La fuga di Cala, cento paganti, il ridicolo provvedimento del Casms

(da Amaranto Magazine)

1. Quest’estate aveva destato molto scalpore e altrettante perplessità l’arrivo a Lecco di Joseph Cala, imprenditore italo-americano di un’azienda che ha come core business la costruzione di alberghi sott’acqua (!): la Cala Corporation era quotata a Wall Street, e questo faceva della Calcio Lecco la prima società calcistica ad essere quotata, in quanto parte del gruppo, nella più importante piazza borsistica mondiale. Prima di colossi come Manchester United e Barcellona, per dire. Su questa notizia, addirittura il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, si era sbilanciato tramite la sua pagina Twitter, con proclami di un ritorno ai fasti di un tempo (sono ormai quarant’anni che la compagine bluceleste manca anche dalla serie B, dopo aver disputato anche tre campionati in serie A negli anni sessanta). Beh, il regno di Cala, che qualcuno a Lecco ha già ribattezzato Calà, in riva al lago è durato quasi due mesi. Poi, per una cifra di circa 49mila euro, Cala o Calà che dir si voglia, ha salutato Lecco e se n’è andato. Fine dei sogni, se mai un inizio c’era stato. Così i blucelesti, che sono adesso di proprietà di una cordata di imprenditori locali, stanno disputando il loro onesto campionato di serie D, con una vittoria, un pari e due sconfitte nelle prime quattro partite. Per la borsa, facciamo che se ne parlerà più avanti, come già era successo per tutte le altre squadre da dove era passato Mr. Cala.
2. Per l’esordio nei trentaduesimi di Coppa Italia di Serie D, all’Arezzo tocca il Tuttocuoio San Miniato, società che suo malgrado si era trovata ad ospitare la sceneggiata delle due squadre che si sono presentate come “Riccione Calcio”, risoltasi con un 3-0 a tavolino per i pisani e l’intervento dei Carabinieri per dirimere la questione, come a dire che tra i due litiganti il terzo gode. Ora, per dare un po’ di brio ad una partita che sarà anche importante, che sarà in notturna e tutto quello che volete, ma che rischia di fare si e no cento paganti, si potrebbe inscenare un qualcosa di simile. Che so, da una parte l’Arezzo in maglia amaranto che si presenta come “l’Arezzo della provincia di Arezzo” e dall’altra l’Arezzo in maglia gialla che si presenta come “l’Arezzo della provincia di Siena”, con i secondi che poi si ritirano da soli ammettendo che non hanno diritto di scendere in campo. Una provocazione ovviamente a sfondo politico, che magari potrebbe anche dare un po’ di visibilità agli amaranto e a tutta la serie D. Purché il giudice sportivo non la prenda troppo sul serio e non ci dia la sconfitta a tavolino. Ma tanto, visti i bollettini delle scorse settimane, sembra che all’Arezzo troppo attento non ci stia.
3. Quando ero piccino, c’era una pubblicità di un vino, abbastanza famosa, che diceva “per molti, ma non per tutti”. Questo slogan è rimasto in testa a tutti quelli della mia generazione, tanto che è diventato quello che si chiama un “tormentone”, ed è stato riutilizzato a destra e a manca. Ora, il problema è che tutto mi sarei aspettato meno che questo slogan venisse applicato anche ai divieti di trasferta. In una categoria dove ci sono tifoserie in altri gironi i cui sostenitori sono stati messi “in punizione” per tutto l’anno (Ancona), in uno sport dove i DASPO vengono dati anche ai presidenti delle squadre di serie A (e questi per protesta al loro posto mettono una sagoma di cartone), nella sfida tra Sansepolcro ed Arezzo abbiamo visto una nuova formula di divieto di trasferta, quella del “divieto valido per molti, ma non per tutti”. Aretini presenti in tribuna e regolarmente paganti; tifosi organizzati amaranto rimasti a casa; parole pesanti anche nei confronti di colleghi giornalisti, probabilmente da parte di quegli stessi buontemponi che un paio d’anni fa accolsero la tifoseria del Perugia con l’ormai famoso cartello “benvenuti amici perugini, noi non siamo aretini”. Però evidentemente, qualche foglio da dieci euro in più in arrivo da Arezzo proprio schifo schifo non faceva. Si vede che più che al CASMS a Sansepolcro danno retta a Vespasiano, quello che oltre duemila anni fa inventò la famosa frase pecunia non olet.

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