Emanuele Giaccherini, la pulce ha messo le ali


Intervista pubblicata su Casentino Più, Giugno 2010

Il Talento, quello con la lettera maiuscola, si vede da subito, fin da quando uno è ragazzino. Se poi questo talento viene messo nelle condizioni di esprimersi al meglio, ecco che allora tutto diventa possibile. La storia di Emanuele Giaccherini da Talla è talmente bella che merita di essere raccontata un po’ come si racconterebbe una favola. Da ragazzo, l’infortunio alla milza. E poi il problema dei centimetri, sempre pochi per uno che vorrebbe fare il calciatore ad alti livelli, così dicevano tutti. E invece eccolo lì, Giaccherini, a quanto dicono i giornali “il giocatore più piccolo della serie B” con il suo metro e sessantasette centimetri, già corteggiato da diverse squadre di serie A per la sua velocità, la sua tecnica, la sua imprevedibilità. Titolare fisso del Cesena nella sua prima stagione in C1, una grande stagione al suo esordio in B, e per il futuro chissà… Girando in un forum, mi è capitato di leggere una frase, riferita a lui, che mi è rimasta molto impressa, considerando che si riferiva a quando aveva quindici anni. “Bastava vedere come stoppava la palla e ti rendevi conto che era di un altro pianeta”. Di ragazzi con quella tecnica, va detto, può capitare di vederne tanti, girando per i campionati giovanili. Ma cos’è che fa la differenza, tra quelli che riescono ad emergere, che come Emanuele ce l’hanno fatta, e quelli che invece rimangono confinati nelle serie minori? Ne abbiamo parlato con lui, di ritorno a Talla dopo la doppietta rifilata al Padova, che porta i suoi gol in bianconero a quota otto, miglior marcatore dei romagnoli insieme a Do Prado. Prima ancora di entrare in casa sua, la promessa alla vicina di casa “la prossima volta che torno ti porto la maglia, sicuro al 100%” “E per forza, dopo l’ultima doppietta, poi…”
Cominciamo proprio da qui, dalle tue radici. Quanto è importante per te il tuo rapporto con Talla, il tuo paese?
Io sono molto orgoglioso di essere di Talla, mi ci sento molto legato, infatti di sicuro prenderò casa qui. Quando torno da Cesena, poi, tutti mi fanno festa, perché anche loro sono molto orgogliosi di me e sono contenti che io stia facendo bene nel calcio che conta.
Da Talla, però, sei venuto via molto presto…
Le giovanili le ho fatte a Rassina e Bibbiena, ma sinceramente rispetto ad altri giocatori non mi sento particolarmente fortunato. A quindici anni ho avuto un grave infortunio alla milza in uno scontro di gioco con un portiere, e spesso negli anni sono stato scartato per via della statura. Ad Arezzo, ad esempio, ho fatto solo un anno, e sono tornato a Bibbiena. Successivamente ho rifatto il provino con l’Arezzo, mi avevano detto che l’avevo passato ma non si è fatto vivo nessuno. Così a sedici anni ho esordito in prima squadra a Bibbiena, in promozione, e ho segnato anche diversi gol che sono risultati determinanti per la salvezza della squadra. Da lì il Cesena (con cui il Bibbiena è affiliato, NdR) mi ha preso e mi ha fatto fare le giovanili con loro, fino al campionato primavera.
Una curiosità: ma quando hai fatto salvare il Bibbiena, possibile che dall’Arezzo non ti ha cercato nessuno?
Guarda, io da Bibbiena sono andato a Cesena senza parlare con nessuno dell’Arezzo. Questo un po’ mi dispiace, perché l’Arezzo è la squadra della mia provincia, e il lunedì guardo sempre cosa hanno fatto, ma la società ai tempi non si era comportata molto bene con me. All’epoca c’era ancora Graziani, quindi della società attuale non posso dire niente perché non ci ho mai avuto contatti. Però io credo che negli ultimi anni l’Arezzo non sia stata molto attenta a valutare i giovani che emergevano dal territorio. Ci sono tanti ragazzi che sono nati ad Arezzo o in provincia (come i Casentinesi David Dei e Giovanni Bartolucci, NdR) e che vanno a giocare altrove. Anche quest’anno, un ragazzo di Faltona è andato a giocare nel Chievo Verona. Il Cesena ha sempre creduto in me. Spero che l’Arezzo sappia in futuro lanciare anche qualche giovane del territorio.
