Anche nei dilettanti mi fai battere il cuor…

Se ne leggono di tutti i colori, in questi giorni, e forse è normale, indubbiamente è prevedibile, siamo umani e siamo appassionati di questa maglia amaranto col cavallo rampante sul petto. Matteoni è al lavoro, Ghinelli è al lavoro, Ferretti è di nuovo presidente, e noi siamo qua col Natale a ridosso a chiederci che ne sarà dell’U.S. Arezzo. Più che un Natale sembra una Via Crucis, se mi passate la metafora religiosa. Molti lasceranno perdere, molti hanno minacciato di farlo e magari non lo faranno. Io in questi giorni non sono riuscito a scrivere niente perché ovviamente non ci resta che aspettare e vedere. Non ci resta che sperare, consapevoli che non dipende da noi che l’Arezzo lo abbiamo nel cuore per davvero. Io lo so che scritta così può sembrare una paraculata, passatemi il termine poco politically correct, ma ad Arezzo c’è gente che non ci dorme la notte, gente che sacrifica i fine settimana in famiglia, con mogli, figli, fidanzati, amici per andare a sventolare una bandiera e cantare per incitare la propria squadra, e questa gente, poca o tanta che sia – dipende a chi lo chiedete – merita rispetto, e comprensione. Per cui sì, è impossibile fare sport a livello professionistico ad Arezzo. Sì, nella vita ci sono cose più importanti. Sì, il sindaco non può occuparsi di questo perché ha altre urgenze. Sì, l’assessore allo sport non può fare niente. Sì, il mondo imprenditoriale aretino sta alla finestra (fatte salve un paio di lodevoli eccezioni). Sì, ma ancora te ce confondi?

    Già. L’Arezzo non muore. E se muore, è destinato a risorgere.

Sì, ancora me ce confondo. Sì, non è una questione di categoria. Sì, perché l’Arezzo è la squadra della mia città, e ho esultato quando Rubechini segnò al volo contro la Fortis Juventus in Coppa Italia Dilettanti così come quando il Mosca le ha risolte di classe in tempi più recenti. E in questa breve vita dell’Arezzo, che forse è finita e forse no, abbiamo visto ogni genere di cose, come sempre. “E se vieni insieme a noi, andiamo a vedere l’Arezzo, gioca bene gioca male, è la squadra del mio cuore”. Magari è finita, magari no. Magari il 30 dicembre sarà tutto magicamente risolto (io ci spero, presidente Matteoni, ci spero, sia chiaro, ma mi capirà se dopo le ultime vicissitudini sono come San Tommaso) e l’Arezzo giocherà in casa col Giana Erminio la più normale delle partite di serie C. Ma non è un’allucinazione collettiva, dannazione, non lo è. Sembra piuttosto un incubo ricorrente. Come nel 1993 siamo di nuovo sull’ANSA per i giocatori che minacciano di non scendere in campo. Come nel 2010 siamo qua con lo spettro di giocare il prossimo anno tra i dilettanti, in serie D o più probabilmente in Eccellenza. E allora lasciateci almeno il sacrosanto diritto di lamentarci, come recitava uno striscione sempre più attuale oggi: “Ma che s’avrà fatto noi de male?” Già. Che s’avrà fatto noi de male? Se esiste un dio del calcio, glielo metto per iscritto: abbiamo un sacco di crediti da riscuotere. E sarebbe davvero l’ora di passare all’incasso.

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