Ma il calcio, quello vero, è un’altra cosa

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Se Osvaldo Soriano fosse ancora tra noi, dubito che resisterebbe alla tentazione di scrivere un pezzo, o magari un racconto breve, su questo decennio dell’Arezzo Calcio. Nei suoi racconti a sfondo calcistico, più del risultato delle partite e dei campionati contava l’originalità, il personaggio che si distingue per una certa particolarità. Come l’attaccante che impara a farsi sanguinare il naso, utilissimo quando serve di procurarsi un rigore. O l’arbitro che al posto dei cartellini gialli usava una ben più minacciosa calibro 38.
Ora che i dieci anni di Piero Mancini si avviano verso la peggiore delle conclusioni, quella che nessuno di noi avrebbe mai voluto e (ad onor del vero) neanche mai immaginato, non ci resta che pensare che in fondo abbiamo vissuto dieci anni sempre sul confine sottile che divide la commedia dalla tragedia. Come l’allenatore che sa di essere esonerato dal notiziario in Autogrill, quello che è l’allenatore ma il contratto non l’ha mai firmato, quelli esonerati due volte e quello richiamato due volte. O il giocatore che ti fa causa per mobbing perché vuoi farlo restare, o ancora quello che fa finta di farsi male durante il riscaldamento, quello che polemizza contro il presidente ai microfoni di una radio locale perché è stato ceduto e quelli che in fondo in fondo ad Arezzo ci sono stati bene. Quelli che era meglio buttarli nella Chiana, quelli arrestati per tentata estorsione, quelli che vanno venduti perché ci si piglia più soldi noi che la Roma a vendere Cassano, quelli arrivati tra mille proclami e alla prova dei fatti rivelati delle bufale totali, quelli che avrebbero voluto finire la carriera ad Arezzo ma nessuno gli ha rinnovato il contratto. Quelli condannati per doping e scaricati, quelli difesi a spada tratta il lunedì e infamati la domenica dopo. I nomi metteteceli voi, tanto ci siamo capiti. Perché da noi, per un motivo o per un altro, ogni storia meriterebbe di essere raccontata, un po’ come avrebbe fatto Soriano. Ma il calcio, quello vero, è un’altra cosa.

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