Tornando al Cesena: nel campionato primavera hai fatto molto bene, però non hai trovato subito spazio…
Nella mia ultima stagione nella primavera ho fatto venti gol, come li hanno fatti Corvia e Palladino, che hanno anche un anno più di me. A differenza loro, però, non ho trovato spazio in prima squadra. Così ho chiesto io stesso di venire ceduto in prestito in una categoria inferiore, dove mi avrebbero fatto giocare e dove mi sarei potuto formare. È andata a finire che ho fatto quattro campionati in C2: uno a Forlì, due a Bellaria e uno a Pavia. Nei primi due anni non penso di aver fatto molto bene, nonostante giocassi sempre titolare, avevo un po’ perso il feeling con il gol. Il terzo anno a Bellaria, dopo essere partito bene mi sono infortunato e ho perso praticamente tutta la stagione. Passando a Pavia, finalmente ho trovato una collocazione tattica, e sono tornati i gol, le motivazioni, la determinazione, la convinzione di potercela fare.
A differenza di tanti astri nascenti del calcio italiano, tu hai dovuto fare un bel po’ di gavetta.
Fare la gavetta aiuta a mantenersi umili. Fare la serie C2 ti forma molto a livello caratteriale, sia come giocatore sia come uomo. Io sto andando avanti per la mia strada senza che nessuno mi abbia mai regalato niente, e per questo qualche giocatore che arriva presto in serie A e gioca svogliatamente mi fa quasi rabbia… Io per arrivare in serie A prenderei a morsi l’erba del campo!
Cosa conta maggiormente, secondo te, per poter arrivare a giocare ad alti livelli?
Quando vedi giocare le squadre di B, o anche quelle di C1 di alto livello, senza parlare poi della serie A, ti rendi conto che ci sono due tipi di giocatori. Ci sono i fenomeni, quelli che sono baciati dalla fortuna di avere un talento naturale senza limiti, ma sono in pochi. Poi ci sono quelli che sono riusciti ad arrivare dove sono grazie alla determinazione. Per arrivare in serie B, ad esempio, io ho dovuto fare tantissimi sacrifici, che però sono stati ripagati. Ci vuole sempre voglia di migliorarsi, di fare qualcosa in più. Come dice anche il mio mister, Pierpaolo Bisoli, che è arrivato a giocare in serie A grazie alla voglia, alla capacità di non mollare mai, più che al talento.
Pierpaolo Bisoli è sicuramente una persona importante, nella tua carriera…
Bisoli è una grande persona ed un allenatore molto preparato, credo che lo vedremo presto allenare in serie A perché se lo merita. Nel mio caso, a lui devo molto, perché a Cesena è stato il primo a volermi tenere, due anni fa. Nonostante la società mi rinnovasse sempre il contratto, infatti, non avevo mai trovato un allenatore disposto a credere in me. Anche col mister, all’inizio, io ero fuori rosa e si parlava di uno scambio con Motta della Pistoiese, che poi sfumò. Così venni aggregato alla prima squadra, magari in attesa di trovarmi una sistemazione. Bisoli però in quei giorni mi notò, e decise lui di tenermi e di riaggregarmi alla prima squadra. Da allora, per me e per il Cesena, è stato tutto un crescendo.
Anche perché tu, per i bianconeri, sei un po’ un portafortuna, visto che negli ultimi due anni quando hai segnato il Cesena ha sempre vinto.
Questa è una cosa di cui vado molto fiero, anche se penso sia un po’ una coincidenza. In fondo io sono sempre convinto che conta il risultato della squadra, più che chi segna. Però mi ha fatto piacere che in questi due anni le mie reti abbiano sempre portato vittorie per il Cesena.
Il rapporto con la città com’è?
