senza saperlo, senza pianificarlo, e il lascito che ho dei Nirvana è che quel primo ascolto mi fece capire subito da che parte stare, da lì in poi, e che questa sensazione di mancanza che sentivo dentro da allora e che sento ancora oggi mi avrebbe accompagnato per tutti i miei giorni a venire, e non solo a me, anche adesso che ho qualche capello bianco e di sera, dopo cena, mi infilo gli auricolari e mi riascolto Kurt che grida nel microfono A DENIAL, A DENIAL, A DENIAL, A DENIAL.

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