Ciao, Marco. Scusa se ti ho scritto così tardi.

È da domenica mattina che penso a cosa scrivere in queste poche righe, in un blog che ha celebrato l'arrivo di una nuova vita solo qualche settimana fa. E scrivo e cancello, nella mia mente, perché non mi viene niente che sia buono abbastanza, o vicino a sufficienza, per descrivere quello che ho sentito, la stretta che ho provato allo stomaco quando ho visto il casco che rotolava sul prato di Sepang e ho realizzato che era proprio il tuo, Marco, mi prendo la libertà di chiamarti così visto che sei di qualche anno più giovane di me, e visto che condividevamo una passione, quella per il motociclismo, tu da attore protagonista, io da spettatore ammirato.
Con i miei pochi anni in più di te, Marco, ho avuto il tempo di vedere, e ricordarmi bene, Kevin Schwantz, uno che a te è stato paragonato più volte, certo non a sproposito: quando lui vinse il mondiale, io avevo 14 anni, tu solo 6. Di Gilles Villeneuve, un altro a cui ti hanno paragonato, già mi ricordo poco o niente anch'io. Non è di questo che volevo parlare, ma è un inizio. Perché Schwantz mi appassionava, come hai sempre fatto tu, per la capacità di essere veloce e di non tirarsi mai indietro quando c'era bagarre, anche a costo di stendersi, qualche volta.
Mi ricordo di Jerez 2004, della tua prima vittoria in 125 con l'Aprilia. Ma te li sei mai più tagliati, i capelli, da allora?
Mi ricordo ancora meglio del Mugello 2008, la gara che cambiò la tua carriera, quella della tripletta italiana, con te, Simone Corsi e Valentino Rossi sul gradino più alto del podio nelle tre classi, ma anche quella della tua collisione con Barbera. Chissà se gli spagnoli ti avevano preso in antipatia da Jerez 2004, quando non eri nessuno e hai messo tutti in fila, o da quel contatto al Mugello. In ogni caso, di quella gara ricordo la tua prima vittoria di un'annata magica, quella che nella mia mente ti associò al “bello” della canzone di Guccini, anche se non portavi la brillantina in testa, ma perché sfrecciavi davanti a tutti con la tua Gilera. Chissà se la conoscevi, poi, quella canzone, me lo sono sempre chiesto. Io dico di sì. Quel 2008 che ti aveva già consegnato alla storia del motomondiale, dove resterai sempre, negli albi d'oro, nel posto che ti compete, quello dei campioni del mondo. E che avresti occupato ancora, probabilmente, visto che il tuo apprendistato in Moto GP era di fatto terminato, con il sorpasso a Vale Rossi, che scherzando, a fine gara disse “il Sic è un bastardo”, nel modo scherzoso e guascone che ti apparteneva, che vi apparteneva. E poi col podio in Repubblica Ceca, bissato a Phillip Island. Sembrava proprio tutto pronto, e invece.
Ci hai lasciati qui, ad aspettare la tua prima vittoria in Moto GP che non arriverà mai.
La prima telefonata, subito dopo l'annuncio raccolto da Paolone Beltramo, l'ho ricevuta da mio padre. Era sconvolto come me, stavamo al telefono senza sapere cosa dire, tutti e due con un filo di voce. Io e mio padre non abbiamo condiviso tantissime cose, nella vita, ma la passione per gli sport motoristici è sicuramente una di quelle. Così, per me, per lui, sapere che il tuo filo si è spezzato è un qualcosa che somiglia al dolore per una persona che si conosce, per la tua capacità di essere completamente senza filtri, quella tua caratteristica che ha sempre irritato i tuoi rivali. Non faccio nomi, tanto hai capito di sicuro.
Ci hai lasciati qui, e in questi casi tutto diventa retorico, eppure non per questo meno vero. Due cose, quindi, devo dirle lo stesso. La prima, sul motomondiale: senza di te, di sicuro, sarà più triste e meno spettacolare. La seconda, sulla tua famiglia: un dolore composto, profondo, incredibilmente dignitoso. Un esempio per tutti, soprattutto per chi cerca di spettacolarizzare la cosa più straziante che ci sia, la perdita di un figlio. Cosa importa sapere se sono state le gomme fredde, il traction control o semplicemente il fato? Sono padre da poco più di un mese, e tuttavia credo di capire come si sentano i tuoi familiari.
In questi giorni, tutti noi piangiamo la perdita dello sportivo, del personaggio pubblico. Chi ha avuto la fortuna di starti vicino, piange il figlio, il fratello, l'amico. Uno di quei vuoti che davvero non si potranno riempire mai.
Per quel che ti ho "conosciuto" io, avevi un cuore grande così: sono sicuro che ti dispiace soprattutto per loro.

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