Cesena per me è come una seconda casa. I tifosi sono molto appassionati e ci seguono molto numerosi sia in casa sia in trasferta: non è da tutti avere una tifoseria come la nostra, e infatti in serie B sono secondi dietro solo al Torino. Con loro poi ho uno splendido rapporto, e spero di regalargli ancora delle gioie in questo finale di campionato.
Il tuo obiettivo è la serie A, dunque?
Il massimo sarebbe andare in serie A con il Cesena. Lotteremo fino all’ultimo minuto per agguantare il secondo posto, che ora è distante solo un punto. Rispetto al Brescia abbiamo un calendario un po’ più abbordabile, perché loro all’ultima giornata dovranno vedersela con il Padova che è in lotta per non retrocedere. Se poi non dovesse arrivare la promozione diretta, ai playoff siamo consapevoli di potercela giocare con chiunque, anche se il Torino che sta tornando su dopo un momento difficile è sicuramente un avversario molto forte. Da parte nostra, c’è un gruppo che ha tanta voglia di emergere, determinato a fare tutto il possibile per regalare la massima serie ai propri tifosi. Per quanto riguarda me, invece, se non riuscissi ad andare in A col Cesena, ci sono delle offerte che potrei prendere in considerazione, perché arrivarci è sempre stato il mio sogno fin da bambino e se ci fosse qualcosa di concreto non saprei come fare a dire di no.
Quali sono i tuoi modelli di riferimento, come calciatore e come allenatori?
Come calciatore, io sono un tifoso dell’Inter, quindi il mio idolo da bambino era Ronaldo. Ora, per vari motivi, sia fisici che tecnici, cerco di ispirarmi a Lionel Messi, uno che ha dimostrato che saper giocare a calcio conta più del fisico. I tifosi del Cesena, tra l’altro, mi chiamano anche come lui, “la Pulce”, e io sono molto orgoglioso di questo accostamento. Tra gli allenatori, Mourinho quest’anno sta dimostrando di essere il numero uno, mentre tra gli italiani credo che i migliori siano Allegri e Prandelli.
E se tu dovessi arrivare in serie A, ti piacerebbe un giorno indossare la maglia della Nazionale?
Guarda, io credo che non bisogna mai mettere un limite ai propri sogni. Quando ero bambino sognavo di giocare in prima squadra, e un giorno di poter fare il calciatore. Ora ci sono riuscito, e il mio sogno si chiama serie A. Quindi non voglio mettermi dei limiti, perché per me vorrebbe dire essere in fase calante. Per il momento non ci penso, ma penso solo a fare bene e a migliorare. A fine carriera vedremo dove sarò arrivato e quello che avrò fatto, e solo allora farò un bilancio.
Si parla di Nazionale, e il pensiero va subito ai mondiali di quest’estate. Domanda d’obbligo: come vedi l’Italia e quali sono le tue favorite?
Sinceramente spero che gli azzurri possano ripetersi, anche se non vedo benissimo questa squadra. L’ossatura è la stessa del 2006, con quattro anni in più sulle spalle, e pochissimi nomi nuovi rispetto a quelli di Berlino. C’è da dire che l’Italia, come la Germania, più di una volta è partita magari in sordina, senza i favori del pronostico, e poi ha fatto dei grandi campionati del mondo. Però oggi come oggi la Spagna e l’Argentina hanno per me una marcia in più. La Spagna soprattutto, dal centrocampo in su è oggi come oggi la miglior squadra del mondo: chi altri ha giocatori come Xavi, Iniesta, David Villa e Fernando Torres? L’Argentina è un gradino subito sotto, perché ha dei grandissimi giocatori ma finora Maradona non ha saputo imporsi come allenatore. Anche l’Inghilterra di Capello non è da sottovalutare, ma la metto alle spalle di queste due. A proposito di mondiali e di nazionali, poi, il mio compagno di squadra Martin Petras è tra i pre-convocati della Slovacchia. A volte penso: e se invece che in Italia fossi nato in Slovacchia, o in Nuova Zelanda, magari ai mondiali ci sarei anch’io! A parte gli scherzi, ovviamente sono contento di essere nato in Italia, che è un paese con una grandissima tradizione calcistica.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...