Italia (Wave) si, Italia (Wave) no, la terra dei cachi [bastian contrario-2]

La notizia del ritorno a casa di Italia Wave, che riprenderà il nome originario (Arezzo Wave) ma non il vecchio indirizzo internet, almeno per ora – ma, conoscendoli, sono certo che rimedieranno – è ufficiale già da un mese e mezzo, e come sempre accade in questi casi, ci si divide tra chi pensa che avere un festival del genere sia una gran cosa e chi, al contrario, pensa sia una iattura. Gli schieramenti, peraltro, sono (almeno parzialmente) politicamente trasversali.

Io per Arezzo Wave ho lavorato per diversi anni, sempre senza prendere un centesimo, fiero di far parte di quello che probabilmente era il più importante festival gratuito d'Europa, orgoglioso che si svolgesse nella mia città, felice per le scoperte musicali che ne avevo ricavato.

Quindi si, dovrei dire che sono felice che Arezzo Wave torni a casa.

Però (e mai però fu più d'obbligo) c'è un motivo per cui ho aspettato un mese e mezzo per scrivere questo post. Qui si rischia di perdere di vista il punto centrale per cui un festival si può definire buono o meno buono, ovvero il programma del festival stesso. E per ora, da questo punto di vista, tutto tace. Poi, per quanto riguarda location, logistica, impatto sulla città, poiché la ricetta perfetta non esiste, è sempre bene parlarne dopo il festival, per vedere dove si può migliorare e dove invece si è fatto bene.

Io non sarò contento o scontento di Arezzo Wave finché non vedrò il programma. Perché negli ultimi anni, sia ad Arezzo che nel suo peregrinare in giro per l'Italia, lo "spirito" di questa manifestazione si era un po' perso, tra ingressi a pagamento dopo una cert'ora e artisti pure troppo mainstream.

Da Ben Harper ai Mano Negra, dagli Skunk Anansie a Moby, tanti sono stati in questi anni gli artisti che ho scoperto proprio grazie ad Arezzo Wave.
Poi, un po' per i cambi di sede, un po' per il servizio delle Iene, un po' per mille altri motivi, il festival che era, poi non è stato più.
Tra artisti già visti più volte (Bandabardò, CapaRezza), sentiti fin troppo alla radio (Mika, Fabri Fibra, Kaiser Chiefs), illustri bolliti (Placebo, Ska-P) e cose buone (per fortuna comunque tante, come Offlaga Disco Pax, Editors, Aphex Twin, A Toys Orchestra), l'impressione che si ricavava dalle ultime annate di Arezzo – pardon, Italia – Wave era quella di un festival un po' "stanco di cercare" e un po' troppo "preoccupato di compiacere".
Dalla notizia del ritorno alle origini di Arezzo Wave è passato un mese e mezzo. Poche indiscrezioni (ancora una volta CapaRezza? Sarebbe la terza, giusto?), ma tanto dibattere attorno a quello che con la musica non ha niente a che vedere. Che per quanto mi riguarda, lo ripeto, sarà l'unica discriminante che mi farà essere contento o scontento del ritorno di AW nella mia città.
Ma si sa, nell'arido terreno del dibattito politico italiano di oggi, ogni occasione è buona per cercare di capire come tira il vento e schierarsi di conseguenza. In ossequio proprio a CapaRezza, che in una delle sue canzoni più celebri canta proprio "Chi se ne frega della musica…"

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