Del giornalismo italiano, o del funk dopo la morte.

(immagine tratta da padernoforum)

Leggo e sento dire sempre più spesso e sempre da più parti che i giornalisti italiani sono "giornalai" "incompetenti", "gente indegna di fare questo nobile mestiere" e che "andrebbe interdetta dalla professione" (i virgolettati in questo caso sono miei, ma sono decisamente realistici).
Tutto giusto, tutto vero, del resto viviamo in un'epoca in cui tutti – grazie a, o per colpa di – internet, si intendono o pensano di intendersi di tutto. O tempora, o mores.

[captatio benevolentiae]Ok, è inutile negarlo: esistono giornalisti corrotti, collusi, o più banalmente complici. Questo è sotto gli occhi di tutti. Chi scrive ci tiene comunque a precisare – con fare fieramente snobistico – che non considera "colleghi" quei signori che si occupano solo di gossip e affini, ma solo perché non c'è niente che faccia notizia in questo.[fine captatio benevolentiae]

Ma la storia "tipo" del giornalista d'oggidì è ben diversa.

La storia è interamente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi.

(Boris Vian – La schiuma dei giorni)

Conosco gente che ha pubblicato libri con importanti case editrici nazionali, e che alla prova del nove mi ha confessato di guadagnare meno di un cameriere.

Conosco gente che a trent'anni suonati cerca un altro lavoro, perché di solo giornalismo, nella provincia italiana, proprio non ci si può campare.

Conosco gente che ha quarant'anni e più o meno è nella stessa situazione di quella di trenta, con l'aggravante di dieci anni di anzianità di servizio in più, e in questa Italia qua, nel 2013, non c'è modo di reinventarsi una professione.

Conosco gente a cui vengono commissionati articoli che poi saranno pagati sette euro e cinquanta, a scadenza, con tempi di consegna strettissimi.

Conosco un sacco di gente che lavora gratis, per testate più o meno importanti, perché "fa curriculum", nella speranza, prima o poi, di trovare qualche collaborazione retribuita.

Moltissimi, tra i quali il sottoscritto, fanno un altro lavoro, riservando al giornalismo il tempo che altri riservano al bricolage, alla pesca sportiva, agli hobby in generale. Perché quando hanno provato a esercitare davvero la professione, le uniche proposte che trovavano erano

Autorevoli giornali italiani (ma anche internazionali) offrono di gestire blog nei loro siti web, in cambio di retribuzione alcuna, con una verifica dei contenuti pressoché inesistente, in cambio di una non meglio precisata né quantificata visibilità. Autorevoli personaggi italiani, siano essi politici, uomini di sport o semplici cittadini, sempre più spesso dichiarano, poi ritrattano, con la scusa che "io questa cosa non l'ho mai detta, siete voi giornalisti che ve la siete inventata". E invece ci sono le registrazioni, ci sono i video su Youtube, che diamine. Però la colpa va sempre al giornalista, che infatti in certi casi viene invitato ad una conferenza stampa dove non è permesso fare domande (e io, in questo caso rivolgendomi ai miei più illustri colleghi, cioè quasi tutti, dico che in quel caso lì me ne sarei andato senza stare ad ascoltare una parola in più). Se fa domande accondiscendenti, è un complice. Se fa domande scomode, nella migliore delle ipotesi è un rompiscatole. Se fa inchieste dirette verso qualcun altro, è un coraggioso che va lodato; se fa inchieste su di te, è un infame servo del potere e come tale va trattato. Se non verifica accuratamente le fonti, è un cialtrone (questo è vero, al netto dei tempi strettissimi di cui sopra); Se verifica e magari cita le fonti, ma che due scatole? Chi vuoi che vada a controllarle? Se fa una critica positiva, è serio e competente. Se critica, magari argomentando, in modo negativo, è un pallone gonfiato e incompetente.

E invece, è bene che lo sappiate, così, per completare il quadro, al netto dei corrotti, dei collusi, dei raccomandati e di quelli sicuramente affermati, c'è un sacco di gente, in giro, che cerca semplicemente di fare del proprio meglio, con quel poco che ha a disposizione, con tanta passione e pochissimi, quando non sono nulli, ritorni economici.

Quindi ok, condannateli, condannateci pure, ma con cognizione di causa. Sono sicuro che ad una qualunque altra categoria riservereste un minimo di comprensione, se non altro. E i giornalisti, comunque, non vi chiedono nemmeno quella. Continuano a fare il loro lavoro, sperando che i mala tempora passino alla svelta.

Io, per dire, c'è stato un periodo della mia vita, abbastanza breve ma significativo, in cui ascoltavo la musica rap italiana. E ci sono questi versi qua, che mi sono sempre rimasti impressi, e ve li riporto perché mi sembrano appropriati, in questo caso. Questa volta, però, non ve lo dico, di chi è. Un bravo giornalista dovrebbe metterci al massimo un minuto netto, a trovare questa informazione.

Impara l'arte e spara all'arte
un chico come me crede al funk dopo la morte.

Perché – ormai è chiaro – i riconoscimenti (economici e/o professionali) per il lavoro che uno svolge, non sono faccende di questa terra. Non ci resta che sperare nel funk dopo la morte.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...